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Archive for luglio 2008

Aleggia su questo lavoro dei Fuck Buttons, duo di Bristol all’esordio sulla lunga distanza, lo spirito guida di formazioni antiche e gloriose quali Suicide e Silver Apples, guardacaso altrettanti duo. E se le somiglianze non si possono certo rintracciare nell’approccio vocale, qui perlopiù all’insegna di grida lancinanti oscenamente filtrate e distorte, e nemmeno nella struttura dei pezzi, tutti comunicanti tra loro e lontanissimi dalla forma-canzone, qualcosa emerge dalla strumentazione utilizzata e molto dalle virtù ipnotiche della musica: una questione soprattutto attitudinale, per intenderci. Riducendo all’essenziale, i nostri coniugano in una unione di fatto che sta ottenendo il riconoscimento di molti, noise elettronico all’arma bianca ed angelicali tastiere: l’illustrazione più immediata di questo abbinamento potenzialmente contronatura arriva dai nove minuti di Race you to my bedroom/Spirit chaser, quarta traccia in programma, dove una incessante fiumana di spazzature power electronics sulle squassanti frequenze di Merzbow, Masonna, Slogun e compagnia stridente viene ripetutamente doppiata dalle note estatiche di un organo chiesastico. Ma c’è molto di più, come dimostra la successiva Bright tomorrow, contraddistinta dall’inaspettato dialogo dei sintetizzatori, ancora assorti in scenari di letizia,  con una cassa dritta che scandisce quasi l’intero brano avvicendandosi nel finale con un drone siderurgico chiamato a chiudere le danze con un lungo schianto. Proseguendo in ordine sparso, abbiamo poi episodi in cui la ritmica assume i connotati di un algido percussivismo tribale che rimanda ai Black Dice di due o tre dischi fa: in Ribs Out si staglia, protagonista quasi assoluta, su un rimbombante fondale vuotoin Okay, let’s talk about magic accompagna l’ingresso delle tastiere dopo un perforante attacco di schietta marca industrial, mentre nella conclusiva Colours Move funge invece da contraltare all’incedere trasognato del pezzo. Resta a questo punto fuori dal computo soltanto l’iniziale Sweet love for planet Earth,  percorsa da abbacinanti sovrapposizioni e stratificazioni di droni e pattern tastieristici, che unisce in una sintesi affascinante gli input di Sunn O))) e My Bloody Valentine, band fra loro diversissime ma eminentemente guitar-driven,  il tutto nella più perfetta assenza di chitarre. Questo a mio avviso il picco più alto del disco: ne parlo in chiusura a fronte della preoccupante sindrome da repeat compulsivo che per diversi giorni mi ha impedito di ascoltare l’album nella sua interezza e riconoscere quindi ad ogni composizione i suoi indubitabili meriti. In altre parole, i Fuck Buttons hanno cominciato talmente bene da impedirmi di arrivare a metà dell’opera… Ma posso davvero considerarlo un difetto?

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Ricorderò il G8 giapponese che si è concluso una settimana orsono non per le tiepide risoluzioni adottate – a distanza, verrrebbe da dire – contro cambio climatico e fame nel mondo e neppure per la cartolina ricordo con i grandi del mondo intenti a piantare alberi: io ero all’ospedale, intrappolato in una degenza di routine e le disfunzioni della minzione che in quel frangente interessavano il mio organismo eclisseranno per sempre nella mia memoria il summit di Toyako, il No-Cav Day e qualunque altro evento collettivo prodottosi in contemporanea sul globo terracqueo. Ora che quei meri strascichi postoperatori si sono risolti e vado regolarmente in ritirata, sembra bello tornare a parlare del piccolo incidente diplomatico che ha momentaneamente funestato le relazioni tra Italia e Stati Uniti e che è ormai a tutti gli effetti una notizia scaduta. Ebbene, non si sa come nè perché, ma il press kit consegnato ai giornalisti americani al seguito del presidente Bush riferiva peste e corna del nostro premier, con un tono che, per quanto asciutto, non lascia margini di manovra alle arti riparatrici dell’eufemismo e della perifrasi. Fonte delle informazioni, una non meglio precisata Encyclopedia of World Biography; immediate le scuse della Casa Bianca, strategicamente affidate a un portavoce di origine italiana, accorto il basso profilo di Berlusconi, che ha agevolato l’immediata archiviazione del caso, senza dubbio l’opzione più vantaggiosa per la sua già controversa reputazione.

Sappiamo, a quasi quindici anni dalla discesa in campo che non sono queste semplici note a margine a spostare la bilancia della storia, che ben più sostanziose ed autorevoli manifestazioni di sfiducia sull’uomo Berlusconi, i suoi alleati e il suo operato di governo (ultima in ordine di tempo quella del Parlamento Europeo) non hanno minimamente smosso la superficie stagnante dell’italico stagno (repetita iuvant) nè alterato i rapporti di forza vigenti: il paese reale sembra abbastanza impermeabile a tutto ciò che di noi si scrive e si pensa oltreconfine e la dimensione sempre più privata degli scandali che lo vedono coinvolto – si è preogressivamente passati dall’indagare le sue relazioni con Craxi e i boss mafiosi a quelle ben più circoscritte con la Carfagna – dimostra chiaramente che Berlusconi con tutta la sua ingombrante personalità e il suo personaggio è ormai un elemento inamovibile dello scenario nostrano.

In fin dei conti, l’aspetto più curioso di questa vicenda puramente aneddotica è che la succinta biografia dell’Encyclopedia viene a rappresentare per certi versi il rovescio della medaglia di quella dettagliata, estasiata, illustratissima Storia Italiana che sotto forma di patinato rotocalco infestò le nostre buche delle lettere a ridosso delle elezioni 2001: nell’una e nell’altra biografia si citano, fatta salva la differenza di estensione, gli stessi eventi, ivi compresi dettagli folcloristici come l’esperienza di cantante sulle navi, ma diametralmente opposta è la lettura che se ne dà: tutto ciò che nel testo made in Segrate veniva coscientemente enfatizzato con l’intenzione di trasmettere un’immagine di Berlusconi simpatica e lontana dal paludato grigiore della Prima Repubblica, all’estero, dove gesti e parole sembrano avere differenti peso e gravità, depone a suo sfavore, contribuendo a dipingere la figura, la macchietta, di quello che con molta delicatezza si potrebbe definire un volgare imbonitore. Ora non è il caso di mettersi a concionare sulle ragioni di questo atavico strabismo: il fatto stesso che quel volumetto abbia potuto raggiungere davvero ogni nucleo familiare italiano costituisce una parziale, amarissima, risposta. A titolo personale, mi piace puntualizzare che mia madre lo cestinò sul momento.

A sigillo di queste riflessioni, sottolineiamo che il prossimo G8 si svolgerà proprio in Italia, anche se non si è ancora deciso dove. La Casa Bianca, nella sua sventatezza ha  quindi dimostrato un tempismo invidiabile: in Giappone, con Berlusconi mimetizzato fra gli altri invitati, c’erano tutte le premesse perchè lo spiacevole qui pro quo rimanesse bonsai, evenienza assai improbabile nel caso che il nostro premier fosse stato invece maestro di cerimonie. Il buon senso suggerisce che la delegazione americana imparerà dagli errori del passato e non verrà certo a parlare di corda in casa dell’impiccato, dispensandoci così da siparietti kafkiani. L’uomo di Arcore ha comunque dimostrato, e qui mi riallaccio a quanto detto poco sopra, di poter attraversare indenne persino gli obbrobri di Genova, non sono certamente questi lapsus diplomatici a poterlo impensierire…

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“Con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito”, ci suggeriscono loro nel titolo: eppure, mai come questa volta, i pezzi sono concisi e diretti. Si comincia con i tre minuti e rotti di Gobbledigook, scelta come singolo: tamburo battente, andirivieni di chitarre sghembe e scivolose e coretti stonati (nel senso di stoned…) a piene mani, per un risultato finale di vitalità contagiosa che ricorda non poco l’attitudine fricchettona degli Animal Collective. Ed anche se nel proseguio i nostri tornano a battere terreni a loro più consueti, abbandonano quasi sistematicamente le minisuite che avevano caratterizzato i loro lavori precedenti a favore di una struttura che si avvicina considerevolmente alla forma-canzone: uniche eccezioni la radiosa Festival, che dopo un inizio leggermente dispersivo all’insegna di vapori ambient e vocalizzi angelici si inalbera improvvisamente sulla spinta di una sezione ritmica quasi martellante, e Ára bátur, delicatissima ballata pianistica con un roboante colpo di coda orchestrale che, nonostante il trademark degli studi Abbey Road, ricorda fin troppo Hollywood. Per il resto, ripetiamo, più sintesi, maggiore semplicità e una maggiore corposità del suono, senza che la riduzione del minutaggio pregiudichi il naturale respiro della band, trasformandolo in un preoccupante fiato corto; sembra anzi parzialmente liquidato l’atavico vizio di forma che, in assenza di una adeguata ispirazione, rendeva interminabili  alcune composizioni passate che la buona volontà degli autori voleva invece infinite: ottimi esempi di quanto detto, Inní mér syngur vitleysingur, che segue a ruota la già citata Gobbledigook, e  Við spilum endalaust, che seducono immediatamente con la loro solarità e suonano totalmente Sigur Rós senza mai assumere la dimensione sminuente di rapido bignami per ascoltatori svogliati.  Su tutto, credo si sia già ampiamente intuito, un clima di rilassata serenità che sembra congedare definitamente le abissali malinconie di ( ) e del quale il precedente Takk… aveva lasciato intravvedere alcune avvisaglie. Nonostante i momenti gioiosi non siano davvero mai mancati nella discografia degli islandesi (ricordate Olsen Olsen su Ágætis byrjun? ), sta forse qui la novità più importante: quel ronzio che prima si lasciava captare solo di tanto in tanto adesso, anche nei frangenti più pacati, innerva ogni nota riversandosi incessante sull’ascoltatore che, solleticato, non può non sorriderne. Forse meno onirici di prima, ugualmente sognanti, i Sigur Rós mantengono una personalità fra le più spiccate della scena pop contemporanea. Genuinamente grandi.

Myspace

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Lo Scémo, uno dei finora pochissimi commentatori di queste colonne, mi ha gentilmente chiesto di scrivere un post su questo trailer, che giudica peculiare. Guardo, imparo, butto giù qualche sommario appunto, decido il titolo che vedete appollaiato lì sopra, poi torno su Youtube per documentarmi meglio e scopro che un paio di utenti sono già arrivati alla mia stessa conclusione: che questo Denti, omonimo del film di Salvatores tratto dal romanzo di Starnone, è in realtà una sagace trasposizione cinematografica del famoso motivetto Osteria numero 20 (a proposito, se volete ascoltarne una versione di accecante bellezza, affidatevi a quest’altro video, dai 4.45′ in avanti). Provando a ricostruirne la genesi, è facile immaginare gli sceneggiatori del film in vacanza in una qualche località dolomitica, assiedati dagli effetti di grappe multiple sorbite senza un adeguato consenso informato, e in cameratesca comunione con un commando di alpini ottuagenari irrimediabilmente perduti alla sobrietà. Nonostante qualche intoppo nella traduzione (torneranno negli States senza mai comprendere appieno il significato dell’espressione a shadow of wine, utilizzata a piene mani da un ventenne locale), i nostri vengono rapiti dalla bellezza del repertorio folklorico locale, dalla sua dirompente forza immaginifica (doppio senso economico) e dallo spirito iconoclasta che lo anima, che riconoscono molto prossimo al primigenio spirito punk settantasettino; e d’altronde erano ubriachi. Scartate le ipotesi iniziali di trarre dallo scanzonato motivetto prima un drammone ospedaliero (“quanti cazzi…”) poi un avvincente legal thriller (“quante fighe…”), convergono spediti sull’horror, che garantisce loro una maggiore libertà espressiva e la comoda possibilità di ignorare il buon gusto qualora si rendesse assolutamente necessario.

Ma queste sono solo congetture non verificabili. All’atto pratico, il film è la storia di una figliadimaria, accesa sostenitrice di una castità militante (volete vederci un paragone con Rosy Bindi? Mannaggia a voi) che i casi della vita portano quasi adarlavia, ma che scopre suo malgrado di non potersi abbandonare al peccato, visto e considerato che la sua farfallina potrebbe tranquillamente ottenere sonori attestati di stima da parte del mio dentista. I ragazzi che ce stanno a prova’ finiranno tutti a mal partito.

Esistono  nel panorama delle arti, belle o brutte che siano, opere analoghe: ad esempio la copertina di questo album dei Regurgitate, datato 2000, è di fatto la risposta maschile a Denti. Simona Vinci, invece, in uno dei racconti del suo “In tutti i sensi come l’amore” (Einaudi, 1999), mette in scena una dolorosa e realistica variazione sul tema della vagina dentata: la storia di una ragazza che, per vendetta contro il genere maschile tutto, decide di applicare le arti del punto-croce al suo punto-vita con esiti non dissimili da quelli che si intravvedono nel trailer. Nonostante la scrittura, asciutta e controllata, il racconto non riesce però ad evitare un’aura di morbosità gratuita che ne mortifica le buone premesse.

Ora, tornando all’oggetto del nostro contendere, bisogna pur dire che questo film è stato premiato al Sundance, festival dal quale sono uscite, negli scorsi anni, parecchie cose buone e giuste. Delle due l’una: o stavolta hanno pisciato fuori dal vaso oppure, oppure il trailer, nel suo formattatissimo montaggio riesce a banalizzare notevolmente i contenuti della trama. Non c’è nulla da fare: quasi tutti i film di questo ed altri universi, visti dallo spioncino deformante del trailer sembrano bruttissimi, beceri e copie-carbone gli uni degli altri. In questi cento secondi non si scorge nulla dello humor nero che fa capolino in tutte le descrizioni che ho consultato e quello che ne viene fuori è semmai  un rovesciamento horror delle premesse tipiche di ogni film porno che voglia definirsi tale: invece delle consuete donnine integralmente accondiscendenti, la narrazione di una serie di rifiuti traumatici e truculenti che vorrebbero spingere noi uomini, che per default sognamo gambe femminili che si spalancano come per magica azione di un telepass dell’amore, ad aggrapparsi con disperato istinto di conservazione ai nostri gioielli di famiglia. Ricordando comunque che il film porno, nella sua funzione meramente strumentale, è molto spesso più onesto di tutti i film che ronzano intorno al giardino segreto ammantando vaghe pretese artistiche.

La mia impressione intimissima è che, nonostante tutto, Denti sia compiutamente una vaccata, ma vi anticipo già che non cercherò di visionarlo per confermarlo. Adesso so che, dopo i monologhi, è arrivato per la vagina il momento dei racconti del terrore e tanto mi basta. Lo recupererò solo e soltanto quando uscirà nelle sale anche l’adattamento dell’Osteria numero 1000, con gli effetti speciali pirotecnici che abbiamo tutto il diritto di aspettarci. Solo allora sarò in possesso di tutti gli elementi per formulare un giudizio equilibrato. Non so davvero se temere o auspicare l’arrivo di quel giorno. Nel frattempo, tutti a cantare!

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