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Archive for maggio 2008

Perfettamente cosciente che in Italia succedono cose ben più rilevanti & inquietanti, ma in ogni caso mi piacerebbe spendere alcune parole – poche, con quello che costano – su una notizia minore quale può essere la recente nomina di Daniele Capezzone, ex segretario radicale, a portavoce di Forza Italia. Abbastanza collaudato il gioco delle parti che ha fatto seguito all’annuncio: il diretto interessato esprime profonda soddisfazione e traccia per sommi capi il piano d’azione per il futuro; la CEI invece, in ossequio a un modus operandi ormai calcificato, esprime preoccupazione, puntando il dito contro l’ingombrante passato ultralaico del Capezzone, tra l’altro acceso oppositore di quella legge 40 sulla fecondazione assistita che tanti consensi ha mietuto nel mondo cattolico, e che all’atto pratico spinge un consistente numero di coppie italiane al turismo procreativo, qui a Barcellona e in altre città europee.

L’aspetto curioso della vicenda risiede nella considerevole rapidità che ha portato l’ancor giovane Capezzone, nel giro di appena un anno e mezzo, dalla carica di segretario di un partito a quella di portavoce di un altra formazione, considerevolmente diversa per storia ed obiettivi. A stupire non è tanto il salto di trincea dal volatile cartello elettorale della Rosa nel Pugno a Forza Italia, quanto piuttosto il drastico cambio di ruolo. E’ infatti lecito attendersi che un Portavoce, senza per questo essere un mero subalterno, sia perlomeno organico al movimento che è chiamato a rappresentare: in questo senso, Elisabetta Gardini e Sandro Bondi, predecessori diretti di Capezzone, forti del loro commovente attaccamento al Presidente, erano poco meno che perfetti.  E’ quindi peculiare che Berlusconi abbia scelto come portavoce del partito che ha disegnato a sua immagine e somiglianza, non un militante di lungo corso, ma un forestiero che, così le cronache, ha dato la sua adesione al progetto del Popolo delle Libertà non più tardi di tre mesi fa, e che prima faceva il capufficio da un’altra parte.

Per questo i malumori della CEI mi sembrano parzialmente fuori luogo: Capezzone, a dispetto di un passato dal loro punto di vista per nulla rassicurante, non sarà chiamato ad esporre le sue idee, quali che siano dopo l’abbandono dei Radicali, ma quelle di un partito tutto, che ha una linea definita che a lui, in veste di nuovo entrato è stato giustamente richiesto di sottoscrivere. E’ poi secondario stabilire se il nostro abbia abiurato o meno le sue passate battaglie contro la Legge 40: il fatto stesso di essere entrato in un partito che quella legge votò e sostenne apertamente, disinnesca il significato politico profondo di tutta una parte del suo passato. Non è d’altra parte credibile che un uomo solo possa trasfigurare l’identità di un’organizzazione che, aldilà dell’autenticità della sua vocazione, si è sempre definita profondamente cristiana, piuttosto il contrario: di fatto la nomina stessa, quasi ad orologeria dal momento che Forza Italia come sappiamo si appresta a confluire nel più ampio progetto del Popolo delle Libertà, ha tutto l’aspetto di un test di affidabilità per un personaggio che deve in fin dei conti dimostrare di essere pienamente compatibile col nuovo contesto al quale ha scelto di aderire. Inoltre, ora che non gode più dell’appoggio di Casini e compagni, interlocutori privilegiati delle gerarchie ecclesiastiche e beniamini dello zoccolo duro delle messe mattutine, è difficile ipotizzare che la corazzata berlusconiana si vada a cercare grattacapi innecessari mettendo in dubbio la sua lealtà alla Chiesa Santa-Apostolica-Romana, che nonostante l’ultimo aggettivo piace tanto anche ai leghisti. Semplicemente, questa piccola nota a margine dei recenti avvenimenti politici nostrani è un eccellente dimostrazione di quanto nel nostro parlamento abbondino campioni di quella diffusissima disciplina, che in Italia si pratica perfino più del football, che abbina Tuffo Carpiato e Caduta in Piedi.  

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Il sito della Gazzetta, come dicevamo, continua a monitorare implacabilmente il susseguirsi di sfaceli che sta affossando il pasciuto giocatore milanista che un tempo, altre le maglie, altre le circostanze, era conosciuto come il Fenomeno. Qualche giorno fa, un poco afflitto constatando che nonostante tutto mi stavo sorbendo l’ennesima camionata di morbose inezie, mi sono trovato a pensare, come spesso mi capita negli ultimi mesi : ma Cristo, la Gazzetta sembra Novella 2000, sembra un rotocalco rosa. In quel momento, fragorosamente, un’epifania di incalcolabile banalità. 

Il problema è che le informazioni ovvie sono coperte da un leggero velo d’oblio. Ci sono innumerevoli cose che sappiamo una volta per tutte, e a ben vedere è come se la scienza esatta dell’abitudine ci portasse, in una qualche inspiegabile, contraddittoria maniera, a dimenticarle, a metterle tra parentesi,  proprio per il ruolo preminente che ricoprono nelle scenografie delle nostre esistenze: il cielo è blu, verde l’erba, e la Gazzetta, vivaddio, è rosa. Fin dai tempi dell’asilo sappiamo che fra i “giornali” che papà “legge” (parole, queste, non pienamente comprensibili) ogni sera sulla poltrona a fiori, c’è n’è uno dalle tinte accattivanti, del colore del grembiule delle femmine. Anche solo guardando le figure, si nota lo scarto rispetto ai giornali bianchi che parlano dei politici, qualunque cosa siano. Questo giornale è la Gazzetta dello Sport: altri non ce ne sono. Anche i daltonici, alcuni dei quali vivono in un mondo che immagino simile al Primo Canale di cinquant’anni fa, conoscono per sentito dire, e forse intravvedono pure, questa elementare verità. Per ignorare che la Gazzetta è rosa, bisogna proprio essere stranieri

Eppure la Storia ci insegna, e noi apprendiamo attoniti, che non è stato sempre così: la Gazzetta comincia le pubblicazioni nell’aprile 1896, in casuale concomitanza con le prime Olimpiadi moderne e trascorre i suoi primissimi anni in una persistente incertezza cromatica: l’altalena è dovuta agli elevati costi della materia prima. Diventa rosa per tirare al risparmio, lei che era nata in verde chiaro, solo nel 1899: poi la necessità si fece virtù e il lieto colorino entrò progressivamente a far parte del paesaggio culturale italiano. 

Oggi, quel nobile tratto identitario che più di ogni altro caratterizzava uno dei fedeli compagni di viaggio della nostra vita quotidiana è diventato il mero riflesso di un considerevole abbruttimento contenutistico: rosa fuori, da (quasi) sempre e, da qualche tempo a questa parte, rosa pure dentro. Tanto per riprendere quell’antica e famosa pubblicità, constatarlo fa male qui e fa male qui. La Gazzetta, soprattutto nella sua versione online, che per comodità leggo più frequentemente della cartacea, ha incondizionatamente calato le braghe a quel processo di riposizionamento culturale il cui frutto maturo è stata la trasformazione del pettegolezzo in gossip: ciò che in italiano suona meschino e condominiale assume nella lingua della perfida Albione sfumature di splendore glamour che sono infinitamente più attraenti ed accettabili. Se volessimo ora soffermarci a considerare l’immancabile pelo nell’uovo, la distinzione non è semanticamente impropria. Ad esempio, questo dizionario ci suggerisce che la parolina inglese si distingue dal vecchio e puzzolente vocabolo italiano proprio in virtù della sua connotazione eminentemente mondana: insomma, se gli avventori di un bar disquisiscono delle corna della vigilessa che ha appena multato uno di loro, ci troviamo in presenza di pettegolezzo; se fanno lo stesso a proposito di questa o quella supergnocca della televisione, per certo mai intravista neanche col binocolo, la maldicenza si trasforma magicamente in gossip. In termini platonici, quasi la differenza che intercorre fra Iperuranio e mondo materiale. Senza stare a nascondersi dietro il dito, si è sempre spettegolato delle celebrità, ma questo slittamento semantico che differenzia il chiacchiericcio alto e quello basso è stato il primo passo verso lo straripamento sistematico delle notizie rosa dagli argini ristretti delle pubblicazioni scandalistiche ai media generalisti. Prima dell’entrata in auge del concetto di gossip era difficilmente concepibile che un telegiornale nazionale dedicasse dieci minuti buoni alle tette di una valletta: ora è l’immangiabile pane quotidiano.

La Gazzetta, poverettache prima si occupava solo di quel sottogruppo di pettegolezzi sportivamente motivabili che va sotto il nome di calciomercato , cosa cazzo ci può fare? I calciatori si accompagnavano anche ai tempi belli con le belle donne dello spettacolo, solo che ora si chiamano veline e la loro vita privata ha diritto di cittadinanza pure su Repubblica e sul Corriere. In fondo, si potrebbe argomentare, è più coerente parlarne su un giornale sportivo. Può darsi: ma in ogni caso, perchè rubricare come notizia di calcio questo insignificante trafiletto su un calciatore che è meno noto al tifoso medio italiano di una qualunque riserva di serie B? Non c’è nemmeno la scusa del folklore locale, dannazione. Giocando costui in Inghilterra, la notizia può avere senso (comunque pochissimo) soltanto lì: e in effetti, la fonte della notizia, è il Sun, il tabloid inglese che ogni giorno smercia per tutto il Regno oltre tre milioni di esemplari. Qui, forse, il nocciolo della questione: il Sun, insieme alla nutrita pattuglia di quotidiani popolari che ne condividono formato e linea editoriale, tra i quali potremmo ricordare il News of the World che ha fatto scoppiare lo scandalo Mosley, costituisce un paradigma difficilmente superabile di sensazionalismo e bassa qualità giornalistica: ma in Inghilterra si tratta di un fenomeno endemico e da sempre separato dalla stampa, largo a un sano semplicismo, seria. Purtroppo, negli ultimi tempi, la versione online della “rosea” riprende moltissime notizie da questi cattivi esempi di oltremanica. Nella maggior parte dei casi si tratta di meri riempitivi, d’accordo, ma vigiliare di più sulla qualità del ripieno sarebbe cosa buona e giusta. Con queste premesse suona alquanto sinistro che, poco più di un mese fa, la Gazzetta vera e propria, quella da edicola, abbia abbandonato il suo storico formato per passare proprio al più classico tabloid. In sè non sarebbe niente di osceno, lo ha fatto pure il Manchester Guardian, e poi le notizie fuffa, come si è detto, dilagano soprattutto sul versante Internet, ma non riesco a non vederlo come un segno in più dei tempi marroni che viviamo. Ebbene sì, sono prevenuto e leggo nei fatti quello che preferisco. Tanto, per molto che possa peggiorare ancora, la Gazzetta non riuscirò a smettere di leggerla comunque.

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Ecco, l’Italia si è nuovamente dotata di un governo: in effetti da qualche mese ci mancava. Le solite facce, d’accordo. Tremonti, Maroni, addirittura quel rompicoglioni di Scajola. Poche le donne, ma d’altronde cosa aspettarsi da chi, appena vinte le elezioni, dipinse l’esecutivo spagnolo, per la prima volta nella storia a maggioranza rosa, alla stregua di un harem? E poi, e poi, l’ossimoro di Sandro Bondi ministro dei Beni Culturali (no, non dirò altro, le parole hanno un peso e un prezzo, non ho voglia di darle via un tanto al chilo).

Epperò se guardiamo bene, un dato di fatto leggermente sorprendente: il Berlusconi IV è forse il governo più gggiovane dell’Italia Repubblicana, vari i trentenni e i quarantenni e non tutti assegnati ad incarichi meramente ornamentali: dribbliamo Mara Carfagna, rinviando al futuro più o meno prossimo un giudizio sereno sulla sua attivita politica, e consideriamo ad esempio Angelino Alfano, ex coordinatore di Forza Italia in Sicilia e ora Ministro della Giustizia. Se Wikipedia non mi inganna, quest’uomo va per i trentotto. Invece Mariastella Gelimini, a suo tempo omologa di Alfano in Lombardia e ora responsabile della Pubblica Istruzione, compirà trentacinque anni fra un paio di mesi. Converrete con me che non si tratta precisamente di due ministeri di basso profilo. Per usare una metafora calcistica, esercizio quanto mai pericoloso quando si discetta dell’uomo di Arcore, queste scelte denotano se non altro una certa attenzione al vivaio: dire che i due erano poco noti al grande pubblico (e pure a me, cacchio) è un garbato eufemismo.

La politica italiana resta geriatrica e Berlusconi stesso, ultrasettantenne, ne è la prova provata ma, senza entrare nel merito delle scelte, stupisce rilevare come sia proprio lui, e non ad esempio il suo predecessore, a mettere in atto questa piccola inversione di tendenza. Intendiamoci, si tratta di minuzie che non spostano più di tanto i termini della questione, ma dopo l’infame battuta sui giovani precari  non mi sarei mai aspettato di dover commentare un governo così verde, nel senso di giovane e non soltanto di leghista.

Ma finora ho colpevolmente taciuto, in ossequio al vetusto principio del dulcis in fundo, quella che è probabilmente la caratteristica più innovativa del neonato esecutivo: l’istituzione del Ministero della Semplificazione, affidato a Roberto Calderoli. Se cercate su Internet, qualcuno vi lascerà intuire fra le righe di quale semplificazione si tratta. Io posso solo complimentarmi per la azzeccatissima scelta e rimarcare che Calderoli è davvero l’uomo giusto al posto giusto: a buon intenditor poche parole.

 

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Ronaldo, sulle ali di una lieve imprecisione, raduna tre transessuali in una camera di motel ma ben presto si  rende conto di avere preso una cantonata di quelle sostanziose: dichiarandosi interessato alla categoria merceologica della prostituta femmina – la più antica del mondo, si dice, di certo la più resistente ai rovesci congiunturali –  e a costo di passare per una educanda o un coglione, propone di liquidare lo spiacevole malinteso pagando ugualmente prestazioni che non è più interessato ad ottenere. Sono cose che capitano a tutti: io, ad esempio, appena due anni fa, comprai una specie di spremiagrumi fantascientifico convintissimo di portarmi a casa un frullatore. Per fortuna tornai a cambiare il prodotto in tempo utile e da allora ho un vero frullatore, col quale mi trovo talmente bene che stiamo addirittura progettando di sposarci.  Ma parliamoci chiaro, in questo caso l’anomalia sarebbe stata macroscopica: come un vegetariano di lungo corso che, sorridendo d’incoscienza, riscatta un chilo di Gran Biscotto dal banco macelleria convinto di comprarsi dei frollini per la colazione. Il pover’uomo si deve essere sentito amareggiato, vuoi per il disturbo arrecato alle professioniste contattate a vuoto, vuoi per il consistente nebbione che gravava in quel momento sulle sue facoltà di discernimento: ma ha dimostrato ragionevolezza. A questo punto però, stando ancora alla sua versione, una delle tre accompagnatrici gli ha intimato di sborsare una cifra ben più consistente, intorno ai 20.000 euri, in cambio di un dignitoso silenzio sull’accaduto.

Per gli sviluppi della vicenda potete seguire il sito della Gazzetta, che instancabile ci rimpalla ogni quisquiglia che si pubblica al proposito in Brasile. Ora a me, che sono un blogger esordiente dai biortimi lenti, incapace di stare sulla notizia,  Ronaldo serviva come mero escamotage per portarmi sull’altro scandalo sessuale che in tempi recenti ha squassato il mondo dello sport: trovate un limpido indizio nel titolo del post, ecco, ecco, volevo parlarvi di Max Mosley. Costui, presidente della Fia, Federazione Internazionale Automobilismo, come dovreste sapere a meno di non esservi esposti agli effetti nocivi di un qualunque organo d’informazione da un mesetto a questa parte, è stato immortalato in un video di cinque ore di durata, mentre, in compagnia di cinque prostitute, giuoca al campo di concentramento sadomaso: oltre alle immancabili frustate sul popò, sennò che cazzo di sadomaso è, uniformi a righe come quelle che si usavano ad Auschwitz e Dachau, ispezione dei pidocchi ed altre amenità su questa falsariga. O almeno è quello che sembra di vedere.

Ora non vorrei rubare il mestiere ai toscani ed al Vernacoliere in particolare, io che poi sono romagnolo, ma la domanda sorge spontanea: caro Mosley, tu che sei presidente della Fia, beato te, non potresti avere tutte le fie che vuoi aggratis, invece di pagarne profumatamente cinque per dedicarti al revisionismo storico porno? Ma qui, fortunatamente, ci viene in aiuto la saggezza popolare, suggerendoci che il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero: Max, infatti, è il quartogenito di Sir Oswald Mosley, fondatore nel 1932 della British Union of Fascists (BUF) e intimo amico di Joseph Goebbles, in casa del quale celebrò le sue seconde nozze alla presenza del Furher. Non solo, quando Max nacque, nel 1940, il padre si trovava in carcere, dove rimase tre anni, per le ragioni che potete facilmente immaginare. Ora, l’aspetto realmente inquietante di tutto ciò è che la sinistra ideologia politica che animava Mosley Sr. e alla quale si mantenne coerente fino alla fine dei suoi giorni, sia (o sarebbe, nel caso si tratti di un clamoroso abbaglio, paragonabile a quello di Ronaldo) diventata per l’illustre figliolo oggetto di perversione sessuale: questa banale considerazione apre un ventaglio di opzioni psicoanalitiche che non ho i mezzi adeguati per analizzare in questa sede, ma che rende la vicenda interessante al di là dei risvolti scandalistici di facile presa. Eppoi ai Mosley, sicuramente al padre, al figlio bisogna ancora concedere il beneficio del dubbio, della psicoanalisi importa un fico, in quanto prodotto della decadente cultura giudea, va’ a sapere.

Ora, il prossimo 3 giugno, la nomenklatura della Fia si riunirà per decidere il destino del suo anziano presidente. Il dubbio è se la sua credibilità come uomo pubblico può sopravvivere a questo scandalo. Ad occhio e croce, direi di no. Se un calciatore va a trans, forse ci rimette un paio di sponsor, ma nessuno mette in dubbio le sue capacità agonistiche: il problema di Ronaldo è che forse è arrivato a questi vertici di miseria proprio perchè consapevole di essere un giocatore più o meno finito. Quando ci vanno di mezzo incarichi esecutivi, invece, le valutazioni si fanno più delicate. Mosley in questo senso si trova in una situazione non dissimile da Bill Clinton, che peraltro stava molto più simpatico a tutti perchè l’oggetto del contendere erano dei normalissimi pompini. Però Il buon Bill era reo di consumare le sue scappatelle sul luogo di lavoro, se vogliamo chiamare così la Casa Bianca, mentre Mosley aveva convocato le mignotte a casa sua. Inoltre Clinton, negando recisamente di conoscere la stagista Lewinski, mentendo su un’informazione così basilare, dimostrò di poterlo fare su qualunque altra questione rilevante. Mosley, che ha tutto il diritto di rivendicare una sessualità eccentrica, da un certo punto di vista si trova in circostanze meno complicate: continua a negare lo sfondo nazista, quindi forse sta mentendo a sua volta, ma in ogni caso le intersezioni tra la sua vita privata, per ributtante che sia, e le mansioni presidenziali che ricopre sono davvero molto limitate. Ma di fronte agli scandali sessuali, queste sfumature sono questioni di lana caprina: che sia o meno vittima di un complotto -e visto il bassissimo pedigree dei tabloid inglesi…- come ha più volte dichiarato, Mosley dovrebbe in ogni caso cogliere la palla al balzo e andare a svernare lontano lontano: il Madagascar potrebbe essere un’opzione, dopo tutto Hitler aveva pensato di mandarci in vacanza un popolo tutto.

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