Archiviato in: riflessioni | Tag: Gazzetta dello Sport, gossip, pettegolezzi, sensazionalismo, stampa rosa, stronzate
Il sito della Gazzetta, come dicevamo, continua a monitorare implacabilmente il susseguirsi di sfaceli che sta affossando il pasciuto giocatore milanista che un tempo, altre le maglie, altre le circostanze, era conosciuto come il Fenomeno. Qualche giorno fa, un poco afflitto constatando che nonostante tutto mi stavo sorbendo l’ennesima camionata di morbose inezie, mi sono trovato a pensare, come spesso mi capita negli ultimi mesi : ma Cristo, la Gazzetta sembra Novella 2000, sembra un rotocalco rosa. In quel momento, fragorosamente, un’epifania di incalcolabile banalità.
Il problema è che le informazioni ovvie sono coperte da un leggero velo d’oblio. Ci sono innumerevoli cose che sappiamo una volta per tutte, e a ben vedere è come se la scienza esatta dell’abitudine ci portasse, in una qualche inspiegabile, contraddittoria maniera, a dimenticarle, a metterle tra parentesi, proprio per il ruolo preminente che ricoprono nelle scenografie delle nostre esistenze: il cielo è blu, verde l’erba, e la Gazzetta, vivaddio, è rosa. Fin dai tempi dell’asilo sappiamo che fra i “giornali” che papà “legge” (parole, queste, non pienamente comprensibili) ogni sera sulla poltrona a fiori, c’è n’è uno dalle tinte accattivanti, del colore del grembiule delle femmine. Anche solo guardando le figure, si nota lo scarto rispetto ai giornali bianchi che parlano dei politici, qualunque cosa siano. Questo giornale è la Gazzetta dello Sport: altri non ce ne sono. Anche i daltonici, alcuni dei quali vivono in un mondo che immagino simile al Primo Canale di cinquant’anni fa, conoscono per sentito dire, e forse intravvedono pure, questa elementare verità. Per ignorare che la Gazzetta è rosa, bisogna proprio essere stranieri.
Eppure la Storia ci insegna, e noi apprendiamo attoniti, che non è stato sempre così: la Gazzetta comincia le pubblicazioni nell’aprile 1896, in casuale concomitanza con le prime Olimpiadi moderne e trascorre i suoi primissimi anni in una persistente incertezza cromatica: l’altalena è dovuta agli elevati costi della materia prima. Diventa rosa per tirare al risparmio, lei che era nata in verde chiaro, solo nel 1899: poi la necessità si fece virtù e il lieto colorino entrò progressivamente a far parte del paesaggio culturale italiano.
Oggi, quel nobile tratto identitario che più di ogni altro caratterizzava uno dei fedeli compagni di viaggio della nostra vita quotidiana è diventato il mero riflesso di un considerevole abbruttimento contenutistico: rosa fuori, da (quasi) sempre e, da qualche tempo a questa parte, rosa pure dentro. Tanto per riprendere quell’antica e famosa pubblicità, constatarlo fa male qui e fa male qui. La Gazzetta, soprattutto nella sua versione online, che per comodità leggo più frequentemente della cartacea, ha incondizionatamente calato le braghe a quel processo di riposizionamento culturale il cui frutto maturo è stata la trasformazione del pettegolezzo in gossip: ciò che in italiano suona meschino e condominiale assume nella lingua della perfida Albione sfumature di splendore glamour che sono infinitamente più attraenti ed accettabili. Se volessimo ora soffermarci a considerare l’immancabile pelo nell’uovo, la distinzione non è semanticamente impropria. Ad esempio, questo dizionario ci suggerisce che la parolina inglese si distingue dal vecchio e puzzolente vocabolo italiano proprio in virtù della sua connotazione eminentemente mondana: insomma, se gli avventori di un bar disquisiscono delle corna della vigilessa che ha appena multato uno di loro, ci troviamo in presenza di pettegolezzo; se fanno lo stesso a proposito di questa o quella supergnocca della televisione, per certo mai intravista neanche col binocolo, la maldicenza si trasforma magicamente in gossip. In termini platonici, quasi la differenza che intercorre fra Iperuranio e mondo materiale. Senza stare a nascondersi dietro il dito, si è sempre spettegolato delle celebrità, ma questo slittamento semantico che differenzia il chiacchiericcio alto e quello basso è stato il primo passo verso lo straripamento sistematico delle notizie rosa dagli argini ristretti delle pubblicazioni scandalistiche ai media generalisti. Prima dell’entrata in auge del concetto di gossip era difficilmente concepibile che un telegiornale nazionale dedicasse dieci minuti buoni alle tette di una valletta: ora è l’immangiabile pane quotidiano.
La Gazzetta, poveretta, che prima si occupava solo di quel sottogruppo di pettegolezzi sportivamente motivabili che va sotto il nome di calciomercato , cosa cazzo ci può fare? I calciatori si accompagnavano anche ai tempi belli con le belle donne dello spettacolo, solo che ora si chiamano veline e la loro vita privata ha diritto di cittadinanza pure su Repubblica e sul Corriere. In fondo, si potrebbe argomentare, è più coerente parlarne su un giornale sportivo. Può darsi: ma in ogni caso, perchè rubricare come notizia di calcio questo insignificante trafiletto su un calciatore che è meno noto al tifoso medio italiano di una qualunque riserva di serie B? Non c’è nemmeno la scusa del folklore locale, dannazione. Giocando costui in Inghilterra, la notizia può avere senso (comunque pochissimo) soltanto lì: e in effetti, la fonte della notizia, è il Sun, il tabloid inglese che ogni giorno smercia per tutto il Regno oltre tre milioni di esemplari. Qui, forse, il nocciolo della questione: il Sun, insieme alla nutrita pattuglia di quotidiani popolari che ne condividono formato e linea editoriale, tra i quali potremmo ricordare il News of the World che ha fatto scoppiare lo scandalo Mosley, costituisce un paradigma difficilmente superabile di sensazionalismo e bassa qualità giornalistica: ma in Inghilterra si tratta di un fenomeno endemico e da sempre separato dalla stampa, largo a un sano semplicismo, seria. Purtroppo, negli ultimi tempi, la versione online della “rosea” riprende moltissime notizie da questi cattivi esempi di oltremanica. Nella maggior parte dei casi si tratta di meri riempitivi, d’accordo, ma vigiliare di più sulla qualità del ripieno sarebbe cosa buona e giusta. Con queste premesse suona alquanto sinistro che, poco più di un mese fa, la Gazzetta vera e propria, quella da edicola, abbia abbandonato il suo storico formato per passare proprio al più classico tabloid. In sè non sarebbe niente di osceno, lo ha fatto pure il Manchester Guardian, e poi le notizie fuffa, come si è detto, dilagano soprattutto sul versante Internet, ma non riesco a non vederlo come un segno in più dei tempi marroni che viviamo. Ebbene sì, sono prevenuto e leggo nei fatti quello che preferisco. Tanto, per molto che possa peggiorare ancora, la Gazzetta non riuscirò a smettere di leggerla comunque.
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