Il Divano Marziano


Osteria numero 20: the movie

Lo Scémo, uno dei finora pochissimi commentatori di queste colonne, mi ha gentilmente chiesto di scrivere un post su questo trailer, che giudica peculiare. Guardo, imparo, butto giù qualche sommario appunto, decido il titolo che vedete appollaiato lì sopra, poi torno su Youtube per documentarmi meglio e scopro che un paio di utenti sono già arrivati alla mia stessa conclusione: che questo Denti, omonimo del film di Salvatores tratto dal romanzo di Starnone, è in realtà una sagace trasposizione cinematografica del famoso motivetto Osteria numero 20 (a proposito, se volete ascoltarne una versione di accecante bellezza, affidatevi a quest’altro video, dai 4.45′ in avanti). Provando a ricostruirne la genesi, è facile immaginare gli sceneggiatori del film in vacanza in una qualche località dolomitica, assiedati dagli effetti di grappe multiple sorbite senza un adeguato consenso informato, e in cameratesca comunione con un commando di alpini ottuagenari irrimediabilmente perduti alla sobrietà. Nonostante qualche intoppo nella traduzione (torneranno negli States senza mai comprendere appieno il significato dell’espressione a shadow of wine, utilizzata a piene mani da un ventenne locale), i nostri vengono rapiti dalla bellezza del repertorio folklorico locale, dalla sua dirompente forza immaginifica (doppio senso economico) e dallo spirito iconoclasta che lo anima, che riconoscono molto prossimo al primigenio spirito punk settantasettino; e d’altronde erano ubriachi. Scartate le ipotesi iniziali di trarre dallo scanzonato motivetto prima un drammone ospedaliero (”quanti cazzi…”) poi un avvincente legal thriller (”quante fighe…”), convergono spediti sull’horror, che garantisce loro una maggiore libertà espressiva e la comoda possibilità di ignorare il buon gusto qualora si rendesse assolutamente necessario.

Ma queste sono solo congetture non verificabili. All’atto pratico, il film è la storia di una figliadimaria, accesa sostenitrice di una castità militante (volete vederci un paragone con Rosy Bindi? Mannaggia a voi) che i casi della vita portano quasi adarlavia, ma che scopre suo malgrado di non potersi abbandonare al peccato, visto e considerato che la sua farfallina potrebbe tranquillamente ottenere sonori attestati di stima da parte del mio dentista. I ragazzi che ce stanno a prova’ finiranno tutti a mal partito.

Esistono  nel panorama delle arti, belle o brutte che siano, opere analoghe: ad esempio la copertina di questo album dei Regurgitate, datato 2000, è di fatto la risposta maschile a Denti. Simona Vinci, invece, in uno dei racconti del suo “In tutti i sensi come l’amore” (Einaudi, 1999), mette in scena una dolorosa e realistica variazione sul tema della vagina dentata: la storia di una ragazza che, per vendetta contro il genere maschile tutto, decide di applicare le arti del punto-croce al suo punto-vita con esiti non dissimili da quelli che si intravvedono nel trailer. Nonostante la scrittura, asciutta e controllata, il racconto non riesce però ad evitare un’aura di morbosità gratuita che ne mortifica le buone premesse.

Ora, tornando all’oggetto del nostro contendere, bisogna pur dire che questo film è stato premiato al Sundance, festival dal quale sono uscite, negli scorsi anni, parecchie cose buone e giuste. Delle due l’una: o stavolta hanno pisciato fuori dal vaso oppure, oppure il trailer, nel suo formattatissimo montaggio riesce a banalizzare notevolmente i contenuti della trama. Non c’è nulla da fare: quasi tutti i film di questo ed altri universi, visti dallo spioncino deformante del trailer sembrano bruttissimi, beceri e copie-carbone gli uni degli altri. In questi cento secondi non si scorge nulla dello humor nero che fa capolino in tutte le descrizioni che ho consultato e quello che ne viene fuori è semmai  un rovesciamento horror delle premesse tipiche di ogni film porno che voglia definirsi tale: invece delle consuete donnine integralmente accondiscendenti, la narrazione di una serie di rifiuti traumatici e truculenti che vorrebbero spingere noi uomini, che per default sognamo gambe femminili che si spalancano come per magica azione di un telepass dell’amore, ad aggrapparsi con disperato istinto di conservazione ai nostri gioielli di famiglia. Ricordando comunque che il film porno, nella sua funzione meramente strumentale, è molto spesso più onesto di tutti i film che ronzano intorno al giardino segreto ammantando vaghe pretese artistiche.

La mia impressione intimissima è che, nonostante tutto, Denti sia compiutamente una vaccata, ma vi anticipo già che non cercherò di visionarlo per confermarlo. Adesso so che, dopo i monologhi, è arrivato per la vagina il momento dei racconti del terrore e tanto mi basta. Lo recupererò solo e soltanto quando uscirà nelle sale anche l’adattamento dell’Osteria numero 1000, con gli effetti speciali pirotecnici che abbiamo tutto il diritto di aspettarci. Solo allora sarò in possesso di tutti gli elementi per formulare un giudizio equilibrato. Non so davvero se temere o auspicare l’arrivo di quel giorno. Nel frattempo, tutti a cantare!


2 Commenti finora
Lascia un commento

Un sonoro “Potéi”! Non si attacca al lavoro del tuo dentista.

Commento di Lo Scémo

In realtà, secondo il mio veramente trascurabile parere di cinefila della domenica, il film è bellino. E tengo a precisare che inizialmente non volevo neanche andare a vederlo. Mi ci ha trascinata un mio amiciccio e ci siamo divertiti, accompagnati anche da risate sguaiate di altri membri della platea e (in una istanza) persino da un applauso. Vabbeh che, facendo della sociologia da accatto, il senso dell’umorismo dei nordeuropei è magari diverso dal nostro ma anche io che sono una donna del sud ho trovato esilaranti alcune situazioni. “Teeth” è una specie di Famiglia Addams per adulti, per quanto mi riguarda. Non mi assumo responsabilità per terzi, però, ‘ché per le dark commedy al vetriolo io ho un debole io e tendo ad essere abbastanza acritica. Quindi voi fate un po’ come vi pare (e comunque, no, non si attacca al lavoro del tuo dentista).

PS Odio difendere la Bindi, ma alla fine lei almeno aveva cercato di far passare i PACS (e non le hanno nemmeno dedicato il carro “Sobrietà” al gay pride, poretta). Inoltre, rispetto a certi discorsi che fa Uolter, Rosy sembra quasi Che Guevara, ultimamente…

Commento di Schpapparaflacciellotittio




Lascia un commento
Interruzioni di linea e paragrafo automatici, indirizzo e-mail mai mostrato, HTML permesso: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <pre> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>