“Con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito”, ci suggeriscono loro nel titolo: eppure, mai come questa volta, i pezzi sono concisi e diretti. Si comincia con i tre minuti e rotti di Gobbledigook, scelta come singolo: tamburo battente, andirivieni di chitarre sghembe e scivolose e coretti stonati (nel senso di stoned…) a piene mani, per un risultato finale di vitalità contagiosa che ricorda non poco l’attitudine fricchettona degli Animal Collective. Ed anche se nel proseguio i nostri tornano a battere terreni a loro più consueti, abbandonano quasi sistematicamente le minisuite che avevano caratterizzato i loro lavori precedenti a favore di una struttura che si avvicina considerevolmente alla forma-canzone: uniche eccezioni la radiosa Festival, che dopo un inizio leggermente dispersivo all’insegna di vapori ambient e vocalizzi angelici si inalbera improvvisamente sulla spinta di una sezione ritmica quasi martellante, e Ára bátur, delicatissima ballata pianistica con un roboante colpo di coda orchestrale che, nonostante il trademark degli studi Abbey Road, ricorda fin troppo Hollywood. Per il resto, ripetiamo, più sintesi, maggiore semplicità e una maggiore corposità del suono, senza che la riduzione del minutaggio pregiudichi il naturale respiro della band, trasformandolo in un preoccupante fiato corto; sembra anzi parzialmente liquidato l’atavico vizio di forma che, in assenza di una adeguata ispirazione, rendeva interminabili alcune composizioni passate che la buona volontà degli autori voleva invece infinite: ottimi esempi di quanto detto, Inní mér syngur vitleysingur, che segue a ruota la già citata Gobbledigook, e Við spilum endalaust, che seducono immediatamente con la loro solarità e suonano totalmente Sigur Rós senza mai assumere la dimensione sminuente di rapido bignami per ascoltatori svogliati. Su tutto, credo si sia già ampiamente intuito, un clima di rilassata serenità che sembra congedare definitamente le abissali malinconie di ( ) e del quale il precedente Takk… aveva lasciato intravvedere alcune avvisaglie. Nonostante i momenti gioiosi non siano davvero mai mancati nella discografia degli islandesi (ricordate Olsen Olsen su Ágætis byrjun? ), sta forse qui la novità più importante: quel ronzio che prima si lasciava captare solo di tanto in tanto adesso, anche nei frangenti più pacati, innerva ogni nota riversandosi incessante sull’ascoltatore che, solleticato, non può non sorriderne. Forse meno onirici di prima, ugualmente sognanti, i Sigur Rós mantengono una personalità fra le più spiccate della scena pop contemporanea. Genuinamente grandi.
Sigur Rós: “Með suð í eyrum við spilum endalaust”
Luglio 10, 2008 di chinottorebel
Sono un fan dei sigur ros e dopo svariati ascolti posso affermare in tutta tranquillità che questo è il loro album peggiore…Gobbledigook è un esperimento carino ma non mi dice nulla,dopo due volte che la ascolti già la salti a piè pari,le 4 canzoni che seguono (Inní Mér Syngur Vitleysingur,Góðan Daginn,Við Spilum Endalaust e
Festival)sono la parte migliore di tutto l’album,in particolare festival,che ricorda le vecchie atmosfere dei primi album e Við Spilum Endalaust,pop-song che da sola,vale quanto tutto l’ultimo album dei coldplay,poi pero’ cominciano i guai…l’album diventa lento,noiso fino allo sfinimento e la voce di jonsi quasi insopportabile,canzoni prive di anima,con un solo piano e chitarra acustica a far da accompagnamento,che se all’inizio possono anche piacere e incuriosire,alla lunga stancano e annoiano,ma dove sono finite,mi chiedo quelle splendide esplosioni elettriche che contraddistinguevano i sigur ros??Lagnosi,troppo…mi hanno ricordato i radiohead di hail to the thief,mi auguro solo sia un parentesi presto da dimenticare della loro carriera.