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Sulla parete

Già da qualche tempo, almeno due volte al giorno, quando si incamminava verso la fermata dell’autobus e al momento di rincasare dal lavoro, anche solo fuggevolmente, sollevava lo sguardo dalla porta di casa sua e lanciava un’occhiata alla parete principale, accarezzando il progetto di scriverci sopra, a caratteri cubitali, il suo nome e cognome. Nome e cognome che, con dimensioni più discrete, accontentandosi dei limiti di un riquadro angusto, appariva, col sole e con la pioggia, indipendentemente da quanti lo suonassero, sul campanello. Ma, in questo modo, per vederlo era necessario cercarlo, avvicinarsi significativamente all’ingresso, e nessuno lo faceva a meno di non voler entrare; e poi c’era anche il nome di sua moglie, ma non era su quello che aveva dubbi, non era quello che temeva di non poter più leggere. Sapeva che in quella via del paese passavano soprattutto i residenti, che quasi tutti lo conoscevano, e che avrebbero reagito con sgomento, perché sulla parete, oltre al nome, non ci sarebbe stato altro. Era disposto ad accettare che molti pensassero che stava diventando matto, e che alcuni altri potessero addirittura leggervi una minaccia di rappresaglia, sappiamo dove abiti; questa possibilità, però, lo faceva sorridere, perché sapeva bene di non essere stato in vita sua abbastanza visibile da suscitare l’odio di chicchessia. Pensava anche allo stupore, diverso nel movente, di quei due o tre vicini che invece non conosceva e che non avrebbe nemmeno saputo identificare, arrivati nel quartiere a seguito di traslochi o finanche migrazioni; e si sentiva soddisfatto, perché avrebbero rapidamente concluso che quella scritta altro non era che una gigantesca firma che voleva mantenersi leggibile, e avrebbero capito il perché del suo gesto molto meglio di tutti gli altri. Lui, dal canto suo, avrebbe continuato a ignorare le loro generalità, anche se l’idea che qualcuno di loro venisse a presentarsi dopo aver letto il suo nome sulla parete gli ispirava un vago senso di soddisfazione.

E soprattutto mentre girava la chiave nella porta, preparandosi a rientrare, si chiedeva come avrebbe giustificato quella presa di posizione davanti a sua moglie, davanti a sua madre che, nonostante gli anni, era ancora sufficientemente lucida per sperimentare i sussulti dello sconcerto. E questo era il problema: sapeva che se non avesse portato a termine quello che voleva fare, a ogni rientro si sarebbe sentito come se in casa non ci fosse nessuno. Poteva anche trovarsi davanti sua figlia, che passava due o tre volte alla settimana a trovarli, e non sapere bene cosa dirle perché troppo lontano da se stesso, e quindi anche da lei. Ma come sempre, arrovellandosi sulle conseguenze, finiva per trascurare gli aspetti pratici. E di fatto, rinviava di settimana in settimana il proposito di passare per la ferramenta del paese e cercare con discrezione bombolette di vernice spray. A volte immaginava la sua firma in rosso, più spesso in nero, gli altri colori gli sembravano poco visibili o semplicemente inadatti. Visualizzava il momento in cui avrebbe attraversato la soglia, a notte alta, la porta socchiusa, il giaccone buttato direttamente sul pigiama a righe, e con la bomboletta in mano avrebbe scritto il suo nome con freddezza e precisione. Ma la fatica, l’ansia sottile che gli appesantiva la respirazione, dimostravano che quelle proiezioni erano orribilmente lontane dall’avverarsi. In fondo non aveva neanche il coraggio di soffermarsi a guardare la parete per prendere le misure e stabilire le proporzioni che avrebbe dovuto ritrovare quasi al buio, a memoria, nel momento decisivo; perché usare una torcia, o anche solo il cellulare, avrebbe fatalmente attirato attenzioni indesiderate. E anche se non era infrequente che si alzasse durante la notte per andare al bagno, temeva che il sonno di sua moglie potesse interrompersi proprio nella notte sbagliata, costringendolo a posticipare ulteriormente il suo progetto e ad aspettare un paio di minuti seduto sul bordo della vasca per poi tirare lo sciacquone a vuoto. Ma sapeva di non poter aspettare troppo a lungo. Alla pensione mancavano circa due anni, e con essa sarebbe sparito il blocco di attività che occupava il grosso delle sue giornate: quindi perché mai avrebbe dovuto risparmiare anche il resto della sua vita, che già faticava a trattenere tra le dita fuori dagli orari d’ufficio? Amava pescare, ma per riempire tutto quel tempo avrebbe davvero dovuto svuotare gli oceani. No, doveva mettere un punto fermo prima che la situazione fosse irrecuperabile, e pensare ad attività pomeridiane, ai corsi della locale università della terza età, era soltanto una parte della soluzione, sicuramente la più prosaica. Poteva tornare sulla questione in futuro. Era più urgente pianificare l’azione, a cominciare da quella benedetta vernice. Eppure tornava a pensare a come gestire le reazioni dei familiari, alla denuncia contro ignoti che avrebbe sporto presso i carabinieri come ulteriore copertura, all’alibi semplicissimo, stanotte ho dormito come un sasso, che avrebbe usato, alle ore, forse anche due o tre giorni interi, che sarebbero trascorse prima di rimuovere la scritta: perché se ne sarebbe preso cura lui stesso, magari un sabato pomeriggio, e avrebbe osservato attentamente la scritta mentre la cancellava, cercando di capire se tutto quello che aveva fatto era stato sufficiente per farlo tornare, quel nome sbiadito, al suo posto, un punto variabile ma sempre vicinissimo al centro rovente dei pensieri. Era fondamentale riuscire a impararlo di nuovo per poterlo conservare negli ultimi anni. A questo serviva il tempo rimanente: a questo e a costruire il coraggio, che continuava a brillare per la sua assenza quando dopo cena, si fermava a osservare i due paesaggi bucolici, ormai risaputi, appesi in salotto, con la consapevolezza bruciante di trovarsi all’estremità sbagliata della parete.

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Mentre lavoravo all’ultimo post sulla questione catalana, spulciando tra le fonti, ho deciso di recuperare una notizia apparsa sulla stampa spagnola quasi due mesi orsono e dedicarle un post. I problemi che questa storia solleva, come vedrete, sono quantomeno annosi, e trascendono lo specifico della politica spagnola e catalana. Si tratta, anzi, di una questione praticamente universale, come quasi universale è la diffusione dei social media nelle nostre società, e si presta a un parallelo interessante con la situazione italiana.

Questi i fatti: a inizio settembre, Inés Arrimadas, capo dell’opposizione al parlamento catalano e figura di spicco del partito di destra liberale Ciutadans/Ciudadanos, fortemente schierato contro l’indipendenza della Catalogna, ha annunciato l’intenzione di sporgere denuncia contro una donna di simpatie indipendentiste, che le aveva rivolto pesanti insulti di carattere sessuale in un post su Facebook. Come si può vedere in questo link, l’Arrimadas ha deciso di non occultare il nome dell’autrice. Il testo tradotto suona all’incirca così:

“So che mi pioveranno addosso critiche da tutte le parti, so che quello che sto per dire è maschilista e tutto quello che volete, ma ascoltando l’Arrimadas al dibattito di Telecinco, posso solo augurarle che stasera, all’uscita, la violentino in gruppo, perché non si merita altro, una simile cagna schifosa.”

Credo che abbiate capito a cosa mi riferivo quando parlavo di parallelismi con l’Italia. Ma andiamo con ordine. Poche ore dopo, la responsabile del commento è stata licenziata da Tinsa, la società di tassazioni immobiliari per la quale lavorava a tempo determinato, che ha pubblicato un breve comunicato di solidarietà con la deputata. Prevedibilmente, la rete non si è risparmiata, travolgendo la donna con una valanga di insulti. Il giornalista Juan Soto Ivars, dalle colonne di El Confidencial ha argomentato che l’Arrimadas ha peccato di irresponsabilità, esponendo la sua detrattrice al giudizio sommario dell’opinione pubblica internettiana, pur difendendo pienamente il suo diritto di adire le vie legali e dissociandosi totalmente dal contenuto del post incriminato. Anche Marina Estévez Torreblanca di El Diario ha sollevato perplessità con un articolo intitolato È legale licenziare un lavoratore per avere insultato un personaggio pubblico su Facebook?che riportava tra gli altri le opinioni di alcuni giuslavoristi e sindacalisti. Una testata online che non conoscevo, Es Diario (no, non è un refuso, i due nomi sono quasi uguali), ha risposto col polemico titolo Incolpano Tinsa e l’Arrimadas di aver rovinato la vita di chi le aveva augurato uno stupro. In un precedente articolo, la redazione riferiva di un tentativo di comunicazione con la lavoratrice licenziata, che aveva però rifiutato di rilasciare dichiarazioni. Un’altra testata a me precedentemente ignota, Alerta Digital, nello stesso periodo ha rincarato la dose col seguente titolo: Licenziano questa cosa,  [nome e cognome], l’indipendentista che ha augurato all’Arrimadas di essere stuprata. Sì, la definiscono “cosa”. E i commenti a fine articolo, seguono la stessa linea, lanciandosi in un body shaming sfrenato. Quelli però, non ho voglia di tradurveli. È qui che, secondo me, sta il senso amaro di questa vicenda: il commento originale è ripugnante e ingiustificabile, senza dubbio, ma possiamo definire legittimi gli insulti con i quali una testata giornalistica e i suoi lettori hanno bersagliato una donna che aveva già pagato il suo errore perdendo il lavoro? Superata dalla giurisprudenza delle moderne democrazie, la legge del taglione è tornata a prosperare su Internet. E poi, come si chiede la giornalista di El Diario: è giusto che la donna sia stata licenziata? Gli interpellati, in assenza di informazioni dettagliate sul caso, non si sbilanciano, l’articolo è pieno di condizionali. E bisognerebbe anche sapere se Tinsa possiede un codice etico interno e, in caso affermativo, se la lavoratrice ne fosse a conoscenza. Quel che è sicuro è che la linea editoriale di Es Diario e Alerta Digital è improntata a un unionismo dai toni molto accesi, mentre il post che ha originato tutto, come dicevo più sopra, è opera di un’indipendentista convinta: in altre parole, si tratta di un conflitto ideologico trasceso immediatamente sul piano degli insulti personali. Sì, di questi tempi può succedere, purtroppo.

Ma veniamo finalmente all’Italia: avrete pensato tutti alla presidente della Camera Laura Boldrini, che da anni è oggetto delle asfissianti attenzioni di migliaia di leoni da tastiera (espressione che, pensandoci bene, non ha un vero equivalente nell’ecosistema internettiano spagnolo). Comunque, no, non sono qui ad argomentare che la Spagna è meglio dell’Italia perché stiamo paragonando un caso apparentemente isolato agli insulti reiterati di un gran numero di persone: sarebbe troppo semplicistico, anche perché su internet si possono comunque trovare svariati commenti osceni all’indirizzo dell’Arrimadas. No, questa differenza di scala, pur rivelandoci indirettamente qualcosa sull’opinione pubblica dei due paesi, è interessante soprattutto per le sue conseguenze pratiche: perché se da una parte la mosca bianca può essere facilmente individuata e neutralizzata, dall’altra i singoli che formano questa moltitudine delocalizzata e atomizzata dietro agli schermi dei computer, possono trarre dalla loro preponderanza numerica una distorta impressione di legittimità. Non a caso, anche quando la Boldrini ha annunciato in agosto che avrebbe cominciato a denunciare gli insulti più gravi, la marea di fango non ha accennato a fermarsi: se leggete tra i commenti riportati da questo articolo, potrete scorgere l’insofferenza di chi si sente limitato nell’esercizio di un suo diritto democratico. E su testate come “Il Fatto Quotidiano”, molto frequentata dai detrattori della Boldrini, la musica in questi ultimi mesi non è cambiata minimamente. Ma d’altronde, quando è lo stesso leader di un movimento a aizzare la sua base, come fece Beppe Grillo nel 2014, diventa difficilissimo sovvertire la convinzione che ingiurie strettamente personali siano ascrivibili al diritto di critica. Un diritto che, per esempio, applica questo articolo di Massimo Mantellini del febbraio 2017, che rivolge alla presidente della Camera osservazioni argomentate riguardo al controllo della violenza verbale su internet. Non è importante specificare se mi trovi d’accordo o meno, quanto piuttosto che le categorie di “accordo” e “disaccordo” si possono applicare solo in presenza di ragionamenti, e i vaffanculo, semplicemente, non lo sono.

Concludendo: se in Italia tutte le persone che hanno rivolto alla Boldrini insulti a sfondo sessuale fossero state licenziate dai rispettivi datori di lavoro, avremmo assistito a un calo di alcuni decimi nelle statistiche d’occupazione. Poi potremmo dire che certi colleghi sarebbe meglio perderli che trovarli, ma questo piccolo esempio dimostra per assurdo che l’articolo di Marina Estévez Torreblanca non è affatto privo di fondamento, e che la decisione di licenziare un lavoratore per simili motivi possa definirsi quantomeno controversa. Certo, come penso sia chiaro, non ritengo che la situazione italiana e quella spagnola siano esattamente equiparabili. L’impressione è che la Spagna, che ha cercato di contrastare l’atavica piaga sociale della violenza di genere con una legge in materia già nel 2004, presenti una situazione migliore rispetto al nostro paese. E più nello specifico, benché il caso che ho discusso oggi veda protagonista proprio un’indipentista, esistono legami tra il movimento secessionista catalano e quelli femministi, soprattutto all’estrema sinistra dello schieramento, ma non solo. Ed è importante non trattare per compartimenti stagni queste due tematiche, l‘hatespeech internettiano e la violenza di genere, perché è purtroppo evidente che l’odio degli internauti tenda a sessualizzarsi molto più facilmente quando l’obiettivo è una donna. Perché un maschio che finisce nel mirino dei leoni da tastiera (e anche delle leonesse, suvvia), diventa immediatamente un imbecille, un coglione, uno stronzo, ma quasi mai un cane o un puttano. Questo è il punto.

Tra le varie definizioni adottate dai mezzi di comunicazione spagnoli per descrivere il conflitto istituzionale tra governo regionale catalano e governo centrale, una delle più fortunate è sicuramente choque de trenes, “scontro di treni”. Altamente iconica e assai più neutra di quel desafío soberanista (“sfida sovranista”) gettonatissimo tra le voci avverse all’indipendentismo, l’azzeccata metafora ferroviaria ha visto negli ultimi giorni una moltiplicazione esponenziale del suo impiego a fronte di una situazione progressivamente sempre più tesa; questo fino alla giornata di ieri, che ha sancito in modo irrefutabile l’avvenuta collisione. In un concitato botta e risposta consumatosi nello spazio di un’ora, il Parlament di Barcellona ha approvato con maggiornaza assoluta (e voto segreto) la Dichiarazione Unilaterale d’Indipendenza (DUI), mentre a Madrid il senato ha ratificato l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione per la sospensione dell’autogoverno catalano, già approvata dal consiglio dei ministri lo scorso sabato; insomma, da una parte festeggiamenti per la nascita della nuova repubblica catalana, dall’altra l’annuncio di nuove elezioni regionali per il prossimo 21 dicembre, previa la rimozione dall’incarico di varie importanti cariche delle istituzioni catalane, tra cui il presidente della Generalitat Puigdemont. Questi importantissimi sviluppi erano stati preceduti, il giorno prima, da un fallito tentativo di mediazione, a quanto pare con i buoni uffici del presidente della comunità basca Iñigo Urkullu, che aveva visto lo stesso Puigdemont a un passo dal convocare autonomamente nuove elezioni, rinunciando così alla DUI, in cambio del ritiro del 155.

Sarò diretto: personalmente, trovo che si tratti di uno dei peggiori scenari possibili. Ho osservato con freddezza i festeggiamenti via social di vari amici e conoscenti indepe, alcuni dei quali italiani, e pur non sentendomi pienamente autorizzato a guastare le altrui feste, ho lasciato cadere un paio di commenti critici o sarcastici. Ma conosco le loro ragioni, Posso comprendere il fatalismo di alcuni di fronte alle possibilità di riforma dell’ordinamento spagnolo, o la convinzione che la dichiarazione d’indipendenza apra un orizzonte di nuove possibilità politiche. Ma la mia estraneità alla loro gioia è totale. Assoluta. Il choque de trenes pare avere azzerato lo spazio per le sfumature, per le obiezioni costruttive, per le faticose distinzioni che aveva cercato di portare avanti chi come me, a partire da posizioni apertamente di sinistra, non si identificava né con gli uni né con gli altri, in nome di una Spagna plurale e repubblicana. Anche a costo di esporsi a dolorose contraddizioni, come è successo lo scorso venerdì a Barcelona en Comú, formazione che appoggia la sindaca Ada Colau al comune di Barcellona, il cui voto contrario ha affossato una mozione della CUP per dichiarare il re Felipe VI, che pure era stato aspramente criticato dalla stessa Colau per il suo discorso di inizio ottobre, persona non grata in città. Ad ogni modo, quanti proclamavano ni DUI ni 155, si sono ritrovati in piena terra di nessuno; sospesi tra un potere centrale impassibile esecutore di una legalità repressiva che non ha esitato a ricorrere nuovamente a polemici arresti dalla forte connotazione politica e una coalizione indipendentista decisa a usare una risicatissima maggioranza nel parlamento locale per approvare un’indipendenza che, a queste condizioni, non può che essere sfacciatamente di parte. Via, l’ho detto.

I margini per il dialogo erano da tempo estremamente esigui, ne sono cosciente. E come argomentavo nel precedente post sulla questione catalana, le forze politiche egemoni nel resto della Spagna non hanno il benché minimo interesse a intraprendere una riforma costituzionale profonda abbastanza da favorirlo. A posteriori, anche l’invito al dialogo di Puigdemont dopo la dichiarazione d’indipendenza sospesa del 10 ottobre può apparire come una mera manovra interlocutoria dovuta a una posizione di relativa debolezza strategica. Ma ora, di fatto, ci ritroviamo in una Catalogna paradossale, che è allo stesso tempo indipendente e sottoposta al governo diretto di Madrid, e ci aspetta un futuro prossimo di difficile decifrazione. Quali che siano le evoluzioni più immediate, è altamente improbabile che allo stato attuale delle cose venga abbandonata la logica di scontro frontale che stiamo testimoniando in queste ore. E forse si tratta dell’eredità più amara che ci lascia una giornata realmente storica.

 

C’è stato un tempo in cui WordPress mi elargiva a piene mani le assurde chiavi di ricerca di quanti capitavano su questo blog senza averne la minima intenzione: talmente tante che ne ricavai materiale sufficiente per scrivere non uno, non due, ma tre post nonostante un volume di visite che era e rimane quello che è, complice anche la periodica penuria di aggiornamenti di cui sono l’unico responsabile. Quei giorni felici terminarono quando Google decise inopinatamente di tagliare i rifornimenti, a me e a tutti gli appassionati cacciatori-raccoglitori di simili bagatelle. Da allora, per giorni e mesi e anni, ho ricevuto quasi esclusivamente unknown search terms,  e come tutte le persone di informatizzazione modesta e meramente passiva, ho pensato in un primo momento di avere fatto qualcosa di sbagliato; ero comunque abbastanza alfabetizzato da intuire che non avrei risolto il problema riavviando il sistema. Comunque, se cercate unknown search terms su Google, troverete principalmente blogger smaniosi di aggirare il blocco di Google. A quanto pare, infruttuosamente. In realtà, anche se a me era sempre sfuggita, WordPress offre ai suoi utenti un’apposita pagina di spiegoni, dalla quale vi estrapolo il paragrafo di maggior interesse:

“Some search engines don’t reveal search terms for privacy reasons. Google, for example, has been encrypting the vast majority of search terms since 2013.  That’s why we often can’t specify which search terms were used by visitors who arrived at your site from a search engine. When we don’t know the search terms, we show them as Unknown search terms.”

2013, dicono. Non a caso, l’ultimo post della serie lo pubblicai il 31 marzo di quell’anno, più di quattro anni fa. Ci avevo messo una pietra sopra, ma un paio di giorni fa ho casualmente scoperto, mentre bighellonavo ozioso tra le mie magre statistiche, che si tratta di un lasso di tempo sufficiente per garantire a un numero ragionevole di ricerche di sfuggire alle maglie dell’oblio predisposte da Google dall’alto della sua semionnipotenza; e che pertanto, anche se con molta meno accuratezza rispetto al passato, mi era ancora concesso fare luce sui moventi che portano gli internauti da queste parti. Ed è stato bello e dolce poter osservare da vicino, una volta di più, queste microparticelle di vera realtà isolate dal flusso inesausto dell’informazione. Per le premesse teoriche dell’operazione, rimando ai post precedenti. Alcune voci non fanno altro che rimbalzare da un post all’altro con le varianti del caso. A seguire e in ordine alfabetico, i risultati più notevoli di questa ultima e lunga infornata.

cagadubbi significato: noto con disappunto che la Treccani adotta la grafia cacadubbî, con tanto di circonflesso, senza però contemplare la variante con la lettera G, vilmente omessa anche nel verbo cacare.  La definizione, in compenso, è sintetica e estremamente precisa. Aggiungo che se si indicesse un qualche tipo di consulta popolare per determinare la parola più bella della lingua italiana, la mia scelta potrebbe anche ricadere su questo vocabolo straordinariamente icastico. Naturalmente con la G.

canzone mononota cagata pazzesca carmelo eelst coglione: risentimento a palate contro il simpatico complessino Elio e le Storie Tese che, mentre scrivo queste righe, ha annunciato da poco il suo prossimo scioglimento. Vedremo, a questo punto non so se crederci. Entrando nel merito, ribadisco: “Dannati forever”, presentata alla stessa edizione del Festival era molto, ma molto meglio della “Canzone mononota”. Dovendo indicare una vera cagata, voterei però “Vincere l’odio”, che è un pezzo ancor più freddo e autoreferenziale, oltretutto fallimentare negli intenti, stando agli insulti riportati qui sopra. Comunque il povero Vittorio Cosma, alias Carmelo, non merita tanto astio.

cazzi: ricerca tanto lapidaria quanto generica. Resta da determinare quante migliaia di pagine abbia consultato il nostro utente per arrivare a questo blog. Segnalo anche trenino di cazzi, un’altra chiave che per giungere al Divano deve avere percorso distanze vastissime. Ovviamente su rotaia.

cerco video di coppie che scopano in cucina: rispetto alla media delle chiavi di ricerca a sfondo pornografico che mi sono beccato negli anni, questa è piacevolmente innocente. Basta fare le pulizie con una certa frequenza.

chi é l’annunciatore di 29 settembre dell’equipe 84: bella domanda, vediamo un po’. Secondo questo sito si tratterebbe di Riccardo Palladini, “primo speaker del telegiornale della Rai”. Ma abbiamo altre due fonti (Repubblica e, hem, Dagospia) in cui Maurizio Vandelli dichiara che avrebbe voluto Palladini, ma che alla fine non se ne fece niente, e si accontentò di un altro. Che poi: nella seconda fonte il cognome di Palladini è mal riportato, con una sola L, mentre nella prima si adombra un conflitto per la paternità dell’idea (lo stesso Vandelli o Mogol?): decidetevi. Tornando al quesito, mi sento più propenso a credere alla versione del tentativo fallito, con ripiego su anonimo collega del Palladini.

cos’è un discharge in elettronica: deve essere stato deludente ritrovarsi su questo blog. Mi dispiace.

cuando bienen dos poliziotto a casa tua y te: non sapremo mai come finiva la ricerca, ma spero che non sia successo niente di grave. Per le chiavi di ricerca in itañol con tanto di errori di ortografia abbiamo anche divano a presio economico

dialogo della natura e di un irlanedese: rispolvero questa classicissima chiave che mi segue dagli esordi del blog in virtù della pregiata combo errore di nazionalità+errore d’ortografia.

divano non passa per porta: non riesco a scrollarmi di dosso il sospetto che ricerche come questa vengano effettuate sistematicamente dopo l’acquisto e mai prima.

è vero che i black sabbath e il ballo del qua qua: anche se non finisci la domanda, sì, in qualche modo è vero. Ne avevo parlato anche qui. Lieto di essere stato d’aiuto.

elisabetta gardini pompino pompini di elisabetta gardini: a mio parere si tratta dello stesso fan che cerca insistentemente di placare i propri bollori. Invano, perché l’unico risultato nominalmente pertinente è questo video di Youtube con un dibattito tra l’ex portavoce di Forza Italia e l’ineffabile, onnipresent,e Diego Fusaro. La fellatio tanto invocata compare in uno dei commenti, dove un utente invita la Gardini, assai poco garbatamente, a fare “pompini col culo”. Un prevedibile nulla di fatto, ma temo che il nostro utente non desisterà così facilmente.

“estinzione uno sfcelo” titolo originale: “Auslöschung. Ein Zerfall”. Me l’hanno cercato varie volte per via del titolo di uno dei miei primissimi post. Qualcuno ha anche cercato thomas bernhard estinzione. uno sfacelo sintesi,  chiave per la quale rimando ancora a Wikipedia avendo letto varie opere dell’austriaco ma non questa. E anche se non c’entra un tubo, mi piace ricordare quella volta, in realtà pochi mesi fa, in cui parlai per alcuni minuti della poetica di Bernhard con uno sconosciuto che leggeva un suo libro in metropolitana. È molto più frequente che mi imbatta in autori che aborro, purtroppo. Tipo Paulo Coelho.

evaporazione in cazzate umoristiche: e niente, è da 10 minuti che cerco di farmi venire in mente qualcosa di vagamente simpatico e pertinente, ma è stato tutto inutile. TEMPO SCADUTO!

frasi con udenza: se non registri l’ortografia, nessuna. Ma mi sento buono e allego questo link, che considera -udenza come desinenza. Scusate la leggera cacofonia.

fratelli ferro prezzo divano manchester: ho effettuato una rapida ricerca e mi sento di poter dire che il modello di divano che stai cercando è di una marca diversa.

godspeed you black emperor + dirty three concerto: pare che questa meravigliosa congiuntura astrale si sia verificata a Lubiana il 14 novembre 2012. Qui c’è un frammento dell’esibizione dei Godspeed. Beato chi è sopravvissuto a tanta letizia concentrata in un solo punto della superficie terrestre e ora può raccontarlo in giro.

il porto sepolto in leopardi: il vate di Recanati era talmente avanti che possiamo riscontrare nella sua opera l’influenza di una raccolta poetica uscita 79 anni dopo la sua morte.

invenzioni miniaturizzatori: sarebbe un grande passo per l’umanità. Ma potrebbe diventare piccolo di lì a pochissimo.

la grande enciclopedia dei cazzi: no, non si trova nulla di minimamente attinente. Digitando questa chiave di ricerca fino all’ultima parola esclusa, si ottengono però i seguenti suggerimenti di completamento: dinosaurifucili da cacciacoltellitarocchi fabbri editorifolletti. Può interessare qualcosa?

la musica che puacerebbe ai marziani: ovviando all’errore di battitura, questa chiave di ricerca vince il premio della critica 2017 per manifesta superiorità. Di musica nello spazio, effettivamente, ne abbiamo mandata, ma non è dato di sapere se qualcuno l’ha ascoltata, un po’ come quando gli artisti di belle speranze mandavano i loro demo alle case discografiche, in tempi in cui i dischi si vendevano. E comunque, tra i materiali selezionati non c’erano i Voivod.

lassativo maicol: per mia fortuna, è un mondo che non ho mai frequentato. Ricordo il Laevolac, fedele compagno d’avventure della mia povera nonna, il Guttalax è di dominio pubblico, ma no, maicol non mi dice niente. Comunque, le alternative non mancano.

mamme bone / “mamme bone” / racconti di mamme bone / mamme bone al mare / mamme troppe bone: ecco qui un manipolo di autarchici per ignoranza o scelta premeditata che glissano su uno dei termini più pervasivi della nostra epoca: MILF. Nell’ultima chiave risulta fatale l’incertezza tra avverbio e aggettivo.

morose rompiballese lei è troppo rompiballe: sì, è bene informarsi, ponderare, valutare, prima di decidersi a riprendere l’aspro cammino della solitudo.

napalm secolo utilizzo: così a intuito, nessuno compreso tra l’inizio della vita sulla terra e il diciannovesimo.

nonsense con il titolo sopra il divano: il primo risultato è una pagina di Yahoo Answers dove un poveretto chiede aiuto per comporre una poesia con rime baciate. Il verso libero serve anche a evitare problemi di questo tipo.

pano chitas muer madura: per capirci qualcosa, bisogna fare un minimo di restauro. La grafia corretta dovrebbe essere panochitas mujer madura, cioè fichette (lo scrivo con la C, sennò mi si offende la Treccani) di donne maturePanocha nel significato di “organo sessuale femminile” è voce prevalentemente latinoamericana. Ciò che mi sorprende è scoprire che la stessa parola, in Spagna indicherebbe invece gli attributi maschili. Non si finisce mai di imparare, per davvero.

parola da scartare tra francese romeno finnico sardo e: e? Scusa, non hai finito la domanda. Comunque, dai, questa è facile. La scrivo qui o la lascio per eventuali commentatori desiderosi di cimentarsi con il quesito? Intanto che non rispondo, ne approfitto per ricordare che, anche se i casi della vita sono imprevedibili, e quindi incalcolabili, quelli del finlandese sono comunque 15.

parrucchiera sadismo: “perché dicevi di aver capito che taglio volevo, quando poi hai fatto totalmente di testa tua?”

piantina dell’oltretomba pagano: occhio, perché se ti presenti in un qualunque aldilà con la cartina, la gente del posto capirà subito che sei morto da poco. E i pivellini dell’eternità tendono a trattarli con un po’ di sufficienza e fastidio.

più piazze circolari unite insieme: la vedo male in caso siano concentriche.

poltrone e sofa ha rotto le palle: riporto questo accorato sfogo, del quale però mi sfugge la ragione profonda. Forse una campagna pubblicitaria troppo insistente? Chi è in ascolto dall’Italia è in grado di avanzare ipotesi?

porno zoo con donna italiana che fa le rispettive porcata: se “rispettivo” significa “che si riferisce a ciascuno, o è proprio di ciascuno degli elementi di un gruppo o di una serie”, come ci suggerisce la sempre vigile Treccani, anche al netto dell’errore di concordanza, cosa voleva intendere il nostro utente? Che nello stesso porno c’erano anche donne di altre nazionalità? Oppure (glom) quel “rispettive” allude alle varie specie di animali presenti in uno zoo? Sono sinceramente atterrito.

posizione per menarsela: mi sento di poter affermare che esiste una certa libertà di coscienza in materia, ma sconsiglierei di provare a infrangere le leggi della gravità.

racconti solletico ladri in casa: ma come? Dopo aver legato i padroni di casa? Col rischio che si divincolino?

riviste per adulti in pdf: digitalizzazione del patrimonio culturale.

romina power date e località tour 2013: vuoi dire che la carriera solista di Romina è durata così a lungo? A chi invece mi chiede cosa fa oggi romina power rispondo di non avere accesso alla sua agenda personale.

ronnie james dio articoli anni 80: una chiave cercata addirittura due volte, probabilmente dalla stessa persona, il tipico fan che non si arrende di fronte ai primi risultati deludenti. Carissimo, mi dispiace davvero non averti potuto aiutare.

sbloccare lo sfondo da terminale ubuntu: potresti… provare… a riavviare il sistema. No? Niente?

sedere irritato carta: ai tempi dell’indimenticabile slogan 10 piani di morbidezza ero solo un bambinetto. Mi riempie di pena constatare che dopo tanti anni l’umanità stia ancora lottando con un problema che sembrava in via di risoluzione.

senza quelle forme di risposte evasive: forme mi sa tanto di spagnlismo per “tipi”, ma continuo a non capire cosa stessero cercando.

statua plaza catalunya a francesco marcia: si sta chiaramente parlando del monumento (anche perché di figurativo non ha nulla) a Francesc Macià, indipendentista catalano e presidente della Generalitat nei primi anni ’30 del secolo scorso. Con il nome che vedete qui sopra ho trovato solo un arresto per usura a Cagliari nel 2015. E sospetto che la responsabilità dell’errore, per una volta si possa attribuire al correttore automatico.

storielle simpatiche per tirare su di morale: non saprei. Ma mi sento di escludere l’opera omnia di Thomas Bernhard.

sulla ramblas vendono maglie barcellona tarocche: quante ne vuoi, amico mio, quante ne vuoi. Se non fai attenzione, potresti arrivare a sputtanarti tutto il budget della vacanza.

translatequesta si che è musica: now that’s music! E in regalo, anche se fa molto American English, uno splendido yeah, man! per una piccola dose di enfasi supplementare.

una rotonda sul mare programma quando lo fanno: caro internauta, mi hai forse scambiato per la guida TV? Ma lo sai che qui a casa non ho neanche la tele?

urbanistica mappa delle strategie: pianificare mappe per pianificare mappe per progettare interventi. Se ho capito bene.

youporn t**** che si fanno penetrare 80 centimetri di c****: tutto pudico, tutto un asterisco e nemmeno un po’ di vergogna mentre scrivi 80?

 

Se un barista part-time del Begood ti dice tre giorni prima che il concerto dei Today is the Day è stato spostato in un altro locale, indicandoti come riprova un cartellone scrauso scritto a mano dove il nome che cerchi effettivamente non c’è, beh, non credergli. Passerai i ritagli di tempo di tre giorni di vita alla ricerca di un’inesistente location alternativa per poi scoprire che non era un caso se tutte le informazioni reperibili su internet indicavano solo e soltanto il Begood. Storia vera, dettagli del malinteso ancora poco chiari, ma quel che conta è, alla fin fine, solo e soltanto il lieto fine.

Ad ogni modo i fraintendimenti non vengono mai soli, e infatti anche il nome del gruppo di supporto mi aveva inizialmente fatto pensare a inspiegabili sponsorizzazioni in odore di lifestyle. Poi ho risolto l’arcano, scoprendo che il trio newyorkese che ha scelto di chiamarsi “Fashion Week” adora spargere informazioni fuorvianti sul proprio conto ed è in possesso di un bizzarro senso dell’umorismo. E in effetti il cantante e chitarrista Joshua Lozano usa le pause tra un pezzo e l’altro per lamentarsi dei pantaloni stretti che gli impediscono di divaricare le gambe come vorrebbe mentre suona o per ricordarci che contemporaneamente sta suonando a Barcellona “un altro gruppo di New York”, cioè gli Swans. Quando imbracciano gli strumenti, comunque, non ce n’è per nessuno. Nulla di veramente originale, sia chiaro, il suono di riferimento è il caro vecchio noise rock che fu e che sempre sarà, diciamo tra Unsane e Melvins, con chiare tinte grunge nei frangenti meno compressi, ma la resa è micidiale e la potenza quasi travolgente. Insomma, potete ascoltarvi i loro album per farvi un’idea, e non vi farà certamente male, ma la botta di questa mezz’oretta tra i solchi non la ritroverete. Urla ragguardevoli, sezione ritmica da varie tonnellate, la foga di chi sta divertendo un casino e pezzi luridi e pestoni ma mai ottusi e monocordi, e in questo senso le aperture piu melodiche hanno il pregio di prevenire la monotonia senza ridurre l’intensità esecutiva. Completa il quadro un pezzo con tanto di armomica, che per qualche misteriosa ragione, è la morte sua.

Poi è il turno dei Today Is the Day, che come ormai sanno anche i sassi, altro non sono che la voce posseduta e la chitarra di Steve Austin più un bassista e un batterista diversi per quasi ogni tour e/o disco. I nomi dei due oggi non mi dicono niente, DJ Cox alle quattro corde, impegnato episodicamente anche alle tastiere, e Tom Bennett dietro le pelli, entrambi significativamente più giovani di Austin. Non ho idea di dove suonassero in precedenza, ma portano a casa la pelle in scioltezza, dimostrandosi navigati e capaci. La prima parte della scaletta è tutta incentrata su “Temple of the Morning Star”, non fosse altro perché il tour serve a festeggiare il ventennale di cotanto discone. Inizio affidato alla solennità della title-track, con Austin che canta male perché non è mai stato un cantante, ma trasmette perfettamente la disperazione esemplare di quelle due righe di testo. Poi inevitabilmente, “The man who loves to hurt himself” ci getta nel vortice del noise rock più personale, efferato e visionario della storia del genere, ed è un bel perdersi. Su “Pinnacle”, Austin abbandona la chitarra e si mette a sbraitare a due passi dalle prime file (“My ass bleeds for you sincerely”), con una faccia stravolta che, lombrosianamente, riassume il senso della sua musica, mentre su “Hermaphrodite” percuote il basso, lasciando Cox a estrarre rumori dai tasti. L’atmosfera di terrore e malessere del disco è resa perfettamente, e il pubblico apprezza visibilmente. A fare da spartiacque, un estratto a testa da “Sadness will prevail” e “Kiss the pig” (se non erro), prima di passare a “In the eyes of god”, coi primi cinque brani in sequenza e una resa strepitosa dei sette minuti di “Going to hell”, probabilmente il loro capolavoro, grazie anche alla prova di Bennett alla batteria (su disco, lo ricordiamo, c’era Brann Dailor dei Mastodon, e non tutti i suoi successori ne erano usciti indenni). Seguono una cover di “Sabbath bloody sabbath” e un paio di bis che coprono anche l’ultimo “Animal Mother”, mentre Austin ormai gronda sudore a ogni accordo. Poi torna umano e ci ringrazia sentitamente per l’accoglienza e il supporto, mettendo fine a un’oretta di musica emotivamente devastante. E ripenso al barista part-time che mi ha quasi fatto perdere il concerto, senza rancore ma ancora con un certo sconcerto.

 

 

Dal primo ottobre scorso, giorno del referendum di autodeterminazione catalano, gli eventi si sono succeduti a ritmo furibondo: uno sciopero generale che ha interessato tutta la Catalogna; un discorso del re Felipe VI sbilanciatissimo verso le posizioni del Partido Popular; il repentino cambio di sede legale di numerose banche e imprese catalane e spagnole; manifetazioni per il dialogo; manifestazioni per l’unità della Spagna; fino ad arrivare alla dichiarazione d’indipendenza di martedì, sospesa dopo otto secondi netti dal presidente catalano Carles Puigdemont nel tentativo di aprire una finestra di dialogo sia con Madrid che con l’Europa. Mossa sibillina, che è riuscita a scontentare gran parte del fronte indipendentista, con in testa la sinistra anticapitalista della CUP, suscitando al tempo stesso reazioni velenose nella fazione opposta (lo stesso Partido Popular e la destra liberale di Ciutadans), che argomenta che la rottura c’è comunque stata. E anche se una dichiarazione d’indipendenza è poi stata firmata dalla maggioranza indipendentista al Parlament catalano, per il momento è completamente priva di valore fattuale (qui un riassunto encomiabile in italiano). Finora, un movimentatissimo nulla di fatto, che copre parzialmente la carenza di progettualità che mi sento di imputare agli indipendentisti. Sui gruppi di italiani residenti a Barcellona, la valutazione più gettonata è che Puigdemont abbia rinverdito i fasti della supercazzola tognazziana. E per una volta non mi sento di dare torto al micidiale, acefalo, nutritissimo, partito dell’aperitivo che infesta pagine di questo tipo. Sapete come si dice, anche gli orologi rotti…

Il presidente del consiglio Rajoy ha risposto il giorno successivo richiedendo ufficialmente al governo locale catalano di precisare se la dichiarazione d’indipendenza c’è stata o no. Per quanto possa sembrare una mossa di impareggiabile inanità, ha il pregio strategico di cercare di stanare Puigdemont e il suo stato maggiore dalle posizioni difensive sulle quali si sono arroccati, rinviando a scenari più definiti l’applicazione del discusso articolo 155 della costituzione, finora rimasto inapplicato, oggetto misterioso che permetterebbe di revocare le competenze di autogoverno di una qualsiasi delle diciassette comunità autonome spagnole. A stretto giro il leader del partito socialista spagnolo, Pedro Sánchez, ha annunciato un accordo con Rajoy per una riforma costituzionale nel giro di sei mesi in cambio dell’appoggio parlamentare per l’applicazione del 155.

E qui sta il nocciolo della questione: la Costituzione del ’78, menzionata sia da Puigdemont nel suo discorso che da Anna Gabriel della CUP nelle successive repliche delle altre forze politiche, è la pietra angolare dell’anomalia spagnola. Una costituzione che molte voci critiche nella Spagna attuale considerano conseguenza diretta del cosiddetto pacto del olvido che ha di fatto sancito la continuità delle istituzioni democratiche con i trentasei anni di regime franchista che, vale la pena ricordarlo, morì di morte naturale insieme al suo leader. Da qui, tra le altre conseguenze, la sopravvivenza dell’istituzione monarchica, che nell’attuale crisi catalana prima ha brillato per assenza e poi per partigianeria, e l’istituzione dell’Audiencia Nacional, nata sulle ceneri del Tribunal de Orden Público franchista, e per questo considerata dai detrattori soggetta al potere politico. L’instaurazione di un bipartitismo fortemente polarizzato, che ha retto sostanzialmente fino alla recente irruzione di Podemos e Ciutadans/Ciudadanos nell’agone politico, ha di fatto favorito una cristallizazione dello status quo e una lettura, per così dire, il più possibile centralista di un ordinamento statale che avrebbe dovuto favorire la decentralizzazione dei poteri e il riconoscimento delle specificità locali (come è stato poi solo in parte). In questo senso, molti hanno identificato l’inizio dell’attuale crisi catalana nel 2010, con la cosiddetta “sforbiciata” dello statuto d’autonomia catalano, a opera del Tribunale Costituzionale spagnolo su istanza del Partido Popular. Uno statuto previamente approvato dal parlamento catalano e poi sottoposto al voto di conferma dei cittadini della regione.

Ora, una proposta di riforma costituzionale da parte di un partito come il PSOE, che nonostante l’inopinata presenza dei vocaboli “socialista” e “operaio” nella sua denominazione ufficiale si è di fatto trasformato in fedele guardiano della monarchia costituzionale post 1978, fa pensare a scenari gattopardeschi, a cambi minimi e mirati unicamente a disinnescare l’emergenza catalana, più che a un radicale ripensamento di una democrazia nata senza ripudiare i trentasei anni di fascismo che l’hanno preceduta. In questo senso, è estremamente emblematico che in alcune manifestazioni unioniste di questi giorni, ma a onor del vero non in quella di domenica 8 ottobre a Barcellona, abbia fatto capolino a più riprese la bandiera della Spagna franchista, poi sostituita da quella attualmente in vigore. Ed è beffardamente ironico che l’estrema destra spagnola in questi giorni etichetti come “golpe” le aspirazioni separatiste catalane, quando il regime sulle cui fondamenta si regge l’attuale ordinamento statale, nacque a seguito di una guerra civile originata a sua volta da una sollevazione militare. Insomma, e lo dico da non indpendentista, un doppiopesismo vergognoso, e la prova che i momenti di tensione che stiamo vivendo siano stati ben sfruttati da gruppi esplicitamente fascisti per alzare la testa. Bastino a conferma i disordini di ieri nel centro di Barcellona in occasione del Día de la Hispanidad, festività da sempre accolta polemicamente in Catalogna.

POSTILLA: il mio precedente post sulla situazione catalana dava estrema preponderanza, a partire dal titolo, al numero di feriti dell’uno ottobre. Ovviamente, questa cifra è stata al centro di vorticose polemiche, tentativi di minimizzazione e anche puntualizzazione. In ultima istanza sembra che il numero si riferisca con buona sicurezza alle persone che hanno richiesto assistenza medica, anche per attacchi d’ansia, nel corso della giornata, mentre il numero di feriti gravi sembra per fortuna molto esiguo. Le cifre, come è noto sono scivolose, quando non apertamente manipolabili. Per sfuggire a questo rischio, in passato avevo descritto lo sciopero del 14 novembre 2012 evitando qualunque tipo di dato numerico. In questo caso non ho saputo o voluto mantenere la stessa freddezza. Dopo attenta riflessione ho deciso di non modificare in alcun modo il post del 2 ottobre, sia perché la cifra era riportata da molteplici fonti come effettivi feriti sia perché non ho alcuna intenzione di minimizzare una condotta delle forze dell’ordine che era e rimane vergognosa. Considero sufficiente aggiungere questa piccola contestualizzazione ex post.

Esibizione mestissima in termini di riscontri di pubblico per questa calata barcellonese del quartetto di Baltimora, una quindicina di paganti sparpagliati che fanno sembrare sterminato lo spazio ristretto del Begood: un esempio da manuale di perle ai pochi. Ok, a poche strade di distanza, in una delle sale del Razzmatazz si esibiva Princess Nokia, ma il rischio di sovrapposizione tra i due pubblici mi pare pressoché nullo. Insomma, non se li sarebbe filati nessuno comunque, e dispiace.

Cinquanta minuti di musica strumentale senza bis e senza pause, con l’ultimo “Interventions”, uscito lo scorso anno, a fornire la maggior parte dei (pochi) brani suonati, ed esecuzioni millimetricamente identiche alle versioni da studio. Si tratta di un canovaccio sonoro di non facile assimilazione: superficialmente ci sono somiglianze col math rock del tempo che fu (mi vengono in mente Sleeping People e Sweep the Leg Johnny, depurati però della componente hardcore), nei brani più estesi e frenetici si materializzano corposi fantasmi krautrock, ma a monte ci sono indubbiamente gli studi accademici dei quattro, che rendono conto di un rigore formale affine a quello del minimalismo storico e dei complessi incastri poliritmici che vedono impegnati il batterista Sam Haberman e il percussionista Andrew Bernstein; quest’ultimo impegnato anche al sassofono, col quale dà vita anche a un intervento solista che parte in chiave drone e si conclude in contorsioni e avvitamenti che possono rimandare a parte della produzione di Colin Stetson. Un frammento in solitario anche per il chitarista Owen Gardner, la cui sei corde straniata e imprendibile dialoga col basso di Max Elibacher in parallelo alle evoluzioni ritmiche degli altri due membri. Rispetto ai dischi, restano fuori solo le sperimentazioni elettroniche dello stesso Elibacher, che fungono di raccordo tra le composizioni “corali”.

L’equilibrio finale non è miracoloso solo e soltanto perché è il risultato lampante di un lavoro meticolosissimo, che nulla lascia al caso: e anche i frangenti più ossessivi e convulsi mantengono un ineffabile compostezza di fondo, un piglio astratto che lascia vagamente sgomenti. Ripeto, è un peccato che tutto questo sia stato patrimonio di quindici persone. Tutte soddisfattissime, ci mancherebbe, ma con numeri simili non mi sorprenderei se Barcellona sparisse dalle date del loro prossimo tour. E sarebbe un piccolo delitto.