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Tempo, molto

Non si faceva sentire da alcuni giorni. Parlandone con gli altri ho poi avuto la conferma che nessuno ne sapeva nulla. Ho cominciato a sospettare qualcosa quando ho visto che si connetteva a Whatsapp molto più sporadicamente del solito, come se dovesse elemosinare la connessione in giro, e a orari inconsueti. Quel paio di messaggi che gli avevo scritto nel frattempo, estemporanei, cose di birra e pallone, erano caduti nel vuoto. Non dico che stessi cominciando a preoccuparmi, ma percepivo nella situazione un’anomalia che non avrei saputo dire, che non sarei riuscito a immaginare.

Poi però, dopo circa una settimana, mi ha fatto sapere lui, via mail. Era andato a cercare lavoro in Cina.

Ma tu non sai il cinese, stronzo!, ho pensato, immediatamente colto da un sentimento oppressivo che lì per lì mi ha sorpreso, ma che a un’analisi più attenta si è rivelato essere una poco sofisticata, schiettissima invidia. Poi ho pensato che poteva rivolgersi alle molte multinazionali che immaginavo presenti in loco e la supposizione, per qualche motivo, ha contribuito a tranquillizzarmi, tenendo a bada lo sgomento.

“Mi basta una connessione”. Proseguiva lui. E quasi immaginando la mia successiva obiezione, aggiungeva che “avendo poco tempo a disposizione, cercava comunque di connettersi a Whatsapp il meno possibile”. Ok, quindi per il momento è soltanto un sopralluogo. Torna a salutarci, almeno. Il messaggio terminava poco oltre, dopo alcune frasi di circostanza e scambi di saluti.

Non avevo nulla da obiettare: la decisione sembrava drastica e il primo contatto con quell’universo indecifrabile doveva assorbirlo completamente. Il suo comportamento, da un certo momento in poi, era perfettamente spiegabile. Ma mi inquietava non riuscire a riscontrare nel passato recente segni di quella svolta, premonizioni, tracce, sintomi, neanche lasciando spazio a tutte le forzature della più comoda analisi a posteriori. Per quanto ne sapevo, nei due mesi che erano trascorsi da quando aveva perso l’ultimo lavoro, evento che aveva accolto con disappunto, non certo con disperazione, non aveva mai lasciato capire di volersene andare; e se si era visto un po’ meno in giro per il paese, era facile pensare che fosse più per la necessità di risparmiare che per una qualsiasi forma di depressione, neppure delle più leggere e passeggere. Era laureato in ingegneria informatica, nessuno pensava che davanti a lui stessero per spalancarsi le fauci crudeli della disoccupazione a vita. Male che gli fosse andata, avrebbe trovato qualcosa di sottoqualificato. Almeno così pensavamo noi tre-quattro del gruppetto di amici abituali con una laurea umanistica, per i quali la sottoqualificazione era una certezza terminale.

Gli ho risposto immediatamente, forse con troppa enfasi, con troppe domande, ma contenere la curiosità mi risultava difficile e non necessariamente meno decoroso che fingere un contegno distaccato. Probabilmente proprio grazie a questo interesse, la risposta ha impiegato solo un paio di giorni ad arrivare, senza però perdere il tono di messaggio di servizio scritto nei ritagli di tempo, plausibile nella sua condizione.

“Ho spedito anche un paio di curriculum a Milano, uno a Firenze, ma in generale, sto cercando soprattutto in zona, dalle nostre parti”, mi spiegava.

E allora che cazzo ci fai in Cina, scusa? La resistenza dell’ambiente, argomentava, lo stimolava a non poltrire: nessun divano reperibile all’interno dei vasti confini della Repubblica Popolare poteva aderire alle pieghe del suo corpo con la precisione millimetrica che quello di casa aveva progressivamente acquisito nel corso degli anni. Il fatto di non capire assolutamente nulla dell’ambiente circostante lo incentivava a fare in fretta, mentre le strade del paese, al contrario, gli trasmettevano la pericolosa sensazione che avrebbero continuato a fagocitarlo con indifferenza, per anni, con o senza un impiego decente. “È complicato restare a lungo in un posto dove non puoi scambiare nemmeno due parole coi negozianti”, puntualizzava. “Mi basta un’ora per essere stanco morto, è troppo complicato capire cosa mi sta succedendo intorno, e allora torno dentro e riesco a concentrarmi su quello che devo fare. A casa non ci riuscirei.”

Non mi raccontava dove stesse alloggiando, se si trattasse di un ostello della gioventù o di un appartamento turistico (esistono anche in Cina, no?) e a dirla tutta, neppure in quale città si trovasse esattamente. Ad ogni modo, le nostre conoscenze non andavano oltre Pechino e Shangai: toccavamo finalmente con mano l’ignoranza che ci impediva di razionalizzare la situazione.

Parlandone tra di noi era poi emerso, con mia grande sorpresa, che ero l’unico intermediario accreditato di tutto il gruppo. Quelle due mail erano state l’unico contatto con la truppa dal momento della partenza. Mi sembrava implicito dover agire da messaggero: il tono delle sue risposte non aveva le modalità circospette del segreto da divulgare in un secondo tempo, e probabilmente, i ritmi della ricerca e la distanza gli impedivano di scrivere individualmente a ognuno di noi. Prima o poi sarebbe tornato, ci avrebbe radunato nella stessa stanza e avrebbe spiegato tutto a tutti, senza fretta e con abbondanza di dettagli. Non vedevamo l’ora, ma così come non sapevamo nulla della partenza, brancolavamo nel buio sui tempi e i modi del ritorno. C’era solo quel fugace accenno nel primo messaggio a farci sperare di non dover attendere stagioni intere. Ci guardavamo intensamente, come volendo corroborare la speranza di averci azzeccato. Una sera, mentre ne discutevamo, Alex aveva insinuato che per lui poteva anche essere tutto uno scherzo, che potesse semplicemente trovarsi dai parenti in Sicilia e che si fosse inventato tutta la storia per annoiarsi un po’ meno. Ma nessuno si era preso la briga di rispondergli.

Qualche giorno dopo mi ha riscritto, dandomi per la prima volta l’impressione di essersi seduto con calma davanti al computer, come se avesse spedito tutti i curriculum di giornata e potesse concedersi la lentezza del racconto. Parlava della Cina in modo circostanziato, le sue parole riecheggiavano improvvisamente di dettagli minuziosi, impressioni e colori. Troppa precisione per lo scetticismo di Alex.

Cercava di raccontarmi i contorni confusi di quello che vedeva, a cominciare dal cibo: tornava a casa con quantità errate di frutta, spesso molta più di quella che avrebbe realmente voluto; andava frequentemente in ristoranti economici e non riusciva quasi mai a capire fino in fondo cos’aveva mangiato, escludendo forme familiari come ravioli e tagliolini. Mi aveva mandato anche un paio di foto: scritte che aveva visto per strada, insegne di negozi, che lo avevano colpito più per la loro natura di “disegni mancati” che per il loro imperscrutabile, anche se probabilmente banale, significato. Sarebbe stato bello sottoporre queste immagini al vaglio dei cinesi del negozio di pelletteria appena fuori dal paese e comprare qualcosa come scusa per chiedere una traduzione, ma il timore irrazionale che potesse trattarsi di parole offensive era troppo grande. Una volta di più mi rendevo conto che è difficilissimo parlare quando non si sa di cosa si sta parlando.

Al pub ho poi mostrato ai ragazzi le prove che avevo ricevuto via posta elettronica: tutti tendevano a trattarle come preziose reliquie, soltanto Alex sgranava gli occhi senza dire nulla. In qualcuno si era fatta strada l’esigenza di fornire argomenti a suffragio di ciò che solo ora appariva evidente, e non riuscivo a capire se si trattasse di futili dietrologie o di prove che curiosamente ci erano capitate per le mani al momento giusto. Carlo riferiva di un ipotetico dialogo avvenuto proprio qui, alla presenza di suo fratello e giusto all’indomani del licenziamento. Dal coro degli stronzi al bancone, massa informe unita da un istintivo amore per le opinioni approssimative, si sarebbero levate queste parole:

“Adesso hai tutto il tempo che vuoi, potresti anche andare in Cina, però devi cercare lavoro”, che il nostro amico si era limitato ad accogliere con un’alzata di spalle.

Mentre Alex continuava a non dire nulla, forse mortificato più del dovuto dal suo precedente eccesso di diffidenza, gli altri si erano lanciati con entusiasmo sulla rivelazione, elaborando opinioni che a me parevano troppo istintive: andare in Cina sarebbe quindi stata una reazione a una battuta del cazzo, una specie di dimostrazione indirizzata a persone delle quali aveva un’opinione bassissima. Ma questa tesi si scontrava apertamente  con la segretezza che aveva contraddistinto il viaggio fin dal primo momento. “E se invece fosse stato allo scherzo?” No, scusa, in che senso? “Voglio dire: potrebbe anche essere che quella frase gli sia rimasta in testa e abbia poi deciso di provare a metterla in pratica perché gli sembrava divertente”.

Eppure qualcosa, per me, continuava a non tornare: mi risultava difficile credere che una semplice battuta potesse avere realmente scatenato conseguenze così mastodontiche come un viaggio di varie settimane in un altro continente. D’altra parte, se non avessimo preso per buona quest’ipotesi, ci saremmo ritrovati ancora al punto di partenza. Non potevo biasimare gli altri per la loro necessità di certezze.

Anche nel messaggio successivo continuavano a mancare indizi utili a orientarci. In un paio di frasi traspariva una fiducia granitica nel futuro, o meglio nel corretto dispiegarsi degli eventi. Sembrava non preoccuparlo l’evenienza di ricevere una chiamata mentre si trovava ancora in Cina, e  neppure la possibilità di tornare a casa in anticipo sul ritmo di maturazione delle cose, con altri mesi sacrificati a una frustrante attesa. Appariva sicuro. Sembrava quasi aver cercato e valutato coscientemente la distanza necessaria per prendere meglio la mira, una distanza che a me pareva semplicemente abissale, e sembrava sapere quando tornare seguendo la traiettoria degli strali che aveva lanciato sotto forma di curriculum. Ma la mia domanda su quel presunto dialogo avvenuto al pub è rimasta senza risposta, come se per lui non avesse avuto senso parlare di cosa succedeva da queste parti senza trovarsi fisicamente sul posto.

Col passare dei giorni, però, la storiella che sembrava avere convinto definitivamente gli altri, mi sembrava progressivamente sempre più improbabile, perché profondamente in contrasto con i comportamenti che aveva mantenuto in un paio di decenni di frequentazione e reciproca sopportazione: in vita sua, o almeno in quella larga porzione che si era dipanata anche sotto i miei occhi, non aveva mai lasciato la prima scelta all’istinto, e i due mesi che erano intercorsi tra il licenziamento e la partenza sarebbero stati, secondo le sue tempistiche abituali, una breve pausa di riflessione e nulla più, del tutto insufficiente a prendere decisioni del tipo che preferiva: attentamente ponderate ma nette, definite, in linea di principio non reversibili. Covava a lungo e poi tirava dritto, insomma. Avrei voluto sapere quali imperscrutabili criteri lo avevano animato a spostarsi senza essere trattenuto almeno all’ultimo momento dal sospetto di essersi consegnato mani e piedi a un errore madornale: ma anche se fossimo voluti andare a prenderlo, non sapevamo dove si trovava, e quell’unica indicazione geografica di quattro lettere, C-I-N-A, non ci garantiva grosse possibilità di successo, eufemisticamente parlando. Potevamo solamente aspettarlo, farci trovare al solito posto.

In quell’ultima mail comunque assicurava che tra non molto sarebbe tornato, che la Cina stava poco a poco esaurendo la sua funzione nei tempi che aveva pronosticato e che spendere altri soldi per cercare lavoro sarebbe stato quasi controproducente, anche se in quella situazione sembravano consumarsi a una velocità diversa, meno minacciosa del solito.  Ancora una volta quel senso di sicurezza mi lasciava spaesato, ancora una volta mi sembrava perfettamente ragionevole, e dovevo limitarmi a constatare che forse non conoscevo il mio amico così bene come sarei stato pronto a giurare.

Nel frattempo sono passati altri tre giorni, e più di venti dalla sua partenza. È di nuovo sabato e siamo tutti qui, tranne lui. Come sempre negli ultimi incontri, vorremmo parlare esclusivamente della suo imponderabile viaggio, ma questa volta, dopo avere analizzato per circa quaranta minuti le possibili date del ritorno, ci siamo arenati. In assenza di spunti validi nella direzione che ci interessava, la conversazione ha ripreso le rotte abituali per riempire le ore che ci restano prima di andare a casa.

Fuori dal pub fa freschino, perché come ogni anno l’estate finisce per arrendersi, e come spesso succede, restiamo lì a parlare appoggiati alle macchine anche se da un po’ avremmo deciso che per questa sera basta così. Alex fuma appoggiato alla portiera chiusa, e guarda dritto nel buio davanti a sé, dove si intuiscono appena le fronde di alberi che sono lì anche di giorno. Si direbbe che stia cercando di evitare che il paesaggio approfitti della notte per modificare suoi contorni. Ci troviamo tutti con gli occhi puntati nella stessa direzione, senza interrompere il discorso che ci trattiene lì come una scusa qualsiasi. Da quell’avamposto improvvisato fatto di macchine parcheggiate scrutiamo a fondo l’orizzonte per meglio immaginare le cose che non sappiamo. Poi finiscono tutte le sigarette accese, perché l’esempio di Alex lo avevano seguito anche altri, e l’aria non cessa di farsi più pungente. Ci salutiamo. Attraverso il parcheggio, e tiro fuori le chiavi. Accendo la macchina e me ne vado.

 

I due gruppi della serata hanno appena pubblicato un disco collaborativo, un po’ perché evidentemente si vogliono bene e questo è già il secondo tour che fanno insieme, e un po’ perché questa prassi operativa risulta abbastanza congeniale a entrambi (i Full of Hell hanno licenziato una collaborazione addirittura con Merzbow, The Body, tentacolari, con altri quattro gruppi). E io mi chiedo, pur tormentandomi l’interrogativo solo fino a un certo punto, se suoneranno qualcosa in coabitazione, se almeno ci sara un volemose male in conclusione, perché volendo ci sarebbe materiale da suonare apposta, e poi ci troviamo pur sempre in Spagna, il paese in cui i comunicati stampa devono ossessivamente ripetere che gli artisti stanno presentando su nuevo disco, come se non potesse esistere tour senza supporto da rivendere e presentare pezzo per pezzo. E alla fin fine nulla, il concerto sarà il più normale degli split, prima gli uni e poi gli altri, e non me ne lamento, e l’unico momento di condivisione vedrà i sei membri dei due gruppi cazzeggiare a un tavolino fuori dal locale giusto prima dell’inizio, tra calzini di spugna orgogliosamente esibiti e magliette vintage di gruppi death metal. Bello comunque a vedersi, se non per l’estetica sicuramente per lo spirito.

Il Sidecar (pronuncia spagnola invariabile: Sidecár) rimane il luogo dove nel 2006 ho visto il mio primo concerto in terra catalana, e da allora non è cambiato minimamente: una lunga e stretta galleria sotterranea con l’arcuato soffitto non molto sopra le teste dei più alti e una refrattarietà esemplare ai segnali telefonici. Il palco è montato in fondo, nel culo tappato del tunnel, e per gruppi come questi, rovinosamente caotici, non è l’ideale, per andare di eufemismi. Senza minimamente cercarlo, mi ritrovo in primissima fila a due minuti dall’inizio.

Coi Full of Hell, a dirla tutta, non ero mai andato oltre un paio di ascolti di prova su Youtube, ma ero ben disposto a rivedere il mio scetticismo. Il concerto procede sistematicamente per fasi successive di tensione e rilascio, con compressissimi assalti grind assai metallosi che cedono il passo a rovinose pause noise del triplo della durata. Il cantante Dylan Walker abbandona spesso il microfono e si piazza dietro una microconsolle montata a centro palco dalla quale estrapola strati di feedback mentre gli altri assecondano la deriva maltrattando gli strumenti in modi apparentemente casuali. A mo’ di variazioni sul programma qualche mid-tempo e pure, se le orecchie non mi ingannano, un paio di breakdown. Walker convince (e spaventa) per duttilità vocale e riserva di fiato, anche se il suo stile a volte mi pare troppo vicino a certi vocalist deathcore (UO-UO-UO) per i quali decisamente non stravedo; il batterista David Bland dal canto suo picchia come da programma tantissimo, ma con un tocco leggermente free e sbilanciato che lo rende meno prevedibile e che si apprezza pienamente in un paio di frangenti direi improvvisati durante gli svarioni rumoristici: bravo davvero. Nell’impasto di suoni risulta penalizzato il lavoro di basso e chitarra, anche se affiora di tanto in tanto qualche riff notevole. E tutto è violento e malsano, e tangibile l’intenzione di fare da ponte tra versanti diversi dell’estremismo sonoro, ma qualcosa nell’insieme continua a suonarmi fatalmente asettico e formale, e me ne renderò conto ancora meglio al momento del cambio palco.

Che è il momento di The Body. Lee Buford indossa un’adorabile maglietta stravecchia di Chaos A.D. dei Sepultura con tanto di buco sotto l’ascella sinistra, come noteremo tutti mentre percuote le pelli: Chip King, in maglietta smanicata con l’illeggibile logo death-black di prammatica, si sistema di sghimbescio a un’estremità del palco, con una valigetta piena di distorsori montata su un trespolo a altezza torace che trasmetterà per tutto il concerto la sensazione ingannevole che stia fissando un monitor: è un ciccione ragguardevole.Non ci sono voci femminili campionate, non ci sono gli inattesi beat che infettano piacevolmente l’ultimo, a sua volta, recentissimo “No one deserves happiness”: francamente non riconosco un pezzo che sia uno, sembra che non stiano affatto presentando su nuevo album, ma non me ne frega un cazzo in assoluto, perché il loro suono è lì, tangibile, e noi, atterriti, indifesi, possiamo solo testimoniare. Ho paura di sconfinare nel trionfalismo gratuito, ho sospetti fondati sull’inefficacia delle parole, delle etichette di genere che te lo dico a fare, ma un tentativo di verbalizzazione devo provare a farlo: è stato svuotante. Poi potremmo parlare di doom-sludge, di esasperante lentezza o di feedback soverchiante, ma potremmo farlo anche per decine di altri gruppi e staremmo soltanto appiattendo i termini della questione. Le risorse stilistiche in uso possono essere fino a un certo punto (solo fino a un certo punto, perché loro di arrangiamenti e intuizioni non ortodosse ne sciorinano in abbondanza da sempre) comuni a un fottiliardo di altri gruppi, e così è, ma alla resa dei conti quel senso di annichilente sfacelo, di terrore paralizzante l’ho sentito evocare in modo così credibile solo da questi due. Infatti riuscivo unicamente a restare in piedi immobile mentre dietro di me si sviluppava un poco coeso, ondeggiante, improbabile accenno di pogo. E osservavo Buford, coi suoi pattern ritmici semplicissimi, inesorabili, cercando di decifrare quell’elemento ineffabile che li rende così obliqui; osservavo Chip King tormentare la chitarra e soprattutto urlare in quel modo insostenibilmente acuto e mi chiedevo quando e perché gli fosse venuta per la prima volta l’idea di aprire la bocca per emettere QUEI suoni (l’unico esempio che riesco a avvicinargli è quello di Jeff Smith dei Jeromes Dream, prima o poi dovrò decidermi a parlarne). E mentre tutto questo succedeva continuavo a pensare, cercando un modo di contestualizzare l’iperbole, di attutirne il valore sloganistico, che The Body sono forse l’esperienza più totalizzante accaduta nei vasti confini della musica estrema da vari anni a questa parte, almeno fino a dove sono arrivate le mie orecchie.

Con la necessaria ritrosia ho detto quello che dovevo. Fine. Grazie per l’attenzione.

Come spiegavo appena nel post scorso, i fumetti della Sergio Bonelli Editore hanno svolto un ruolo importante nella mia formazione. Ho cominciato a leggere Tex nell’aprile del 1990, con un paio di numeri antichi reperiti nella soffitta della nonna materna: pochi giorni dopo andai in edicola a vedere come se la passava in quel periodo, e non lo mollai per oltre sette anni. Zagor arrivò l’anno dopo, quando il personaggio ne compiva giusto trenta, perché ero una specie di residuato generazionale, non mi ero lanciato sulle serie più recenti, Dylan Dog, all’epoca colossale fenomeno di costume in divenire, il neonato Nathan Never, no, leggevo i classici che anche qualche parente mio poteva aver letto negli anni ’70, e in effetti pure nel caso di Zagor erano poi emersi alcuni albi dalla stessa soffitta, che aveva pochi tesori da offrire ma davvero preziosi.

Ricordo le storie classiche di Zagor di Guido Nolitta (cioè Sergio Bonelli stesso mimetizzato dietro alla macchina da scrivere) e Gallieno Ferri come qualcosa di bellissimo, pochissimi i passaggi a vuoto, fisiologici in una serie mensile, e una vastità di respiro che andava a coprire tutte le sfumature dell’avventura classica. All’atto pratico, preferivo le ristampe di “Tutto Zagor”, dal valore collezionistico nullo, alle avventure inedite della collana Zenith, con l’inconfondibile numerazione sfalsata, perché era lì che si poteva trovare il personaggio nella sua espressione più pura. A oltre vent’anni di distanza l’idea di una rilettura mi provoca un sottile sentimento di paura, intuisco la possibilità di un drastico ridimensionamento e sento il dovere verso me stesso di conservare intatto il ricordo di quel sense of wonder alla stregua di un patrimonio immateriale personale, che qui l’umanità c’entra poco.

I disegni di Ferri al suo apice, a metà tra i sessanta e i settanta, erano inconfondibili, e senza nulla togliere a Franco Donatelli e Franco Bignotti, i colleghi che più frequentemente gli davano il cambio, entrambi autori di una credibile interpretazione del personaggio, si percepiva immediatamente che Zagor era cosa sua: il dinamismo delle scene d’azione, l’atleticità della figura, asciutta e potente, e soprattutto lo sguardo, quegli occhi chiari spesso socchiusi la cui espressività emanava una potenza quasi cinematografica. 

In quegli stessi anni in cui leggevo pieno d’estasi le ristampe, durante le medie, Ferri si presentò a Fusignano (RA), patria di Arrigo Sacchi a cinque minuti di macchina dal mio paese, per inaugurare una piccola mostra dedicata al suo personaggio, se la memoria non mi tradisce presso la biblioteca locale. Supplicante, chiesi a mio padre di accompagnarmi e lui si dispose stoicamente al compito. Da bravo coglioncello non portai albi da autografare nonostante ne avessi piena la cameretta, e sotto la pressione dell’urgenza, chiesi timidamente a Ferri uno schizzo sul retro del volantino di presentazione dell’evento: in un paio di minuti ne venne fuori uno Zagor che si portava la mano alla bocca nel grido di battaglia (che per i più incolti, era e rimane “AYAAAAAAK”, numero di A variabile a seconda dell’enfasi della situazione). Mio padre si sentì in dovere di ringraziare immediatamente Ferri, che invece sembrava quasi dispiaciuto di quel bozzetto così precipitoso. Accecato dall’emozione, io ci capivo pochissimo. Il volantino è andato perso da anni, ma per capirci, alcuni celebrati disegnatori Image della prima ora (spariamo sulla croce rossa: Rob Liefeld), non hanno mai disegnato qualcosa  che valesse la metà di quello scarabocchio regalato a un trepidante piccolo fan. A casa me lo riguardai mille volte, non perché fosse bellissimo, ma perché semplicemente era fumetto in azione, avevo visto il signore delle copertine di Zagor, che all’epoca era già ultrasessantenne, tirarmi fuori dal nulla lo spirito con la scure sul più anonimo dei supporti. Potevo intuire in quello schizzo l’inizio del lungo processo che porta dalla tavola intonsa al fumetto finito, e per me che allora volevo fare lo sceneggiatore, era tutta una vertigine.

Nel corso degli anni, smisi di seguire Zagor, non saprei nemmeno dire a quando risale l’ultima avventura letta, ma continuavo a bazzicare lidi bonelliani per affetto, riconoscenza e curiosità per le nuove pubblicazioni. La morte di Sergio Bonelli nel settembre del 2011, che cercai invano di omaggiare su queste colonne, mi colpì profondamente. Consultavo spesso il sito della casa editrice, sì, il sito, capitolo importantissimo del complicato e contraddittorio adeguamento del colosso milanese alla modernità (ce ne sarebbe da scrivere…) e spesso andavo a sbirciare le copertine di Zagor, perché sapevo che le faceva ancora Ferri, perpetuamente in attività. In alcune di quelle immagini, sgradevole a dirsi, Zagor sembra ormai piegato dall’artrite, alcuni personaggi paiono pupazzetti di plastilina, ma l’attaccamento di tale monumentale professionista alla sua creazione era comunque commovente.

Appena saputo della sua morte, sono andato a cercare la copertina del prossimo numero, chiedendomi con quanti mesi di anticipo lavorino in Bonelli e quando subentrerà il suo sostituto, ancora senza nome. Ne ha disegnate più di seicento, oltre a svariate migliaia di tavole. Ha creato graficamente anche Mister No, ne ha disegnato la prima avventura e 115 copertine, anche se poi la caratterizzazione definitiva del personaggio rimane quella di Roberto Diso. Gallieno doveva restare a Darkwood, insieme a Zagor, e lasciare ad altri la foresta amazzonica che Jerry Drake aveva scelto come seconda casa, e così fece.  

Gallieno, ho voluto bene ai tuoi disegni. Grazie per quel bozzetto a Fusignano. Riposa in pace.

(se cercate Zagor su Google Images, i disegni sono quasi tutti suoi, ma resta un po’ poco per definirne l’arte)

La lotta contro l’entropia (nello specifico quella dell’internetto) è nata persa, ma col ritmo di chi non ha lettori abituali da accontentare con contenuti frequenti, anche questo blog poverello ha raggiunto i 100 post. Volevo cogliere l’occasione per straparlare un po’ con lo sguardo tra assorto e drogato di chi elucubra profondamente a voce alta e addirittura per provare a chiedere un paio di cose a chi leggerà questo di-scor-so-di-scor-so non richiesto. Stavo scrivendo “lettori occasionali” poi mi sono reso conto che moltissimi di quei pochi fanno anche il piacere di tornare da queste parti, e che di occasionale qui c’è solo la cadenza di pubblicazione dei post.

Vado per punti, come se si trattasse di estratti di un’intervista più lunga. Esprimermi per stralci presenta due indubbi vantaggi: 1) non devo preoccuparmi eccessivamente della coerenza interna del post 2) evito oculatamente di marzullizzarmi, facendomi le domande e dandomi le risposte. Anche perché Marzullo limitava la dose a un solo quesito, e non vorrei spararmi qualche viaggio brutto inscenando un’autointervista tutta intera.

Il numero cento in sé e per sé: mi sono chiesto per veramente molto tempo cos’avrei fatto in occasione del post numero 100, sospinto dall’obbligo implicito di fare lo sborone, anche quando ne mancavano la metà e quando smettevo per anni interi di postare, e volevo preparare qualcosa di profondamente speciale. Lì per lì avevo pensato a un racconto pieno di allusivi riferimenti al numero in oggetto, ambientato in provincia di Ferrara in tempo di carnevale, o comunque contenente riferimenti a quella landa: non vi dico perché, sennò smette di essere un’allusione. Quest’idea faceva però schifo, mi sembra di capire ora. Avevo in animo di chiedere a Google se avesse curiosità numerologiche da offrirmi. Poi non l’ho mai fatto, e alla fine è giusto così: cosa ci sarebbe stato di speciale nello scrivere un racconto allusivo, visto che quasi tutti i miei microparti narrativi vivono di non detto? E visto anche che alcuni cercano di essere sagacemente metanarrativi? Quindi mi sono baloccato invano con quest’idea, e alla fine niente, come certe occasioni in cui cominciavo a chiedermi con quattro mesi d’anticipo come avrei festeggiato il compleanno trovandomi al dunque così sfibrato dalle congetture da non fare letteralmente nulla. Anche perché tutto il rimuginare non teneva molto in conto fattori oggettivi come l’eventuale carenza di pecunia. Arrivato alcuni giorni fa al post novantanove mi sono consigliato di scrivere sostanzialmente le prime cose che mi venivano in mente abbassando in modo illimitato il livello delle autopretese, a ruota libera come non faccio mai; superare lo scoglio simbolico e poi ripredere con la prassi usuale del cagare parole lentissimamente. Perché alla fine, mi sembra di aver intuito, l’unica cosa che potevo veramente fare con la ricorrenza era levarmela dai coglioni e approfittarne per dire due-tre cose che nei post usuali non hanno cittadinanza.

Colori deludenti: da bambino leggevo tonnellate di fumetti, ai quali devo il merito di un alfabetizzazione di successo, anche e soprattutto funzionale. I libri sono arrivati dopo, forse tardivamente, e insomma, la mia proprietà lessicale, che tra i coetanei bagnacavallesi pareva essere merce rara, veniva in linea retta dal consumo vorace di nuvolette. Gli edicolanti del paese mi conoscevano tutti e nutrivano per me un sentimento di sincera lealtà, per via delle frequentissime iniezioni di microcredito, non sempre oculatissime, che riservavo alle loro attività. Nella fattispecie, poco prima dei dieci anni cominciai a leggere copiosamente bonelliani: penso tuttora che i fumetti Bonelli siano un elemento quintessenziale della cultura popolare italiana, quasi quanto il Festivàl di Sanremo, anche se la loro penetrazione nell’immaginario collettivo è stata indubbiamente più, vediamo…, subliminale, perché nemmeno le grandi tirature del passato potevano nulla in confronto al potere obnubilante dello schermo domestico. E poi, alla fine, moltissimi non collegano i personaggi al nome della casa editrice che li pubblica. Ma sto divagando. Per secoli, la Sergio Bonelli Editore, fiero avamposto del bianco e nero popolare, si concedeva la botta di vita del colore solo per le ricorrenze, numeri 100 e multipli. Attendevo quelle occasioni in modo febbrile, perché un bambino che passa minuti interi a leggere i titoli degli albi arretrati nell’apposito spazio è senz’altro in possesso del giusto entusiasmo per i traguardi di serie nate molto prima di lui. Ma la malinconia intrinseca dei risultati, quei colori piattissimi che sembravano tradire tutta la diffidenza di chi aveva misteriosamente avallato quegli strappi alla regola, mi facevano poi sperare in un rapido ritorno all’ordine che, tempo un mese, mi trovavo puntualmente scodellato in edicola. L’inadeguatezza complessiva di quegli albi mi lasciava stupefatto già a dodici-tredici anni, e lontanissimi erano i tempi in cui da Via Buonarroti sarebbe uscita una serie interamente a colori e per di più visivamente soddisfacenti. Tutta la menata voleva servire, oltre al piacere autoconclusivo dell’amarcord, a spiegare in qualche modo perché sia stato così lungamente ossessionato dal post numero 100 e poi alla fine non abbia combinato un cazzo. Una storia di aspettative fraintese. Poi c’è il fattore compulsività, certamente, ma non ho in programma di analizzarlo qui.

Le pause: ne ho già parlato altre volte, negli occasionali post di servizio, e non ho voglia di andare a cercare i precedenti. Il Divano Marziano è un blog che è morto d’interruzioni più d’una volta, al punto che anche quando sto scrivendo un post, nello stesso esatto momento, mi chiedo seriamente se considerarlo ancora uno spazio attivo. Anche ma non solo per questo, negli ultimi titubanti anni sono improvvisamente spariti gli interventi di attualità e si sono intensificati i raccontini, che per definizione non scadono, che sopportano meglio le mie elefantiache gestazioni (con risultati che, almeno in termini di dimensioni, sono sempre dei topolini). Scrivere per me resta una specie di battaglia di posizione col silenzio, che riesco a vincere solo per brevi e interlocutori momenti. Ma preferisco che sia così invece di lasciare per iscritto un diluvio di cazzate, meglio scrivere così di scavo che non farlo affatto. A ogni post terminato torno a percepire quello svuotamento euforico che accompagnava gli esami all’università. Anche la durata di questo effetto collaterale (sei-otto ore) è simile. I blog propriamente detti hanno ritmi vitali che qui non si sono mai nemmeno lontanamente sfiorati: per un centinaio di post, tecnicamente, sono sufficienti tre-quattro mesi, ma anche in presenza di metabolismi meno accelerati, qualsiasi lasso di tempo fino ai due anni (un post a settimana, via) è un intervallo di senso compiuto: io ci ho impiegato poco più di una legislatura e mezza, col ritmo di un post al mese. 1,041, a voler spaccare il capello. Se per i prossimi cento impiegassi anche solo sei anni ci sarebbero gli estremi per parlare di un travolgente miglioramento. Ma come scrivevo più su, non so se considerare questo spazio veramente in attività. Mi sento come quei gruppi che fanno reunion per concerti estemporanei e frequenti, senza arrivare mai alla strutturazione di un tour propriamente detto. Si finisce per suonare spesso nei paraggi, e i miei paraggi sono i raccontini.

Le microscopiche: ho la sensazione di averlo già detto (e nessuna voglia di controllare, oggi buona la prima), ma voglio ribadire che le Microscopiche apparizioni sono in assoluto la mia categoria preferita di tutto il blog. Non le avevo in programma quando ho aperto baracca, sono arrivate per conto loro circa sei mesi dopo, e mi spiaciucchiano così tanto perché nel tempo hanno assunto una fisionomia riconoscibile, sono il risultato di un insieme di regole mediamente coerenti e libere il giusto che si sono definite per i cazzi loro e che sostanzialmente funzionano anche se (o perché?) non mi sono mai preso il disturbo di formalizzarle in un canone. Semplicemente, si tratta dell’unico modo in cui riesco a far filtrare sul blog certi spunti di riflessione che emergono dall’infruttuoso esercizio quotidiano della vita senza parlare apertamente dei cazzi miei, spesso sprovvisti del necessario interesse. Aderire ai fatti non mi garantirebbe automaticamente risultati decenti, anzi. E alla fine della fiera, degli estemporanei personaggi che popolano i raccontini, continuo a sapere pochissimo anche a fine stesura, e in generale noto che hanno abitudini che non coincidono con le mie. Ammetto però di fare una fatica terrificante a decidere come si chiama questo o quello, perché loro non me lo dicono direttamente, e a volte mi sono trovato a fare ricerche nell’archivio dei post per scoprire se un certo nome di persona era già stato usato. Spero di continuare a scrivere questi testi perché mi diverte il metodo e perché alla fine si tratta dell’elemento più caratterizzante di questo spazio. A volte sogno anche di pubblicarli in separata sede, via.

La parte dell’occhio: sul perché in questo blog non ci siano le figure ho scritto pure un foglio illustrativo. È una scelta perfetta per non essere letti, lo so, e alla fine ne assumo le conseguenze, perché d’altra parte non so neanche quando scriverò effettivamente, quindi mi pare coerente cercare di respingere gli avventori casuali togliendo loro il salvagente del colpo d’occhio. No, non è elitismo, anzi, mi piacerebbe che alcuni testi raggiungessero un’improbabilissima diffusione virale, ma in qualche modo bisogna guadagnarsela. Forse è un modo di riconoscere che anche se sono otto anni che ho aperto un blog non sono mai stato un blogger neanche di striscio, non so. A volte però penso di cambiare le carte in tavola, cestinare la summenzionata spiegazione e cominciare a fare come tutti. per i dischi andrebbe benissimo, con copertine e link di Youtube a portata di clic, ma poi resta il problema che i racconti rifiutano violentemente qualsiasi tipo di àncora visiva, e finiscono per dettare legge sul resto delle categorie. E alla fine mi va bene che il Divano resti questo limbo strano, e chiamo io la gente quando ci succede qualcosa. Lungi dall’essere ideale, mi pare una soluzione onesta.

Saluto tutti quelli che non mi conoscono: il risultato di questa gestione invero pigra e umorale della cosa blog è che, sostanzialmente, lo leggono i miei amici. La pagina Facebook del Divano, che segue specularmente le fasi di morte prolungata della casa madre, ha 146 fan. Secondo Facebook, 134 sono amici miei: “amici”, ovviamente, nel senso che il social network attribuisce al termine: almeno un paio sono miei parenti, altri sono all’atto pratico conoscenti. Grazie a tutti, un giorno potremmo organizzare un ritrovo informale. Ma ecco, io però volevo ringraziare sentitamente quella dozzina di persone, dalla quale credo non mi dividano comunque più di due gradi di separazione, che a volte legge i post senza avermi mai incrociato nella vita reale, perché sono lì nonostante la mia scarsa brillantezza gestionale. Lo stesso discorso vale per 8 dei miei 13 follower su WordPress, uno dei quali si è aggiunto al gruppetto solo ieri. Ricordo che se per caso leggete e visualizzate i post e avete voglia di commentarli, io ne sarò lietissimo. Scrivo soprattutto per me stesso, ma se aborrissi davvero ogni possibile forma di feedback, anche le più sfuocate e remote, non appiccicherei i testi su questo spazio.

Progetti per il futuro, o Parole grosse: per uno che è arrivato a quindici mesi e dieci giorni consecutivi senza l’ombra di un post (10 febbraio 2010-20 maggio 2011), o al ragguardevole risultato di 2 post 2 a interrompere una narcosi che altrimenti sarebbe proseguita ininterrotta tra luglio 2013 e dicembre 2015, per uno così, dicevo, parlare di progetti per il futuro ha i connotati chiarissimi dell’autopresa per il culo, o del wishful thinking più sfrenato. Non ho la minima idea di quanto spesso mi farò rivedere da queste parti, quindi facciamo, come dicevo prima, che come sempre vi chiamo io. Però, oltre alla prosecuzione delle Microscopiche… No, va’, meglio non azzardare nulla di preciso. Direi dischi e concerti col solito criterio aleatorio, ma devo ammettere che mi piacerebbe scrivere alcuni post di carattere musicale dal respiro più generale, che rifugga dalle circostanze anguste dell’evento (pubblicazione o esibizione che sia): qualcosa sulla musica catalana, della quale in italiano si è scritto relativamente poco, qualche pezzo a tema che potrebbe sfruttare a suo vantaggio il principio internettiano dei listoni (dieci pezzi che…), però con un minimo di scrittura potabile intorno. Ho accarezzato per anni il proposito di scrivere una specie di microsaggio sul tema del servizio militare nei testi dei gruppi hardcore italiani degli anni ’80, che pare una boutanade ma non lo è: alla fine però non ho mai buttato giù neanche una lista di massima di pezzi da analizzare, e ce ne sarebbero. Avrei colto l’occasione anche per documentarmi su quel curiosissimo vocabolo, naja, che oltre a essere notevole per la rarissima I lunga intervocalica, porta in sé la carica simbolica sconfinata di una nefasta pratica sociale, quella della leva obbligatoria, ormai totalmente sconosciuta, quasi come il termine stesso, alle nuovissime, hem, leve. Ma poi non so, io sono stato riformato, e più in generale appartengo a una generazione che se l’è cavata a buon mercato con un po’ di servizio civile. Altre cose non me ne vengono in mente, perché ho sempre navigato a vista. Sui post di politica, confesso di stare attraversando una fase in cui l’introspezione va fatalmente a braccetto con la disinformazione, e anche se naturalmente cerco di nutrire idee sullo stato del mondo, mi manca quel piccolo residuo di sicurezza, di fondatezza, che mi portava a farlo qui sul blog.

Via al televoto: quindi, o voi che state leggendo, ripeto a voce alta: se avete idee, suggerimenti, commenti, saluti, sailcazzo assortiti da affidare a queste colonne, fatelo ora. Approfittate della festicciola. se così vi pare. Ma se non lo fate, vi si vorrà bene uguale, ché una community bisogna meritarsela. Comunque, ancora una volta: grazie per aver letto.

 

 

 

 

 

Le enumerazioni

Martedì, dopo il lavoro, sono venuto a trovarti e mi hai parlato dei tuoi amanti. Seduti in camera tua, la schiena appoggiata al letto, una dozzina di poster alle pareti, quasi tutti in bianco e nero, dei tuoi film preferiti che in parte sono anche i miei e in parte assolutamente no, passavi nel racconto da un uomo all’altro con tale imponderabile rapidità che finivano per confondersi tutti, e non riuscivo neanche a trovare le energie per chiedermi dove tu trovassi le energie per mantenerli tutti in riga in quel valzerino. E un disco dei Ramones in repeat ogni mezz’ora, one, two, three, four, identico a quando lo ascoltavamo a quindici anni, e che sarebbe suonato identico anche mettendo su uno degli altri quattro-cinque che stavano sullo scaffale: e ripetersi e ripeterti, postilla incoerente tra i tuoi racconti erotici, che alla fine non ne sono mai andato matto. Mercoledì ho consultato le pagine gialle, quelle cartacee, non lo facevo da secoli, in cerca di uno specialista in podologia per mamma, che soffre di spina calcaneare, o tallonite. Ne ho chiamati tre e mi sono trovato a spiegare, rendendomene conto per la prima volta, che in famiglia abbiamo una specie di tradizione in materia, dall’alluce valgo della nonna ai piedi piatti di papà, che gli hanno di fatto permesso di evitare il servizio militare sopportando in cambio il modesto contrappeso di quel disonore generico che all’epoca marchiava ancora, via via più tenuemente, gli inabili alla leva. Quando la segretaria dell’ultimo dei tre mi ha spiegato che i risultati non erano scontati, che anche dopo la terapia era comunque necessario tenere i piedi per terra, le ho risposto che i guerci bisognerebbe trattarli con un occhio di riguardo, e senza aspettare una sua qualsiasi reazione le ho detto che forse l’avrei richiamata, ho ringraziato e riattaccato. Giovedì ho visto il frigo vuoto e mi sono seduto a comporre una lista della spesa, nella quale volevo sottointendere due o tre ricette, perché la vicinanza in un elenco a volte suggerisce relazioni tra i suoi elementi per forza di mera vicinanza: funghi, piselli, panna, boscaiola. Almeno a casa nostra, per mano di mamma.  Quando non mi veniva in mente niente scrutavo la parente bianca o la televisione spenta. Poi a fare la spesa ci sono andato, e al super ho incontrato Claudio e la signora Canali, e perdendomi in chiacchiere ho poi dimenticato le uova, le olive verdi, il detersivo per i piatti. Che a dire il vero non erano neanche in lista, ma forse, se fossi stato concentrato, presente al dovere della scelta, mi sarebbero tornati in mente vedendoli tra gli scaffali. E invece mi sono perso a guardare nel banco gastronomia le lasagne al forno, le salse strane, i contorni fantasia, pensando che comunque non avevo voglia di cucinare. Lunedì e venerdì non è successo letteralmente un tubo, non ho nemmeno visto Alessandra perché i giorni dispari ha yoga, e appena tornato a casa mi sono tolto le scarpe, ho acceso la radio, mi sono steso sul letto e sono rimasto a guardare il soffitto nella vana speranza che migliorasse la musica, finché il soffitto non ha cominciato a cambiare impercettibilmente colore sfumando in nero, segno che mi si erano chiusi gli occhi, in uno di quei pisolini di venti minuti confusi, pieni di realtà che filtrava dai rumori della casa, e che poi ti complicano il sonno dei giusti. E praticamente quelle immagini squagliate che potremmo chiamare sogni si assomigliavano come due pozzanghere piene di gocce d’acqua sputate le une alla altre, sia lunedì che venerdì, un po’ perché le radio hanno smarrito la virtù di variare la programmazione e un po’ perché in un call center i giorni di lavoro sono un po’ tutti fotocopiati, la stanchezza cambia solo in virtù dell’accumulazione e il venerdì è in effetti lievemente peggiore, ma ad ogni buon conto anche le pennichelle che ti induce possono assomigliarsi moltissimo. E il sabato era partito con una giudiziosa lista di cose da fare, che però ha smarrito immediatamente tutta la sua oculatezza mescolando svago e faccende, perché come ti avevo scritto quella volta in una mail pensando che la frase valesse la pena, il sabato e la domenica sono il solaio incasinato di tutto ciò che non trova spazio nella settimana lavorativa. Ma la tua assenza di commenti mi aveva persuaso che era una mezza cagata. Poi man mano che fai le cose cancelli le voci dell’elenco -mi piace accanirmi contro la carta, rendere compatto il nero o il blu che coprono la cosa fatta- finisci per constatare che tre ore dopo hai grossomodo dimenticato l’obiettivo raggiunto e la cancellatura può arrivare a fine giornata con la dignità di piccolo mistero. A te succede mai? Poi capita che fatte quelle due cazzate –ma quali?- nel solaio comincia a esserci un po’ di posto, e si fa complesso capire se la pigrizia è un sintomo, un alibi o un diritto per il quale generazioni passate hanno sovvertito l’inerzia crudele della storia. E sbadiglio, mortalmente avvinghiato al sito della Gazzetta, alle quasi sempre erronee illazioni sulle probabili formazioni. Se Alessandra è al telefono con sua madre, sento specularmente il diritto di perdere il tempo, sopraffatto dal dato di fatto che solo ora, non prima, ora, c’è tempo da perdere. E non finisce così tutte le settimane, ma è incredibile come a volte io e lei, ma alla fine tutti, riusciamo ad accanirci a usare il tempo per nessun scopo, e non sapremmo poi dire che ne è stato, senza nemmeno la giustificazione della cancellatura su un foglio. Ci rincoglioniamo con le serie, ma avrei bisogno di un pretesto per rievocare i dettagli della trama: saprei dirti però che oggi a colazione, colazione tardiva, abbiamo visionato la Santa Messa su Rete 4, perché Alessandra voleva controllare “se era ancora uguale a quando ci andava da bambina”, e spalmare la marmellata si era trasfigurato per emulazione in un atto liturgico. Ma poco altro, credo si possa dire che eravamo stanchi perché sì, perché alla fine ci autoconsegnamo alla vecchiaia ammettendo mesti che non abbiamo più vent’anni, ma so che adesso esigerò alla settimana di passare lesta, e a sua volta senza storia, per essere all’altezza di me stesso e di lei, altezza arbitrariamente fissata non saprei quando, al prossimo cazzo di weekend.  Non siamo nemmeno riusciti a toglierci le mutande in tutto il fine settimana e adesso che tutto sta per trasformarsi irreparabilmente in lunedì non possiamo evitare una punta d’acredine nella parole, anche se poi continuo ad annusare nell’aria il privilegio di stare bene in sua compagnia senza che le circostanze esterne siano anche solo minimamente interessanti: ascolto contemporaneamente i risultati delle partite e il suo silenzio tutto sommato collaborativo e deduco che c’è tutta una casistica di cose che potrebbero andare peggio ma per ora sembrano astenersi dal farlo. E quindi evito di scriverti una lista di buoni propositi prima di spegnere il computer: cominciamo col mandare tutto a memoria. Per sgranchirci, per sgranchirci. Buonanotte.

 

 

 

 

 

 

 

Quando il locale è basso e gli stagediver arrivano comodamente a puntare i piedi sul soffitto mentre intanto infuria il pogo ci sono ottime premesse per una piacevole seratina, e così è stato. Atmosfera intima, suono ottundente e temperature proibitive. Ne sono uscito tutto contento. Lo trovate qui.

Aprono i madrileni Teething, che avevo visto tre anni fa intruppati nel plotone di gruppi spalla di una delle frequenti discese catalane dei Napalm Death, e francamente, qui l’amore non vuol sbocciare. Grindcore metalleggiante dall’animo velenoso, batterista dalla notevole potenza di fuoco, poderosi rallentamenti, cantante in botta, tentativi ponderati di variare il canovaccio senza ridurre troppo le legnate pro capite: tutto a regola d’arte, ma alla fine della fiera il risultato mi pare un esercizio di stile, un grindcoraccio di fine fattura dove però smarrisco l’efferata insensatezza che cerco come condizione imprescindibile in questa roba. Ma tutti gli altri apprezzano e non posso esattamente dire che stiano prendendo un abbaglio. Dovrò giocarmi la carta del terzo tentativo.

A seguire, da Denver, CO, i Primitive Man, portatori sani di un nome senza dubbio orripilante. Per affinità concettuale mi sovvengono i pionieri powerviolence Neanderthal, che però, in virtù di una scelta di termini più accurata, suggerendo un concetto simile, suonavano profondamente evocativi, e faranno per tutta l’eternità una meglio figura nei brulicanti annali della musica ringhiante. I nostri eroi invece sarebbero stati perfetti per l’indimenticata rubrica di Bastonate gruppi con nomi stupidi. Ma tant’è. Schiacciato tra due band grindcore, il trio si prende senza tanti complimenti tutto lo spazio necessario a sviluppare il suo malsano linguaggio sludge spesso e volentieri imbastardito da altre grammatiche estreme: un paio di accelerazioni che li portano di peso in disastrati terreni black metal, una sporcizia sonora che sa di punk al servizio del culto viscerale delle vibrazioni, qualche inattesa pennellata alla Earth ultima maniera. E poi c’è quel barrito deforme a sovrastare l’insistente trascinarsi (bam bam bam) della musica, perché il nome brutto alla fine non se lo sono mica scelto a caso: il tutto suona convintamente ottuso, profondamente doloroso, finanche svuotante. Per quanto mi riguarda approvo senza riserve, ma vedo parte del pubblico bigiare. Cercherò di tenerli sott’occhio.

Poi arrivano i Magrudergrind (sempre a proposito di nomi stupidi, leggete un po’ qua). Riassunto delle puntate precedenti: hanno un disco nuovo appena uscito, non pubblicavano nulla da sei anni, è la prima cosa che esce senza Chris Moore alla batteria, sostituito nel 2014 da Casey Moore, che non sembra suo parente e non dovrebbe esserlo, e nel frattempo non hanno mai smesso di suonare in giro. E insomma, nell’economia di un gruppo di tre membri che si regge sui blast beat e praticamente vive in un tour bus, un cambio di batterista è forse un evento più rilevante della pubblicazione di un album, per molte primavere che passino (e hey, il disco nuovo l’ho appena comprato). Potrei tessere articolate similitudini col motore di una vettura da Formula 1, ma mi soverchiano vergogna e stanchezza anche solo a pensarci: diamola per spiegata e proseguiamo. Per mesi ho cercato su Youtube video (spesso interi, venti minuti e avanti il prossimo) dei loro concerti più recenti, immagini sfuocate, i suoni che un cellulare può catturare in uno scantinato, con gli occhi puntati su Casey Moore, che aveva il gravoso compito di non mandare in vacca tale perfetto ingranaggio punitivo, un’interpretazione del genere così rigorosa, efficace, essenziale, micidiale, da farmeli considerare il miglior gruppo espresso dalla scena tutta dal 2000 in avanti. E il ragazzo si è applicato, fortunatamente all’oscuro di pirla come il sottoscritto che gli stilavano le pagelle a distanza, e stasera la gente pogava, volavano i corpi senza requie, e io, vedova contrita di Chris Moore con un mal di schiena invalidante, capivo con sollievo di trovarmi a presenziare un concerto dei Magrudergrind senza se e senza ma, con la compattezza, le urla, i riff che volevo ascoltare da secoli, e i cazzo di blast beat a tenere su la baracca a dovere. Poi potrei cominciare col triste ritornello del “però non li ho mai visti con quella formazione”, ma perché farlo dopo aver ascoltato “Black banner” (tre minuti e mezzo, per loro quasi una suite, come lo fu “Bridge burner”) con la certezza di trovarmi di fronte a un classico inamovibile delle scalette future? Vaffanculo, ci siamo, ci siamo, teniamoci il presente, teniamoci queste legnate fino al prossimo giro.

 

 

 

Passaggi a vuoto

Mentre entro nell’ascensore cercando di decidere cosa leggerò nei prossimi due mesi senza scaffale alla mano, perché la fretta maligna me ne ha allontanato, trovo un mocio abbandonato ad aspettarmi, paziente nel suo secchio: senza volerlo è venuto a prendermi al terzo piano. Piacevole cortesia, deve averlo lasciato lì la signora Evelyn con l’idea di cambiare pianerottolo, e ora sicuramente lo starà cercando. Per sdebitarmi potrei fermarmi a un piano qualsiasi e dare una passata al pavimento, ma ho già detto di avere fretta e c’è pure il rischio di ripetere un lavoro già fatto. Spero di trovarmela al pianterreno, che aspetta il mocio prodigo per riprendere coscienziosamente le sue mansioni, ma c’è solo la Bressan del quinto con le borse sotto gli occhi e quelle della spesa sotto braccio, che si porta dietro il sonno arretrato come il cane che non ha mai avuto. Buongiorno, le dico, scrutando dietro di lei il portone del palazzo che si apre rivelando la presenza di Federici del quarto, che il cane ce l’ha sul serio, e lo riporta pisciato e sereno nel cuore della tranquillità domestica. Saluto anche lui mentre cerco di impedire meccanicamente che il portone si richiuda, quale passaggio dimensionale che mi concederebbe il diritto di prendere un autobus invece del successivo, e mi ritrovo fuori. Mentre accelero verso la fermata, mi rendo conto di non avere il cellulare per avvisare Francesco del ritardo, e lasciando una bestemmia a mezz’aria torno sui miei passi. L’ascensore è ancora fermo al quinto, la Bressan e Federici devono essere saliti insieme e sicuramente avranno approfittato dell’occasione per approfondire un silenzio già importante. Arriva l’ascensore e c’è ancora il mocio dentro il secchio, che nessuno pare intenzionato a recuperare. Altruisticamente decido di farmela a scale nella speranza di incrociare la signora Evelyn e farle presente che il mocio, col suo silenzio, chiede di lei, ma non la trovo, e perdo altri due minuti, che spero anche Francesco stia simmetricamente perdendo in qualunque altro modo. Dentro casa mi fermo allo scaffale per confermare le mie ipotesi di lettura, e mentre rimugino vado più o meno spedito verso camera mia, dove trovo il cellulare che, approfittando dello scampolo di tempo extra che gli ho concesso per errore, si è ricaricato completamente. Scrivo che arrivo, dato vago e sufficiente a mantenere acceso il fuoco tenue delle buone maniere e chiamo l’ascensore al terzo perché anche basta scendere a piedi. Mi trovo davanti Viola, con quegli occhi sempre spalancati che congiurano contro il mio equilibrio e lo zaino pieno di chi sta seguendo almeno tre corsi. Mi chiede come sto, le dico che di fretta, che magari ci becchiamo tutti dopo cena per una birra. Lei sorride, e inizia senza ragione apparente a parlarmi dell’esame di estetica, ma non posso guardare in faccia a nessuno e ho già derogato alla regola, le dico dopo mi racconti e mentre entro inciampo nel mocio, ma stavolta non posso bestemmiare. Parte dell’acqua schiumosa, già sporca ma ancora impregnata dell’odore asettico del detergente investe la superficie gommata del pavimento dell’ascensore peggiorando vagamente le cose. Si chiude la porta e ancora parla e mi dispiace lasciarla lì, e concludo che dovrò ripendere io il discorso, portando le birre alla loro porta in segno di pace, sperando che mi apra lei e non Fabio o quel coglione di Salerno. Mentre scendo e appoggio accidentalmente il piede sul bagnato ricordo che in frigo ci sono ancora lattine avanzate dall’ultima festa. Esco finalmente di casa. Poi ci sarebbero le due Peroni che ha portato Paola passando da casa nostra mentre ero in biblioteca, ma mi spiacerebbe farle fuori, perché lei sapeva che non ero in casa, ma io so che le dispiacerebbe se se le bevessero Gaetano o uno a caso dei vicini, perché probabilmente quelle birre volevano essere solo una scusa per scendere al pachistano a prenderne altre due, nell’unità di tempo di una lattina a testa ci sta a stento uno qualsiasi dei discorsi che vorremmo fare. Certo, non puoi ritrovarti due birre sottomano come un biglietto dell’autobus nel portafoglio e venire a quell’ora sapendo di andare a vuoto, ma non credo di poterle rimproverare il diritto di comunicare con me per errori. Non risponde quando le scrivo e viene quando non ci sono, e in questo modo ci siamo già detti un paio di cose, ma così non finiamo un discorso. Se tengo quelle due Peroni e lei ripassa con altre due tra qualche giorno forse ce la facciamo, sperando che a quell’ora non ci sia una festicciola informale coi vicini, con Salerno che a beneficio di tutti ripete ruttando le due pagine studiate in giornata e Viola che fuma appoggiata alla finestra imitando coscientemente Nanni Moretti, mentre Gaetano cerca invano di deviare l’attenzione di tutti sulla musica che sceglie da Spotify. Non è quello il tempo e il modo, come l’ascensore non è il posto del mocio e invece stava lì e non capisco il perché. Dove cazzo era la signora Evelyn, e come stanno i pavimenti di tutti i pianerottoli se lei è irreperibile e il mocio fa la spola tra i piani? Intanto arrivo alla fermata. Pancaldi del sesto ama ripetere che la donna delle pulizie non sa pronunciare la zeta perché è nata in Sudamerica e, a suo parere, questa è ragione sufficiente per chiedere all’amministratore di licenziarla, ma lui è di vicino Bologna e dà del cornuto all’asino. Non vorrei che scendendo e salendo le scale si sia ritrovata all’ottavo piano scoprendo che non esiste, come in quella vecchia puntata di, mi pare, “Ai confini della realtà” perché allora Pancaldi l’avrebbe vinta, e anche se noi in subaffitto non partecipiamo alle riunioni di condominio, pensiamo comunque che non sia giusto dare ragione agli stronzi. È un’opinione generica, ma alla fin fine molto meno delle sue, che dal sesto riecheggiano continuamente a pioggia sui piani più bassi. Riscrivo a Francesco, che nel frattempo mi ha mandato un messaggio di insulti, e mentre frugo nelle tasche mi rendo conto di avere scordato le chiavi di casa sul tavolo di camera mia mentre prendevo il cellulare. Dovrò stare fuori almeno fino all’ora di cena e anticipare con Francesco, anche solo per sdebitarmi, le birre che potrei prendere con gli altri in serata. In questo modo, anche Paola dovrà aspettare di sicuro almeno un giorno in più, anche se non credo che oggi avesse intenzione di passare. Fuori dal finestrino del bus non c’è niente da guardare e quindi mi pare il caso di concentrarmi in quella direzione.