“Per la prima volta dopo la morte di nonna Elizabeth, tornavo a mettere piede in quel solaio perennemente trafitto dal sole. Per la prima volta libero di rovistare a piacimento nei ricordi famigliari, mi ero ben presto imbattuto in scoperte sconcertanti, che la mia cara congiunta aveva sempre procurato di mantenere discretamente nascoste ai miei occhi, appena al di là della barriera dell’immediatamente visibile.
Quel divano, pudicamente occultato sotto una pesante coperta di panno grezzo, ricettacolo di infiniti granelli di polvere, quanti i mondi abitati disseminati nell’universo, era la prova che in quello sperduto casolare del South Yorkshire, da tre generazioni di proprietà della mia famiglia, i marziani vivevano mimetizzati fra gli umani, studiandone le abitudini dalla comoda e dichiaratamente non innocente prospettiva di appartati dirimpeattai. Il diario vergato di pugno proprio dal mio trisavolo Wilfred Leary III, confuso fra gli scaffali di una libreria – allusivamente situata nella parete opposta al divano stesso – non dava adito a dubbi: riparati dalla rassicurante distanza di oltre un miglio dal centro abitato più vicino, gli invasori potevano osservarci senza destare sospetti, orchestrare accuratamente le circostanze delle loro discese al villaggio e, nel contempo, mantenere inalterata l’incommensurabile diversità di usi e costumi che la vita alle latitudini di un pianeta alieno può agevolmente motivare: di foggia inusitata, colori inauditi, proporzioni bizzarre, quell’oggetto, manteneva all’occhio di un osservatore umano, a prezzo di un considerevole sforzo d’astrazione, i tratti e le caratteristiche funzionali di un divano, come oggidì se ne trovano in ogni salotto: e tuttavia c’era qualcosa in quel simulacro domestico di un altro mondo che risvegliava in me una invincibile ripugnanza, il segno di una alterità che non ammetteva conciliazione.
Non sembra che sia sopravvissuto altro reperto della routine casalinga degli alieni: perché? E perché dopo essersi trattenuti per lunghi anni fra noi, almeno mezzo secolo secondo quanto suggerisce il memoriale, se ne erano andati? Quali erano i misteriosi scopi che li animavano e che al momento della partenza si potevano evidentemente considerare esauriti? E soprattutto: potevo essere sicuro che quel passaggio di consegne, quella restituzione ai terrestri di una dimora che a loro apparteneva, avvenuta secondo le leggi dei loro commerci, non veicolasse più oscure possibilità di contaminazione che la mia mente si rifiutava anche solo di contemplare?”
Tratto da Alfred Strange, The Martian Sofa , Sheffield, Mosforth Publishing, 1947, traduzione italiana di Fabrizio Triangoli.