Archiviato in: politica | Tag: biografie, Casa Bianca, diuresi, G8, incidenti diplomatici, Silvio Berlusconi
Ricorderò il G8 giapponese che si è concluso una settimana orsono non per le tiepide risoluzioni adottate - a distanza, verrrebbe da dire - contro cambio climatico e fame nel mondo e neppure per la cartolina ricordo con i grandi del mondo intenti a piantare alberi: io ero all’ospedale, intrappolato in una degenza di routine e le disfunzioni della minzione che in quel frangente interessavano il mio organismo eclisseranno per sempre nella mia memoria il summit di Toyako, il No-Cav Day e qualunque altro evento collettivo prodottosi in contemporanea sul globo terracqueo. Ora che quei meri strascichi postoperatori si sono risolti e vado regolarmente in ritirata, sembra bello tornare a parlare del piccolo incidente diplomatico che ha momentaneamente funestato le relazioni tra Italia e Stati Uniti e che è ormai a tutti gli effetti una notizia scaduta. Ebbene, non si sa come nè perché, ma il press kit consegnato ai giornalisti americani al seguito del presidente Bush riferiva peste e corna del nostro premier, con un tono che, per quanto asciutto, non lascia margini di manovra alle arti riparatrici dell’eufemismo e della perifrasi. Fonte delle informazioni, una non meglio precisata Encyclopedia of World Biography; immediate le scuse della Casa Bianca, strategicamente affidate a un portavoce di origine italiana, accorto il basso profilo di Berlusconi, che ha agevolato l’immediata archiviazione del caso, senza dubbio l’opzione più vantaggiosa per la sua già controversa reputazione.
Sappiamo, a quasi quindici anni dalla discesa in campo che non sono queste semplici note a margine a spostare la bilancia della storia, che ben più sostanziose ed autorevoli manifestazioni di sfiducia sull’uomo Berlusconi, i suoi alleati e il suo operato di governo (ultima in ordine di tempo quella del Parlamento Europeo) non hanno minimamente smosso la superficie stagnante dell’italico stagno (repetita iuvant) nè alterato i rapporti di forza vigenti: il paese reale sembra abbastanza impermeabile a tutto ciò che di noi si scrive e si pensa oltreconfine e la dimensione sempre più privata degli scandali che lo vedono coinvolto - si è preogressivamente passati dall’indagare le sue relazioni con Craxi e i boss mafiosi a quelle ben più circoscritte con la Carfagna - dimostra chiaramente che Berlusconi con tutta la sua ingombrante personalità e il suo personaggio è ormai un elemento inamovibile dello scenario nostrano.
In fin dei conti, l’aspetto più curioso di questa vicenda puramente aneddotica è che la succinta biografia dell’Encyclopedia viene a rappresentare per certi versi il rovescio della medaglia di quella dettagliata, estasiata, illustratissima Storia Italiana che sotto forma di patinato rotocalco infestò le nostre buche delle lettere a ridosso delle elezioni 2001: nell’una e nell’altra biografia si citano, fatta salva la differenza di estensione, gli stessi eventi, ivi compresi dettagli folcloristici come l’esperienza di cantante sulle navi, ma diametralmente opposta è la lettura che se ne dà: tutto ciò che nel testo made in Segrate veniva coscientemente enfatizzato con l’intenzione di trasmettere un’immagine di Berlusconi simpatica e lontana dal paludato grigiore della Prima Repubblica, all’estero, dove gesti e parole sembrano avere differenti peso e gravità, depone a suo sfavore, contribuendo a dipingere la figura, la macchietta, di quello che con molta delicatezza si potrebbe definire un volgare imbonitore. Ora non è il caso di mettersi a concionare sulle ragioni di questo atavico strabismo: il fatto stesso che quel volumetto abbia potuto raggiungere davvero ogni nucleo familiare italiano costituisce una parziale, amarissima, risposta. A titolo personale, mi piace puntualizzare che mia madre lo cestinò sul momento.
A sigillo di queste riflessioni, sottolineiamo che il prossimo G8 si svolgerà proprio in Italia, anche se non si è ancora deciso dove. La Casa Bianca, nella sua sventatezza ha quindi dimostrato un tempismo invidiabile: in Giappone, con Berlusconi mimetizzato fra gli altri invitati, c’erano tutte le premesse perchè lo spiacevole qui pro quo rimanesse bonsai, evenienza assai improbabile nel caso che il nostro premier fosse stato invece maestro di cerimonie. Il buon senso suggerisce che la delegazione americana imparerà dagli errori del passato e non verrà certo a parlare di corda in casa dell’impiccato, dispensandoci così da siparietti kafkiani. L’uomo di Arcore ha comunque dimostrato, e qui mi riallaccio a quanto detto poco sopra, di poter attraversare indenne persino gli obbrobri di Genova, non sono certamente questi lapsus diplomatici a poterlo impensierire…
Archiviato in: recensioni | Tag: Með suð í eyrum við spilum endalaust, musica, recensioni, Sigur Rós
“Con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito”, ci suggeriscono loro nel titolo: eppure, mai come questa volta, i pezzi sono concisi e diretti. Si comincia con i tre minuti e rotti di Gobbledigook, scelta come singolo: tamburo battente, andirivieni di chitarre sghembe e scivolose e coretti stonati (nel senso di stoned…) a piene mani, per un risultato finale di vitalità contagiosa che ricorda non poco l’attitudine fricchettona degli Animal Collective. Ed anche se nel proseguio i nostri tornano a battere terreni a loro più consueti, abbandonano quasi sistematicamente le minisuite che avevano caratterizzato i loro lavori precedenti a favore di una struttura che si avvicina considerevolmente alla forma-canzone: uniche eccezioni la radiosa Festival, che dopo un inizio leggermente dispersivo all’insegna di vapori ambient e vocalizzi angelici si inalbera improvvisamente sulla spinta di una sezione ritmica quasi martellante, e Ára bátur, delicatissima ballata pianistica con un roboante colpo di coda orchestrale che, nonostante il trademark degli studi Abbey Road, ricorda fin troppo Hollywood. Per il resto, ripetiamo, più sintesi, maggiore semplicità e una maggiore corposità del suono, senza che la riduzione del minutaggio pregiudichi il naturale respiro della band, trasformandolo in un preoccupante fiato corto; sembra anzi parzialmente liquidato l’atavico vizio di forma che, in assenza di una adeguata ispirazione, rendeva interminabili alcune composizioni passate che la buona volontà degli autori voleva invece infinite: ottimi esempi di quanto detto, Inní mér syngur vitleysingur, che segue a ruota la già citata Gobbledigook, e Við spilum endalaust, che seducono immediatamente con la loro solarità e suonano totalmente Sigur Rós senza mai assumere la dimensione sminuente di rapido bignami per ascoltatori svogliati. Su tutto, credo si sia già ampiamente intuito, un clima di rilassata serenità che sembra congedare definitamente le abissali malinconie di ( ) e del quale il precedente Takk… aveva lasciato intravvedere alcune avvisaglie. Nonostante i momenti gioiosi non siano davvero mai mancati nella discografia degli islandesi (ricordate Olsen Olsen su Ágætis byrjun? ), sta forse qui la novità più importante: quel ronzio che prima si lasciava captare solo di tanto in tanto adesso, anche nei frangenti più pacati, innerva ogni nota riversandosi incessante sull’ascoltatore che, solleticato, non può non sorriderne. Forse meno onirici di prima, ugualmente sognanti, i Sigur Rós mantengono una personalità fra le più spiccate della scena pop contemporanea. Genuinamente grandi.
Archiviato in: riflessioni | Tag: "Denti", cinema, osterie, stornelli, Sundance Festival, Simona Vinci, Regurgitate, Osteria numero 20, Osteria numero 1000, horror, vagina, Rosy Bindi
Lo Scémo, uno dei finora pochissimi commentatori di queste colonne, mi ha gentilmente chiesto di scrivere un post su questo trailer, che giudica peculiare. Guardo, imparo, butto giù qualche sommario appunto, decido il titolo che vedete appollaiato lì sopra, poi torno su Youtube per documentarmi meglio e scopro che un paio di utenti sono già arrivati alla mia stessa conclusione: che questo Denti, omonimo del film di Salvatores tratto dal romanzo di Starnone, è in realtà una sagace trasposizione cinematografica del famoso motivetto Osteria numero 20 (a proposito, se volete ascoltarne una versione di accecante bellezza, affidatevi a quest’altro video, dai 4.45′ in avanti). Provando a ricostruirne la genesi, è facile immaginare gli sceneggiatori del film in vacanza in una qualche località dolomitica, assiedati dagli effetti di grappe multiple sorbite senza un adeguato consenso informato, e in cameratesca comunione con un commando di alpini ottuagenari irrimediabilmente perduti alla sobrietà. Nonostante qualche intoppo nella traduzione (torneranno negli States senza mai comprendere appieno il significato dell’espressione a shadow of wine, utilizzata a piene mani da un ventenne locale), i nostri vengono rapiti dalla bellezza del repertorio folklorico locale, dalla sua dirompente forza immaginifica (doppio senso economico) e dallo spirito iconoclasta che lo anima, che riconoscono molto prossimo al primigenio spirito punk settantasettino; e d’altronde erano ubriachi. Scartate le ipotesi iniziali di trarre dallo scanzonato motivetto prima un drammone ospedaliero (”quanti cazzi…”) poi un avvincente legal thriller (”quante fighe…”), convergono spediti sull’horror, che garantisce loro una maggiore libertà espressiva e la comoda possibilità di ignorare il buon gusto qualora si rendesse assolutamente necessario.
Ma queste sono solo congetture non verificabili. All’atto pratico, il film è la storia di una figliadimaria, accesa sostenitrice di una castità militante (volete vederci un paragone con Rosy Bindi? Mannaggia a voi) che i casi della vita portano quasi adarlavia, ma che scopre suo malgrado di non potersi abbandonare al peccato, visto e considerato che la sua farfallina potrebbe tranquillamente ottenere sonori attestati di stima da parte del mio dentista. I ragazzi che ce stanno a prova’ finiranno tutti a mal partito.
Esistono nel panorama delle arti, belle o brutte che siano, opere analoghe: ad esempio la copertina di questo album dei Regurgitate, datato 2000, è di fatto la risposta maschile a Denti. Simona Vinci, invece, in uno dei racconti del suo “In tutti i sensi come l’amore” (Einaudi, 1999), mette in scena una dolorosa e realistica variazione sul tema della vagina dentata: la storia di una ragazza che, per vendetta contro il genere maschile tutto, decide di applicare le arti del punto-croce al suo punto-vita con esiti non dissimili da quelli che si intravvedono nel trailer. Nonostante la scrittura, asciutta e controllata, il racconto non riesce però ad evitare un’aura di morbosità gratuita che ne mortifica le buone premesse.
Ora, tornando all’oggetto del nostro contendere, bisogna pur dire che questo film è stato premiato al Sundance, festival dal quale sono uscite, negli scorsi anni, parecchie cose buone e giuste. Delle due l’una: o stavolta hanno pisciato fuori dal vaso oppure, oppure il trailer, nel suo formattatissimo montaggio riesce a banalizzare notevolmente i contenuti della trama. Non c’è nulla da fare: quasi tutti i film di questo ed altri universi, visti dallo spioncino deformante del trailer sembrano bruttissimi, beceri e copie-carbone gli uni degli altri. In questi cento secondi non si scorge nulla dello humor nero che fa capolino in tutte le descrizioni che ho consultato e quello che ne viene fuori è semmai un rovesciamento horror delle premesse tipiche di ogni film porno che voglia definirsi tale: invece delle consuete donnine integralmente accondiscendenti, la narrazione di una serie di rifiuti traumatici e truculenti che vorrebbero spingere noi uomini, che per default sognamo gambe femminili che si spalancano come per magica azione di un telepass dell’amore, ad aggrapparsi con disperato istinto di conservazione ai nostri gioielli di famiglia. Ricordando comunque che il film porno, nella sua funzione meramente strumentale, è molto spesso più onesto di tutti i film che ronzano intorno al giardino segreto ammantando vaghe pretese artistiche.
La mia impressione intimissima è che, nonostante tutto, Denti sia compiutamente una vaccata, ma vi anticipo già che non cercherò di visionarlo per confermarlo. Adesso so che, dopo i monologhi, è arrivato per la vagina il momento dei racconti del terrore e tanto mi basta. Lo recupererò solo e soltanto quando uscirà nelle sale anche l’adattamento dell’Osteria numero 1000, con gli effetti speciali pirotecnici che abbiamo tutto il diritto di aspettarci. Solo allora sarò in possesso di tutti gli elementi per formulare un giudizio equilibrato. Non so davvero se temere o auspicare l’arrivo di quel giorno. Nel frattempo, tutti a cantare!
Archiviato in: cuentos | Tag: crítica literaria, escritura creativa, exitazos de temporada
Un aspirante a escritor soñaba con realizar una maravillosa novela incompleta. Imaginaba las últimas cincuenta, o trescientas dieciocho, inexistentes páginas entregadas a borradores lagunosos; saboreaba la brusca interrupción de una trama enrevesada sobre el precipicio de una última página que última no era. Empezó a escribir, pero, por no saber dónde extraviarse, siempre llegaba a destino. Así, mientras una sorda frustración iba apoderándose de él, completó varias obras de destacada importancia: pues dejó de ser aspirante. Tras años de reflexión y otros libros concluidos, logró elaborar un sutilísimo método que conferiría a su Obra la natural indeterminación que sólo una muerte súbita puede otorgar. Pero el método era tan perfecto que no se dejaba describir: todo intento de hacerlo acababa miserablemente en la nada.
Falleció casi centenario, todavía sumido en los recovecos de su laberinto, mientras los demás, despreocupados de todo, gozaban inexplicablemente de los descartes completos de su ingenio.
Archiviato in: racconti | Tag: critica letteraria, immeritato successo di pubblico, scuole di scrittura creativa
Un aspirante scrittore sognava di realizzare un meraviglioso romanzo incompleto. Immaginava le ultime cinquanta, o trecentodiciotto, pagine inesistenti, intuibili solo da appunti frammentari; assaporava il brusco interrompersi di una trama intricata sullo strapiombo di una ultima pagina che ultima non era. Cominciò a scrivere, ma non sapendo bene dove smarrirsi arrivava sempre a destinazione. In questo modo, mentre una frustrazione sorda montava a poco a poco dentro di lui, completò varie opere di significativa importanza: cessò così di essere aspirante. Dopo anni di riflessione ed altri libri ultimati approdó all’elaborazione di un sottilissimo metodo che avrebbe conferito alla sua Opera la naturale sospensione che solo una morte improvvisa può dare. Il metodo era però talmente perfetto che non si lasciava descrivere: ogni tentativo di razionalizzarlo su carta cadeva miseramente nel vuoto.
Morì quasi centenario, ancora immerso nei meandri del suo labirinto, mentre gli altri, incuranti di tutto, godevano inspiegabilmente degli scarti completi del suo ingegno.
Archiviato in: racconti | Tag: Dialogo della Natura e di un islandese, esaurimento nervoso, Giacomo Leopardi, Islanda, malinconia
Pochi sanno che ciò che Giacomo Leopardi immortalò nel celeberrimo Dialogo della Natura e di un islandese costituisce soltanto il prologo di un secondo confronto che ha visto, in tempi a noi prossimi, la Somma Fattrice idealmente opposta al popolo islandese tutto. Allo scopo di ottenere maggiori lumi sulla dinamica della morte dell’uomo (Leopardi stesso avanzò due distinte ipotesi), una delegazione islandese salpò nel 1974 per Capo di Buona Speranza, teatro del luttuoso evento. Di fronte alla reticenza della Natura, che negava ogni coinvolgimento nell’accaduto adducendo come alibi la partecipazione ad un summit sullo sviluppo sostenibile in Antartide, gli Islandesi si sono però dileguati, individuando nella sconnessa argomentazione i sintomi di un esaurimento nervoso, probabile portato delle deprimenti condizioni del pianeta. Sono quindi tornati in patria pervasi da una soverchiante malinconia.
Archiviato in: politica | Tag: Daniele Capezzone, Forza Italia, Popolo delle Libertà, Conferenza Episcopale Italiana
Perfettamente cosciente che in Italia succedono cose ben più rilevanti & inquietanti, ma in ogni caso mi piacerebbe spendere alcune parole - poche, con quello che costano - su una notizia minore quale può essere la recente nomina di Daniele Capezzone, ex segretario radicale, a portavoce di Forza Italia. Abbastanza collaudato il gioco delle parti che ha fatto seguito all’annuncio: il diretto interessato esprime profonda soddisfazione e traccia per sommi capi il piano d’azione per il futuro; la CEI invece, in ossequio a un modus operandi ormai calcificato, esprime preoccupazione, puntando il dito contro l’ingombrante passato ultralaico del Capezzone, tra l’altro acceso oppositore di quella legge 40 sulla fecondazione assistita che tanti consensi ha mietuto nel mondo cattolico, e che all’atto pratico spinge un consistente numero di coppie italiane al turismo procreativo, qui a Barcellona e in altre città europee.
L’aspetto curioso della vicenda risiede nella considerevole rapidità che ha portato l’ancor giovane Capezzone, nel giro di appena un anno e mezzo, dalla carica di segretario di un partito a quella di portavoce di un altra formazione, considerevolmente diversa per storia ed obiettivi. A stupire non è tanto il salto di trincea dal volatile cartello elettorale della Rosa nel Pugno a Forza Italia, quanto piuttosto il drastico cambio di ruolo. E’ infatti lecito attendersi che un Portavoce, senza per questo essere un mero subalterno, sia perlomeno organico al movimento che è chiamato a rappresentare: in questo senso, Elisabetta Gardini e Sandro Bondi, predecessori diretti di Capezzone, forti del loro commovente attaccamento al Presidente, erano poco meno che perfetti. E’ quindi peculiare che Berlusconi abbia scelto come portavoce del partito che ha disegnato a sua immagine e somiglianza, non un militante di lungo corso, ma un forestiero che, così le cronache, ha dato la sua adesione al progetto del Popolo delle Libertà non più tardi di tre mesi fa, e che prima faceva il capufficio da un’altra parte.
Per questo i malumori della CEI mi sembrano parzialmente fuori luogo: Capezzone, a dispetto di un passato dal loro punto di vista per nulla rassicurante, non sarà chiamato ad esporre le sue idee, quali che siano dopo l’abbandono dei Radicali, ma quelle di un partito tutto, che ha una linea definita che a lui, in veste di nuovo entrato è stato giustamente richiesto di sottoscrivere. E’ poi secondario stabilire se il nostro abbia abiurato o meno le sue passate battaglie contro la Legge 40: il fatto stesso di essere entrato in un partito che quella legge votò e sostenne apertamente, disinnesca il significato politico profondo di tutta una parte del suo passato. Non è d’altra parte credibile che un uomo solo possa trasfigurare l’identità di un’organizzazione che, aldilà dell’autenticità della sua vocazione, si è sempre definita profondamente cristiana, piuttosto il contrario: di fatto la nomina stessa, quasi ad orologeria dal momento che Forza Italia come sappiamo si appresta a confluire nel più ampio progetto del Popolo delle Libertà, ha tutto l’aspetto di un test di affidabilità per un personaggio che deve in fin dei conti dimostrare di essere pienamente compatibile col nuovo contesto al quale ha scelto di aderire. Inoltre, ora che non gode più dell’appoggio di Casini e compagni, interlocutori privilegiati delle gerarchie ecclesiastiche e beniamini dello zoccolo duro delle messe mattutine, è difficile ipotizzare che la corazzata berlusconiana si vada a cercare grattacapi innecessari mettendo in dubbio la sua lealtà alla Chiesa Santa-Apostolica-Romana, che nonostante l’ultimo aggettivo piace tanto anche ai leghisti. Semplicemente, questa piccola nota a margine dei recenti avvenimenti politici nostrani è un eccellente dimostrazione di quanto nel nostro parlamento abbondino campioni di quella diffusissima disciplina, che in Italia si pratica perfino più del football, che abbina Tuffo Carpiato e Caduta in Piedi.
Archiviato in: riflessioni | Tag: Gazzetta dello Sport, gossip, pettegolezzi, sensazionalismo, stampa rosa, stronzate
Il sito della Gazzetta, come dicevamo, continua a monitorare implacabilmente il susseguirsi di sfaceli che sta affossando il pasciuto giocatore milanista che un tempo, altre le maglie, altre le circostanze, era conosciuto come il Fenomeno. Qualche giorno fa, un poco afflitto constatando che nonostante tutto mi stavo sorbendo l’ennesima camionata di morbose inezie, mi sono trovato a pensare, come spesso mi capita negli ultimi mesi : ma Cristo, la Gazzetta sembra Novella 2000, sembra un rotocalco rosa. In quel momento, fragorosamente, un’epifania di incalcolabile banalità.
Il problema è che le informazioni ovvie sono coperte da un leggero velo d’oblio. Ci sono innumerevoli cose che sappiamo una volta per tutte, e a ben vedere è come se la scienza esatta dell’abitudine ci portasse, in una qualche inspiegabile, contraddittoria maniera, a dimenticarle, a metterle tra parentesi, proprio per il ruolo preminente che ricoprono nelle scenografie delle nostre esistenze: il cielo è blu, verde l’erba, e la Gazzetta, vivaddio, è rosa. Fin dai tempi dell’asilo sappiamo che fra i “giornali” che papà “legge” (parole, queste, non pienamente comprensibili) ogni sera sulla poltrona a fiori, c’è n’è uno dalle tinte accattivanti, del colore del grembiule delle femmine. Anche solo guardando le figure, si nota lo scarto rispetto ai giornali bianchi che parlano dei politici, qualunque cosa siano. Questo giornale è la Gazzetta dello Sport: altri non ce ne sono. Anche i daltonici, alcuni dei quali vivono in un mondo che immagino simile al Primo Canale di cinquant’anni fa, conoscono per sentito dire, e forse intravvedono pure, questa elementare verità. Per ignorare che la Gazzetta è rosa, bisogna proprio essere stranieri.
Eppure la Storia ci insegna, e noi apprendiamo attoniti, che non è stato sempre così: la Gazzetta comincia le pubblicazioni nell’aprile 1896, in casuale concomitanza con le prime Olimpiadi moderne e trascorre i suoi primissimi anni in una persistente incertezza cromatica: l’altalena è dovuta agli elevati costi della materia prima. Diventa rosa per tirare al risparmio, lei che era nata in verde chiaro, solo nel 1899: poi la necessità si fece virtù e il lieto colorino entrò progressivamente a far parte del paesaggio culturale italiano.
Oggi, quel nobile tratto identitario che più di ogni altro caratterizzava uno dei fedeli compagni di viaggio della nostra vita quotidiana è diventato il mero riflesso di un considerevole abbruttimento contenutistico: rosa fuori, da (quasi) sempre e, da qualche tempo a questa parte, rosa pure dentro. Tanto per riprendere quell’antica e famosa pubblicità, constatarlo fa male qui e fa male qui. La Gazzetta, soprattutto nella sua versione online, che per comodità leggo più frequentemente della cartacea, ha incondizionatamente calato le braghe a quel processo di riposizionamento culturale il cui frutto maturo è stata la trasformazione del pettegolezzo in gossip: ciò che in italiano suona meschino e condominiale assume nella lingua della perfida Albione sfumature di splendore glamour che sono infinitamente più attraenti ed accettabili. Se volessimo ora soffermarci a considerare l’immancabile pelo nell’uovo, la distinzione non è semanticamente impropria. Ad esempio, questo dizionario ci suggerisce che la parolina inglese si distingue dal vecchio e puzzolente vocabolo italiano proprio in virtù della sua connotazione eminentemente mondana: insomma, se gli avventori di un bar disquisiscono delle corna della vigilessa che ha appena multato uno di loro, ci troviamo in presenza di pettegolezzo; se fanno lo stesso a proposito di questa o quella supergnocca della televisione, per certo mai intravista neanche col binocolo, la maldicenza si trasforma magicamente in gossip. In termini platonici, quasi la differenza che intercorre fra Iperuranio e mondo materiale. Senza stare a nascondersi dietro il dito, si è sempre spettegolato delle celebrità, ma questo slittamento semantico che differenzia il chiacchiericcio alto e quello basso è stato il primo passo verso lo straripamento sistematico delle notizie rosa dagli argini ristretti delle pubblicazioni scandalistiche ai media generalisti. Prima dell’entrata in auge del concetto di gossip era difficilmente concepibile che un telegiornale nazionale dedicasse dieci minuti buoni alle tette di una valletta: ora è l’immangiabile pane quotidiano.
La Gazzetta, poveretta, che prima si occupava solo di quel sottogruppo di pettegolezzi sportivamente motivabili che va sotto il nome di calciomercato , cosa cazzo ci può fare? I calciatori si accompagnavano anche ai tempi belli con le belle donne dello spettacolo, solo che ora si chiamano veline e la loro vita privata ha diritto di cittadinanza pure su Repubblica e sul Corriere. In fondo, si potrebbe argomentare, è più coerente parlarne su un giornale sportivo. Può darsi: ma in ogni caso, perchè rubricare come notizia di calcio questo insignificante trafiletto su un calciatore che è meno noto al tifoso medio italiano di una qualunque riserva di serie B? Non c’è nemmeno la scusa del folklore locale, dannazione. Giocando costui in Inghilterra, la notizia può avere senso (comunque pochissimo) soltanto lì: e in effetti, la fonte della notizia, è il Sun, il tabloid inglese che ogni giorno smercia per tutto il Regno oltre tre milioni di esemplari. Qui, forse, il nocciolo della questione: il Sun, insieme alla nutrita pattuglia di quotidiani popolari che ne condividono formato e linea editoriale, tra i quali potremmo ricordare il News of the World che ha fatto scoppiare lo scandalo Mosley, costituisce un paradigma difficilmente superabile di sensazionalismo e bassa qualità giornalistica: ma in Inghilterra si tratta di un fenomeno endemico e da sempre separato dalla stampa, largo a un sano semplicismo, seria. Purtroppo, negli ultimi tempi, la versione online della “rosea” riprende moltissime notizie da questi cattivi esempi di oltremanica. Nella maggior parte dei casi si tratta di meri riempitivi, d’accordo, ma vigiliare di più sulla qualità del ripieno sarebbe cosa buona e giusta. Con queste premesse suona alquanto sinistro che, poco più di un mese fa, la Gazzetta vera e propria, quella da edicola, abbia abbandonato il suo storico formato per passare proprio al più classico tabloid. In sè non sarebbe niente di osceno, lo ha fatto pure il Manchester Guardian, e poi le notizie fuffa, come si è detto, dilagano soprattutto sul versante Internet, ma non riesco a non vederlo come un segno in più dei tempi marroni che viviamo. Ebbene sì, sono prevenuto e leggo nei fatti quello che preferisco. Tanto, per molto che possa peggiorare ancora, la Gazzetta non riuscirò a smettere di leggerla comunque.
Archiviato in: politica | Tag: Angelino Alfano, Governo Berlusconi IV, Mariastella Gelmini, Ministero della Semplificazione, Roberto Calderoli
Ecco, l’Italia si è nuovamente dotata di un governo: in effetti da qualche mese ci mancava. Le solite facce, d’accordo. Tremonti, Maroni, addirittura quel rompicoglioni di Scajola. Poche le donne, ma d’altronde cosa aspettarsi da chi, appena vinte le elezioni, dipinse l’esecutivo spagnolo, per la prima volta nella storia a maggioranza rosa, alla stregua di un harem? E poi, e poi, l’ossimoro di Sandro Bondi ministro dei Beni Culturali (no, non dirò altro, le parole hanno un peso e un prezzo, non ho voglia di darle via un tanto al chilo).
Epperò se guardiamo bene, un dato di fatto leggermente sorprendente: il Berlusconi IV è forse il governo più gggiovane dell’Italia Repubblicana, vari i trentenni e i quarantenni e non tutti assegnati ad incarichi meramente ornamentali: dribbliamo Mara Carfagna, rinviando al futuro più o meno prossimo un giudizio sereno sulla sua attivita politica, e consideriamo ad esempio Angelino Alfano, ex coordinatore di Forza Italia in Sicilia e ora Ministro della Giustizia. Se Wikipedia non mi inganna, quest’uomo va per i trentotto. Invece Mariastella Gelimini, a suo tempo omologa di Alfano in Lombardia e ora responsabile della Pubblica Istruzione, compirà trentacinque anni fra un paio di mesi. Converrete con me che non si tratta precisamente di due ministeri di basso profilo. Per usare una metafora calcistica, esercizio quanto mai pericoloso quando si discetta dell’uomo di Arcore, queste scelte denotano se non altro una certa attenzione al vivaio: dire che i due erano poco noti al grande pubblico (e pure a me, cacchio) è un garbato eufemismo.
La politica italiana resta geriatrica e Berlusconi stesso, ultrasettantenne, ne è la prova provata ma, senza entrare nel merito delle scelte, stupisce rilevare come sia proprio lui, e non ad esempio il suo predecessore, a mettere in atto questa piccola inversione di tendenza. Intendiamoci, si tratta di minuzie che non spostano più di tanto i termini della questione, ma dopo l’infame battuta sui giovani precari non mi sarei mai aspettato di dover commentare un governo così verde, nel senso di giovane e non soltanto di leghista.
Ma finora ho colpevolmente taciuto, in ossequio al vetusto principio del dulcis in fundo, quella che è probabilmente la caratteristica più innovativa del neonato esecutivo: l’istituzione del Ministero della Semplificazione, affidato a Roberto Calderoli. Se cercate su Internet, qualcuno vi lascerà intuire fra le righe di quale semplificazione si tratta. Io posso solo complimentarmi per la azzeccatissima scelta e rimarcare che Calderoli è davvero l’uomo giusto al posto giusto: a buon intenditor poche parole.