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Maher Shalal Hash Baz è la creatura di Tori Kudo, testimone di Geova e ceramista giapponese dalla biografia improbabile e sovrabbondante. Questo disco, che dovrebbe essere il diciottesimo in circa vent’anni, spinge alle estreme conseguenze quella poetica dell’abbozzo che fin dagli esordi, o almeno così si racconta, caratterizza la produzione della sigla (giacché parlare di vera e propria band sarebbe improprio): doppio CD, 177 tracce, 100 minuti di durata complessiva, insomma, numeri che potreste trovare solo sulla complete discography di un gruppo grindcore o powerviolence. La musica, per chi già la conosce, non è cambiata più di tanto, si è solo accorciata ulteriormente: sprazzi, accenni, incipit di canzoni per big band in sordina, particolare enfasi sui fiati, esecuzione adorabilmente squinternata e qualche intromissione vocale poco meno che inqualificabile, prevalentemente in lingua madre. Il tutto suona pacioso e conciliante, i volumi non si alzano quasi mai, trombette e tromboni scivolano via dimessi con appena un fil di fiato in corpo. Molti gli stili abbracciati ma mai in maniera netta: le atmosfere sono spesso bucoliche ma non propriamente folk (e poi: folk occidentale o giapponese?), i fiati flirtano ingenuamente col jazz senza propriamente concedersi, l’esecuzione approssimativa porta in territori indie senza però arrivare ad esiti apertamente slacker. C’è poi la chitarra, che quando riesce a guadagnarsi la ribalta, si diletta in simpatiche svisate sixties. Escludendo la sparuta manciata di canzoni con un capo e una coda che fanno capolino di tanto in tanto, gli altri cento e passa “brani” sembrano in realtà appunti per l’ipotetica colonna sonora di un film da girarsi fra il Giappone e una Parigi di pura invenzione: in attesa delle indicazioni del regista su cosa sviluppare e cosa invece lasciar cadere nel dimenticatoio, quello che ci resta fra le mani è un enorme ventaglio di possibilità incompiute, uno sterminato campionario di pezzi di ricambio per un songwriting pop che alla fine nessuno si deciderà ad assemblare. Non vi posso garantire che riascolterò questo album fino a consumarne i solchi, come si diceva una volta, ma è certo che ricorderò con la dovuta tenerezza queste 177 maldestre carezze.  Adesso mi sento spettinato e sereno.     

Myspace

(Sigo agradeciéndole la colaboración al pinche wey David… Thanks again!)

El verano es largo y aunque vayamos a la playa sólo lo estrictamente indispensable, es difícil creer que en cierto momento las cosas dejarán de tener el color agobiante de la canícula que ahora las inunda y volverá el otoño. Quizás ha pasado esta noche. Hemos seguido durante días las huellas del bochorno que se iba disolviendo a cámara lenta, adecunado nuestro guardarropa a los altibajos de ese seguimiento, con el antiguo estoicismo de los jubilados veteranos: hoy por la mañana, al despertar, me has dicho que tenías la nariz fría. Frío en la nariz , eso has dicho y yo he pensado, articulando mientras tanto una respuesta que pudiese mitigar tu malhumor, que a mediados de agosto, casi siempre resulta imposible imaginar la próxima navidad sin hacer un considerable esfuerzo de abstracción, que a cada entrada de la primavera, nos comportamos como las cigarras, que el año pasado casi no se llegaron a escuchar. Piensa qué bonito, te decía mientras tanto, las sopas humeantes que nos vamos a comer al cabo de un tiempo, y aumentaban en mí las ganas de desayunar, junto con la sensación de no estar solucionando en absoluto tu frío.  Este año también, ponderaba mientras tú no contestabas, tenemos todo el otoño para aprender, desde el principio, el invierno. Igual no te preocupes, reanudé mientras tú te dirigías en silencio hacia la ducha: esta noche vamos a poner la manta gruesa, a ver si sale el calor otra vez.

Concerto spopolato, atmosfera melanconica. Il prezzo del biglietto, 10 euracci tondi tondi è il deterrente perfetto (a maggior ragione se penso che soltanto il giorno prima mi sono perso gli Akron Family gratis). E’ uno di quei casi in cui, nel vuoto di una saletta già piccolina, riconosci immediatamente i musicisti mescolati ai pochissimi paganti e interiormente li ringrazi: perché le loro figure spaesate e leggermente assenti, prima o dopo l’esibizione del caso, finiscono quasi per farti compagnia. In fondo nei concerti underground è così: siamo tutti, noi e loro, sulla stessa piccolissima barchetta. Stando così le cose, meglio non dire a nessuno che sono venuto qui carico di dubbi, vagamente motivato dal desiderio di concedere la prova d’appello del live a due gruppi che, a discapito di potenzialità notevoli, mi hanno finora suscitato più perplessità che altro.

Gli Upsilon Acrux li avevo scoperti non troppi mesi orsono su questo beffardo tributo ai Queen pubblicato dalla Three One G di Gabe Serbian, alle prese con una astrattissima rilettura strumentale di “Bycicle Race” ed anche se fra un capitombolo ritmico e l’altro il tamarro superclassico della Regina ne esce quasi sfigurato, il divertissment mi era sembrato piuttosto riuscito. Non altrettanto si può dire degli album “regolari”, ad esempio dell’ultimo, recentissimo “Radian Future”, algido catalogo di cambi di tempo mozzafiato e poco più, quasi un involontario bignami di  tutti i buoni motivi per cui il math rock è ormai riuscito a rompere i coglioni anche agli ascoltatori più volenterosi, e lo dico da sincero appassionato del genere. La trasposizione live di queste dimostrazioni di mera tracotanza esecutiva è prevedibilmente perfettissima e onestamente seccante. La presenza scenica dei cinque poi, fatta salva l’eccezione di un batterista assatanato, vittima di una sudorazione esuberante, è praticamente inesistente, tanto sono assorti nella riproduzione dei loro stacchi millimetrici. Sono onestamente mostruosi ma, per dirla in modo delicato, mi sembrano fin troppo compiaciuti del loro autismo/onanismo strumentale . Mutatis mutandis non sono poi così lontani da certi guitar hero parrucconi che tanto piacciono a molti metallari della vecchia guardia: ugualmente tronfi e ugualmente incapaci di saltare quell’abisso concettuale che separa una serie di esercizi ginnici per strumenti rock da una composizione vera e propria, con un suo senso, unitario o meno che sia. E leggere nelle recensioni accostamenti con nomi come King Crimson e Captain Beefheart mi sembra, francamente, pisciare fuori dal vaso. Bocciati. 

Applausi invece ai Kayo Dot, che hanno mandato a rottamare tutti i se e i ma che mi ero portato da casa con una esibizione intensa e avvolgente, all’insegna di un free form dalle atmosfere al tempo stesso epiche e soffuse, ma capace anche di improvvise convulsioni e di sporadiche esplosioni post-metal, il tutto graziato da una varietà di arrangiamenti sorprendente ma sempre funzionale alle dinamiche dei brani. Al centro del palco, il leader Toby Driver dirige le operazioni con rapidi cenni del capo, canta alternando falsetti a urla quasi black metal e, soprattutto, sciorina senza sosta quelle trame chitarristiche ad alto tasso di lirismo che sono  l’indispensabile cardine sul quale si inseriscono di volta in volta gli apporti dei vari strumenti. Le composizioni sono ovviamente di largo respiro e minutaggio chilometrico ma sembrano magicamente esenti da quella dispersività, da quella interminabilità congenita che sentivo spesso affiorare nelle prove in studio e che, dopo due o tre faticosi tentativi. mi spingeva a desistere da ulteriori ascolti. Stasera invece, se non avessi avuto la spada di Damocle dell’ultima metro a mezzanotte, l’orologio, con i suoi minuti sempre uguali, l’avrei probabilmente dimenticato, abbandonandomi completamente all’ineffabile flusso sonoro dei cinque bostoniani. A onor del vero, qualche lungaggine di troppo c’è stata, ma è probabilmente da imputarsi, più che all’ innegabile afflato fluviale della band, a qualche umanissimo problema logistico dovuto alla difficoltà di riprodurre arrangiamenti tanto intricati su un palchetto come quello del Begood, che potrebbe risultare confortevole al massimo per un power trio senza fronzoli: in parole povere, fra un pezzo e l’altro i nostri dovevano quasi fare attenzione a non calpestare i vari strumenti, accumulati sulle assi stile vecchio solaio. Sarà forse stato questo clima da lavori in corso, che lasciava intuire immediatamente la mole di lavoro sottostante alla messa a punto di un sound così elaborato, a contribuire paradossalmente alla riuscita della serata, fatto sta che quest’ora di concerto mi  ha obbligato a gettare alle ortiche un giudizio abbastanza consolidato. Li aspetto al varco di un nuovo disco: nel frattempo, per sdebitarmi di tanto malriposto scetticismo, ho comprato una maglietta al banchetto del merchandising…

Myspace Kayo Dot
Myspace Upsilon Acrux

(gracias al pinche wey David por su valiosa revisión. ¡A huevo!)

La lluvia temprano por la mañana se  filtra en los sueños que a esas horas se ruedan en mi cráneo. Es como si todo estuviera protegido por un tejado de paja pero, al levantar la cabeza, veo sobre mí un desmesurado cielo azul tenue, primaveral, embebido de esa luz que sólo hay al comienzo de la tarde, estriado de nubes blancas vacías de lluvia. Hasta donde alcanza la vista, todo alrededor, un campo de trigo, y apenas más allá, quizás, un caserío. El aire está impregnada por una extraña tibieza casi agresiva y, sin embargo, el ruido persiste, húmedo. Estúpidamente pienso que debe de haber alguna tubería rota que gotea no sé dónde, pero tal y como falta un tejado, así no hay paredes, es objetivamente ridículo imaginar cañerías hundidas en ese mar azul, ocultas en profundidad como arterías y no al ras del agua como venas. Estas reflexiones, se lo digo a quien me escuche mientras duermo, por si lo estuviese haciendo, no sé dónde están, son como notas al pie de la página,  subtítulos al sueño que leo sin necesitar leerlos, allí siguen sin por eso interrumpir su incierto devanarse, ahora atenazado por calambres guionísticos: en todo caso, irrazonablemente salidas de la nada para explicarme alguna que otra cosa, podrían desaparecer, supongo, de golpe. De repente recuerdo haber aparcado la bici en un canal al margen del campo y sin preguntarme por qué me había alejado, cuestión ligeramente prescindible, decido ir a por ella. Oigo como un ruido de lluvia que no promete nada bueno, tal vez truene, tal vez tenga que apurarme a recuperar la bici y volver para casa de carrera. Pero luego toco el manubrio y casi quema, y recuerdo que el sol está completo y que también, probablemente, algo falta en los archivos de mi memoria. Quizá si lo siguiera, el ruido quiero decir, encontraría alguna respuesta interesante: pero, ¿cómo voy a poder seguir algo que, como el aire, está en todas partes? A falta de otra cosa, vuelvo a llevar la bici, una antigualla que ni siquiera sabía que poseía, en la senda. Empiezo a pedalear y percibo con todo el cuerpo que cuando la primavera empieza a seguir su curso no hay nada mejor en el mundo, que podría seguir durante horas: pero el camino es significativamente más corto, y se agotaría mucho antes. Me dirijo, cada vez más rápido, según decisión intempestiva tomada no más tarde que hace treinta segundos, hacia el caserío. Quizá, me digo, allá se anide el ruido, sirva de confirmación el hecho de que, a cada metro que devoro, se hace más insistiente. Lo que a estas alturas espero es abrir la puerta y encontrar, en el propio perímetro del caserío, una tormenta hecha y derecha e incluso algún desaventurado cobijándose con un paraguas. Bajo de la bici: pero abro los ojos, más acá del sueño, ya recuerdo que estaba soñando, y acabo de despertar. Digo en voz alta, resuelto a tomame el pelo a mi mismo, la frase que, en este momento, solían decir en docenas de pelis un tanto enmohecidas. Es evidente que fuera está lloviendo. Tengo que hacer pis, acaso sea la apremiante sugerencia de la lluvia. Voy al baño y, tratando de aprovechar ese barniz de irrealidad que reviste los primerísimos minutos tras el despertar, compongo un par de escenitas para engancharlas a mi sueño, que ha quedado inacabado, pero, por supuesto, el intento no funciona. El pis, en cambio va muy bien, y termina incluso más pronto que la senda de campo que acabo de recorrer durmiendo. En la terraza, mientras tanto, la lluvia batiente ha anulado la colada que había puesto a secar ayer por la tarde. Estoy de mala leche, el cielo, lívido, me recuerda que ya casi estamos en las antípodas de la primavera. No me queda otro antídoto que volver a dormir. Al menos hoy, eso sí, es domingo.

La pioggia la mattina presto filtra nei sogni che a quell’ora si girano nel mio cranio. E’ come se tutto fosse protetto da  un tetto di paglia, ma quando alzo la testa, sopra di me vedo uno smisurato cielo azzurro chiaro, primaverile, imbevuto di luce del primo pomeriggio, striato di nuvole bianche vuote di pioggia. A perdita d’occhio, tutt’intorno, un campo di grano e, appena più in là, forse, un casolare.  L’aria è pervasa da uno strano tepore quasi aggressivo, ma il rumore persiste, umido. Stupidamente penso che ci dev’essere una tubatura rotta che sgocciola non saprei dove, ma come manca un tetto, così non ci sono pareti, è  oggettivamente ridicolo immaginare tubi sprofondati in quel mare d’azzurro, nascosti in profondità come arterie e non a pelo d’acqua come vene. Queste riflessioni, lo dico a chi mi ascolta mentre dormo, se per caso lo sta facendo, non so dove stanno, sono come didascalie, sottotitoli al sogno che leggo senza bisogno di leggerli, sussistono senza interromperne l’incerto dipanarsi, ora alle prese con qualche crampo di sceneggiatura: ad ogni buon conto, irragionevolmente apparse dal nulla a spiegarmi qualcosa, potrebbero sparire, suppongo, di colpo. Iimprovvisamente ricordo di avere parcheggiato la bici in un fosso al limitare del campo e senza chiedermi perché mi ero allontanato, domanda leggermente inessenziale, decido di andare a recuperarla. Sento come un rumore di pioggia che non promette nulla di buono, forse tuonerà, forse dovrei sbrigarmi a prendere la bici e tornare a casa di corsa. Ma poi tocco il manubrio e sento che quasi scotta e ricordo che il sole è completo e anche che probabilmente manca qualcosa all’appello della memoria. Forse se lo seguissi, il rumore, voglio dire, troverei una risposta interessante: ma come si fa a seguire qualcosa che, come l’aria, è dappertutto? In mancanza d’altro, riporto la bicicletta, una vecchia Graziella da donna che non sapevo di possedere, sul sentiero. Comincio a pedalare e sento con tutto il corpo che quando la primavera inizia a fare il suo corso non c’è nulla di meglio al mondo, che potrei andare avanti per ore: ma la stradina è significativamente più corta, e si esaurirebbe molto prima. Mi dirigo sempre più velocemente, come da decisione estemporanea presa non più tardi di trenta secondi prima, verso il casolare. Forse, mi dico, è lì che si annida il rumore, conferma ne sia il fatto che ,ad ogni metro che macino, si fa più insistente. Quello che a questo punto mi aspetto è aprire la porta e trovare, nel perimetro stesso del casolare, una tempesta in piena regola e forse anche qualche malcapitato che si ripara con l’ombrello. Scendo dalla bici: ma apro gli occhi, al di qua del sogno, ora ricordo che stavo sognando, e mi sveglio. Dico ad alta voce, intenzionato a prendermi per il culo, la frase che a questo punto dicevano in tanti film un po’ ammuffiti. E’ evidente che fuori sta piovendo. Mi scappa la pipì, sarà forse il suggerimento pressante della pioggia. Vado al bagno e, cercando di sfruttare quella patina di irrealtà che riveste i pensieri nei primissimi minuti dopo il risveglio, compongo un paio di scenette da agganciare al mio sogno, che è rimasto incompleto, ma ovviamente la cosa non funziona: la pipì invece va benissimo, e finisce anche prima del sentiero di campagna che ho appena percorso dormendo. In terrazzo, intanto, la pioggia battente ha annullato il bucato che avevo messo ad asciugare ieri pomeriggio. Mi girano le palle, il cielo, livido, mi ricorda che siamo ormai agli antipodi della primavera. Non mi resta altro antidoto che tornare a dormire. Almeno oggi, questo sì, è domenica.

Come probabilmente saprete…

il 21 agosto scorso, Mario Giordano ha lasciato l’incarico di direttore de Il Giornale. Torna ad occuparsi di Studio Aperto,  telegiornale di Italia 1 che aveva già diretto da novembre del 2000 a settembre del 2007, quando aveva assunto le redini dello stesso Giornale. Gli è subentrato Vittorio Feltri, già alla guida del quotidiano di Via Negri tra il 1994 e il 1997, all’indomani dell’addio di Indro Montanelli. La scrivania di direttore responsabile di Libero, lasciata vacante da Feltri, che aveva fondato il quotidiano nove anni orsono, è stata occupata da Maurizio Belpietro, a sua volta ex direttore del Giornale per sette anni (anche lui dal 2000 al 2007). Belpietro lascia il settimanale Panorama, dal 1 settembre sotto le cure di Giorgio Mulé, cioè colui che aveva sostituito proprio Giordano alla testa di Studio Aperto tra il 2007 e il 2009.

Citare Tomasi di Lampedusa sarebbe prevedibile: fatelo da soli. Il caso Boffo ci ha già spiegato tutto quello che c’era da sapere sulle motivazioni di questo vertiginoso turnover di poltrone: ci aspettano mesi di artiglieria pesante.

(e comunque, chiunque riesca ad inviarmi un grafico riassuntivo di tutti questi rimbalzi, riceverà in omaggio dal sottoscritto una birra media in luogo da stabilirsi)

I mozziconi

Me ne stavo lì, seduto al tavolo del pub, cercando di guadagnare qualche minuto attraverso una coscienziosa immersione nell’ambiente circostante, a tutti gli effetti una mera operazione di ripasso, visto che proprio lì, ancora minorenne, mi ero sparato le mie primissime birre di troppo. Tutt’intorno, fiorivano mozziconi di frasi confuse, per esempio il disco nuovo mi ha fatto cagare, non regge assolutamente il crtzjssjsjs, che tagliavano il ritmo dei miei pensieri interlocutori. Avevo optato per una serata di no, guarda alla fine la vacanza in Brasile sobrietà assoluta, e spostando lo sguardo dal ghiaccio che galleggiava nel mio bicchiere vuoto, quasi un campione di iceberg sottovetro przkkzk gol chiaramente in fuorigioco alle birre  che brillavano come un firmamento negli altrui bicchieri, sentivo aspetta che adesso ti spiego una ridicola, ingiustificata  nostalgia, come di ex-alcolista improvvisamente messo alle strette dal richiamo del CAZZO DICI  baratro. Francesca tardava più del dovuto, forse al bagno c’era  passo domani mattina coda, e ormai non sapevo più come temporeggiare. Mi risolvo a ordinare un’altra coca, mi alzo e vado verso il bancone e voglio leccarti la lingua. Mi giro, di fatto chiedo la coca offrendo al barista solo una panoramica della mia nuca, e ved0 una coppia sulle spine, si tengono per mano come se fossero appesi motorino dal meccanico uno all’altro, afferrandosi le dita, gli sguardi bassi a esplorare pavimento, scarpe, orli smangiucchiati di no, no, quello è Giacomo, mica pantaloni. Mi chiedo, e nel frattempo approfitto delle mani libere per pagare, prendere il bicchiere, perché lei abbia sentito il bisogno di dirgli quelle sbilanciatissime, forse squilibrate, parole fra le infinite possibili. In quella, il ritorno di Francesca, che mi vede fuori postazione, mi cerca e mi trova con gli occhi, mi permette di eludere momentaneamente la domanda. Torno al tavolo, la guardo sedersi con deliziosa naturalezza e ripenso all’insondabile differenza che intercorre fra uomini, che invariabilmente vanno al cesso a pisciare e donne che invece, fatta salva qualche ubriaca persa, vanno un attimo al bagno. Custodiranno forse nella borsetta quel certo contegno che a noi manca e che comunque nella tasca dei jeans non ci starebbe? Riprendiamo a parlare e l’orizzonte si sgombra di tutti i mozziconi di frase, la gente intorno torna ad essere un boato indistinto. La coppia è in lontananza, ora senza sonoro, ma bastano gli occhi per vedere che non parlano, che si guardano, che cercano ancora il pavimento. Le pause sembrano dettare il loro ritmo. Mi chiedo, senza informarne Francesca, perché restino intrappolati nel recinto del bar, perché non vadano fuori a cercare una soluzione qualsiasi a quel problema di cui non conosco le premesse. Mi chiedo anche cosa me ne frega, ma intanto continuo ad osservare la loro problematica, precaria immobilità. Quando dopo un po’ due sbadigli consecutivi di Francesca mi avvisano che è ora di andare a casa, loro sono ancora lì, sembrano avere ritrovato qualche parola, anche se poche. Uscendo gli passiamo accanto. Io e Francesca al momento non abbiamo nulla da spiegarci e possiamo concluedere la serata facendo l’amore: ma, solo per questa notte, vorrei cedere loro il privilegio della mia tranquillità.  Ma quei due li conoscevi? mi chiede finalmente quando arriviamo al parcheggio. Io la guardo, sorrido, mi chiedo svogliatamente perché non ho voglia di spiegarle un avvenimento così minimo e poi, con una risatina concludo che no, niente, mi hanno solo tirato un mozzicone fra i piedi. Lei mi guarda e non risponde, aggiusta un sorriso compatibilmente dubbioso e archivia la battuta lasciandola inspiegata. Io continuo a guidare.

Chi cerca trova

L’esegesi di chiavi di ricerca bizzarre è ormai diventata un genere letterario dotato di vita propria, ma siccome non sono su Wikipedia, non mi sento moralmente obbligato a citare una fonte a suffragio. Anzi, vi invito a camminare con le vostre gambe e a fare le vostre verifiche di prima mano: troverete infatti cose meravigliose e non vorrei che il mio peraltro ininfluente ipse dixit vi privasse della gioia personale della scoperta. Molteplici le conclusioni che si possono trarre da una perlustrazione di questo tipo: la prima, e più stringente, è che l’umanità è veramente il variopinto serraglio che si dice in giro (frase di costruzione affascinante e pericolante); la seconda è che una significativa fetta dell’utenza sembra vedere in Gugol la versione 2.0 dell’oracolo di Delfi, a cui rivolgere, nella forma più diretta possibile, col punto interrogativo ben piantato in fondo,  le domande più bislacche dell’universo. Alcune sembrano delle supercazzole, altre affascinano per la disinvoltura con cui riescono a dribblare i più elementari rudimenti di grammatica e morfosintassi, altre ancora lasciano sbigottiti per naïveté o grettezza: ma tutte sembrano quesiti rivolti a un’entità onniscente che tutto puote. Le risposte, in questo veramente oracolari, sono a volte di proibitiva interpretazione. Ne parlavo l’altro giorno al telefono con un amico e lui mi ha fatto argutamente notare che molte delle richieste più assurde finiscono per trovare risposta su quel meravigioso catalizzatore di leggende urbane che è Yahoo! Answers. Cazzo, è vero, ero talmente preso dalla mia metafora mitologica da ignorare questa semplice verità. Ma la questione non si esaurisce qui. Yahoo! Answers ,che gode persino di una voce su quell’altro serraglio che è la Nonciclopedia, sembra essere più una conseguenza che una causa del fenomeno, un sottoinsieme leggermente regolamentato e vagamente autocosciente di quella galassia anarchica e brulicante che è la ricerca di informazioni online, un metodo come un altro per arrivare a destinazione. Ma sento di essere vicinissimo a impelagarmi in dissertazioni sfibranti del genere uovo/gallina, e lascio quindi cadere la questione con studiata noncuranza. Tornando a bomba, l’insuperato maestro della categoria è a mio personale giudizio il blogger interista Settore che con questo post ha ispirato parte delle mie considerazioni e mi ha regalato momenti di ilarità destabilizzante. Dal momento che ho appena scoperto, con mia somma sorpresa, di avere anch’io in saccoccia alcune chiavi di ricerca di madornale bellezza, raggruppabili in alcuni nuclei tematici fondamentali, ve le elenco qui di seguito, dedicandole al mio vate nerazzurro, maestro di stile e di tifo:

Accompagnatrici brasiliana: prima decidi quante ne vuoi, poi fai pure la ricerca. Ok?

Accompagnatrici con commenti: la qualità prima di tutto. E quale miglior metodo per non prendere cantonate se non un franco scambio di opinioni tra utilizzatori finali?

Accompagnatrici con video: ecco, come non detto, forse il video è più imparziale. Che poi certe cose sono così soggettive e vatti e a fidare di uno sconosciuto che magari non sai neanche che perversioni ha…

Accompagnatrici in casa: cioè, fatemi capire: prima vi accompagnano a casa e poi, una volta entrate, proseguono imperterrite nell’esercizio delle loro funzioni? Si tratterà  forse di un disturbo ossessivo-compulsivo?

Attraenti sfumature in un fiore di rosa: chiave di ricerca che si fa apprezzare per la squisita delicatezza. Mi risulta che questo internauta ha trovato subito quello che cercava. Del mio blog, nelle prime pagine di risultati, non c’è traccia. Boh.

Biografia divano: giuro che con questa ci faccio un raccontino delle Microscopiche apparizioni. Ha qualcosa di sottilmente suggestivo. Caro utente, thanx for the inspiration!

Com stai zdivino como stai sorino: vi sembrerà assurdo, ma leggendo questa chiave mi sono chiesto se per caso esiste hip hop in esperanto. Ne sapete qualcosa?

Creare appigli emotivi: non so voi, ma io ho subito pensato a una ragazza in difficoltà che cerca di salvare una relazione complicata. Premio della Critica, in ogni caso.

Dialogo della natura e di un irlandese: ho appena avuto modo di dire che la mia piccola parodia di Leopardi è l’unica ragione per cui gli internauti mi cagano un po’. Non so se ringraziarli. Ai 3 (tre) naviganti che hanno cercato informazioni su questo dialogo a me sconosciuto (forse tratto dalle meno note Operette mortali) volevo chiedere se sono poi riusciti a sapere in che pub si erano dati appuntamento e, soprattutto, chi ha pagato le Guinness.

Dialogo della natura ad un islandese: affascinante variazione sul tema. Per domani, però, ripassa le preposizioni.

 Dialogo di una natura e di un islandese: arrieccoci. Quell’articolo indeterminativo confonde non poco le acque e lascia uno spiraglio aperto agli estimatori del politeismo più sfrenato,  rigoglioso, caotico (tipo personale di ente locale, per capirci).

Divani multiforme: design d’avanguardia.

Educanda grembiule: chiave di ricerca un tantinello inquietante. Sarà motivata da nostalgia dei bei tempi andati o da una qualche perversione sessuale (si pensi all’ossessione nipponica per le uniformi scolastiche)?

En que estados se en cuentra divano: un poco en todas partes, supongo.

È giusto mettere lo specchio sopra il di: la chiave si interrompe così, in modo brusco e innaturale. Supponendo che la parola interrotta sia “divano”, la questione resta aperta: si tratterà di un dubbio ordine etico o estetico?

“Film porno in trattoria”: meglio aspettare che finisca la digestione, dai. Non ce la fai proprio a mangiarti le tue pappardelle al cinghiale senza pensare a quello?

Forchette enormi arte: saranno esposte nel parcheggio della trattoria dove proiettano i pornazzi? Comunque, il primo risultato è un mio post. Non so bene che pensare, anche perché la voce più strettamente attinente arriva subito dopo: una volta tanto, qualcuno che sapeva cosa cercare.

Forchetta superstizione: “se cade una forchetta vuol dire che un uomo verrà a far visita”. Lo assicurano qui. Ma vi prego, guardate quella immediatamente successiva… Chi vuole, invece, può sbizzarrirsi inventando superstizioni riguardanti l’uso della forchette in trattorie che proiettano film per adulti. Wikipedia invece ci dice che “la forchetta incontrò difficoltà non solo in Francia ma anche negli altri paesi e soprattutto nella Chiesa: le superstizioni religiose opposero la più strenua resistenza all’avanzare del progresso e della forchetta. Fu solo nel 1700 che le autorità ecclesiastiche ripresero in esame la dibattuta questione dell’infernale strumento il cui uso era ancora interdetto fra le mura dei conventi.” Non si finisce mai d’imparare, lo dico senza nessuna ironia.

Horrorvagina porno: wow.

Il calendario marziano immaginario: il primo risultato di questa ricerca è il mio racconto La coda bruciata di febbraio. Mi sa, caro utente, che questo calendario non l’ha ancora immaginato nessuno e che quindi toccherà proprio a te farlo. Coraggio. Magari ne viene fuori un bel romanzo di fantascienza. Se stai leggendo queste righe, tienici al corrente degli sviluppi.

Il divano nel sogno: in casa ho uno di quei terrificanti Dizionari dei sogni con il titolo in lettere dorate. Ci ho dato un’occhiata ma non ho trovato nulla di interessante. Comunque dev’essere morbidiiiiissiiiiimo…

Imagenes de marziano pero en verdad: beware of imitations, echeccazzo!

Incresciosi: e poi? Nient’altro? Stronzi? No, se scrivi “incresciosi” non mi sembri il tipo.

Marziano pacs: cazzo, in Italia non siamo ancora arrivati al riconoscimento di quelli fra esseri umani e tu ti preoccupi già per i pacs marziani? Non ti sembra di mettere il carro davanti ai buoi?

Mignotte brasiliane: sicuro che è quello di prima che, insoddisfatto dell’esito della ricerca con la parola “accompagnatrici” ha deciso di parlare come mangia. Però stavolta ha azzeccato la concordanza.

Mosley sei un coglione: siamo sostanzialmente d’accordo, ma io nel mio post non potevo dirlo così, papale papale. Ma tu cosa cercavi, qualcuno che ti desse ragione?

Proporzioni alle medie: erano una preoccupazione assillante. Nello spogliatoio, prima e dopo le ore di ginnastica (che delizia tornare in classe sudati) non si parlava praticamente d’altro. Io però, per timidezza, le proporzioni me le prendevo solo a casa. Da allora è anche cresciuto, come è nell’ordine delle cose.

Scopare una donna anziana video come una: attenzione, siamo di fronte a una richiesta d’aiuto: urge sussidio video illustrativo con spiegazioni dettagliate. E’ per una buona causa. Meritevole di miglior utilizzo l’avveneristica disposizione delle parole.

Traduccion divano: 1. (mobile) sofá

Ite, missa est.

Come stavo dicendo (a volte il silenzio vale più etc. etc.) non aggiorno questo blog da oltre quattro mesi. Sono un po’ spaesato, e infatti traccheggio/cazzeggio/temporeggio nella più pura incertezza sul da farsi. Mi rubo un paio di minuti controllando con falsa urgenza la posta elettronica, ascolto i rumori della strada che spesso arrivano a coprire le delicatissime note di pianoforte di Music for airports che decorano la stanza con innata discrezione: ricordo improvvisamente che è mio dovere svuotare la lavatrice, obbedisco supino a tale imperativo categorico.

La pausa, provo a prendere il toro per etc. etc., è cominciata per ragioni tecniche: per circa un mesetto mi sono ritrovato senza internetto, vittima di una di quelle chiamate con scasso (vi lascio libertà interpretativa) in cui sono specializzati i moderni teleoperatori. Se non fossi stato a casa in malattia, leggermente debilitato da una febbricciola bastarda, probabilmente il raggiro non avrebbe avuto luogo, e la storia una piega diversa bla bla bla.  Ad ogni buon conto, già attorno al 20 di aprile, le giustificazioni logistiche al mio silenzio avevano perso ogni validità, l’embargo internettiano era terminato e una nuova connessione riallacciava l’appartamento, con sommo mio sollievo, alle autostrade telematiche del cazzo.

A questo punto il mio assenteismo, non ancora prolungato, tutto sommato comprensibile, si è gradualmente trasformato in un esercizio di virtuosismo, se oblomoviano o più volgarmente fancazzista, lo lascio al criterio e al buon cuore di chi mi conosce. Pressato da una serie di contingenze e incombenze che avevano tutta la dittatoriale urgenza della vita pratica, mi sono reso conto che il mio problema come blogger consisteva appunto nell’incapacità di creare uno scambio fertile fra lo schermo e l’aldiqua, chiamiamolo così. Non ho mai avuto la segreta ambizione di mettere i cazzacci miei in pubblico, anche se non ho problemi a parlarne, eppure è un dato di fatto che la mia vita quotidiana mi forniva comunque decine di spunti per post che io, per ritrosia o eccessiva autocritica, ignoravo. A titolo d’esempio, come ho accennato un paio di volte, vivo a Barcellona da qualche anno, eppure non ho mai veramente scritto una sola riga al riguardo. La città è straordinariamente amata dagli italiani, nel cui immaginario collettivo rappresenta una mecca del bagordo, va’ a capire poi perché, e di italiani ne è strapiena, al punto che ci si può vivere padronenggiando uno spagnolo molto rudimentale (con buona pace del catalano). Eppure mi sembrava di tirarmela. Quando anche i quotidiani italiani si sono interessati all’esodo tricolore verso la capitale catalana  e i miei tre anni e rotti di permanenza mi avrebbero abbondantemente permesso di scrivere qualunque cosa come persona informata dei fatti, ho finito per tacere. Neppure una parola di fronte al numero crescente di artisti italiani che decidono di passare dal di qua in concerto, ormai sempre più consapevoli di trovare terreno fertile (a proposito, faccio un appello a Elio e le Storie Tese perché vengano a farci visita al più presto). Oppure, esulando un poco dai cazzi nostri tricolori, molto avrei potuto scrivere sulla questione linguistica catalana, altro tema sul quale ho messo insieme una onorevole cognizione di causa e che per i locali rappresenta un’osessione quasi insalubre, ma che per il lettore medio italiano costituisce un bel punto interrogativo. Eppure, nonostante abbia dibattuto il tema alla nausea con catalani, spagnoli, italiani sudamericani and so on,  non mi sono mai azzardato a tracciare una sorta di bilancio per iscritto. Questo perché sono un cagadubbi, né più né meno. Per riuscire a scrivere in qualche modo del mio quotidiano mi sono dovuto inventare una serie di raccontini, le Microscopiche apparizioni, che peraltro mi piacciono moltissimo, ma che in corso di elaborazione, di biografico mantengono veramente poco. La mancanza di un autentico approccio bloggistico, della scioltezza, dell’informalità che caratterizzano questo mezzo, mi ha portato a scrivere cose, racconti a parte, per cui i termini di riferimento sono sostanzialmente diversi, che per quanto buone sono forse fin troppo paludate, persino castigate. Il limite dei miei post, decisamente, è che come lunghezza, struttura e approccio, sembrano invariabilmente degli articoli di giornale, e al tempo stesso non possono esserlo. Anche la scelta di commentare quasi esclusivamente notizie d’attualità italiane, trova la sua ragione nel timore ridicolo di tappezzare di minuzie un altro infinitesimale angolino della rete, come se ciò rappresentasse un pericolo reale per qualcuno. E questo vale per i post che almeno, alla fine della fiera, hanno visto la luce, perché ce ne sono molti altri che a causa dei miei ritmi bradipei, dei miei incalcolabili ripensamenti, della mancanza di quel tempismo che dovrebbe essere la migliore caratteristica di un blog(ger), se ne sono andati affanculo, o alla merda, come direbbero gli spagnoli. Ricollegandomi a quanto detto sopra, avrei potuto scrivere un post simpatico sulla finale di Champions League, visionata su maxischermo da angolazione sbilenca, in una bolgia puzzolente ma cordiale di turisti con la maglietta del Barça appena comprata, immigrati che cercavano la loro personale identificazione con la città e vari catalani che sfanculavano Cristiano Ronaldo ogni qual volta toccasse il pallone. Ma  lo vedete da voi, non l’ho fatto, anche se avevo buttato giù varie righe di promettente malacopia. Il problema dell’inattività è che poi diventa facilmente un’abitudine che si autoalimenta, scoraggiando sul nascere qualsiasi idea. C’è stato un momento in cui mi sono chiesto se non valesse la pena eliminare il blog, che peraltro non saprei nemmeno da che parte cominciare. Ma poi in realtà non c’era ragione per essere così drastici, Internet pullula di pagine e blog lasciati al loro destino, l’abbandono e la trascuratezza trasformano molte case in tombe in un batter d’occhio, e alla fin fine pensavo che alcune delle cose esposte nel mio mausoleo dal font microscopico meritassero una qualche occasionale lettura, la questione era arrivarci. Quando dopo mesi ho avuto il coraggio di accedere al blog e ho dato un’occhiata alle mie modeste statistiche ho potuto constatare che qui la gente ci arriva solo e soltanto per un simpatico equivoco, destino peraltro condiviso da molti altri blogger, a quanto ne so. Il post più cliccato in assoluto dei miei trenta e rotti, è la parodia sequel del Dialogo della Natura e di un islandese: da solo assomma, all’11 d’agosto 2009, 555 contatti, mentre il secondo classificato si ferma più mdestamente a 105, e via declinando. Osservando più attentamente ho notato che il periodo di massima attività del post è coinciso con i mesi di maggio e giugno, quando cioè si accumulano compiti in classe, interrogazioni, rese dei conti, bilanci e quelli dell’ultimo anno vivono nell’incombente terrore, nello sbattimento assurdo di quella enorme messinscena sociale e/o rito di passaggio che è la matura. Nell’ultima settimana non l’ha cercato nessuno, segno che per fortuna sono tutti al mare o perlomeno in bicicletta sui sentieri di campagna, come facevo io. Meglio così, ovviamente. Bravi. Però mi sono chiesto a più riprese se questi studenti alla ricerca di un facile e spendibile commentino, si siano poi soffermati un momento a leggere quelle dieci righe di auliche cazzate che avevo scritto per partecipare a un concorso locale di microracconti che poi non ho vinto. Gli avranno dato almeno un’occhiatina o saranno immediatamente planati altrove dopo essersi resi conto che qui non avrebbero trovato un sussidio scolastico? E fra i pochissimi che, probabilmente per innata vocazione al cazzeggio, l’hanno letto da cima a fondo, ci sarà qualcuno che l’ha apprezzato? Boh. Rimango col dubbio. Però, forse, questo interessamento che so non essere meramente narcisistico è la prova che forse è il caso di riesumare il mio povero divanomarziano dall’oblio in cui lo avevo lasciato scivolare, anche se non so davvero se riuscirò ad invertire la tendenza in atto: sicuramente, immagini continuerò a non metterne, mi piace concentrarmi sulle parole, Nel frattempo, visto che ho imparato la lezione, intitolerò questo lungo mea culpa “Il porto sepolto”, anche se alla fine non ho praticamente sviluppato la metafora del blog abbandonato come porto sepolto che avevo in mente prima di scrivere il pezzo e anche se, considerando il significato che Ungaretti stesso attribuiva al titolo, il paragone non regge pienamente. Anzi, non regge proprio, ma facevo affidamento sulla mia licenza poetica d’uccidere. Agli studenti che, spero, accorreranno qui numerosi, lascio in dono questa piccola analisi testuale, che è uno dei primi risultati che ho trovato effettuando la ricerca, affinché il loro peregrinare non sia invano. Ci vediamo a settembre studenti miei. Con tutti gli altri, spero prima.

(e visto che mi piace strafare, lascio qui di seguito, a mo’ di bonus track non richiesta, due righe alla viva il parroco, svincolate dal contesto, che ho scartato dalla prima redazione perché mi sembravano gratuite, ma che mi permettono con nonchalance di aggiungere ai miei tag un altro poeta pluristudiato: stavolta però niente link. Arrangiatevi almeno un po’)

“…e d’altronde un blog il cui ultimo aggiornamento risale a un anno prima o giù di lì, non ha assolutamente nulla di drammatico: unicamente suggerisce che il curatore si è stancato del giochino e che ha deciso di non tornare più sui suoi passi, lasciandolo lì al suo posto a diventare una cosa vecchia, probabilmente rimpiazzata da un social network. Dubito che un giorno il ‘blog non aggiornato’ possa arrivare a sostituire il ‘cavallo stramazzato’ fra i simboli del male di vivere montaliano…”

¿Sabes? Acabo de perder las llaves en la calle, por eso he tocado el timbre: eso le digo, ahora se lo digo. He llegado a la puerta, rutinaria pesquisa de los bolsillos, y me he dado cuenta, contrariado sólo hasta cierto punto (pero la frase va a quedar oculta para siempre en el capaz doble fondo de mi cabeza) porque habían alzado el vuelo: y no sabiendo, las llaves, volar, deben de habérseme caído. Sí, ya sé que es peligroso perder las llaves así, por la calle, pero créeme, no va a entrar ningún malintencionado. Una llave suelta en la acera es como una respuesta sin preguntar. Y en todo caso, estaba a punto de decirte, no ha sido en aquel momento cuando acepté, muy a mi pesar, el plan de emergencia de tocar el timbre: ante la puerta que seguía cerrada, interrogativa o indiferente, tal vez ambas las cosas, he dado marcha atrás y he ido inspeccionando al revés mis pasos hasta llegar a la puerta de la panadería, escrutando la acera, considerando sus grietas anónimas con la resignación de un quiromántico que se ve obligado a sacar alguna proyección de futuro de un puño cerrado. Se habrán caído cerca de un árbol, uno de esos arbolitos cutres encajados en su cuadradito de tierra oscura, quién sabe. Quién diablos sabrá por qué  los plantan, tienen toda la pinta de malas justificaciones, excusas sin pies ni cabeza, esas breves interrupciones en el cemento no le engañan a nadie. Tú en cambio, tuviste claro enseguida que te estaba tomando el pelo, procurando mientras lo hacía, entender cómo hacerlo, como a la espera de un manual de instrucciones… Te habías enterado de que te traicionaba, ¿verdad? Soy un mentiroso principiante, al fin y al cabo, y la práctica continua no me ha mejorado mucho. Igual no sabía cómo explicártelo, así que elegí el camino de la mentira mal actuada: el mensaje parece haber llegado igualmente. Y ahora podría decirte, o tal vez no, tal vez no te diga nada de todo esto, que perder las llaves ha sido un despiste providencial: así no tendré que devolvértelas por última vez. Y cuando he entrado en casa, con el pan ya frío en la mano , me he sentido como si me asistiera la razón aunque estuviese equivocado. Esa baguette ha sido la última cosa en el mundo que me ha otorgado el derecho a entrar en esta casa. Mañana me voy como corresponde y, no, ya lo tengo claro, no te debo ninguna explicación. Ya son todas superfluas. El pan lo dejo donde siempre, ¿no?

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