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Sali e tabacchi

E dunque, l’altro giorno, ho avuto la nettissima impressione di avere trovato la tabaccheria che cercano tutti quelli che escono un momento a comprare le sigarette per non tornare mai più. Ed io, umanamente, li capisco: fumare di nascosto da più soddisfazione. Era apparsa d’improvviso, come un’associazione di idee imprevista, ed ovviamente non avevo a portata di mano elementi che potessero suffragare l’esattezza della mia folgorante intuizione. Anzi, di primo acchito, il suo aspetto anonimo lasciava all’immaginazione margini di manovra risibili: la consueta T blu, segnale stradale declassato, ad allertare senza strepiti i viandanti, lo sgargiante assortimento di caramelle e gomme per recuperare l’alito visibile alla distanza, gli accendini da poco disposti in buon ordine a anch’essi molto colorati e, su tutto, la sensazione che il negozio, dell’estensione complessiva di un ripostiglio, si fosse ricavato il suo posticino tra la farmacia e l’orefice quasi intrufolandosi in uno spiraglio che l’uno e l’altro stabilimento avevano lasciato inspiegabilmente vacante. Tutto in regola, eppure… scorgevo già, o così mi sembrava, sigarette di marca  ignota, che immaginavo importate nottetempo da porti remoti, il cui nome avrei potuto articolare solo a costo di sforzi considerevoli. Una vertigine sottile mi percorreva tutto. Ma non riuscivo a prendere coraggio, e capivo che la mia esitazione non era giustificabile: non avevo davanti a me la vetrina smisurata di una concessionaria di lusso col suo abbagliante parco vetture. Non c’era niente lì dentro che gli altri passanti potessero considerare meritevole di una sosta devota, e avevo l’impressione non adeguatamente spiegabile che per loro, anche per il nutrito sottoinsieme dei passanti fumatori, quelle sigarette affascinanti non rivestissero il benché minimo interesse. Davo così le spalle alla tabaccheria e alle sue appena intraviste meraviglie, cercando sull’altro lato della strada motivi per giustificare il mio indugio: ma c’erano solo quattro macchine parcheggiate come una brutta natura morta e neanche uno straccio di ragione per fingere di essere il proprietario di una delle quattro. Se proprio avessi dovuto cambiare il disco orario, avrei attraversato la strada e basta: e invece sembravo sul ciglio di un fosso, riluttante a prendere lo slancio per saltare. Decisi allora di entrare col modesto proposito di comprare un pacchetto di Marlboro per poi cambiare idea e dirottarmi senza troppe spiegazioni su una delle marche meno note. Appena sulla soglia, puntuale, il ricordo di quando, sedicenne, andavo a comprare le riviste vietate sperando che l’edicolante si lasciasse ingannare: e immediatamente i troppi Diabolik letti senza interesse in quegli appiccicosi pomeriggi d’estate per un ultimo fatale tentennamento… Quando un paio di minuti dopo mi sono ritrovato fuori dalla tabaccheria con una ricarica telefonica da venti euro e il cuore in gola, ho percepito che forse tutti gli anni trascorsi da allora, per un totale di ventisette, non erano serviti a niente. Mi sono ricomposto, allontanato di dieci o venti passi e ho chiamato Teresa. Le ho detto, nonostante le mie incertezze, di non aspettarmi a cena, di lasciare le cotolette in frigo e di mettere a letto Susanna, che qua ce n’era ancora per molto. Ho chiuso la chiamata con un paio di frasi di circostanza ancora troppo sincere e sono tornato penosamente sui miei passi, in un diluvio di idee contrastanti, non ultima una velleità ridicola di smettere di fumare di punto in bianco, considerando con amarazza che, alla fin fine, le vetrine delle tabaccherie sono una terra di nessuno dove non si sa mai che cacchio mettere.

(Traduzco este cuentito, ya bastante antiguo, con tal de pagar una deuda de inspiración al que siempre me revisa las traducciones, el pinche wey David. Gracias)

Ha llegado una carta para ella, entre otras, claro. Cada día es una diluvio postal que por lo general acaba en la nada. Si realmente todas las personas indicadas en los sobres siguiesen viviendo aquí, este piso sólo sería una sala de espera para el aire libre. Entro y saludo a Nicola, totalmente volcado en la realización de una pasta con atún. Me anuncia seráfico que ha tenido un día de mierda y mientras le invito a detallar más, sin ni siquiera quitarme el abrigo, atravieso el pasillo, dirigiéndome rápidamente hacia la habitación vacía. Entro y dejo el sobre en la mesa, Nicola como un ruido de fondo, una cola en la secretaría, va contando, encima de un montoncito que alterna los preimpresos del banco con cartas escritas a mano con letra deliciosa, procedentes de Alemania. Miro a mi alrededor y noto que su poster de los Cure amenaza seriamente con descolgarse, una de las esquinas cuelga ya en el vacío. Y al final me toca volver el jueves por la mañana concluye Nicola en cuanto vuelvo a la cocina. Echa un poco para mí también, le digo como respuesta, cenamos juntos. Estamos solos: el Mapache esta noche iría al cine con una tía, Carla se queda en Sicilia hasta el domingo y luego, por supuesto está la habitación vacía.  En seis meses que llevo aquí, a ella, la habré visto dos o tres veces, no más. Su ausencia es una compañía agobiante. Ha entrado poco antes que yo, conocida de conocidos, y tras un par de meses sin esforzarse demasiado en dialogar, ha empezado a latitar. Le paga el alquiler al Mapache, transferencia bancaria ordinaria, con un retraso quirúrgico de dos o tres días. Nosotros, mientras tanto, sacamos la pasta de nuestro bolsillo, el Mapache va a la casa del dueño que en negro nos brinda cobijo y salda cuentas. Podríamos echarla, pero no está nunca. El ligero pero persistente retraso en los pagos nos justificaría: y sin embargo cuando aparece, acabamos evitándola. Ya no sabemos qué decirle. Entonces le digo a Nicola, mientras me zampo métódicamente mis espaguetis, anoche soñé con ella. Él asiente. Probablemente compensa de esta manera su prolongada ausencia de la realidad. En el sueño nos proporcionaba explicaciones por fin detalladas y luego, sin temblores, pagaba el alquiler en efectivo. Pero el dinero de mis sueños, no hace falta decirlo, vale tanto como el del Monopoly. El problema es que, por poco que se hable de ella, siempre queda aobrentendida.  Y en efecto Nicola me pregunta: ¿quieres más pimentón? aunque resulte evidente que los dos tenemos la cabeza en otra parte. Sí, sí, contesto, y mientras tanto echo un vistazo superfluo al pasillo.

Orsù dunque, proseguiamo.

Fascia uno

Animal Collective-Merryweather post pavillon (Domino): questo album è stato accolto fin dal momento della sua uscita, o meglio della sua prematura diffusione su Internetto, che di questi tempi è quando comincia per davvero la vita pubblica di un disco, da un coro di lodi incondizionato ed assordante. Credo si intuisca, anche solo dalla semplice constatazione che questa è una playlist, che non è mia intenzione fare il bastiancontrario. Gli ingredienti sono quelli noti, i Beach Boys, le sperimentazioni kraute dei ‘70, la techno (e più in generale l’elettronica tutta) dei ‘90, fusi in una forma pop perfettissima ma non smaccatamente easy, anche se non mancano i ritornelli di immediata memorizzabilità. Su tutto, un senso di euforia chimica che rimanda ad estasi psichedeliche d’altri tempi. Che piaccia o no, per la pura forza delle loro intuizioni musicali e per l’influenza che stanno esercitando su tutto il carrozzone indie, saranno un termine di paragone negli anni a venire.

Camillas, I-Le politiche del prato (Wallace/Tafuzzy/Marinaio Gayo/Dischi di Plastica): disco bello e divertente come i giuochi di infanzia nei pomeriggi di soletutto all’insegna di una vivace attitudine, guarda un po’, ludica, che sarebbe sbrigativo ricondurre ai canoni del rock demenziale. C’è dentro di tutto, perché in fondo le regole è bello riscriverle in corso d’opera, da commoventi (…) cori alpini a filastrocche nonsense con pimpante chitarra similpunk, passando per ballate acustiche un po’ scoglionate e un po’ no, pezzi a cappella e scampoli di cabaret: la porzione più consistente è però  occupata da brani di inebriante freschezza che coi loro quattro quarti al limite del ballabile fanno muovere il piedino senza requie, come l’iniziale Discomacchina,  strumentale mutante a base di sintetizzatori ipnotici e chitarre imbizzarrite o la seguente La canzone del pane, sorta di rilettura carnevalesca dei Notwist epoca Neon golden. Autenticamente contagiosi: speriamo di risentirli presto. 

ES-Kesämaan lapset (Fonal): l’assoluta impenetrabilità del titolo e dei testi, interamente in finlandese, non favorisce l’identificazione di una prima chiave di lettura per meglio inquadrare la musica dell’album: ad ogni buon conto, Kesämaan lapset verrebbe a significare in italiano “Figli dell’estate”. Senza lanciarmi in una non adeguatamente verificabile disquisizione psicogeografica sull’impatto psicologico che le inesauribili ore di luce dell’estate artica possono avere sull’inconscio collettivo di un popolo tutto, mi limito a riconoscere che questa piccola informazione aiuta parecchio a contestualizzare l’ascolto dell’album: i cinque brani e soprattutto la title-track, che coi suoi ventuno e passa minuti occupa da sola metà della durata complessiva, esibiscono infatti un suono luminoso, etereo e rarefatto, che coniuga in una sintesi altamente evocativa folk, ambient e minimalismo. Predominano dunque i toni elegiaci che trovano la loro espressione più alta nelle celestiali volute ambient che chiudono la già citata title-track, ma non mancano variazioni di tono, come nel caso della breve seconda traccia, dove caotici ghirigori di tastiere minimaliste, di gusto paradossalmente infantile,  fanno da sfondo all’alato salmodiare delle voci. Stupenda poi la traccia conclusiva, dove ulteriori ghirigori e poche sapienti note di piano decorano un drone insistente, mentre le voci si lanciano in un coro spontaneo  in cui predominano i falsetti. Poi tutto finisce, quasi all’improvviso, ma l’autunno continua ad apparire lontano.

Infinite Body-CMBCMEINAPTD LP (Teardrops): album ieratico, lancinante e ostico come l’incomprensibile titolo che porta, questo CMBecc. ecc., si situa all’incrocio fra harsh noise, ambient e drone, coniando una sintesi affascinante e personalissima che nulla concede a un ascolto distratto, ma che sa arrivare in profondità con una sottigliezza insolita per questi ambiti, spesso popolati da massimalisti sonori della domenica: merito forse degli impercettibili ma continui slittamenti che percorrono come un tremito le iterazioni ipnotiche da cui prendono le mosse le composizioni, conferendo all’insieme sfumature cangianti e una propizia varietà di fondo. Persistente la sensazione, che a questi livelli di intensità avevo sperimentato solo col classico “Times of Grace” dei Neurosis, di trovarsi al cospetto di un mistero ineffabile che può sopravvivere ad infiniti ascolti senza essere profanato.   

Lightning Bolt-Earthly delights (Load): se posso dire la verità, temevo che ce li fossimo giocati. Il silenzio dopo Hypermagic Mountain, anno di grazia 2005, si stava facendo pesante, ancor prima che lungo, e mi aveva fatto sospettare una crisi creativa che neanche i concerti, sempre assurdi, deflagranti e perfetti, alla lunga avrebbero potuto occultare. Gridiamolo pure forte e chiaro, tutte cazzate da fan apprensivo: Earthly delights, benché non presenti nessuna evidente svolta stilistica è un album che non mostra affatto la corda e che anzi cresce con gli ascolti, inserendosi perfettamente nel solco di uno stile tanto unico quanto consolidato, ma evitando in scioltezza il pericolo del manierismo. Chi conosce già il duo di Providence sa già cosa aspettarsi, un noise rock per sezione ritmica che si abbevera senza pudore alle fonti dell’hard rock più virtuoso e che mentre accumula decibel su decibel riesce nella considerabile impresa di suonare epico e cartoonistico al tempo stesso. Ma qua e là ci sono anche belle variazioni sul tema, come ad esempio l’incedere quasi stoner della prima parte di Colossus, il feeling country di Funny farm, col suo pseudo banjo che si avvita in acrobazie ubriacanti e l’intermezzo, insieme sognante e burlesco di Rain on lake I’m swimming in. Ma a fugare eventuali dubbi residui c’è soprattutto la sigla di chiusura Transmissionary, mastodontica tensostruttura sonora costruita a partire da una di quelle scale arabeggianti che a volte hanno fatto capolino nella loro produzione, che si dipana circolare e inarrestabile per dodici minuti, che immagino infinitamente dilatabili e jammabili in sede live. Bentornati.  

Mountains-Choral (Thrill Jockey): la musica di Choral vive soprattutto dell’incessante dialettica tra cristalline melodie di chitarra acustica (che potremmo idealmente definire l’elemento solido del Mountains sound) e fatate rarefazioni ambient (la parte gassosa). L’episodio più nitidamente illustrativo di quanto appena detto potrebbe essere Telescope, a mio parere vetta inarrivabile dell’album, in cui la chitarra parte decisa e seducente per poi naufragare in una marea di droni estatici che si dissolve nel finale.  In altri episodi (Add infinity, la conclusiva Sheets two) droni e chitarra si assecondano a vicenda dipingendo sconfinati paesaggi di quiete ai quali viene quasi spontaneo abbandonarsi. E mentre in Map table la sei corde è protagonista quasi assoluta con il suo dettato folk limpido e ispirato, in due lunghe tracce come l’iniziale title track e Melodica, si fa discretamente da parte per limitarsi a preziose rifiniture, avvicendata nel secondo caso da un delicato tappeto percussivo di scampanellii. Resta da spendere qualche parola sulla qualità delle textures più puramente ambient, che in un panorama dove l’omologazione è altissima, godono di una certa riconoscibilità, grazie a un attento lavoro sui timbri. Un album meraviglioso.

Nathan Fake-Hard islands (Border Community): dopo lo splendido esordio del 2006, quel Drowning in a sea of love che portava il lirismo dei Boards of Canada ai margini del dancefloor era forse lecito aspettarsi dal giovane Fake una prosecuzione di quel discorso nel senso di una ulteriore rarefazione e ambientalizzazione, se mi passate il neologismo, del suono. Hard Islands, con la sua attenzione maniacale per il beat e i suoi ritmi sempre pulsanti, suona come un gigantesco vaffanculo a un destino forse glorioso ma troppo prevedibile. Mette subito le cose in chiaro l’opener The turtle, inarrestabile carroarmato ritmico che fra continui cambi di passo si mantiene comunque martellante. L’influenza Boards of Canada è relegata al breve intermezzo The curfew, quarta traccia in programma, e significativamente l’unica priva di ritmica. Per il resto, il beat imperversa, stratificato e curatissimo, come in Castle Rising che lambisce con eleganza territori cari ai Daft Punk e al tempo stesso sa essere assolutamente personale. Ma, intendiamoci, la melodia benché subordinata alle esigenze della cassa dritta è sempre presente, a volte sottotraccia, a volte epica e avvolgente come in Basic mountain, altre ancora sinuosa e astratta come nella conclusiva Fentiger. E il risultato finale, benché distantissimo dalle placide distese dell’ambient, si mantiene altamente emozionale ed emozionante.  

Richard Youngs-Beyond the valley of ultrahits (Sonic Oyster): uomo di multiforme ingegno e sterminata discografia, Youngs esplora da circa vent’anni i meandri di un’ispirazione apparentemente inesauribile che lo ha portato a muoversi fra folk britannico, minimalismo, avanguardia ed elettronica senza drastiche soluzioni di continuità, come se si trattasse di punti diversi di uno stesso spettro sonoro. Beyond the valley of ultrahits, assurdamente uscito in sole duecento copie in cd-r, applica a una materia squisitamente pop quell’afflato spirituale da sciamano ingenuo (per citare il titolo di uno dei suoi dischi più noti) che è forse il vero basso continuo della sua produzione, il minimo comun denominatore di tante peregrinazioni stilistiche. I riferimenti sonori spaziano da Robert Wyatt (anche per l’approccio vocale) alla synth-wave più raffinata della decade ottanta, gli arrangiamenti sono parchi eppure efficacissimi, le canzoni, dieci in tutto per appena mezz’oretta di musica, perfette nella loro semplicità. La palma di migliore del lotto spetta al mio parere alla conclusiva, sofferta, Sun points at the world, in cui l’incedere faticoso della batteria è intralciato da uno costante sfrigolio di elettronica povera , ma è evidente che siamo di fronte al classico disco in cui ogni canzone ha il potenziale per fare innamorare perdutamente di sé almeno un ascoltatore. 

 Un Quarto Morto-Il dono della sintesi (Lost Cause/Shove/Unnamed et al.): discography-cd che raccoglie tutte le produzioni pubblicate dalla band marchigiana nel corso dei primi tre anni di attività, per un totale di ventiquattro tracce, Il dono della sintesi è una bomba di fastcore sparatissimo, in cui la velocità è il sintomo evidente di una viscerale urgenza espressiva. I brani pur nella frenetica brevità che li caratteriza dimostrano di avere una propria sintassi che si articola soprattutto attraverso un uso magistrale degli stop-n-go e delle accelerazioni (si veda il micidiale incipit di L’epoca della prostituzione): ed anche se in molti casi si arriva al traguardo in meno di sessanta secondi non ci troviamo mai di fronte alle sfuriate gratuite che, in ambiti limitrofi, caratterizzano ormai tanti-troppi gruppi powerviolence specializzati in pezzi più brevi di una gara di Usain Bolt. I testi, in lingua madre e spesso dai titoli ermetici non sono di facilissima decifrazione, ma conferiscono all’insieme un tocco cerebrale che contrasta piacevolmente con la fisicità assoluta della musica. Genuini e onesti nella loro proposta, gli Un Quarto Morto hanno finora dimostrato di saper raccogliere l’eredità del miglior HC italiano degli ottanta senza riproporne in maniera calligrafica il suono: la speranza è che non rallentino tanto presto. 

Wet Hair-Dream (Not Not Fun): duo dell’Iowa qui all’esordio sulla lunga distanza, i Wet Hair riescono ad espiare il peccato originale di un nome straordinariamente cretino con un sound coinvolgente che il titolo dell’album, al contrario molto sobrio, sa spiegare alla perfezione. In formazione c’è un ex-Raccoo-oo-oon, dato che da solo dice molto sia sulle atmosfere allucinate dell’album che sull’incapacità, forse congenita, di andarsi a scovare una denominazione almeno decente. La musica, più lisergica e meno tribale rispetto a quella dei  Raccoo-oo-oon, consiste di lunghe esplorazioni per tastiere, sintetizzatori e batteria (o drum machine) che pescano a piene mani in un bacino di influenze che comprende Suicide, Silver Apples e tutta la scena kraut ma che, pur mantenendo un piacevole feeling settantiano, dimostra di essere al corrente di tutto ciò che è accaduto nell’underground americano più freaky negli appena conclusi anni zero (Ordinary Lives ricorda le sfuocate visioni hawaiane dei Ducktails). Più liquidi e rilassati i pezzi dove il contraltare ritmico è affidato alla drum machine, più mossi e concitati quelli per batteria, ma identica la sensazione di straniamento finale. A coronare il tutto, una voce invasata e megafonata, sovente incomprensibile, che si spande a macchia d’olio sui tappeti strumentali aggiungendo una ulteriore nota di deliquio. Il secondo album, Glass fountain, già uscito ancora sotto le insegne della Not Not Fun, non mi è purtroppo sembrato in grado di mantenere i livelli di questa prima prova: in ogni caso,  un gruppo da seguire con attenzione.

Dovendo scegliere uno e uno solo fra i dischi qui commentati, probabilmente opterei per l’album dei Mountains, se non altro perché per circa due mesi è stata l’ultima cosa che ho sentito prima di addormentarmi. Per il 2009 è davvero tutto.

Nella prima stesura di questo post avevo scritto un lunghissimissimo preambolo, forse interessante o forse invece una palla mortale, sul mio complicato rapporto personale con le playlist di fine anno, quella sorta di curiosa malattia professionale che affligge tutti gli appassionati di musica underground. Poi ho deciso di tagliarlo e concentrarmi sui commenti dei dischi, che alla fine importano più di tutti i vari mi mo ma  del caso. Forse un giorno ve lo rifilerò comunque sotto mentite spoglie. Nel frattempo, eccovi un paio di indicazioni di lettura alla rinfusa. I titoli indicati sono venti, e forse sono anche troppi, ma d’altro canto dovendo scegliere, i vestiti li prendo sempre di una taglia in più. Non ho discriminato nessun formato, trattando alla pari album, mini, cassette, demo, sette pollici e chi più ne ha più ne metta: di questi tempi, la distinzione tra uscite ufficiali e non è ormai completamente sfumata. Il totale di questi materiali sonori ammonta a circa 260 titoli. Nell’impossibilità di stabilire una scala Richter delle emozioni che la musica mi provoca, non ho stilato una classifica, ma mi sono limitato a suddividere i prescelti in una prima e seconda fascia, come i sorteggi di Cempions Lig: in questo post trovate la seconda fascia, mentre a breve posterò anche le teste di serie. Ho notato con mio sommo stupore che, su cinque nomi italiani presenti, tre (Gerda, Camillas, Un Quarto Morto) sono marchigiani: metto subito le mani avanti dicendo che non si tratta di campanilismo (io sono romagnolo). Qualche album potenzialmente interessante non sono riuscito a procurarmelo. Allego a ciascuno dei titoli un rapido commento. L’ordine di apparizione è alfabetico. Domani potrei avere cambiato idea su un paio dei dischi inclusi. Buona lettura.

Fascia due

Abe Vigoda-Reviver (PPM): EP che segue di qualche mese l’eccezionale Skeleton, e che ne abbandona coraggiosamente le contagiose movenze tropical punk in favore di un mood più dark e di stratificazioni chitarristiche dissonanti a un passo dal noise. La sezione ritmica, quando presente, resta tarantolata, ma con un piglio meno immediato, meno fisico. Il tutto suona ancora miracolosamente catchy.

Elio e le Storie Tese-Gattini, selezione orchestrale di classici nostri belli (Hukapan/Sony): qui, lo ammetto, prevale l’amore viscerale del fan di lunga data. Le riletture orchestrali di brani pop e rock mi sono sempre sembrate un’operazione concettualmente debole e al limite della raschiatura del barile. Gli Elii, che sono gente di un certo livello, escono indenni dal processo di (moderata) riverniciatura sinfonica e disseminano la raccolta di piccole e intelligenti variazioni sul tema  che ammiccano sapientemente al loro vasto plotone di fedelissimi. Frizzante l’unico inedito, Storia di un bellimbusto, scoperto omaggio a Cochi e Renato.

Emeralds-What happened (No Fun Production): strapiacciono alla comunità blogghettara, vengono talora schifati da recensori che gli rimproverano di non essere nulla più che una rilettura in salsa drone della musica cosmica tedesca dei settanta. A me piacciono. Nella loro febbrile produzione 2009 (secondo Discogs ben sei pubblicazioni) What Happened, uscito a  gennaio,  e composto da cinque improvvisazioni, si fa preferire per forza evocativa ed ariosità di manovra alle release successive, alcune delle quali strutturalmente minori e benché assai gradevoli, troppo influenzate dal nume tutelare dei Tangerine Dream. Forse derivativi ma comunque capaci di ottime cose.

Fuck Buttons-Tarot sport (ATP): un caso complicato: a un primo ascolto mi era sembrato una riproduzione riuscita, ed anche un tantino furbetta, delle atmosfere del gettonatissimo esordio. Successivamente mi sono reso conto che era completamente sparito l’elemento harsh-noise e con esso la voce berciante e ultradistorta che tanto li aveva caratterizzati, a fronte di un’enfasi assai più marcata sull’elemento ritmico. L’anello di congiunzione sta tutto nelle melodie, in perfettissima continuità con i loro brevi trascorsi ed altrettanto efficaci. Ormai in allontanamento anche dalla galassia drone, diventa piacevolmente complicato definirli. Un ottimo esempio di evoluzione nella continuità, anche se Street Horssing resta irraggiungibile.

Gerda-Untitled (Wallace/Shove/Fucking Clinica): innanzitutto, un mastodontico mea culpa per avere finora  ignorato/sottovalutato questa band che è probabilmente uno dei valori più solidi della musica estrema italiana. Con questa terza prova senza titolo i Gerda elaborano mezz’ora di purissima catastrofe emotiva e sonora, raccogliendo senza timori reverenziali il testimone noisecore degli indimenticati Breach per poi dilatare e deformare le maglie del suono e andare a colpire i nervi scoperti dell’ascoltatore con obliqua intelligenza compositiva. Le urla strozzate del vocalist, semisepolte sotto i movimenti irregolari delle masse sonore, lasciano inizialmente perplessi, ma si rivelano poi angosciosamente efficaci. Coraggiosi e stoicamente dediti alla loro missione di cantori del dolore.

Joe K-Plan, The-Rigan Asesino, OLibia Vencerá (Aloud Music): il math rock naviga già da qualche annetto in acque torbide, in pericolosa prossimità con le secche del manierismo. Epperò che bello sapere che ci sono gruppi così, che senza cambiare troppo le carte in tavola, riescono a restituire a un suono il suo significato primigenio e autentico. Adrenalinici e cerebrali in ugual misura, questi due madrileni capaci di rinverdire i fasti dei primi Hella, hanno il grande merito di riuscire a strutturare composizioni organiche e persino memorizzabili, con una varietà di soluzioni che fa trascorrere i quasi 54 minuti dell’ascolto con rapidità impensata. E poi, dal vivo, spaccano come pochi, cazzo.

Mariposa-omonimo (Trovarobato): gli inventori della musica componibile tornano a quattro anni dall’impegnativo doppio Pròffiti now!  con un album, forse fisiologicamente, più coeso ed immediato, ma fedele alle premesse di libertà espressiva che da sempre animano il loro sound. Undici canzoni diversamente pop dai testi deliziosamente surreali in cui discretamente coesistono stili ed arrangiamenti che pochi altri saprebbero assemblare con altrettanta spontaneità e naturalezza. Forse, adesso che i modelli sono ancor meno identificabili che in passato, arrivo a riconoscere in loro un’ideale sintesi tra Jannacci e gli Stormy Six. Sudoku, malinconica ballata segnata dal dialogo tra un insistito ricamo di chitarra e puntuali aperture orchestrali, si candida da subito a piccolo classico underground.

Om-God is good (Drag City): Al Cisneros, qui coadiuvato dal nuovo e mobilissimo batterista Emil Amos (Grails, Holy Sons) porta sempre più a oriente il doom per sezione ritmica che costituisce il marchio di fabbrica degli Om: dovrebbe essere ormai imminente l’arrivo sulle sacre sponde del Gange. Le atmosfere non sono radicalmente diverse da quelle dell’acclamato predecessore Pilgrimage, ma è da subito evidente lo snellimento di un sound che con l’universo heavy mantiene una parentela ormai solo concettuale. L’assolo di flauto che chiude Meditation is the practice of death potrebbe esserne una splendida riprova. In costante evoluzione.

Psychedelic Horseshit-Shitgaze anthems (Woodsist): irascibili, cazzoni e polemici come pochi, ma anche notevolmente ironici, i Merda di cavallo psichedelica dedicano questo EP alla pseudoscena che loro stessi contribuirono ad etichettare. Sono sei canzonacce di lo-fi marcissimo e sgangherato che sarebbe difficile immaginare nelle mani di musicisti più sobri e sensati, ma che ad ascoltarle bene, porca puttana, si rivelano strapiene oltre che di quella prevedibile tracotanza rock’n’ roll che amo et odio a giorni alterni, di idee che non ti aspetteresti: c’è una simil-ballad acustica, un roccaccio tiratissimo che svacca in un finale dub, tastierine suonate con un dito e mezzo che danno ai pezzi quel tocco melodico inaspettatamente perfetto. E poi, varie altre cianfrusaglie, ed ammenicoli assortiti.  Meritano attenzione.

Sleeping States-In the gardens of the north (Bella Union): prima di tutto c’è la voce, a volte sommessa ma limpidissima, toccante: le canzoni arrivano dopo e non è sempre facile inquadrarle, ma sono tanto tanto belle. Un buon numero pop come The Cartographer, piazzato a fine raccolta, potrebbe far pensare ai soliti Smiths, ma forse neppure troppo; la quasi title-track Gardens of the south è un languidissimo ballatone soulful per voce, cori (uuuuh-uuuuh) e batteria; Red King ha un bel piglio indie e un passo abbastanza spedito; l’iniziale Rings of Saturn cresce fatata e gentile intorno a un bassone che non sfigurerebbe in un pezzo dei Pixies, si impenna improvvisamente e poi si fa di nuovo quieta, in un fiorire di rumorini di disturbo; Showers in summer tenta invece più volte la carta del crescendo e nel frattempo accumula tensione drammatica fino a liberarsi con slancio emozionante. Mi fermo qui. Nel lotto vanno incluse anche ombre post rock, umori di folk britannico d’antan, suggestioni arrangiamenti d’archi e fiati. Il bello è che alla fine tutto risulta gradevolmente coeso ed unitario, oltre che quasi sempre coinvolgente.

(continua…)

Avevo già scritto alcuni mesi fa un post a proposito dello spinoso tema dell’aggressione ai potenti (il cuore e l’inconscio mi suggerivano di scrivere tiranni e anche se poi mi sono affrettato a riguadagnare un contegno signorile, mi piace rendervi partecipi dei più segreti moti del mio animo). Lì, discettando di Bush e di calzature, esprimevo un parere generale che ritengo perfettamente valido anche per l’aggressione a Berlusconi che da domenica sera sta sovraccaricando i neuroni e surriscaldando le coscienze di tutti noi (e c’è anche chi avanza già ipotesi cospirazioniste): chi avrà la bontà di farlo può andare a rileggersi quel post. Per il resto, i due casi sono così diversi per scenario geopolitico, esiti e motivazioni dell’aggressore, da risultare difficilmente paragonabili. Abbandoniamo quindi l’Iraq per dedicarci al Duomo di Milano.

Un punto di partenza per la riflessione: Tartaglia è uno psicolabile. Ce lo ripetono da quattro giorni, lo ha ammesso anche il padre, dignitoso e misurato nel difendere il figlio ammettendone apertamente i problemi. Involontariamente pirandelliano  nella sua immediata resa alle forze dell’ordine (“Non sono io. Io non sono nessuno”), Tartaglia non è credibile nei panni di carnefice né tantomeno in quelli di eroe. Ferma restando la rilevanza penale del suo gesto,  sono più propenso a considerarlo una vittima: non di Berlusconi e/o del berlusconismo, non di eventuali cattivi maestri dell’opposizione, ma più semplicemente dei suoi stessi problemi psichiatrici che sarebbe meglio non banalizzare né sottovalutare. Basterebbe questo a minimizzare le implicazioni della vicenda, eppure il dibattito che ne è seguito, dentro e fuori dalla politica è stato immediatamente scomposto:  ma di questo, il povero Tartaglia non può avere colpe. Business as usual, le cose hanno preso questo andazzo franante ben prima del suo sfortunato quarto d’ora di celebrità. Su Facebook si è visto, e voi potreste dirmi che bel cazzo di novità, tutto e il contrario di tutto, all’insegna di quel limbo di indeterminatezza fra serio e faceto che è il difetto patologico di miliardi di iniziative analoghe che popolano (infestano?) il social network : ma su tutto, soprattutto, il volto insanguinato del Pres. del Cons. in perenne ostensione, adeguatamente strumentalizzato a suffragio delle tesi più disparate. Son cose brutte, e mentre lo scrivo penso soprattutto a chi ha inneggiato scompostamente a Tartaglia. Su queste modeste colonne non ho perso occasione per definirmi fieramente antiberlusconiano, ma mi rifiuto di elevare quelle immagini a simbolo di una rivincita morale o di una vittoria politica o a stendardo da issare contro un re improvvisamente nudo (non ce l’eravamo cavata a meraviglia, neanche due settimane fa, con le bandiere viola?). Al tempo stesso, alla maggioranza di governo che rilancia con forza l’immagine di un Berlusconi prontamente santificato in quanto, almeno in questo caso e almeno un po’, martire, si potrebbe comunque rispondere che le obiezioni squisitamente politiche al suo operato rimangono tutte in piedi, perché preesistono al gesto di Tartaglia e al clima avvelenato evocato a più riprese. Lasciamo quindi metaforicamente i cioccolatini d’ordinanza sul comodino del degente, che è pur sempre un uomo di più di settant’anni che si è preso una tranvata non da poco, ma non allarghiamoci, perché Berlusconi dopo tutto insulta da anni i suoi detrattori senza andare troppo per il sottile. Esprimere solidarietà a uno che ti dà letteralmente del coglione solo perché non hai la minima intenzione di votarlo è un protocollo forse doveroso in queste particolari circostanze ma ingrato come fare gli auguri di Natale a un parente che non si può soffrire. Anche per questo motivo, Cicchitto e gli altri yes men del Cavaliere farebbero meglio a pensarci due volte prima di brandire come una clava lo scivoloso concetto di mandanti morali e utilizzarlo contro Di Pietro (brava persona ma purtroppo pessimo oratore) e una assolutamente incolpevole Rosy Bindi: perché se da un lato è contestabile dire che Berlusconi se l’è cercata o che se lo meritava (altri sono i castighi che auspichiamo, tutti a norma di legge), dall’altra è evidente che la retorica berlusconiana non ha mai avuto toni, come dire, concilianti. Anzi, il discorso tenuto in Parlamento dello stesso Cicchitto martedì mattina contro Marco Travaglio, Santoro, Repubblica eccetera, ricordava da vicino il tristemente famoso editto bulgaro del 2002. Gli esponenti della fu Forza Italia mi sembrano fisiologicamente incapaci di un cambio di passo retorico rispetto al loro leader e nemmeno credo che interessi loro abbassare il livello dello scontro, come da ripetuto invito del capo dello Stato. Anzi i continui richiami a una supposta -participio- campagna dell’odio, sono proclami berlusconiani della più bell’acqua, che cercano di trarre una legittimazione forte dal fatto che il capo stesso si trovi momentaneamente fuori combattimento, e puntano allo stesso obiettivo di sempre: la criminalizzazione del dissenso in quanto tale. Temo, ma mi auguro di essere smentito dai fatti, che d’ora in poi lo spauracchio dell’aggressione di Tartaglia sarà agitato ogni qual volta si cerchi di entrare nel merito delle responsabilità politiche e penali del premier, e che d’ora in poi ogni critica ragionevole diventi, a prescindere, tutta campagna. Di fronte a questi scenari, consiglio di rifugiarci un pochino nell’ironia.

Uno dei dati più significativi riguardo al No-Berlusconi Day della scorsa settimana e al quale in Italia si è teso, forse comprensibilmente, a dare solo un’importanza accessoria è il numero di manifestazioni gemellate che un po’ ovunque hanno accompagnato la mobilitazione romana. Non è la prima volta: anche soltanto un paio di mesi fa, la manifestazione in favore della libertà di stampa ha avuto vari “fratellini” in giro per l’Europa. Ma questa volta i numeri impressionano: lasciando da parte Roma e l’intramontabile e sfibrante balletto di cifre tra questura e organizzatori che accompagna ogni moto popolare dove non sia possibile contare i presenti a occhio nudo, i giornali (qui a titolo d’esempio, ecco il Corriere) riferiscono di 45 manifestazioni in tutto il mondo, anche in luoghi tutto sommato esotici (Istambul?). Ecco, come italiano all’estero, mi piacerebbe partire da questo dato per imbastire una riflessione più compiuta sul significato politico dell’evento: premetto di poter fornire solo considerazioni fortemente personalizzate e di poter parlare con la dovuta cognizione di causa di una sola delle innumerevoli comunità italiane nel mondo, quella di Barcellona, città dove sono spiaggiato ormai quattro anni fa e dove conto di rimanere per almeno altrettanto tempo.

Al No-Berlusconi Day della capitale catalana, secondo quanto riportano gli organizzatori, i ragazzi dell’associazione AltraItalia, si sono registrate circa 1250 presenze in quattro ore (dalle 16 alle 20). Circa 750 persone hanno firmato l’appello che Roberto Saviano ha lanciato su Repubblica.it contro il DDL del processo breve che ha seguito la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale. Questi dati li ho ottenuti come semplice iscritto alla mailinglist di AltraItalia. Il diluvio di mail che ho ricevuto prima del 5 dicembre mi sembra la conferma migliore di quel carattere spontaneo e rigorosamente dal basso che l’autodefinitosi Popolo Viola ha orgogliosamente rivendicato come tratto identitario. Posso confermare che, almeno nel caso di Barcellona, non si è trattato di commovente retorica. Tendo a credere che sia stato così anche nelle altre città europee, con numeri adeguati alle dimensioni delle rispettive comunità italiane (come ho già avuto modo di dire, qui siamo un fottio, ed oltretutto in costante aumento).

Ma mi rendo conto di aver parlato fin qui alla solita platea di convertiti, senza peraltro approfondire troppo i termini della questione. Aldilà dello sbattimento organizzativo rigorosamente DIY, della fitta dialettica via mail allo scopo di reperire un generatore di corrente o un proiettore, ha davvero senso organizzare una manifestazione come questa lontano dal centro nevralgico delle cose italiche, la penisola italiana? La prenderò alla lontana. Gli antiberlusconiani all’estero sono chiamati ad una costante pratica di igiene intellettuale per non incorrere nel rischio di deformare una realtà lontana: continuare ad informarsi, a partecipare, anche se da una posizione un po’ più defilata, alla vita del paese, parlare con chi è rimasto. Due sono i rischi da prevenire: da una parte la demonizzazione a prescindere del personaggio Berlusconi (la rockstar Berlusconi) e dall’altra l’autocompiacimento romantico di sentirsi una sorta di esiliato politico, quando in realtà nessuno ci ha obbligato ad andarcene (io ad esempio, anche se la situazione odierna non mi stimola a farlo,  ho maturato definitivamente la scelta di non tornare durante il governo Prodi). La distanza non è comunque una scusa sufficiente per passare la palla: viviamo in una Europa progressivamente sempre più interconnessa e all’estero la gente è interessata ai destini del nostro paese, vorrebbe sapere, anche solo per mera curiosità, cosa sta succedendo da noi, anche perché Berlusconi non perde occasione di coprirsi di ridicolo o prodigarsi in affermazioni imbarazzanti (si veda la recentissima sparata di Bonn, al convegno dei Popolari Europei). Gli antiberlusconiani all’estero dovrebbero contribuire a raccontare e spiegare la realtà di un paese che se pure non è oppresso da una dittatura in senso classico (quanto sarebbe  radical chic poterlo gridare a pieni polmoni!) vive da quindici anni sotto l’embargo di un conflitto di interessi che ne distorce irrimediabilmente la vita politica. Anche chi per indole non si è mai dedicato alla politica attiva (io per esempio non l’ho mai fatto, anche se sto seriamente meditando cambiare registro) avrebbe il dovere di fare informazione, almeno al livello capillare delle sue frequentazioni abituali. Nel corso di quattro anni mi sono ritrovato in moltissime circostanze a parlare con spagnoli, catalani, sudamericani e chi più ne ha più ne metta, dell’anomalia italiana: questo è veramente il minimo che possiamo fare. Partecipare a una manifestazione come questa può essere una occasione preziosa per strutturare un dissenso che, almeno qui a Barcellona, è patrimonio comune di moltissimi italiani. E dire che anche solo un anno e mezzo fa, ero profondamente scettico rispetto all’opportunità di organizzare un No-Cav Day in Italia: ma nel frattempo sono successe molte cose, la situazione se possibile si è ulteriormente radicalizzata.  Il caso Boffo, il Naomigate, Mignottopoli, il Lodo Alfano (non vi sto a linkare tutto), mi hanno convinto a rivedere le mie vecchie posizioni. Certo bisogna tenere in conto le critiche, anche quelle pelose, di chi accusa il popolo viola di non essere propositivo, di manifestare soltanto contro, di limitarsi alla pars destruens: è importante cercare di non cadere nel gioco a ribasso della personificazione ad oltranza sul quale Berlusconi ha costruito buona parte delle sue fortune politiche. Dovremmo ricordare a noi stessi, continuamente, che non siamo contro Berlusconi peché non ci piace il suo indiscutibile ascendente sulle masse, ma perché siamo invece a favore di tutta una serie di valori dei quali lui, tramite le parole e l’azione, fa incessantemente strame: la legalità, il pluralismo, la libertà d’espressione e pure il rispetto per le idee degli avversari che dovrebbe essere sotteso ad ogni democrazia in salute, valori che in questo momento non trovano molti interpreti all’altezza tra le file dell’opposizione. Certo, esiste il rischio, che si è parzialmente concretizzato anche nella pur tranquilla manifestazione barcellonese, di diluire le idee nel numero per poi concretizzarle in slogan comodi, accattivanti, ma che in fin dei conti poco spiegano, poco propongono. Eppure, mentre mi trovavo a chiacchierare con altri connazionali appena conosciuti, mentre ci scambiavamo idee, impressioni, informazioni, davanti alla proiezione delle imbarazzanti performance di Silvio all’estero, sentivo che stavamo andando nella direzione giusta, che si stava costruendo e/o fortificando una coscienza comune. Poi ovviamente, sapevo da prima che una volta tornato a casa, non avrei trovato su Internet la freschissima notizia delle dimissioni di Berlusconi: ma tutto sommato importa relativamente perché, manifestando contro Berlusconi, ho potuto difendere idee che mi stanno a cuore e che, indubbiamente, continueranno ad animare le mie azioni anche quando Berlusconi non occuperà più il palcoscenico politico con la sua ingombrantissima presenza e indipendentemente da dove mi trovi in futuro. Il resto è fuffa (improvvisa chiusa sloganistica).

Come un calzino

A) “E tra pochi minuti la Terra sarà distrutta, come ho già distrutto il pianeta Atenaip, dove gli abitanti, quando parlano, intendono il contrario di quello che dicono!”

Omino al bar: “Sei bellissima!”

Voce fuori campo: “E tu sei proprio gentile!”

B) “Se c’è una persona che per indole, sensibilità, mentalità, formazione, cultura ed impegno politico, è lontanissima dalla mafia, questa persona sono io. Se c’è un partito in questi anni più si è distinto nel contrastare la criminalità organizzata, questo partito è stato Forza Italia ed oggi è il Popolo della Libertà. Se c’è un governo che più di tutti ha fatto della lotta alla mafia uno dei suoi obiettivi più netti e coerenti, questo è il mio governo che, sono certo, sarà ricordato anche come il governo che la lanciato la sfida più determinata alla mafia nella storia della nostra Repubblica”

La citazione A è una delle innumerevoli dimostrazioni del genio di Leo Ortolani, una vignetta tratta dal numero 75 di Rat-Man Collection, uscito il mese scorso.  In mancanza di scanner mi sono limitato a trascrivere la battuta, sperando di non decontestualizzarla irrimediabilmente. La citazione B è invece opera di un personaggio che, come dicevano gli imbonitori di una volta, categoria alla quale egli stesso appartiene, non ha certo bisogno di presentazioni. Siccome è mia intenzione dedicargli l’ennesimo post quanto prima, preferisco piantarla qua e risparmiare le forze senza scomodare il bibliofilo, lo stalliere e tutte le inoppugnabili storielle che li riguardano e che mille volte ci siamo raccontati (e quanti non le vogliono nemmeno sentire!) intorno al fuocherello sempre più flebile del dissenso. Soltanto vi chiedo, la prossima volta che leggerete dichiarazioni di questo tipo, di collegare per conto vostro A e B, fare due più due e ricordare per un momento la civiltà perduta di Atenaip. Che il suo sacrificio non sia stato invano.

Toc toc

(this one, somehow, goes out to Natalia and all the people I met in Poland. I whish I could translate it all)

Ciao.

Stavo pensando, giusto prima di iniziare a scriverti, che puo anche darsi che questa mail tu non la legga nemmeno. No, no, non sto pensando al cestino, un immotivata fiducia mi porta a credere che, almeno per curiosita, finirai per dare un occhiata a queste quattro parole impreviste. Il problema e un altro: chi mi garantisce che in tutto questo tempo tu non abbia cambiato indirizzo? E se il messaggio mi torna al mittente senza colpo ferire? Vabbe, io provo comunque a tirare il sasso: prometto da subito di non tirare indietro la mano.

Senti, vado al sodo: ti scrivo dopo tutto questo tempo perche ogni tanto vengono a farmi visita i fantasmi.  Metaforicamente parlando, si intende, credo di non essermi ancora rincoglionito del tutto. Per tutta una serie di motivi e coincidenze che non ho la minima intenzione di spiegarti senza prima aver ricevuto una tua risposta, me ne sono andato dall italia. Da pochino, eh? Chissa se qualcuno ti ha raccontato, magari ti e giunta voce, cosi, di rimbalzo, magari io sono qui a scriverti e senza saperlo mi e gia andato a puttane l effetto sorpresa :-) Ma facciamo finta di no. Allora, io faro un po il misterioso, ti diro che sono in un paese relativamente lontano, dove non conosco ancora nessuno e dove non capisco un cazzo, o meglio, dove non conosco nessuno anche perche non capisco un cazzo (e inglese ne masticano pochino). Soltanto scrivere con sta tastiera misteriosa, oracolare, con gli accenti nascosti chissa dove, e una mezza impresa (si, poi per uno come me, che anche i messaggini del cellulare li scrive a piena punteggiatura… lasciamo perdere, vah, speriamo che mi aggiustino in fretta il portatile).     

E allora, siccome sono qua, da solo,  (ancora) esiliato nell incomunicabilita nonostante i corsi di lingua gratuiti, vengono a trovarmi i fantasmi (mi rendo conto di aver perso un po il filo, scusa). Pur di ritrovare qualcosa di familiare intorno a me, vedo e sento cose che, lo so benissimo, non ci sono. Che poi credo succeda cosi a tutti quelli che di punto in bianco si trovano in un ecosistema estraneo. Tipo, l altro giorno ero in una botteguccia di alimentari, cercavo di decifrare un ortaggio tanto verde quanto misterioso quando all improvviso e apparsa Marcella in fila alla cassa con appena una retina di cipolle. Ovviamente non era lei, fino a prova contraria so dove abita, ma come ti dicevo, il mio cervello non si e ancora riavuto dallo spaesamento massiccio a cui l ho sottoposto e cerca di raccapezzarsi come puo, seminando, per quel che puo servire, dettagli risaputi in questo infinito mare di ignoto. Domenica, anche: stavo tornando in treno da una specie di gita fuori porta che ero andato a fare per i cazzi miei, e mentre scendo dal treno, in tutto il casino di gente che c-e a quell ora della sera, sento la voce dell annunciatrice che dice, al di sopra di ogni sospetto, “Casalecchio, stazione di Casalecchio”. Credo si commenti da solo. E d’accordo che a Casalecchio ci sono andato per tanti anni, ma da quando io e Claudia ci siamo lasciati, non ci ho più rimesso piede, mi e ragionevolmente mancato un motivo forte per spararmi a cuor leggero tutti quei chilometri…

 E niente, ti volevo solo dire che in tutto questo viavai immateriale di cose e persone, forse, forse, mi sono ricordato anche di te, di quel famoso viaggio in Irlanda e della tua scrupolosa opera di classificazione delle innumerevoli birre locali :-) Allora ho cercato di ricostruire perche non ci parliamo da anni, e mi e sembrato un lavoro da archeologi, mentre invece ricordo perfettamente l irlanda o, per dirne una, tutte le sere passate a sudare in sala prove :-) Non so, forse la distanza, nello spazio piu ancora che nel tempo, ha azzerato tutti i conti in sospeso che credevo di avere ancora. Forse adesso che sono qua, mantenere un contegno offeso mi sembra perfettamente inutile. E per questo che ho fatto il tentativo: nel caso tu non mi risponda, io non ho niente da perderci, non ci saranno tragici contraccolpi per il mio orgoglio ferito, perche tutto quello che e successo per me, ormai, e materiale d archivio.

Allora senti, io la butto là: aspetto una tua risposta, anche sintetica, e se ti va bene, poi ti mando una cartolina con la più splendente vista della citta che riesco a trovare, così ti puoi fare un idea. Qualche giorno di vacanza puoi prendertelo? O pensi che sia tutto troppo improvviso? Comunque ti dico subito, qua non arrivano tutte le compagnie aeree dell universo, ma qualcosa a un prezzo piu che ragionevole si trova.

Vabbe, basta cosi, l ho tirata per le lunghe come al solito. Abbi pazienza e stammi bene

M.

Maher Shalal Hash Baz è la creatura di Tori Kudo, testimone di Geova e ceramista giapponese dalla biografia improbabile e sovrabbondante. Questo disco, che dovrebbe essere il diciottesimo in circa vent’anni, spinge alle estreme conseguenze quella poetica dell’abbozzo che fin dagli esordi, o almeno così si racconta, caratterizza la produzione della sigla (giacché parlare di vera e propria band sarebbe improprio): doppio CD, 177 tracce, 100 minuti di durata complessiva, insomma, numeri che potreste trovare solo sulla complete discography di un gruppo grindcore o powerviolence. La musica, per chi già la conosce, non è cambiata più di tanto, si è solo accorciata ulteriormente: sprazzi, accenni, incipit di canzoni per big band in sordina, particolare enfasi sui fiati, esecuzione adorabilmente squinternata e qualche intromissione vocale poco meno che inqualificabile, prevalentemente in lingua madre. Il tutto suona pacioso e conciliante, i volumi non si alzano quasi mai, trombette e tromboni scivolano via dimessi con appena un fil di fiato in corpo. Molti gli stili abbracciati ma mai in maniera netta: le atmosfere sono spesso bucoliche ma non propriamente folk (e poi: folk occidentale o giapponese?), i fiati flirtano ingenuamente col jazz senza propriamente concedersi, l’esecuzione approssimativa porta in territori indie senza però arrivare ad esiti apertamente slacker. C’è poi la chitarra, che quando riesce a guadagnarsi la ribalta, si diletta in simpatiche svisate sixties. Escludendo la sparuta manciata di canzoni con un capo e una coda che fanno capolino di tanto in tanto, gli altri cento e passa “brani” sembrano in realtà appunti per l’ipotetica colonna sonora di un film da girarsi fra il Giappone e una Parigi di pura invenzione: in attesa delle indicazioni del regista su cosa sviluppare e cosa invece lasciar cadere nel dimenticatoio, quello che ci resta fra le mani è un enorme ventaglio di possibilità incompiute, uno sterminato campionario di pezzi di ricambio per un songwriting pop che alla fine nessuno si deciderà ad assemblare. Non vi posso garantire che riascolterò questo album fino a consumarne i solchi, come si diceva una volta, ma è certo che ricorderò con la dovuta tenerezza queste 177 maldestre carezze.  Adesso mi sento spettinato e sereno.     

Myspace

(Sigo agradeciéndole la colaboración al pinche wey David… Thanks again!)

El verano es largo y aunque vayamos a la playa sólo lo estrictamente indispensable, es difícil creer que en cierto momento las cosas dejarán de tener el color agobiante de la canícula que ahora las inunda y volverá el otoño. Quizás ha pasado esta noche. Hemos seguido durante días las huellas del bochorno que se iba disolviendo a cámara lenta, adecunado nuestro guardarropa a los altibajos de ese seguimiento, con el antiguo estoicismo de los jubilados veteranos: hoy por la mañana, al despertar, me has dicho que tenías la nariz fría. Frío en la nariz , eso has dicho y yo he pensado, articulando mientras tanto una respuesta que pudiese mitigar tu malhumor, que a mediados de agosto, casi siempre resulta imposible imaginar la próxima navidad sin hacer un considerable esfuerzo de abstracción, que a cada entrada de la primavera, nos comportamos como las cigarras, que el año pasado casi no se llegaron a escuchar. Piensa qué bonito, te decía mientras tanto, las sopas humeantes que nos vamos a comer al cabo de un tiempo, y aumentaban en mí las ganas de desayunar, junto con la sensación de no estar solucionando en absoluto tu frío.  Este año también, ponderaba mientras tú no contestabas, tenemos todo el otoño para aprender, desde el principio, el invierno. Igual no te preocupes, reanudé mientras tú te dirigías en silencio hacia la ducha: esta noche vamos a poner la manta gruesa, a ver si sale el calor otra vez.

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