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Archive for agosto 2008

Il signor Gianni M. aveva da poco affrontato il cambiamento più drastico della sua esistenza, ed ora era, a tutti gli effetti, un decapitato. Il suo più grande cruccio era di non poter portare il cappello, complemento estetico che riteneva fondamentale. Ad ogni buon conto si possono scorgere in questa apparentemente innocua pretesa i sintomi del capriccio, perchè prima che gli occorresse l’infausto incidente che, come da norma, separa in due corpo ed esistenza di ogni decapitato, prima di questa data, si diceva, non aveva mai portato il cappello. Si era trasferito frettolosamente nella nuova dimora, tanto frettolosamente che non gli era stato possibile portarvi, perlomeno a titolo di trofeo, la parte mancante, o meglio, la parte la cui mancanza aveva originato il decesso. Era probabilmente quella, si ritrovava ad argomentare fra mille stenti, la ragione dello stato di grave deterioramento dei suoi ricordi e delle sue percezioni, non c’è da stupirsi se lasciando fuori dalla porta il centro nevralgico della riflessione, ragionare risulti poi penoso, faticoso, viscoso. Ma questi sono i corsi e ricorsi della decapitazione, argomentava lentissimamente e scivolando leggermente fuori tema: c’è stata un’epoca in cui tale pratica era considerata sommo strumento di giustizia sociale e pertanto era accompagnata da un sorvegliato cerimoniale, da una liturgia codificata che vedeva le teste coreograficamente accolte in capienti ceste di vimini appositamente predisposte, ceste che mi piace immaginare in tutto e per tutto uguali a quelle che usavamo noialtri per certi regali di natale, uno zampone, un salame, un torrone e un panettone, le usuali leccornie, anche questi in fondo sono elementi imprescindibili di una liturgia, meno dirompente, appena meno macabra ma ben più duratura. Ai tempi miei si muore di decapitazione soltanto per, così le pagine di nera del quotidiano locale dopo il mio decesso, atroce fatalità, sinistra combinazione di mille concause, così il prete al funerale, roboando per l’enfasi, oppure per mostruosa sfiga, così mio fratello a corto di ragionamenti navigando a vista, giocoforza appannata, fra le lacrime. Fatto sta che la testa del signor M. non fu mai ritrovata, apparentemente fagocitata dal campo di grano antistante il teatro dell’incidente, lì spedita e da lì all’oblio, da una traiettoria che il medico legale non esitò a definire scarsamente ottemperante le leggi della balistica: ma poco si può argomentare, in simili situazioni: ciò che succede è per sua stessa evidenza possibile, considerazioni a posteriori sull’improbabilità di questo o quell’evento hanno tutto l’aspetto di sciocche rampogne ad una realtà colpevole soltanto di non corrispondere ai nostri desiderata. Fatto sta che la clamorosa e perfino inspiegabile coincidenza, la testa del signor Gianni non fu ritrovata neppure di lì a qualche mese, in seguito alla mietitura del campo di grano di cui sopra, possiede tutti i crismi di una verità inoppugnabile e conviene perciò scenderci a patti, cosa che i congiunti del nostro decapitato non hanno mancato di fare, con cuore infranto, dignità intatta ma fiducia nella logica irreparabilmente intaccata. Certo, si potrebbe argomentare che i nuovi vicini del signor Gianni nulla sanno nè potranno sapere della sua sconveniente condizione e che sicuramente anche se qualcuno di loro ne fosse venuto chissa come a conoscenza, non potrebbe precipitarsi fuori della loro dimora per diramare il gustoso pettegolezzo e malignare conseguentemente. E’ anche vero, d’altro canto, che nel caso del signor Gianni, altro appuntitissimo cruccio dei suoi cari, non si era potuto provvedere se non in modo sommario e drammaticamente frustrante alla cosiddetta ricomposizione della salma e che quindi il gesto assolutamente ovvio di apporre al loculo una bella fotografia sorridente, ricordo di tempi sereni ancora dolorosamente recenti, rappresentava l’ultima opportunità di restituirgli agli occhi del mondo quel capo che ogni cosa fatta ha. Il signor Gianni, imbottigliato nel lentissimo flusso del suo ragionamento non aveva certamente modo di preoccuparsi di tali minuzie, ma interpellato a proposito avrebbe certamente condiviso l’intenzione, argomentando che la scelta di un’immagine che solleticasse o appagasse la vanità del defunto si abbinava felicemente a criteri di minimo decoro, chè vedere a suggello di altrettanti poveri resti una parata di cenci come la vita incurante li riduce, è spettacolo oltremodo sconfortante: e d’altro canto di anziani che si sono scelti uno scatto stinto in bianco e nero antico sono pieni i cimiteri, ed è certo un peccato, prendiamo ad unico esempio la foto della signora Maria Fasani mancata ad anni novantasette, tre tombe più in là, non poter apprezzare per invalicabili limiti tecnici la deliziosa sfumatura celeste del vestito della domenica che fa capolino sotto il volto allegro, sfumatura che la sua memoria ha invece vividamente conservato fino all’ultimo: le immagini di cadaveri in stato di scempio le lasciamo di buon grado ai manuali di medicina legale, che altro uso ne devono fare.

Protetto dunque ai perturbabili occhi del mondo da quella dignitosa fotografia dei tempi belli, il signor Gianni poteva dedicarsi indisturbato al letargico dipanarsi del suo pensiero, quasi sotto vuoto spinto, nella più completa assenza di percezioni visive, uditive ed olfattive, per non parlare ovviamente del gusto, chè tutto ciò era andato perduto insieme al pezzo mancante: unico riferimento e significativo limite del suo spazio vitale, il contatto col fondo del feretro attraverso l’ottundente filtro dell’abito, quale ultima sbiaditissima testimonianza di un universo sensoriale un tempo infinitamente più vasto: all’atto pratico e mutatis mutandis, una riuscita riconversione in ameba, ne sia riprova la constatazione che l’avvilente immagine non ha nemmeno sfiorato la mente del diretto interessato, le cui capacità di autorappresentazione ed autocoscienza sono in questo momento appena superiori a quelle di un qualsiasi organismo unicellulare. Appoggiata a quella realtà minima e menomata, quest’ameba sovrabbondante ed elegantemente vestita, secondo i canoni della più consolidata tradizione di moda funebre, buona per tutte le stagioni, torna monotamente là dove la memoria le consente, ai primi attimi cioè, immediatamente successivi all’impatto, la cui dinamica resta oscura, come sappiamo, anche ai vivi. Al signor Gianni non interessava però risalire alle cause della sua dipartita, visto e considerato che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia: era piuttosto suo obiettivo conservare le poche particelle di ricordo che ancora non erano svaporate dal suo orizzonte mentale tramite il metodo, spiccio e volgare quanto si vuole ma non privo di una sua certa rozza efficacia, dell’ossessiva ripetizione. Ricordo benissimo, almanacca per l’ennesima volta, il momento in cui ho dimenticato la voce di mia moglie: la testa si era appena allontanata da me e mi è venuto spontaneo ripensare alle sue raccomandazioni, le stesse di sempre, guida piano, sii prudente, e a tutte le volte che le avevo giudicate superflue, proprio allora ho realizzato, proprio allora che quella voce non sapevo più come fosse e mi è dispiaciuto, ho capito di non avere perso soltanto la testa, in quell’istante. In ogni caso non c’è niente che possa fare, pensa lui e gli assicuriamo noi: le sfilacciatissime ore che gli sono servite per riformulare il concetto suesposto, che noi abbiamo riassunto all’essenziale diradando la fitta nebbia delle amnesie e rompendo i circoli viziosi delle ripetizioni, sono destinate a digradare ulteriormente senza che la qualità dell’informazione migliori; senza cioè che riappaia, o meglio che si lasci ascoltare nuovamente la sfumatura d’ansia che congenitamente appesantiva la voce della sua consorte, che ora nella dimenticanza rimpiange, ma che nei quindici anni di matrimonio condivisi aveva agilmente imparato a sminuire, riducendola ad un automatismo disinnescato, un’emissione irriflessa di suono priva di contenuti oggettivi, un’inevitabile sottoprodotto di un carattere ostinatamente improntato all’ansia preventiva. Ciò che più preme sottolineare in questa sede è però che analogo destino non era stato riservato ad altre frasi, una schiacciante maggioranza, che per rispetto dell’altrui intimità non saranno qui riportate, ma che costituirebbero, anche ad un orecchio distratto, una prova provata del perdurare dell’antico affetto, in altre parole della solidità e vitatlità della loro unione matrimoniale. Il lucido desiderio di condividere la propria esistenza con la signora Maria Pia, questo il suo nome, soprattutto in virtù di ciò che pudicamente abbiamo deciso di tacere, spingeva il signor Gianni a considerare un trascurabile inconveniente la di lei sistematica propensione a dedurre catastrofi dalle più inoffensive premesse e ad abbandonarsi di tanto in tanto all’arbitraria proiezione dell’irreparabile: una caratteristica che più di una persona avrebbe al suo posto giudicato, forse anche con una punta di rammarico, assolutamente insostenibile. Ma tant’è, tornava a ripetersi nel rallentato suo riflettere, armato di un’opaca saggezza, ognuno ha le sue gatte da pelare, i propri sgradevoli riflessi condizionati, quindi, ad immediata dimostrazione di quanto detto, quasi a voler ribadire un postumo perdono dei difetti della sua signora, tornava a pensare immediatamente, si prenda il termine con le dovute cautele, ai meravigliosi cappelli per sempre persi al suo guardaroba. Rimpiangere l’impossibile in quanto tale, senza soppesare la natura della perdita, era un patema per lui consueto, forse in qualche bizzarro modo complementare alla ferrea fissazione della moglie, della quale si è già detto. Persino la forfora, presenza peraltro sporadica nella sua vita passata, riusciva ora ad esercitare su di lui una sinistra attrazione, solo e soltanto perchè si trattava di una seccatura indubitabilmente archiviata per l’eternità, un problema chiuso: il giorno del giudizio universale, o forse la vigilia, non avrebbe certo dovuto provvedere a lavarsi il capo, così credeva, forse erroneamente, con uno shampoo specifico e tale considerazione originava in lui un rammarico che impercettibile trascolorava nel compiacimento, nella subdola soddisfazione originata dalla possibilità di lamentarsi di un limite nuovo di zecca.

Ed evidentemente tale sgradevole riflesso condizionato, per servirsi delle sue stesse parole, era talmente connaturato alla sua persona da non avergli fatto considerare che l’assenza della testa, bontà sua avrebbe perlomeno dovuto impedirgli di pensare. Lembi di collo spuntavano dalla camicia a conforto di questa tesi, finora frustrata, mentre il signor Gianni si dileguava per sempre lungo la china di ragionamenti che, come ombre della sera si allungavano progressivamente ad anticipare il buio imminente. Forse la morte, pensava finalmente consapevole di non poterlo più, non è uno smantellamento immediato, qualcosa di noi ci sopravvive quanto basta per permetterci di sprecare un’ultima possibilità, pensare ad esempio a, non so, non mi viene in mente nient’altro.

Il lettore potrebbe banalmente suggerire che la soluzione era decisamente a portata di mano, e si chiamava Maria Pia, ma è ben noto come in circostanze anomale, le più palesi ovvietà restino rintanate nessuno sa dove, salvo poi riemergere appena consentito: ma non è questo il caso. Non è purtroppo dato sapere cos’abbia invece pensato la signora Fasani Maria tre tombe più in là al momento di scivolare via, ma ci piacerebbe credere, per chiudere questa breve divagazione con una nota di serenità, per quanto posticcia, che si sia concentrata sulla sfumatura celeste che le aveva addolcito la vita. Facciamo dunque finta che sia stato così.

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