Come stavo dicendo (a volte il silenzio vale più etc. etc.) non aggiorno questo blog da oltre quattro mesi. Sono un po’ spaesato, e infatti traccheggio/cazzeggio/temporeggio nella più pura incertezza sul da farsi. Mi rubo un paio di minuti controllando con falsa urgenza la posta elettronica, ascolto i rumori della strada che spesso arrivano a coprire le delicatissime note di pianoforte di Music for airports che decorano la stanza con innata discrezione: ricordo improvvisamente che è mio dovere svuotare la lavatrice, obbedisco supino a tale imperativo categorico.
La pausa, provo a prendere il toro per etc. etc., è cominciata per ragioni tecniche: per circa un mesetto mi sono ritrovato senza internetto, vittima di una di quelle chiamate con scasso (vi lascio libertà interpretativa) in cui sono specializzati i moderni teleoperatori. Se non fossi stato a casa in malattia, leggermente debilitato da una febbricciola bastarda, probabilmente il raggiro non avrebbe avuto luogo, e la storia una piega diversa bla bla bla. Ad ogni buon conto, già attorno al 20 di aprile, le giustificazioni logistiche al mio silenzio avevano perso ogni validità, l’embargo internettiano era terminato e una nuova connessione riallacciava l’appartamento, con sommo mio sollievo, alle autostrade telematiche del cazzo.
A questo punto il mio assenteismo, non ancora prolungato, tutto sommato comprensibile, si è gradualmente trasformato in un esercizio di virtuosismo, se oblomoviano o più volgarmente fancazzista, lo lascio al criterio e al buon cuore di chi mi conosce. Pressato da una serie di contingenze e incombenze che avevano tutta la dittatoriale urgenza della vita pratica, mi sono reso conto che il mio problema come blogger consisteva appunto nell’incapacità di creare uno scambio fertile fra lo schermo e l’aldiqua, chiamiamolo così. Non ho mai avuto la segreta ambizione di mettere i cazzacci miei in pubblico, anche se non ho problemi a parlarne, eppure è un dato di fatto che la mia vita quotidiana mi forniva comunque decine di spunti per post che io, per ritrosia o eccessiva autocritica, ignoravo. A titolo d’esempio, come ho accennato un paio di volte, vivo a Barcellona da qualche anno, eppure non ho mai veramente scritto una sola riga al riguardo. La città è straordinariamente amata dagli italiani, nel cui immaginario collettivo rappresenta una mecca del bagordo, va’ a capire poi perché, e di italiani ne è strapiena, al punto che ci si può vivere padronenggiando uno spagnolo molto rudimentale (con buona pace del catalano). Eppure mi sembrava di tirarmela. Quando anche i quotidiani italiani si sono interessati all’esodo tricolore verso la capitale catalana e i miei tre anni e rotti di permanenza mi avrebbero abbondantemente permesso di scrivere qualunque cosa come persona informata dei fatti, ho finito per tacere. Neppure una parola di fronte al numero crescente di artisti italiani che decidono di passare dal di qua in concerto, ormai sempre più consapevoli di trovare terreno fertile (a proposito, faccio un appello a Elio e le Storie Tese perché vengano a farci visita al più presto). Oppure, esulando un poco dai cazzi nostri tricolori, molto avrei potuto scrivere sulla questione linguistica catalana, altro tema sul quale ho messo insieme una onorevole cognizione di causa e che per i locali rappresenta un’osessione quasi insalubre, ma che per il lettore medio italiano costituisce un bel punto interrogativo. Eppure, nonostante abbia dibattuto il tema alla nausea con catalani, spagnoli, italiani sudamericani and so on, non mi sono mai azzardato a tracciare una sorta di bilancio per iscritto. Questo perché sono un cagadubbi, né più né meno. Per riuscire a scrivere in qualche modo del mio quotidiano mi sono dovuto inventare una serie di raccontini, le Microscopiche apparizioni, che peraltro mi piacciono moltissimo, ma che in corso di elaborazione, di biografico mantengono veramente poco. La mancanza di un autentico approccio bloggistico, della scioltezza, dell’informalità che caratterizzano questo mezzo, mi ha portato a scrivere cose, racconti a parte, per cui i termini di riferimento sono sostanzialmente diversi, che per quanto buone sono forse fin troppo paludate, persino castigate. Il limite dei miei post, decisamente, è che come lunghezza, struttura e approccio, sembrano invariabilmente degli articoli di giornale, e al tempo stesso non possono esserlo. Anche la scelta di commentare quasi esclusivamente notizie d’attualità italiane, trova la sua ragione nel timore ridicolo di tappezzare di minuzie un altro infinitesimale angolino della rete, come se ciò rappresentasse un pericolo reale per qualcuno. E questo vale per i post che almeno, alla fine della fiera, hanno visto la luce, perché ce ne sono molti altri che a causa dei miei ritmi bradipei, dei miei incalcolabili ripensamenti, della mancanza di quel tempismo che dovrebbe essere la migliore caratteristica di un blog(ger), se ne sono andati affanculo, o alla merda, come direbbero gli spagnoli. Ricollegandomi a quanto detto sopra, avrei potuto scrivere un post simpatico sulla finale di Champions League, visionata su maxischermo da angolazione sbilenca, in una bolgia puzzolente ma cordiale di turisti con la maglietta del Barça appena comprata, immigrati che cercavano la loro personale identificazione con la città e vari catalani che sfanculavano Cristiano Ronaldo ogni qual volta toccasse il pallone. Ma lo vedete da voi, non l’ho fatto, anche se avevo buttato giù varie righe di promettente malacopia. Il problema dell’inattività è che poi diventa facilmente un’abitudine che si autoalimenta, scoraggiando sul nascere qualsiasi idea. C’è stato un momento in cui mi sono chiesto se non valesse la pena eliminare il blog, che peraltro non saprei nemmeno da che parte cominciare. Ma poi in realtà non c’era ragione per essere così drastici, Internet pullula di pagine e blog lasciati al loro destino, l’abbandono e la trascuratezza trasformano molte case in tombe in un batter d’occhio, e alla fin fine pensavo che alcune delle cose esposte nel mio mausoleo dal font microscopico meritassero una qualche occasionale lettura, la questione era arrivarci. Quando dopo mesi ho avuto il coraggio di accedere al blog e ho dato un’occhiata alle mie modeste statistiche ho potuto constatare che qui la gente ci arriva solo e soltanto per un simpatico equivoco, destino peraltro condiviso da molti altri blogger, a quanto ne so. Il post più cliccato in assoluto dei miei trenta e rotti, è la parodia sequel del Dialogo della Natura e di un islandese: da solo assomma, all’11 d’agosto 2009, 555 contatti, mentre il secondo classificato si ferma più mdestamente a 105, e via declinando. Osservando più attentamente ho notato che il periodo di massima attività del post è coinciso con i mesi di maggio e giugno, quando cioè si accumulano compiti in classe, interrogazioni, rese dei conti, bilanci e quelli dell’ultimo anno vivono nell’incombente terrore, nello sbattimento assurdo di quella enorme messinscena sociale e/o rito di passaggio che è la matura. Nell’ultima settimana non l’ha cercato nessuno, segno che per fortuna sono tutti al mare o perlomeno in bicicletta sui sentieri di campagna, come facevo io. Meglio così, ovviamente. Bravi. Però mi sono chiesto a più riprese se questi studenti alla ricerca di un facile e spendibile commentino, si siano poi soffermati un momento a leggere quelle dieci righe di auliche cazzate che avevo scritto per partecipare a un concorso locale di microracconti che poi non ho vinto. Gli avranno dato almeno un’occhiatina o saranno immediatamente planati altrove dopo essersi resi conto che qui non avrebbero trovato un sussidio scolastico? E fra i pochissimi che, probabilmente per innata vocazione al cazzeggio, l’hanno letto da cima a fondo, ci sarà qualcuno che l’ha apprezzato? Boh. Rimango col dubbio. Però, forse, questo interessamento che so non essere meramente narcisistico è la prova che forse è il caso di riesumare il mio povero divanomarziano dall’oblio in cui lo avevo lasciato scivolare, anche se non so davvero se riuscirò ad invertire la tendenza in atto: sicuramente, immagini continuerò a non metterne, mi piace concentrarmi sulle parole, Nel frattempo, visto che ho imparato la lezione, intitolerò questo lungo mea culpa “Il porto sepolto”, anche se alla fine non ho praticamente sviluppato la metafora del blog abbandonato come porto sepolto che avevo in mente prima di scrivere il pezzo e anche se, considerando il significato che Ungaretti stesso attribuiva al titolo, il paragone non regge pienamente. Anzi, non regge proprio, ma facevo affidamento sulla mia licenza poetica d’uccidere. Agli studenti che, spero, accorreranno qui numerosi, lascio in dono questa piccola analisi testuale, che è uno dei primi risultati che ho trovato effettuando la ricerca, affinché il loro peregrinare non sia invano. Ci vediamo a settembre studenti miei. Con tutti gli altri, spero prima.
(e visto che mi piace strafare, lascio qui di seguito, a mo’ di bonus track non richiesta, due righe alla viva il parroco, svincolate dal contesto, che ho scartato dalla prima redazione perché mi sembravano gratuite, ma che mi permettono con nonchalance di aggiungere ai miei tag un altro poeta pluristudiato: stavolta però niente link. Arrangiatevi almeno un po’)
“…e d’altronde un blog il cui ultimo aggiornamento risale a un anno prima o giù di lì, non ha assolutamente nulla di drammatico: unicamente suggerisce che il curatore si è stancato del giochino e che ha deciso di non tornare più sui suoi passi, lasciandolo lì al suo posto a diventare una cosa vecchia, probabilmente rimpiazzata da un social network. Dubito che un giorno il ‘blog non aggiornato’ possa arrivare a sostituire il ‘cavallo stramazzato’ fra i simboli del male di vivere montaliano…”
[...] bene di avere dedicato, tanto tempo orsono, un post alle ragioni di un silenzio di quattro (?) mesi, silenzio che peraltro non allarmava i miei [...]
[...] letterarie che venano i miei scritti arrivano qui in cerca del compitino fatto cotto e magnato. Ma di loro avevo già parlato, e infatti li ho omessi tutti, considerando l’argomento esausto. La mia abitudine a tradurre [...]