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Archive for settembre 2008

Un intensissimo lavorare mi ha finora impedito di riordinare gli appunti, mentali e non, sulla data barcellonese dei Glorytellers, nuovo progetto di Geoff Farina, ex-leader dei Karate. Veniamo a noi.

Dopo un’ora di concerto, chiamati alla liturgia del bis da un pubblico tutto contento, i tre Glorytellers tornano sul palchetto dell’Heliogàbal e, pescando a piene mani dalla scatola dei ricordi, danno vita a un breve excursus di country-blues a rotta di collo: vedere Farina tutto preso a gingillarsi con un’armonica a bocca, occasionale sostituta della chitarra, è la controprova, forse superflua, che questa nuova tappa della sua carriera nasce sotto gli auspici della tradizione americana, della quale rappresenta una rilettura tutt’altro che scontata. Lasciando l’apologia di magnifiche sorti e regressive ad interpreti meno ispirati, i Cantaglorie si cimentano in una serie di laconiche ballate acustiche o quasi, classiche nell’impostazione ma freschissime negli esiti, che trovano proprio nell’essenzialità degli arrangiamenti e delle strutture uno dei loro pregi migliori. Le atmosfere si mantengono quasi costantemente all’insegna di un delicato intimismo, permettendo a Farina di esibire una propensione melodica inedita che tinge di quieta malinconia il suo caratteristico cantato sommesso. La continuità coi Karate si manifesta soprattutto nei frangenti strumentali, ora assai più asciutti, ma resta piacevolmente avvertibile tra le righe quale inevitabile marchio di fabbrica che comunque non mette in ombra le peculiarità di quest’ultima evoluzione del songwriting del nostro. Nobilitate dall’eccellente intesa tra gli strumentisti, capaci di rendere veemente anche un approccio così dichiaratamente in punta di strumenti, le canzoni si susseguono rapide, offrendo anche qualche uptempo di spiccato gusto country e un paio di derive improvvisative inaspettatamente noisy, fino a giungere al divertente finalino roots descritto in apertura. L’impressione è dunque quella di avere assistito a un concerto intenso, ben suonato ed equilibrato, che a livello strettamente personale rimedia parzialmente alla colpa storica di non avere mai visto dal vivo i Karate, nonostante le loro capillari campagne sul suolo italico. In fiduciosa attesa di nuovi sviluppi e di un conseguente nuovo tour…

Myspace

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Vedere gruppi del passato che senza scomporsi troppo risuonano ogni sera la loro gioventù, con o senza l’aggravante della reunion, può suscitare perplessità: i più malandati riescono nella non invidiabile impresa di sembrare l’attempata cover band dei turbolenti ragazzi che furono. Nel caso dei Discharge questo scetticismo potrebbe essere ulteriormente giustificato dalla constatazione che le minacce di catastrofe nucleare che nutrirono lo loro ispirazione e che all’inizio degli anni ’80 stavano vivendo un’ultima recrudescenza, sono state pensionate con la fine della guerra fredda e appartengono ormai al modernariato delle paure collettive. Geopolitica a parte, è pur vero che un gruppo punk mantiene intatta la sua ragion d’essere finché è in grado di distribuire generose mazzate in sede live: e questo, signori miei, sarebbe il caso.

Non molto da dire sui gruppi locali che inaugurano le ostilità: gli Infäme, che avevo comunque visto un paio d’anni fa in un CS sotto casa senza rimanerne particolarmente colpito, me li sono persi integralmente a causa di un lieve ritardo e della puntualità svizzera degli organizzatori. Gli Human Bastard, invece, ve lo dico candidamente, mi hanno rotto le balle. Chiamati a presenziare per le evidenti affinità elettive col gruppo grosso della serata, ne ripropongono il sound in una veste piuttosto sbiadita ed anonima, leggermente accelerata come da successive evoluzioni della scena. Potremmo facilmente sorvolare sulla patologica prevedibilità dei pezzi, in questi ambienti si tratta di un difetto che affligge pure i nomi importanti, ciò che latita drammaticamente è l’energia, nonostante il batterista dimostri genuina voglia di sbattersi. Il pubblico sembra però apprezzare il loro usato sicuro e mentre un manipolo di invasati si dimena nel pit, il resto della platea oscilla ritmicamente la testolina. Vinto dall’inerzia, finirò per farlo pure io.

Arrivano i Discharge e, a scanso di equivoci, attaccano con la micidiale doppietta “Hear nothing, see nothing, say nothing” / “The nightmare continues”: sarà anche revival, ma il colpo è dannatamente ben assestato. Alla voce, già da un paio d’annetti non c’è più Kelvin “Cal” Morris, la storia di questa band, sostituito dal veterano Anthony “Rat” Martins, fondatore e leader dei Varukers, coi quali è passato da queste parti alcuni mesi fa (ma io non ero della partita), una vecchia carcassa che a discapito dei chili di troppo vanta una presenza scenica contagiosa. Neanche il batterista è quello della formazione storica ma, in fondo, chissenefrega. Ormai definitvamente evaporata la vena apocalittica -perfettamente catturata dalle antiche incisioni- che aveva reso terrificanti queste composizioni rozze e monocordi, restano le legnate, dispensate una via l’altra senza tentennamenti, con molti dei vecchi classici vitaminizzati da una consistente iniezione di velocità, senza però uscire dai solchi del classico stile D-beat. Nel lotto anche alcuni pezzi più recenti, tutt’altro che sorprendenti, ma ai quali va riconosciuto il merito di non spezzare l’intensa continuità del concerto. Entusiasmo fra gli astanti, stage-diving e cazzi vari del caso. Un paio di bis conclusivi, fra cui “The possibility of life’s destruction” con tanto di spaventosa intro, e poi tutti a casa. Possiamo dire, in piena coscienza,  che non stanno invecchiando male: gli restano ancora tanti calci nelle palle da sferrare…

Myspace

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Más y menos

(Gràcies a en Jordi per la revisió. Merci, home!)

“Podemos contar con innumerables descripciones de lo que acostumbramos a llamar más allá, todas ellas discrepantes entre si. Sin llegar a poner en duda la buena fe de estos testimonios, que tienen la única culpa de habernos detallado sin fraude lo que les apareció a sus autores, es razonable concluir que cada una de éstas se conforma con describir nada más fragmentos puntuales de un conjunto mucho mayor, cuyas verdaderas fronteras nos quedan ocultas: y por otro lado, invirtiendo los papeles, podríamos suponer que un habitante del más allá al que se le haya borrado toda memoria de su existencia terrenal, dudaría en reconocer los desiertos y los óceanos, lo yermo y lo fértil, como elementos pertenecientes al mismo entorno.

Al contrario, hay muy poco sobre esa tierra individual y provisional, esa corta temporada que sin embargo lleva en si el rastro invisible de las dos o tres eternidades que ocurrieron antes, que es lo que precede al nacimiento. Nadamos en una espera que no reconomos como tal y mientras tanto nos vamos haciendo pequeños. A diferencia del más allá, se trata de un universo menudo, restringido y manifesto y, acaso por ello, mucho más misterioso. No llegamos a conservar recuerdos de ello, o así nos parece, y luego, cuando a lo largo de los años el ensueño nos trae imágenes de esa época tan lejana, las confundimos con ilusiones, absurdos espejismos cuyo origen desconocemos. Desde afuera nos miran y esperan a que nos incorporemos al mundo, y tampoco saben nada. Conforme vamos acercándonos al instante cero estamos cada vez menos allá y vamos perdiendo conciencia de que, tal vez, ese mundo linda con el que nos espera después y de que, restándole el uno al otro, el menos al más lo que obtenemos es esta vida que no acabamos de entender.”

(fragmento de una novela completa con la que soñé anoche y que igual, lamentablemente, ya se me olvidó por completo. Las palabras que acabais de leer las encontré, tal como las he mencionado, en la almohada. Puedo conjeturar que se me hayan escapado del oido al igual de un hilo de baba que sale por la boca)

 

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