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Sì, come è risaputo le idee improvvise della notte, in questo caso la coda di un venerdì sera particolarmente mite in cui avevo parlato di tutt’altro, spesso non passano lo scrutinio della luce. Ma in questo caso non ho neanche dovuto aspettare l’alba per vedere in qualche modo ridimensionata l’intuizione, perché ho deciso di usare Google contro di me. Ad ogni modo, con le spalle strette, lo sguardo improntato a una sospettosa umiltà, mi appresto a sviluppare in questo post l’ideuzza di cui sopra, mettendo ripetutamente le mani avanti nel paragrafo a seguire.

Quindi, se cercate su Google, per esempio, “bands named after real people”  o ancor meglio “bands with the name of real people”, che suona meno elegante ma sorprendentemente garantisce un paio di risultati pertinenti in più, troverete in genere gli stessi esempi riciclati ad libitum, a cominciare dai Pink Floyd, che però sono l’unione del nome di due persone, come pure Marilyn Manson, ai Dead Kennedys, che però esibiscono un aggettivo fortemente connotativo, passando per i Lynyrd Skynyrd, che sono in realtà la deformazione di un nome realmente esistente. E no, io non volevo andare in quella direzione. Jethro Tull era l’unico risultato rilevante, alla fine. Poi però mi sono imbattuto in una spoglia lista su Rate Your Music, neanche una parola ma un’immaginetta a gruppo, il contrario di quello che farò io, insomma, che oltre a menzionare vari degli esempi che mi erano venuti in mente, ne aggiungeva una carrettata che ignoravo bellamente. Certo, poi alcuni di questi suonano dancehall, e in parte mi spiego la lacuna, ma il senso di sconfitta mi ha fatto discretamente compagnia mentre mi trasferivo al giaciglio. Al risveglio però ho deciso che frega un cazzo, e che con le giustificazioni avrei vergato un paragrafo. Questo qui.

Ricapitolando: come detto, non valgono i nomi vagamente deformati, per quanto brillanti, quindi niente Dandy Wharols, i Franz Ferdinand non vanno bene in quanto traduzione inglese di un nome proprio di cognome sprovvisto, i Cocteau Twins per la stessa ragione dei Dead Kennedys. Fuori anche i giochi di parole con scambio di lettere, come Com Truise e Wevie Stonder, che pure è un nome meraviglioso. Sui Crustina Aguilera nemmeno mi pronuncio. Non valgono neanche i cognomi da soli (fuori quindi sia gli Adorno che gli Heisenberg) e nemmeno i personaggi fittizi, pertanto niente Bruce Banner, nome in borghese dell’Incredibile Hulk, che ha fornito ragione sociale a un gruppo grindcore svedese, né Kent Brockmann, personaggio dei Simpson che ha ispirato un gruppo powerviolence tedesco. Ma da quelle parti si transiterà spesso, perché nell’underground violento i nomi discutibili possono essere ragione di vanto e rivestirsi di una minuscola particella di meritata gloria. A fine rassegna aggiungerò una manciata di  altre eccezioni e menate che mi si sono palesate mentre mi facevo le pulci da solo, ma per quanto riguarda il post vero e proprio mi orienterò su nomi e cognomi completi, lasciando spazio giusto ai diminutivi, se in questa forma l’ispiratore del gruppetto di turno era noto non già all’anagrafe ma al grande pubblico o anche solo ai suoi famigliari. Prima di cominciare ringrazio di nuovo Bastonate, che ai tempi, con la sua rubrica “Gruppi con nomi stupidi”, che avevo già omaggiato su queste colonne, mi ha garantito un bel leggere e un bel ridere.

Abe Vigoda: all’anagrafe Abraham Charles, Vigoda, morto a inizio 2016, ha interpretato in vita un buon numero di pellicole, tra cui, nel ruolo di Salvatore Tessio, i primi due capitoli della triologia del Padrino. E qui cominciamo subito malissimo, perché la maggior parte dei nomi a seguire appartiene al mondo del cinema, al quale,  per ragioni  che non vale la pena analizzare in questa sede, ho dedicato in vita mia pochissime energie. Quindi, mentre ammetto con candore di non parlare con cognizione di causa, spendo lacrime per un gruppo che ho amato come pochi, e del quale avevo pure parlato mille anni fa qui sul Divano. Il dibattito su che genere suonassero esattamente fino a un disco dallo scioglimento potrebbe essere tanto faticoso quanto improduttivo: alla fine ci si era più o meno messi d’accordo su tropical punk, che diceva tutto  e niente, ma in qualche modo rendeva conto delle percussioni arrembanti e così poco rock che facevano viaggiare le canzoni, sempre concise, sui binari stortissimi di una frenetica euforia. Non ho ancora capito bene se la voce che accompagnava questo bel dimenarsi abbia mai azzeccato una-nota-una, ma era comunque al posto giusto nel momento giusto. Discorso a parte per l’ultimo “Crush”, che mi piacque anche sinceramente, ma era dark-wave pura, nella quale delle frenesie passate restava poco, delle chitarre stilizzate e imprendibili idem. Pure la voce, pur rimanendo quella di un non-cantante reo confesso, appariva normalizzata. Un singolo bellissimo, ok, ma se domani decidessi di autoesiliarmi su Marte, con me porterei “Skeleton”, il loro penultimo. Wikipedia li dà sciolti nel 2014.

Antònia Font: caso particolare, perché l’ispiratrice del nome di questo gruppo pop maiorchino che scoprii pochi mesi dopo l’arrivo a Barcellona non è persona minimamente famosa ma una compagna d’università dei cinque membri, tutti uomini, che trovavano divertente l’idea di una denominazione fuorviante. Ma ai tempi (2006) non si sapeva  ancora con chiarezza, e avevo letto su internet anche ipotesi abbastanza truci a base di un cameratismo maschile che vi lascio immaginare. Il mistero si è risolto definitivamente solo nel 2013, praticamente alla vigilia dello scioglimento, quando un programma della televisione catalana ha invitato la vera Antònia Font, che vedete nella fotina di questo link, che si è dichiarata molto lusingata. Agli Antònia Font vorrò sempre bene, perché il loro pop allegro e vagamente surreale con testi strabordanti di riferimenti astronomici e fantascientifici, pur non essendo esattamente la mia tazza di té, mi diede l’impulso decisivo per intraprendere lo studio della lingua catalana. Scoprii immediatamente che la variante maiorchina usata nei testi presenta una rigogliosa selva di varianti e eccezioni rispetto al catalano standard, sia a livello di articoli che di pronomi e di forme verbali, per non parlare della pronuncia, ma ormai il dado era tratto e portai a termine il compito, che in catalano si dice tasca, senza esitazioni. Varie canzoni le so ancora a memoria e ogni tanto mi trovo a canticchiarle mentre cucino o rassetto.

Carlos Dunga: da Firenze con la Viola nel cuore (ed ecco spiegato in quattro e quattr’otto il nome), i nostri si dedicano da una decina d’anni a questa parte a un hardcore punk vecchia scuola con generose concessioni al thrash metal dei bei tempi e tanto di assoli di taglio vagamente più classicheggiante. Preferisco le parti più tipicamente hc a rotta di collo, ma il tutto è estremamente genuino e ben fatto. Grande attenzione all’aspetto grafico, dove calcio, punk e Iron Maiden, peraltro omaggiati anche nei testi, si mescolano con risultati esilaranti. Bravi.

Carl Sagan: da Buenos Aires, due demo di hardcore straight edge cantati in spagnolo, che nonostante il mio amore spropositato per il genere (che su queste colonne non ho esposto più di tanto, ma ok), non riesco a definire altrimenti che scrausi. La voce è deficitaria e manca il tiro, quell’impulso primordiale che ti spinge al circle pit nello spazio ristretto della cameretta anche se quei riff li hai sentiti più o meno mille milioni di volte. Mi dispiace anche dirlo, perché è bello che questa scena e questa attitudine non muoiano, ma nei parametri ristretti del genere ho sentito di molto meglio. La scelta del nome resta curiosa ma inspiegata, visto che nei testi mancano totalmente riferimenti all’astronomia o alla fantascienza, anche se l’immagine dello scienziato americano campeggia sulla testata del loro Bandcamp.

Charles Bronson: provenienti dall’Illinois, in attività dal 1994 al 1997, hanno ispirato un casino di brutta gente a fare la stessa cosa loro, contribuendo in modo abbastanza cruciale alla definizione dell’ennesimo stile a base di batterie insensatamente veloci edurata media dei pezzi saldamente ancorata intorno ai 30-40 secondi, il cosiddetto powerviolence. A condire, pletore di campionamenti assurdi in apertura e in chiusura di molte tracce, titoli corrosivi e chilometrici (il mio preferito resta ” Let’s start another war so I can sing about stopping it”), polemiche intra-scena a ogni piè sospinto affidate alla voce esagitata di Mark McCoy, che sbraiterà poi in un lungo elenco di gruppi simili e più o meno parimenti effimeri, che gradisco senza eccezioni. Il Charles Bronson raffigurato sulle copertine è, coerentemente, quello dei vari giustizieri della notte, ma non mi è dato sapere se fosse contento, o anche solo a conoscenza, dell’omaggio. Un paio di gruppi di questa lista riprende in modo quasi calligrafico le rovinose coordinate tracciate da McCoy e i suoi.

Chuck Norris: per esempio, questi brasiliani. Bandcamp li dà attivi discograficamente tra il 2004 e il 2005, ma le informazioni sul loro conto scarseggiano, anche se per un periodo ricordo che nei vari music blog dedicati al genere saltavano fuori abbastanza spesso. Vista la mitologia, internettiana e no, generatasi intorno al nome dell’uomo passato dal farsi prendere a calci da Bruce Lee a scandire i pomeriggi di mia nonna con le repliche di “Walker Texas Ranger” su Rete 4, un gruppo a lui ispirato era semplicemente doveroso.

Elio Petri: arriviamo in Italia col progetto del romano Emiliano Angelelli, stilizzato anche come elio p(e)tri, che con le atmosfere del regista di “La classe operaia va in paradiso” e “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” o con le relative colonne sonore dell’allora onnipresente Morricone, almeno a livello epidermico, sembra avere però veramente poco a che spartire. Dei due dischi all’attivo conosco solo il secondo datato 2013, “Il bello e il cattivo tempo” (ma su Youtube si trova anche il precedente “Non è morto nessuno”), che si muove sulle coordinate di un indie rock cantautoriale ma all’occorrenza anche noiseggiante, assecondato da arrangiamenti ecclettici e intelligenti. Voce non proprio memorabile, ma i testi ermetici contribuiscono sicuramente al fascino del risultato finale. Ai tempi “Ti farò soffrire” l’avevo ascoltata parecchio. Ospiti Theo Teardo e Marco Parente.

George Harrison: moscoviti, su Youtube li trovate anche come GxHx. Attivi, sempre secondo Discogs, tra 2003 e 2005, erano talmente organici alla scena di riferimento da citare addirittura l’artwork di un disco dei Charles Bronson (e la gag fa pure ridere) e coverizzare lo STESSO pezzo dei Negative Approach (“Why be something that you’re not?”) già ripreso a suo tempo da McCoy e compagnia scalciante. Non c’è bisogno che vi dica che digitando su Google il loro nome senza ulteriori aggiunte troverete musica diversa. Ma con “powerviolence” o “thrashcore” sono tutti per voi.

Harvey Milk: li inserisco in lista con un certo senso di colpa, perché, francamente, non li avevo mai ascoltati prima di scrivere questo pippone che state leggendo. Li sapevo, eh? Nel gioco esoterico dei nomi che si accumulano senza requie come le figu dei calciatori nessuno mi avrebbe preso di sorpresa. Ma poi niente, non un disco in mp3 né un ascolto fugace su Youtube. E mi ero perso qualcosa. Noise-rock sfatto e irregolare, vengono in mente i Melvins (anche Wikipedia dice che è inevitabile), ma c’è anche un forte tocco stoner e southern (sono di Athens, Georgia, me la cavo con poco) e la sensazione che l’estro del momento possa portarli ad arrangiamenti bizzarri. Recupererò. E c’è bisogno di dire che il film biografico con Sean Penn l’avevo scaricato ai tempi ma poi, chissà perché, non l’ho mai visto? Ma è comunque molto bello che abbiano scelto di chiamarsi così.

Henry Fonda: ancora ultraviolenza con questi berlinesi che hanno pubblicato un disco nuovo da circa due mesi. Rispetto ai gruppi precedenti, la letale mistura in offerta prevede dosi più massicce di grindcore, e non sarò certo io a lamentarmene, visto che il livello qualitativo è sopraffino, anche se a mio parere il precedente “Deutschland, du Täter” del 2013 resta imbattuto. Le registrazioni presenti su Youtube danno però l’impressione che la vera dimensione del quintetto, o almeno la dimensione più figa, sia il live, come si può apprezzare per esempio in questa mezz’oretta di massacro al Fluff Fest ceco del 2015, quindi speriamo che si decidano a scendere più a sud. Ma sto andando fuori tema: perché il nome del protagonista di Furore? Boh.

Marcel Duchamp: la mia teoria è che in questo caso il nome scelto dai tre cileni calzasse a pennello solo per una fase molto embrionale del loro sviluppo. Sul loro Bandcamp ci sono cinque minuti di musica e rotti di musica, a titolo “Experience”, risalenti al 2000, con tanto di improbabile logo black/death, strutturati in 11 frammenti dai titoli ammiccanti alle teorie e pratiche del dada, il tutto registrato peggio che al cesso. Già dalle uscite immediatamente successive, dove alcuni di quei primordiali bozzetti vengono ripresi, emerge con prepotenza un suono hardcore-punk tiratissimo ma mai monocorde, che si aprirà progressivamente a soluzioni post-hardcore, il tutto suonato col cuore in mano e accompagnato da ragionati testi politici totalmente agli antipodi rispetto a quella fugace ispirazione iniziale. Ma il nome è rimasto. Credo purtroppo che in Europa non siano mai venuti a suonare.

Paul Newman: aspettate tutti, qui sembra esserci uno scambio di persona. Il Paul Newman di cui sopra non sarebbe chi pensiamo tutti, ma semplicemente il bassista del gruppo stesso. E no, non è un progetto solista, quindi ai fini di questo post va benssimo. Nati nel 1995, questi texani, col loro post-rock dalle inclinazioni fortemente matematiche, prevalentemente strumentale anche se non totalmente allergico alle incursioni vocali, sono una specie di bignami vivente di un suono e un’attitudine che in quello stesso periodo stava trovando nell’underground statunitense validi e numerosi interpreti. Aldilà del loro valore esemplare nell’incarnare uno stile non li consiglierei insistentemente al neofita o curioso del caso, ma le partiture flessuose e articolate di un disco come “Machine is not broken” (2000) meritano sicuramente un posticino nell’archivio di tutti gli adepti del genere.

Tristan Tzara: se cercate su Youtube il nome del grande dadaista senza specficare altro, “Omorina nad Evropom”, disco d’esordio di questo gruppo di Dortmund è il secondo risultato in assoluto. E tra i commenti troverete uno che si incazza perché è finito nel posto sbagliato, e un totale di 102 risposte e controrisposte con fuoco pirotecnico di insulti e polemiche. Ma non mi sono soffermato a leggere tutto. Nome di culto della scena screamo europea, i nostri durarono pochissimo (2000-2002) anche per gli standard del genere, lasciando una mezz’oretta scarsa di musica che a quindici anni di distanza ha mantenuto intatta un’aura di malessere quasi insostenibile. Le urla belluine, le sincopi furibonde (e anche un pochino le pose, diciamolo) vengono in linea retta dagli Orchid di “Chaos is me” e “Dance tonight revolution tomorrow” e anche qui, a volte, si ha la sensazione di ascoltare del black metal geneticamente modificato. Io  da parte mia, posso dire che, fossi stato in loro, vista la proposta musicale, avrei scelto piuttosto il nome di un’esistenzialista. Ah, e poi ci sarebbe da spiegare il perché dei titoli in serbocroato (Il mini successivo si intitola “Da ne zaboraviš”), una faccenda curiosa della quale sono riuscito a venire a capo solo in tempi recenti, ma il post è già troppo lungo così.

Altri tre nomi che stavano quasi per entrare in lista:

LOUISxARMSTRONG: Bandcamp mente, sono di Barcellona e fanno powerviolence pure loro. Uno dei vari gruppi (gli altri sono Dissäpte, Addenda, Mandanga) del buon Josep, pilastro della scena locale, col suo cappellino e un amore viscerale per gli Spazz. Dagli torto. Sicuramente un personaggio di cui ho grande stima.

Peter Mangalore: ha già detto tutto qualcun altro. Sempre loro.

Vanessa Van Basten: post-rock da Genova. Ero convinto fino all’ultimo di doverli includere ma poi ho scoperto che le figlie del Cigno di Utrecht si chiamano in realtà Deborah e Rebecca. E sì, forse nei Paesi Bassi esiste comunque qualcuno che si chiama così, ma dentro di me sento che la maratona è terminata.

E… anche se non li usa mai nessuno, qui sotto ci sono i commenti, ok? La lista è tutt’altro che completa e i suggerimenti sono benvenuti. La pianto qua.

Stavo lì tra il pubblico del Razzmatazz per questa penultima data del tour europeo “Yes we can’t”, in questa città già di per sé piena, ripiena, ricolma di italiani, e a un rapido colpo d’occhio eravamo tutti, sì, esattamente, italiani, tranne una manciata di consorti di gente che conoscevo, che non so quanto avranno colto dell’andazzo. Non che mi aspettassi altro, anzi, a un certo punto, all´ennesimo amico o conoscente rivisto dopo tempo immemore, ce n’era pure uno che credevo in un altro continente, ero talmente organico alla faccenda che ho quasi sperato che l’inizio si facesse attendere ancora un quarto d’ora. Non avrei salutato tante persone nemmeno per le stradine natie in occasione  della festa del patrono, e mi sono reso conto che in fin dei conti le circostanze erano profondamente simili, salvo la mancanza incontestabile di aria aperta e la presenza di un’unica bancarella, cioè, ovviamente, il banchetto del mercandising: l’orchestrina, per l’occasione travestita da complessino, stava per salire sul palco anche se, come detto, avevo improvvisamente voglia di prendermela comodissima. Intendiamoci, per capiente e gremita che fosse la sala, circa 900 unità a quanto mi dicono, i connazionali stabilmente residenti qua sono evidentemente molte migliaia in più, ma avevo la sensazione, che probabilmente non sarebbe stata in grado di superare un’analisi scrupolosa, di trovarmi nel bel mezzo di un campione rappresentativo. L’estrema arbitrarietà delle sensazioni (campione de che? qui si rischia di fare la fine della tremenda rubrica del Fatto Quotidiano) mi vieta di addentrarmi nella descrizione, ma forse valeva comunque la pena dilungarsi un po’ sul contesto, perché i concerti degli EelST  fuori dalla madre patria sono una circostanza poco frequente, mentre è abbastanza risaputo come suonano: l’unica variabile rilevante poteva venire dalla scelta del repertorio.

E qui, saltando a pie pari la frustrante dialettica tra aspettative individuali e scaletta unica per 900 paganti (cosa ci vuoi fare), passo a un tentativo di riassunto in ordine sparso, temendo comunque che la memoria mi faccia cilecca : saltato praticamente a piè pari l’ultimo “Figgatta de blanc”, che dopo due ascolti ho saltato a mia volta, la spigolatura di brani presentata ha  privilegiato “Eat the Phikys”, con ben cinque estratti, e sacrificato senza rimpianti i motivetti sanremesi, regalando comunque classiconi a piene mani (“John Holmes”, “Servi della gleba”, “Supergiovane”,”Mio cuggino”, “Disco Music”, “Parco Sempione”, “Tapparella”, naturalmente in chiusura). Inusuale l’accoppiata d’apertura con “Lo stato A, lo stato B” e “Ocio ocio”, che avrebbe fatto presagire più variazioni sul tema, mentre alla fine le unche altre sorprese relative saranno”Psichedelia” e “T.V.U.M.D.B”, che lascia spazio in abbondanza alla voce dell’ospite fissa Paola Folli. Poi ci sono brani come “Milza”, “Pagàno” e “Ritmo sbilenco”, unico estratto del succitato ultimo disco bruttino,  che permettono ai nostri di dare libero sfogo al loro riccardonismo militante, suonando a dieci o più dita mentre si sparano le pose più funzionali a una migliore esecuzione. Intendiamoci, “Milza” per me è un capolavoro assoluto, ma risale a un periodo in cui il culto della perizia tecnica, malattia leggermente senile dei nostri, non era ancora arrivato al punto di accompagnare i tempi dispari con umorismo sui tempi dispari come nel caso più recente. L’umorismo metamusicale, favorito dal funambolismo manifesto è sempre stato nelle loro corde, ma come vado dicendo da un po’, a un certo punto della storia si è fatto ipertrofico, e io “ne soffro un po’”. È anche per questo che l’assolo di batteria di Meyer a pratiche ormai avanzate piace molto alla platea ma mi lascia un po’ freddino e a braccia conserte. Scusate se mi ripeto, ma la famosa “indole zappiana” che è da tempo luogo comune del discorso critico sulla musica dei nostri, ormai se l’è parzialmente divotata la vena prog-fusion galoppante che stasera, per mia fortuna, alla fine si è vista relativamente poco.

Ma in realtà poco sopra mentivo sapendo di mentire, perché un’altra variabile rilevante c’era eccome: sicuramente non l’architetto Mangoni, imperturbabilmente uguale a se stesso (e ci mancherebbe), che si è anche prodigato in uno stage diving,  ma Vittorio Cosma sul lato sinistro del palco al posto di Rocco Tanica, novità che in Italia stanno assimilando da un annetto scarso. Lo spaesamento è relativo, perché Cosma è uno di famiglia, appare in un modo o nell’altro sui dischi degli EelST da quando esistono i dischi degli EelST e aveva già sostituito il pianolista titolare in alcuni tour passati, ma fa comunque impressione pensare al complessino che suona in giro senza uno dei suoi pilastri, ormai concentrato sui soli album in studio. La paura però passa presto, perché Cosma, qui ribattezzato Carmelo, fa le veci del grande assente in assoluta scioltezza, sia per la musica che per la messa in scena, giocandosi anche tutto il repertorio di gag a base di effetti vocali ai quali ci aveva abituato Tanica. Il personaggio di Carmelo, al quale “piace il cazzo” mi sembra vagamente triviale, ma Cosma passa a pieni voti senza fare la figura del clone o dell’usurpatore.

In totale, a occhio e croce, due ore di musica. Mi ritrovo svociato ed esultante, perché alla fine, sfogato lo spirito critico e attraversati gli inevitabili momenti di disamore, resto un fan del cazzo che si fa prestare 20 euro per la maglietta (quella vintage) perché ha scordato di fare bancomat. I soldi li ho già restituiti a chi di dovere, eh? Forza Panino, per sempre.

Quando nel marzo dell’anno scorso è uscito “Austerità” ho improvvisamente ma forse tardivamente deciso, di fronte all’evidenza inoppugnabile di un disco pubblicato, che gli spettacoli che Max Collini stava tenendo in giro per lo stivale con Jukka Reverberi (quello dei Giardini di Mirò, ok, ma anche quello che strappava i biglietti del cinema in “Piccola Pietroburgo”) erano a tutti gli effetti diventati concerti. Il leggero slittamento semantico era drastico e liberatorio: Spartiti non era più un progetto ed era diventato un nuovo gruppo. Perché poi attribuissi tale importanza alle esibizioni dal vivo, visto che ero e sono tuttora in Spagna, a una distanza spesso insormontabile dai tour italiani, non saprei dirlo: ma tant’è.

Forse, trovandomi di fronte a un gruppo (e un gruppo fa concerti, lo sanno tutti) potevo sperare di ritrovare i racconti di Collini in una dimensione che mantenesse la giusta continuità con quello che gli Offlaga Disco Pax avevano rappresentato per me e proseguire un percorso d’ascolto che la morte di Enrico Fontanelli sembrava avere interrotto in modo inappellabile e traumatico. E ritrovando quella voce e quelle storie (e poi altre, e di altri, e questa era la novità) ho constatato per l’ennesima volta la persistenza del mio cronico migliorismo, e ho ascoltato il disco decine di volte, felice como solo di fronte a un’amicizia ritrovata.

Poi sono passato dall’Italia, una fugace vacanza domestica, e per grata coincidenza, gli Spartiti suonavano a Bologna in quei giorni. Inizio di giugno, domenica sera, la città bella come nemmeno nei miei ricordi più indulgenti. Un caro amico era addirittura sceso apposta da Torino. E il concerto mi è parso fantastico, e io lì a chiedermi con un leggero senso di colpa perché quell’unica, remota esibizione degli Offlaga all’Estragon alla quale avevo assistito in tempi remoti (2005?) mi fosse sembrata un mezzo disastro.

È stato in quell’occasione che ho ascoltato per la prima volta i pezzi di “Servizio d’Ordine”, o almeno la maggior parte. E in effetti questo mini, che a dirla tutta supera agevolmente la mezz’ora, nasce con l’intento di compilare brani che facevano ormai parte in pianta stabile del repertorio live: è la dialettica abituale tra dischi e concerti che è normale per tutti i gruppi.

In effetti la cover di “Qualcosa sulla vita” dei Massimo Volume è registrata proprio dal vivo, e chiude il disco così come abitualmente chiude i concerti, con una dilatazione strumentale che non appartiene all’originale ma che certamente non lo snatura. E forse è bene partire proprio da questa cover, perché qui, a conti fatti, Collini scrive solo due testi su cinque. La title-track è tratta da un romanzo di Marco Philopat , la narrazione partigiana di “Ida e Augusta” è opera di quell’Arturo Bertoldi già dietro a “Sendero Luminoso” sul disco d’esordio, e come detto, la chiusura del programma spetta alle parole di Emidio Clementi. A Collini appartengono la terza (“Elena e i Nirvana”) e la quarta traccia (“Borghesia”) e il cambio di registro si avverte immediatamente, ma non è traumatico perché ormai si intravede chiaramante che l’unità di fondo del… hum… progetto, sta soprattutto nella voce narrante, nel ritmo e nel tono che impartisce alle storie, laddove negli Offlaga era qualcosa di più organicamente collegato all’universo narrativo evocato ricordo dopo ricordo. Per questo le parole di altri finiscono per non stonare (anche se alcune delle sortite esterne di “Austerità” non mi avevano convinto pienamente), mentre si definisce una continuità tra le tracce che può essere di volta in volta “ideologica”, come in “Servizio d’ordine”, geografica, perché il reggiano continua a essere il centro indiscusso di un cosmo che pure in qualche modo si è ampliato, o anche solo dettata da affinità a prima vista meno visibili.

Alle musiche il compito non facile di variare registro assecondando le narrazioni, senza rubare la scena alle parole e senza restarne schiacciata. Già in “Austerità” si apprezzava una varietà di spunti e intuizioni notevole con una piacevole interazione e/o alternanza tra partiture chitarristiche mai meramente “descrittive” e campionamenti tagliati con perizia.  E se il post-rock ad alto lirismo di “Ida e Augusta” è in linea con la storia musicale di Reverberi e finisce per fare spontaneamente il paio con la rilettura dei Massimo Volume, “Servizio d’ordine” è tesa, plumbea, incalzanteI languidi affondi lounge di “Borghesia” reggono alla perfezione una storia deliziosamente ingannevole, ma il meglio arriva con “Elena e i Nirvana”, che con Kurt Cobain non c’entra un tubo (e neppure coi Diaframma, George Micheal, Lisa Stanfield e Rick Astley, citati nel testo) e che arriva a suggerire di straforo un’imprevista somiglianza tra le strade provinciali percorse da Collini con la sua utilitaria scassata e le luminose Autobahn di un certo famoso quartetto tedesco. E sì, anche a me pare un’iperbole, ma gli ascolti accumulati sembrano confermarla con discrezione.

E qui terminerei questa non-recensione che non avrei saputo scrivere mantenendo concisione e obiettività, ma che non volevo lasciare nell’immateriale cimitero dei post non scritti solo perché il disco in oggetto è già vecchio di tre settimane. Su queste colonne il tempo è un concetto relativo e non è il caso di formalizzarsi.

Le info del caso, qui.

 

 

(Este breve texto es el resultado de una improvisación. Ya había publicado otro por el estilo hace años, y en este caso también la ocasión fue la “Poetry Slam”de Steven Fifty y Peter Fish que, tras abandonar el histórico Bar Pastís sigue en marcha en el Absenta del Raval. Estuve escribiendo durante la primera mitad del espectáculo y luego salí a leer esperando entender mi propia letra. Esta vez no llegamos a grabar nada. Como siempre pasa, lo que podéis leer a continuación es ligeramente distinto de lo que recité en el escenario, ya que no podemos bañarnos dos veces en el mismo río)

Estoy leyendo una lista de la compra.

Una lista de la compra de hace seis meses, o por lo menos eso creo, por el mero hecho de que acaba de salir de donde la olvidé (un bolsillo, obvio). Antes de tirarla a la basura, me apetecía ver qué compré en esa ocasión que ni siquiera sabría ubicar bien.

Pero conforme la voy mirando, entiendo que, pasada la situación que la ocasionó, todo lo que queda por leer está entre líneas, bien cómodo, como si estuviera en su casa, y yo no recuerdo la dirección. Allí se queda, vagamente deslumbrado por la tinta de un boli que la palmaría no mucho más tarde. Era un boli rojo.

El mensaje, finalmente, no resulta tan claro, y me entra como una suerte de mareo, porque al parecer es un talento que tengo, o bien porque esos intervalos blancos definidos por palabras intrascendentes me atraen violentamente a si, como una invitación que no se puede rechazar, una oferta telefónica que te pilla desprevenido al salir de la ducha, esa operadora era una auténtica jodienda pero no conseguí decirle que no.

Muevo los ojos entre el ajo y el chocolate y la presencia (¿o presencias?) entre las líneas sigue moviéndose, ahora con la energía furiosa de alguien  que vea alejarse el último autobús al otro lado de la plaza, y lo único que consigo recordar completamente es cuánto me costó todo lo que compré, y yo, en ese todo tan frustrante sólo me quiero cagar.

No hay manera. Al parecer lo que está allí entre líneas es un límite temporalmente infranqueable, y no tengo herramientas para que se me manifieste en los próximos veinte minutos al menos. Me tocará esperar fingiendo que me importa lo que haga mientras tanto, para tener por fin el poder de matar este discurso que estoy entreteniendo conmigo mismo, y con él todo otro discurso, y poder anunciarme, aliviado:

“Ya, claro, justo eso te quería decir”.

Tempo, molto

Non si faceva sentire da alcuni giorni. Parlandone con gli altri ho poi avuto la conferma che nessuno ne sapeva nulla. Ho cominciato a sospettare qualcosa quando ho visto che si connetteva a Whatsapp molto più sporadicamente del solito, come se dovesse elemosinare la connessione in giro, e a orari inconsueti. Quel paio di messaggi che gli avevo scritto nel frattempo, estemporanei, cose di birra e pallone, erano caduti nel vuoto. Non dico che stessi cominciando a preoccuparmi, ma percepivo nella situazione un’anomalia che non avrei saputo dire, che non sarei riuscito a immaginare.

Poi però, dopo circa una settimana, mi ha fatto sapere lui, via mail. Era andato a cercare lavoro in Cina.

Ma tu non sai il cinese, stronzo!, ho pensato, immediatamente colto da un sentimento oppressivo che lì per lì mi ha sorpreso, ma che a un’analisi più attenta si è rivelato essere una poco sofisticata, schiettissima invidia. Poi ho pensato che poteva rivolgersi alle molte multinazionali che immaginavo presenti in loco e la supposizione, per qualche motivo, ha contribuito a tranquillizzarmi, tenendo a bada lo sgomento.

“Mi basta una connessione”. Proseguiva lui. E quasi immaginando la mia successiva obiezione, aggiungeva che “avendo poco tempo a disposizione, cercava comunque di connettersi a Whatsapp il meno possibile”. Ok, quindi per il momento è soltanto un sopralluogo. Torna a salutarci, almeno. Il messaggio terminava poco oltre, dopo alcune frasi di circostanza e scambi di saluti.

Non avevo nulla da obiettare: la decisione sembrava drastica e il primo contatto con quell’universo indecifrabile doveva assorbirlo completamente. Il suo comportamento, da un certo momento in poi, era perfettamente spiegabile. Ma mi inquietava non riuscire a riscontrare nel passato recente segni di quella svolta, premonizioni, tracce, sintomi, neanche lasciando spazio a tutte le forzature della più comoda analisi a posteriori. Per quanto ne sapevo, nei due mesi che erano trascorsi da quando aveva perso l’ultimo lavoro, evento che aveva accolto con disappunto, non certo con disperazione, non aveva mai lasciato capire di volersene andare; e se si era visto un po’ meno in giro per il paese, era facile pensare che fosse più per la necessità di risparmiare che per una qualsiasi forma di depressione, neppure delle più leggere e passeggere. Era laureato in ingegneria informatica, nessuno pensava che davanti a lui stessero per spalancarsi le fauci crudeli della disoccupazione a vita. Male che gli fosse andata, avrebbe trovato qualcosa di sottoqualificato. Almeno così pensavamo noi tre-quattro del gruppetto di amici abituali con una laurea umanistica, per i quali la sottoqualificazione era una certezza terminale.

Gli ho risposto immediatamente, forse con troppa enfasi, con troppe domande, ma contenere la curiosità mi risultava difficile e non necessariamente meno decoroso che fingere un contegno distaccato. Probabilmente proprio grazie a questo interesse, la risposta ha impiegato solo un paio di giorni ad arrivare, senza però perdere il tono di messaggio di servizio scritto nei ritagli di tempo, plausibile nella sua condizione.

“Ho spedito anche un paio di curriculum a Milano, uno a Firenze, ma in generale, sto cercando soprattutto in zona, dalle nostre parti”, mi spiegava.

E allora che cazzo ci fai in Cina, scusa? La resistenza dell’ambiente, argomentava, lo stimolava a non poltrire: nessun divano reperibile all’interno dei vasti confini della Repubblica Popolare poteva aderire alle pieghe del suo corpo con la precisione millimetrica che quello di casa aveva progressivamente acquisito nel corso degli anni. Il fatto di non capire assolutamente nulla dell’ambiente circostante lo incentivava a fare in fretta, mentre le strade del paese, al contrario, gli trasmettevano la pericolosa sensazione che avrebbero continuato a fagocitarlo con indifferenza, per anni, con o senza un impiego decente. “È complicato restare a lungo in un posto dove non puoi scambiare nemmeno due parole coi negozianti”, puntualizzava. “Mi basta un’ora per essere stanco morto, è troppo complicato capire cosa mi sta succedendo intorno, e allora torno dentro e riesco a concentrarmi su quello che devo fare. A casa non ci riuscirei.”

Non mi raccontava dove stesse alloggiando, se si trattasse di un ostello della gioventù o di un appartamento turistico (esistono anche in Cina, no?) e a dirla tutta, neppure in quale città si trovasse esattamente. Ad ogni modo, le nostre conoscenze non andavano oltre Pechino e Shangai: toccavamo finalmente con mano l’ignoranza che ci impediva di razionalizzare la situazione.

Parlandone tra di noi era poi emerso, con mia grande sorpresa, che ero l’unico intermediario accreditato di tutto il gruppo. Quelle due mail erano state l’unico contatto con la truppa dal momento della partenza. Mi sembrava implicito dover agire da messaggero: il tono delle sue risposte non aveva le modalità circospette del segreto da divulgare in un secondo tempo, e probabilmente, i ritmi della ricerca e la distanza gli impedivano di scrivere individualmente a ognuno di noi. Prima o poi sarebbe tornato, ci avrebbe radunato nella stessa stanza e avrebbe spiegato tutto a tutti, senza fretta e con abbondanza di dettagli. Non vedevamo l’ora, ma così come non sapevamo nulla della partenza, brancolavamo nel buio sui tempi e i modi del ritorno. C’era solo quel fugace accenno nel primo messaggio a farci sperare di non dover attendere stagioni intere. Ci guardavamo intensamente, come volendo corroborare la speranza di averci azzeccato. Una sera, mentre ne discutevamo, Alex aveva insinuato che per lui poteva anche essere tutto uno scherzo, che potesse semplicemente trovarsi dai parenti in Sicilia e che si fosse inventato tutta la storia per annoiarsi un po’ meno. Ma nessuno si era preso la briga di rispondergli.

Qualche giorno dopo mi ha riscritto, dandomi per la prima volta l’impressione di essersi seduto con calma davanti al computer, come se avesse spedito tutti i curriculum di giornata e potesse concedersi la lentezza del racconto. Parlava della Cina in modo circostanziato, le sue parole riecheggiavano improvvisamente di dettagli minuziosi, impressioni e colori. Troppa precisione per lo scetticismo di Alex.

Cercava di raccontarmi i contorni confusi di quello che vedeva, a cominciare dal cibo: tornava a casa con quantità errate di frutta, spesso molta più di quella che avrebbe realmente voluto; andava frequentemente in ristoranti economici e non riusciva quasi mai a capire fino in fondo cos’aveva mangiato, escludendo forme familiari come ravioli e tagliolini. Mi aveva mandato anche un paio di foto: scritte che aveva visto per strada, insegne di negozi, che lo avevano colpito più per la loro natura di “disegni mancati” che per il loro imperscrutabile, anche se probabilmente banale, significato. Sarebbe stato bello sottoporre queste immagini al vaglio dei cinesi del negozio di pelletteria appena fuori dal paese e comprare qualcosa come scusa per chiedere una traduzione, ma il timore irrazionale che potesse trattarsi di parole offensive era troppo grande. Una volta di più mi rendevo conto che è difficilissimo parlare quando non si sa di cosa si sta parlando.

Al pub ho poi mostrato ai ragazzi le prove che avevo ricevuto via posta elettronica: tutti tendevano a trattarle come preziose reliquie, soltanto Alex sgranava gli occhi senza dire nulla. In qualcuno si era fatta strada l’esigenza di fornire argomenti a suffragio di ciò che solo ora appariva evidente, e non riuscivo a capire se si trattasse di futili dietrologie o di prove che curiosamente ci erano capitate per le mani al momento giusto. Carlo riferiva di un ipotetico dialogo avvenuto proprio qui, alla presenza di suo fratello e giusto all’indomani del licenziamento. Dal coro degli stronzi al bancone, massa informe unita da un istintivo amore per le opinioni approssimative, si sarebbero levate queste parole:

“Adesso hai tutto il tempo che vuoi, potresti anche andare in Cina, però devi cercare lavoro”, che il nostro amico si era limitato ad accogliere con un’alzata di spalle.

Mentre Alex continuava a non dire nulla, forse mortificato più del dovuto dal suo precedente eccesso di diffidenza, gli altri si erano lanciati con entusiasmo sulla rivelazione, elaborando opinioni che a me parevano troppo istintive: andare in Cina sarebbe quindi stata una reazione a una battuta del cazzo, una specie di dimostrazione indirizzata a persone delle quali aveva un’opinione bassissima. Ma questa tesi si scontrava apertamente  con la segretezza che aveva contraddistinto il viaggio fin dal primo momento. “E se invece fosse stato allo scherzo?” No, scusa, in che senso? “Voglio dire: potrebbe anche essere che quella frase gli sia rimasta in testa e abbia poi deciso di provare a metterla in pratica perché gli sembrava divertente”.

Eppure qualcosa, per me, continuava a non tornare: mi risultava difficile credere che una semplice battuta potesse avere realmente scatenato conseguenze così mastodontiche come un viaggio di varie settimane in un altro continente. D’altra parte, se non avessimo preso per buona quest’ipotesi, ci saremmo ritrovati ancora al punto di partenza. Non potevo biasimare gli altri per la loro necessità di certezze.

Anche nel messaggio successivo continuavano a mancare indizi utili a orientarci. In un paio di frasi traspariva una fiducia granitica nel futuro, o meglio nel corretto dispiegarsi degli eventi. Sembrava non preoccuparlo l’evenienza di ricevere una chiamata mentre si trovava ancora in Cina, e  neppure la possibilità di tornare a casa in anticipo sul ritmo di maturazione delle cose, con altri mesi sacrificati a una frustrante attesa. Appariva sicuro. Sembrava quasi aver cercato e valutato coscientemente la distanza necessaria per prendere meglio la mira, una distanza che a me pareva semplicemente abissale, e sembrava sapere quando tornare seguendo la traiettoria degli strali che aveva lanciato sotto forma di curriculum. Ma la mia domanda su quel presunto dialogo avvenuto al pub è rimasta senza risposta, come se per lui non avesse avuto senso parlare di cosa succedeva da queste parti senza trovarsi fisicamente sul posto.

Col passare dei giorni, però, la storiella che sembrava avere convinto definitivamente gli altri, mi sembrava progressivamente sempre più improbabile, perché profondamente in contrasto con i comportamenti che aveva mantenuto in un paio di decenni di frequentazione e reciproca sopportazione: in vita sua, o almeno in quella larga porzione che si era dipanata anche sotto i miei occhi, non aveva mai lasciato la prima scelta all’istinto, e i due mesi che erano intercorsi tra il licenziamento e la partenza sarebbero stati, secondo le sue tempistiche abituali, una breve pausa di riflessione e nulla più, del tutto insufficiente a prendere decisioni del tipo che preferiva: attentamente ponderate ma nette, definite, in linea di principio non reversibili. Covava a lungo e poi tirava dritto, insomma. Avrei voluto sapere quali imperscrutabili criteri lo avevano animato a spostarsi senza essere trattenuto almeno all’ultimo momento dal sospetto di essersi consegnato mani e piedi a un errore madornale: ma anche se fossimo voluti andare a prenderlo, non sapevamo dove si trovava, e quell’unica indicazione geografica di quattro lettere, C-I-N-A, non ci garantiva grosse possibilità di successo, eufemisticamente parlando. Potevamo solamente aspettarlo, farci trovare al solito posto.

In quell’ultima mail comunque assicurava che tra non molto sarebbe tornato, che la Cina stava poco a poco esaurendo la sua funzione nei tempi che aveva pronosticato e che spendere altri soldi per cercare lavoro sarebbe stato quasi controproducente, anche se in quella situazione sembravano consumarsi a una velocità diversa, meno minacciosa del solito.  Ancora una volta quel senso di sicurezza mi lasciava spaesato, ancora una volta mi sembrava perfettamente ragionevole, e dovevo limitarmi a constatare che forse non conoscevo il mio amico così bene come sarei stato pronto a giurare.

Nel frattempo sono passati altri tre giorni, e più di venti dalla sua partenza. È di nuovo sabato e siamo tutti qui, tranne lui. Come sempre negli ultimi incontri, vorremmo parlare esclusivamente della suo imponderabile viaggio, ma questa volta, dopo avere analizzato per circa quaranta minuti le possibili date del ritorno, ci siamo arenati. In assenza di spunti validi nella direzione che ci interessava, la conversazione ha ripreso le rotte abituali per riempire le ore che ci restano prima di andare a casa.

Fuori dal pub fa freschino, perché come ogni anno l’estate finisce per arrendersi, e come spesso succede, restiamo lì a parlare appoggiati alle macchine anche se da un po’ avremmo deciso che per questa sera basta così. Alex fuma appoggiato alla portiera chiusa, e guarda dritto nel buio davanti a sé, dove si intuiscono appena le fronde di alberi che sono lì anche di giorno. Si direbbe che stia cercando di evitare che il paesaggio approfitti della notte per modificare suoi contorni. Ci troviamo tutti con gli occhi puntati nella stessa direzione, senza interrompere il discorso che ci trattiene lì come una scusa qualsiasi. Da quell’avamposto improvvisato fatto di macchine parcheggiate scrutiamo a fondo l’orizzonte per meglio immaginare le cose che non sappiamo. Poi finiscono tutte le sigarette accese, perché l’esempio di Alex lo avevano seguito anche altri, e l’aria non cessa di farsi più pungente. Ci salutiamo. Attraverso il parcheggio, e tiro fuori le chiavi. Accendo la macchina e me ne vado.

 

I due gruppi della serata hanno appena pubblicato un disco collaborativo, un po’ perché evidentemente si vogliono bene e questo è già il secondo tour che fanno insieme, e un po’ perché questa prassi operativa risulta abbastanza congeniale a entrambi (i Full of Hell hanno licenziato una collaborazione addirittura con Merzbow, The Body, tentacolari, con altri quattro gruppi). E io mi chiedo, pur tormentandomi l’interrogativo solo fino a un certo punto, se suoneranno qualcosa in coabitazione, se almeno ci sara un volemose male in conclusione, perché volendo ci sarebbe materiale da suonare apposta, e poi ci troviamo pur sempre in Spagna, il paese in cui i comunicati stampa devono ossessivamente ripetere che gli artisti stanno presentando su nuevo disco, come se non potesse esistere tour senza supporto da rivendere e presentare pezzo per pezzo. E alla fin fine nulla, il concerto sarà il più normale degli split, prima gli uni e poi gli altri, e non me ne lamento, e l’unico momento di condivisione vedrà i sei membri dei due gruppi cazzeggiare a un tavolino fuori dal locale giusto prima dell’inizio, tra calzini di spugna orgogliosamente esibiti e magliette vintage di gruppi death metal. Bello comunque a vedersi, se non per l’estetica sicuramente per lo spirito.

Il Sidecar (pronuncia spagnola invariabile: Sidecár) rimane il luogo dove nel 2006 ho visto il mio primo concerto in terra catalana, e da allora non è cambiato minimamente: una lunga e stretta galleria sotterranea con l’arcuato soffitto non molto sopra le teste dei più alti e una refrattarietà esemplare ai segnali telefonici. Il palco è montato in fondo, nel culo tappato del tunnel, e per gruppi come questi, rovinosamente caotici, non è l’ideale, per andare di eufemismi. Senza minimamente cercarlo, mi ritrovo in primissima fila a due minuti dall’inizio.

Coi Full of Hell, a dirla tutta, non ero mai andato oltre un paio di ascolti di prova su Youtube, ma ero ben disposto a rivedere il mio scetticismo. Il concerto procede sistematicamente per fasi successive di tensione e rilascio, con compressissimi assalti grind assai metallosi che cedono il passo a rovinose pause noise del triplo della durata. Il cantante Dylan Walker abbandona spesso il microfono e si piazza dietro una microconsolle montata a centro palco dalla quale estrapola strati di feedback mentre gli altri assecondano la deriva maltrattando gli strumenti in modi apparentemente casuali. A mo’ di variazioni sul programma qualche mid-tempo e pure, se le orecchie non mi ingannano, un paio di breakdown. Walker convince (e spaventa) per duttilità vocale e riserva di fiato, anche se il suo stile a volte mi pare troppo vicino a certi vocalist deathcore (UO-UO-UO) per i quali decisamente non stravedo; il batterista David Bland dal canto suo picchia come da programma tantissimo, ma con un tocco leggermente free e sbilanciato che lo rende meno prevedibile e che si apprezza pienamente in un paio di frangenti direi improvvisati durante gli svarioni rumoristici: bravo davvero. Nell’impasto di suoni risulta penalizzato il lavoro di basso e chitarra, anche se affiora di tanto in tanto qualche riff notevole. E tutto è violento e malsano, e tangibile l’intenzione di fare da ponte tra versanti diversi dell’estremismo sonoro, ma qualcosa nell’insieme continua a suonarmi fatalmente asettico e formale, e me ne renderò conto ancora meglio al momento del cambio palco.

Che è il momento di The Body. Lee Buford indossa un’adorabile maglietta stravecchia di Chaos A.D. dei Sepultura con tanto di buco sotto l’ascella sinistra, come noteremo tutti mentre percuote le pelli: Chip King, in maglietta smanicata con l’illeggibile logo death-black di prammatica, si sistema di sghimbescio a un’estremità del palco, con una valigetta piena di distorsori montata su un trespolo a altezza torace che trasmetterà per tutto il concerto la sensazione ingannevole che stia fissando un monitor: è un ciccione ragguardevole.Non ci sono voci femminili campionate, non ci sono gli inattesi beat che infettano piacevolmente l’ultimo, a sua volta, recentissimo “No one deserves happiness”: francamente non riconosco un pezzo che sia uno, sembra che non stiano affatto presentando su nuevo album, ma non me ne frega un cazzo in assoluto, perché il loro suono è lì, tangibile, e noi, atterriti, indifesi, possiamo solo testimoniare. Ho paura di sconfinare nel trionfalismo gratuito, ho sospetti fondati sull’inefficacia delle parole, delle etichette di genere che te lo dico a fare, ma un tentativo di verbalizzazione devo provare a farlo: è stato svuotante. Poi potremmo parlare di doom-sludge, di esasperante lentezza o di feedback soverchiante, ma potremmo farlo anche per decine di altri gruppi e staremmo soltanto appiattendo i termini della questione. Le risorse stilistiche in uso possono essere fino a un certo punto (solo fino a un certo punto, perché loro di arrangiamenti e intuizioni non ortodosse ne sciorinano in abbondanza da sempre) comuni a un fottiliardo di altri gruppi, e così è, ma alla resa dei conti quel senso di annichilente sfacelo, di terrore paralizzante l’ho sentito evocare in modo così credibile solo da questi due. Infatti riuscivo unicamente a restare in piedi immobile mentre dietro di me si sviluppava un poco coeso, ondeggiante, improbabile accenno di pogo. E osservavo Buford, coi suoi pattern ritmici semplicissimi, inesorabili, cercando di decifrare quell’elemento ineffabile che li rende così obliqui; osservavo Chip King tormentare la chitarra e soprattutto urlare in quel modo insostenibilmente acuto e mi chiedevo quando e perché gli fosse venuta per la prima volta l’idea di aprire la bocca per emettere QUEI suoni (l’unico esempio che riesco a avvicinargli è quello di Jeff Smith dei Jeromes Dream, prima o poi dovrò decidermi a parlarne). E mentre tutto questo succedeva continuavo a pensare, cercando un modo di contestualizzare l’iperbole, di attutirne il valore sloganistico, che The Body sono forse l’esperienza più totalizzante accaduta nei vasti confini della musica estrema da vari anni a questa parte, almeno fino a dove sono arrivate le mie orecchie.

Con la necessaria ritrosia ho detto quello che dovevo. Fine. Grazie per l’attenzione.

Come spiegavo appena nel post scorso, i fumetti della Sergio Bonelli Editore hanno svolto un ruolo importante nella mia formazione. Ho cominciato a leggere Tex nell’aprile del 1990, con un paio di numeri antichi reperiti nella soffitta della nonna materna: pochi giorni dopo andai in edicola a vedere come se la passava in quel periodo, e non lo mollai per oltre sette anni. Zagor arrivò l’anno dopo, quando il personaggio ne compiva giusto trenta, perché ero una specie di residuato generazionale, non mi ero lanciato sulle serie più recenti, Dylan Dog, all’epoca colossale fenomeno di costume in divenire, il neonato Nathan Never, no, leggevo i classici che anche qualche parente mio poteva aver letto negli anni ’70, e in effetti pure nel caso di Zagor erano poi emersi alcuni albi dalla stessa soffitta, che aveva pochi tesori da offrire ma davvero preziosi.

Ricordo le storie classiche di Zagor di Guido Nolitta (cioè Sergio Bonelli stesso mimetizzato dietro alla macchina da scrivere) e Gallieno Ferri come qualcosa di bellissimo, pochissimi i passaggi a vuoto, fisiologici in una serie mensile, e una vastità di respiro che andava a coprire tutte le sfumature dell’avventura classica. All’atto pratico, preferivo le ristampe di “Tutto Zagor”, dal valore collezionistico nullo, alle avventure inedite della collana Zenith, con l’inconfondibile numerazione sfalsata, perché era lì che si poteva trovare il personaggio nella sua espressione più pura. A oltre vent’anni di distanza l’idea di una rilettura mi provoca un sottile sentimento di paura, intuisco la possibilità di un drastico ridimensionamento e sento il dovere verso me stesso di conservare intatto il ricordo di quel sense of wonder alla stregua di un patrimonio immateriale personale, che qui l’umanità c’entra poco.

I disegni di Ferri al suo apice, a metà tra i sessanta e i settanta, erano inconfondibili, e senza nulla togliere a Franco Donatelli e Franco Bignotti, i colleghi che più frequentemente gli davano il cambio, entrambi autori di una credibile interpretazione del personaggio, si percepiva immediatamente che Zagor era cosa sua: il dinamismo delle scene d’azione, l’atleticità della figura, asciutta e potente, e soprattutto lo sguardo, quegli occhi chiari spesso socchiusi la cui espressività emanava una potenza quasi cinematografica. 

In quegli stessi anni in cui leggevo pieno d’estasi le ristampe, durante le medie, Ferri si presentò a Fusignano (RA), patria di Arrigo Sacchi a cinque minuti di macchina dal mio paese, per inaugurare una piccola mostra dedicata al suo personaggio, se la memoria non mi tradisce presso la biblioteca locale. Supplicante, chiesi a mio padre di accompagnarmi e lui si dispose stoicamente al compito. Da bravo coglioncello non portai albi da autografare nonostante ne avessi piena la cameretta, e sotto la pressione dell’urgenza, chiesi timidamente a Ferri uno schizzo sul retro del volantino di presentazione dell’evento: in un paio di minuti ne venne fuori uno Zagor che si portava la mano alla bocca nel grido di battaglia (che per i più incolti, era e rimane “AYAAAAAAK”, numero di A variabile a seconda dell’enfasi della situazione). Mio padre si sentì in dovere di ringraziare immediatamente Ferri, che invece sembrava quasi dispiaciuto di quel bozzetto così precipitoso. Accecato dall’emozione, io ci capivo pochissimo. Il volantino è andato perso da anni, ma per capirci, alcuni celebrati disegnatori Image della prima ora (spariamo sulla croce rossa: Rob Liefeld), non hanno mai disegnato qualcosa  che valesse la metà di quello scarabocchio regalato a un trepidante piccolo fan. A casa me lo riguardai mille volte, non perché fosse bellissimo, ma perché semplicemente era fumetto in azione, avevo visto il signore delle copertine di Zagor, che all’epoca era già ultrasessantenne, tirarmi fuori dal nulla lo spirito con la scure sul più anonimo dei supporti. Potevo intuire in quello schizzo l’inizio del lungo processo che porta dalla tavola intonsa al fumetto finito, e per me che allora volevo fare lo sceneggiatore, era tutta una vertigine.

Nel corso degli anni, smisi di seguire Zagor, non saprei nemmeno dire a quando risale l’ultima avventura letta, ma continuavo a bazzicare lidi bonelliani per affetto, riconoscenza e curiosità per le nuove pubblicazioni. La morte di Sergio Bonelli nel settembre del 2011, che cercai invano di omaggiare su queste colonne, mi colpì profondamente. Consultavo spesso il sito della casa editrice, sì, il sito, capitolo importantissimo del complicato e contraddittorio adeguamento del colosso milanese alla modernità (ce ne sarebbe da scrivere…) e spesso andavo a sbirciare le copertine di Zagor, perché sapevo che le faceva ancora Ferri, perpetuamente in attività. In alcune di quelle immagini, sgradevole a dirsi, Zagor sembra ormai piegato dall’artrite, alcuni personaggi paiono pupazzetti di plastilina, ma l’attaccamento di tale monumentale professionista alla sua creazione era comunque commovente.

Appena saputo della sua morte, sono andato a cercare la copertina del prossimo numero, chiedendomi con quanti mesi di anticipo lavorino in Bonelli e quando subentrerà il suo sostituto, ancora senza nome. Ne ha disegnate più di seicento, oltre a svariate migliaia di tavole. Ha creato graficamente anche Mister No, ne ha disegnato la prima avventura e 115 copertine, anche se poi la caratterizzazione definitiva del personaggio rimane quella di Roberto Diso. Gallieno doveva restare a Darkwood, insieme a Zagor, e lasciare ad altri la foresta amazzonica che Jerry Drake aveva scelto come seconda casa, e così fece.  

Gallieno, ho voluto bene ai tuoi disegni. Grazie per quel bozzetto a Fusignano. Riposa in pace.

(se cercate Zagor su Google Images, i disegni sono quasi tutti suoi, ma resta un po’ poco per definirne l’arte)