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Archive for febbraio 2009

Chissà se al momento di lanciare le scarpe aveva immaginato gli infiniti tappeti di carboni ardenti in procinto di spalancarsi, a perdita d’occhio, davanti a lui. Ora che Bush non è più presidente, Muntazer al-Zaidi è un eroe nazionale, vanta tentativi di imitazione come la Settimana Enigmistica e rischia fino a quindici anni di galera per aggressione a capo di stato straniero in visita. Giovedì scorso ha avuto inizio il processo a suo carico, sospeso dopo appena due ore di udenza e rimandato al prossimo 12 marzo. All’origine del rinvio, pare, un problema di natura procedurale legato all’incerta determinazione della “visita di commiato” di George W.: un eventuale riconoscimento della sua ufficialità potrebbe infatti avere un peso determinante in sede di giudizio. Difficile esprimersi anche sulla linea adottata dalla difesa, che ha annunciato di volersi appellare al principio della libertà d’espressione: richiedetemelo fra un paio di mesi e forse per allora sarò riuscito a chiarire a me stesso se si tratta di una paraculata, di una trovata pubblicitaria o di un impareggiabile slancio poetico. Certo, se l’argomentazione reggesse fino in fondo, gli scorci da saloon che si intravvedono di tanto in tanto nel nostro Parlamento rappresenterebbero le vette ineguagliate, le cime tempestose, del democratico contendere (e pensate che meraviglia, le riprese di quelle porcate sarebbero un irrinunciabile sussidio video per l’insegnamento dell’educazione civica alle medie: meglio del Grande Fratello). Sotto un profilo più generale, per quanto si rigiri la questione, gesti di questo tipo, ivi compresi gli omicidi politici, che ne rappresentano la declinazione massimalista, sono fisiologicamente controproducenti per l’aggressore, perché danno alla vittima, anche se detentrice di un macroscopico torto marcio, l’impareggiabile opportunità di fare un figurone anestetico e riparatore; pensate a Berlusconi pronto a sfoggiare una magnanimità pret-a-porter dopo l’aggressione di Roberto Dal Bosco o allo stesso Bush che con straordinario understatement fa una battuta sul calibro dell’ordigno (“credo fosse un 44”), riuscendo per la prima volta in vita sua a risultare simpatico a un certo numero di persone, tra cui il sottoscritto. Quest’uomo va punito in qualche modo  (no, no, adesso non stavo parlando di Bush)  ma se,  come denuncia Amnesty International, è vero che in carcere, da dove sembra non essersi mosso negli ultimi due mesi, lo hanno riempito di botte a più riprese, io umilmente direi che può bastare. Dopo anni di ingerenze esterne, dittatura e violenza sarebbe auspicabile per gli iracheni poter  finalmente riassaporare le responsabilità dell’autodeterminazione. Soltanto, mi lascerebbe perplesso vedere tra i primi frutti di questo ripristino una punizione esemplare per il fallo di confusione di al-Zaidi, proprio perché lo stesso Bush ha una responsabilità diretta e pesantissima nell’attuale situazione irachena: la sproporzione tra quello che ha lanciato lui e quello che hanno lanciato gli aerei americani è ciclopica e la vera motivazione delle operazioni belliche resta tuttora, humm, poco convincente. E’ comprensibile l’esigenza irachena di lanciare un segnale chiaro all’opinione pubblica internazionale, ma quindici anni, parlo da digiuno di diritto, mi sembrano un eccesso di zelo. E poi, comunque vada, all’uscita del carcere, quelle scarpe non gliele restituiranno più.

(ho usato per questo post quasi esclusivamente link del Corriere della Sera perché il motore di ricerca di Repubblica.it fa schifo)

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La morte di Eluana Englaro, maturata in circostanze che hanno sollevato sospetti infamanti, che per ora sembrano fortunatamente smentiti, è stata seguita da un diluvio di interventi scomposti (fra gli altri, BerlusconiGasparri, l’Avvenire: sorprendente invece Umberto Bossi) che non hanno certamente contribuito a una serena valutazione della vicenda.  Pochi giorni dopo il decesso, in occasione della Giornata Mondiale del Malato, Papa Benedetto XVI ha riaffermato, evitando però ogni riferimento diretto all’attualità, la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica in materia. Quelle poche parole -peraltro già ascoltate in molte altre occasioni con minime varianti- lasciano intuirne nella loro sorvegliata neutralità  la natura ambigua  del problema molto meglio delle centinaia di dichiarazioni a gamba tesa che abbiamo ascoltato, nostro malgrado, nell’ultimo periodo. Il punto nevralgico è il concetto di ultimo e naturale compimento dell’esistenza. In un caso come quello di Eluana Englaro, in cui il paziente è mantenuto in vita per diciassette anni tramite idratazione ed alimentazione artificiali come si può stabilire un limite ultimo che sia ragionevolmente definibile come naturale? Lo stesso aggettivo che designa i protocolli di cura, artificiale, non indica una contraddizione di fondo, prima verbale e poi logica? Intendiamoci, se il corso della natura non fosse mai stato modificato dagli artefatti della cultura, moriremmo a milioni di malanni banali, ma non è questo l’oggetto del contendere. La mia impressione è che la strategia retorica della Santa Sede punti all’identificazione surrettizia  di due nozioni, ciò che è giusto e ciò che è naturale, che all’atto pratico non sono intercambiabili. Molte persone, in base a convinzioni personali profonde e non questionabili, possono ritenere giusto e caritatevole mantenere in vita un paziente in coma irreversibile: ciò che è a mio parere non accettabile è sostenere implicitamente che tutto ciò rientra nel naturale ordine delle cose, e che quindi trattasi di cosa buona anche perché naturale: in questo modo si arriva indirettamente ad indicare che i sostenitori della tesi opposta sono, invece, contronatura. Sulla base di queste errate ed interessate associazioni si è arrivati alla schematica contrapposizione, utilizzata a più riprese anche da Berlusconi, di un partito della vita versus un partito della morte. Ovviamente tutti, se interrogati, risponderemmo che in condizioni normali, naturali, la vita è preferibile alla morte. Ma è davvero questo il caso? In una intervista concessa a El País lo stesso Beppino Englaro sembra suggerire di no. Englaro sostiene, nell’ultima risposta, che sua figlia si è trovata intrappolata per diciassette lunghissimi anni in un limbo atroce di indeterminazione, proprio a causa della capacità della scienza di creare situazioni non esistenti in natura: diversamente sarebbe spirata molto prima. Ciò che separa le due parti in causa non è solo una differente percezione di cosa è giusto o sbagliato ma anche di cosa è naturale e cosa no. La mia personale sensazione, non adeguatamente circostanziabile e che pertanto vi sottopongo con mero beneficio d’inventario, è che ai fini dell’argomentazione della chiesa sia in ultima analisi quasi irrilevante stabilire se queste situazioni limite appartengano davvero al reame degli eventi naturali: ciò che conta è sostenerlo apertamente per poter passare direttamente al livello successivo del ragionamento e facilitare così una demonizzazione dell’avversario. Perché in ogni caso, rifacendomi a un altro passaggio dell’intervento ratzingeriano, non mi sento veramente di rimproverare al signor Englaro una mancanza di responsabilità, pazienza e carità davanti alla vita della figlia. La costante difesa della privacy di Eluana, anche negli ultimi giorni, in cui rimbalzavano impazzite dicerie contraddittorie e non dimostrabili sullo stato di salute della donna, ne è la prova più evidente. Englaro ha agito nel pieno rispetto delle leggi vigenti e per portare a termine la sua battaglia non ha mai fatto ricorso a facili appigli emotivi che invece, sull’altro lato della barricata si sono usati a piene mani. Dare del boia a quest’uomo mi sembra una insopportabile mancanza di pietà cristiana, quale che sia l’opinione che si può avere al riguardo. Detto questo, non resta che ripristinare un rispettoso silenzio.

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Va riconosciuta alla Lega Nord, alla sua classe dirigente che a me pare preconcettualmente allergica alle virtù del buon senso e del buon gusto, la capacità di coniare slogan, elettorali e non, spicci, rozzi finché si vuole ma purtroppo efficacissimi, insuperabili esercizi di taglio con l’accetta applicato ai problemi complessi della realtà italiana. Laddove il PD si perde in una selva oscura di cavilli, condizionali e strisciante rassegnazione (“Si può fare” ?), i padani rilanciano con la rude concretezza di una retorica che con le rituali accuse di semplicismo ci potrebbe fare quello che il Senatur voleva fare col tricolore.  Il simpatizzante leghista delle tinte tenui dei radical chic, della pacatezza lavata col Perlana, e pure dei miei articolati distinguo, non sa che farsene e se, nella foga, si salta qualche passaggio logico, pazienza: dopo tutto, alle politiche dello scorso aprile il Carroccio è riuscito a sbancare con questa grossolana forzatura

Forse il provvedimento varato dalla giunta comunale di Lucca una decina di giorni fa non si rifa direttamente al famigerato motto Sì alla polenta no al Cous Cous“, infelice declinazione razzista del vecchio adagio popolare Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei, ma è comunque facile rilevare, lo ha fatto anche il Corsera con una certa ironia,  una unità d’intenti non meramente superficiale. Anche se la delibera lucchese pare verosimilmente ispirata a criteri di decoro borghese che forse non farebbero la felicità della ruspante platea bossiana, risulta in fin dei conti più redditizio sorvolare sulle sottigliezze formali, arte in cui quelli del Carroccio eccellono, e cogliere la palla al balzo, nella speranza di creare un’onda emulativa diffusa. Tralasciando lo snobistico ostracismo contro i cibi da asporto, locali e non, il divieto all’apertura di ristoranti etnici nel centro storico evoca l’immagine apocalittica dei barbari alle porte tanto cara ai movimenti xenofobi di ogni latitudine: chi è riuscito ad intrufolarsi, dannazione a lui, può restare senza troppo rompere le palle; alle orde mongole (un po’ di sana approsimazione è funzionale) che premono alle mura lanciando samosa appena scolati dall’olio bollente, risponderemo rovesciando dagli spalti della nostra fortezza enormi marmitte colme di genuina ribollita stracotta. E’ evidente che al leghista, anche se uterinamente legato alla polenta, una simile visione dei fatti è quantomeno congeniale: e tuttavia ogni “cucina tradizionale”, prima di essere elevata a dogma di fede di origine controllata e difesa con posticce barricate legali è semplicemente il frutto, nobile, ma con licenza parlando selvatico, di quello che in epoche più o meno remote si riusciva a rimediare per riempirsi la pancia. Alberto da Giussano, volendogli attribuire un’autenticità storica che resta comunque dubbia, la polenta tradizionale che i volenterosi militanti distribuiscono aggratis davanti al municipio, non avrebbe mai potuto assaggiarla, essendo la materia prima, a quei tempi, esclusivo appannaggio di popoli che non avendocelo duro, di lì a qualche secolo si sono lasciati sterminare dagli invasori senza troppi patemi. Il tradizionalismo superstizioso e aprioristico della Lega o quello fighetto e perbenista del consiglio comunale lucchese mancano di prospettiva pittorica, oltre che storica perché schiacciano sullo stesso piano elementi eterogenei che sono frutto di processi stratificati, trasformandoli in componenti di un kit delle buone usanze da consegnarsi alla nascita a tutti i cittadini che possano vantare adeguate credenziali. Ma che ne sarebbe stato della nostra celebratissima gastronomia se fossimo riusciti a rifiutare tutti i cavalli di Troia che si sono via via presentati alle nostre mura? E soprattutto: davanti alla mole di questioni delicatissime che le recenti migrazioni sollevano è davvero prioritario impedire a un turista o a un ragazzino che gironzola per il centro di mangiarsi un kebab?

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Si attribuisce l’inusuale brevità del mese di febbraio, come è risaputo, ad una fatale disattenzione dell’artigiano che per primo concepì e fabbricò il calendario come ora lo conosciamo. Personaggio di multiforme ingegno e sorprendente inventiva, passato alla storia, come da sue precise disposizioni testamentarie senza nessun nome in particolare, fatto che lui stesso alcuni anni dopo la morte ebbe a definire “la più straordinaria delle imprese, la più mirabolante delle fatiche”, ispirò letterati e poeti, fornendo un insuperabile modello per personaggi ormai comodamente insediati nell’immaginario collettivo, come Mastro Geppetto. Alcuni studiosi, che potremmo qui tranquillamente smascherare come cialtroni specialisti in aria fritta, servendosi di una documentazione parimenti lacunosa a quella che contribuì a costruirne il mito, hanno recentemente contestato all’inclito inventore la paternità del calendario, insinuando tra le righe che egli si sia limitato ad agire su commissione, senza però ottenere significativi riscontri, a riprova della loro pochezza e della tesi, qui sostenuta tra le righe, che le leggende si possono estinguere ma non sostituire. Secondo la versione che egli dettò al figlio primogenito sul letto di morte, che aveva costruito con le sue mani due giorni prima del trapasso definendolo “il punto di partenza per nuove peregrinazioni”, febbraio era stato l’ultimo dei dodici mesi attualmente in vigore ad essere ultimato, nel tentativo di migliorare una prima versione del calendario che contemplava soltanto dieci mesi e che pertanto era stata scartata dopo anni di ripensamenti e successivamente bollata, con metafora tolta dall’arte della sartoria che pure praticava con eccellenti esiti, come un “miserabile vestito corto”. L’idea originaria prevedeva che ciascuno dei mesi durasse trentuno giorni, salvo poi accorciare qua e là secondo necessità. Data però la scarsa duttilità delle materie prime e la somma facilità con cui il tempo sfugge anche dalle dita più sapienti, le dieci porzioni che aveva eseguito in gioventù erano riuscite diseguali, la maggioranza secondo le previsioni, altre appena più corte di una rivoluzione solare. All’atto di mettere mano alla sua realizzazione giovanile, decise comunque di attenersi a quel primo progetto, fabbricando con insolita rapidità, come se nel frattempo non fossero trascorsi “troppi anni zoppi” due fiammanti mesi nuovi, dei quali si poteva riconoscere l’esatta durata di trentuno giorni completi persino ad occhio nudo. Per una di quelle futili distrazioni che fin dalla notte dei tempi caratterizzano l’autunno della vita, appena terminato il lavoro, l’inventore si alzò con l’intenzione di concedersi un bicchiere di vino rosso, invenzione che più di ogni altra si rammaricava di non potersi attribuire ma che tuttavia era in grado di realizzare con assoluta maestria, lasciando incautamente l’opera conclusa a nessuna distanza dal camino acceso, che lo riscaldava in quella giornata d’inverno non ancora adeguatamente databile. Ritornato dalla cucina vide che gli ultimi tre giorni del mese appena inventato giacevano carbonizzati sul pavimento, già abbondantemente trasposti in cenere, mentre il resto, ormai più che lambito dalle fiamme, cercava di non seguirne lo sconfortante destino. Spento rapidamente l’incendio e pulito il pavimento con la scopa di saggina che aveva regalato per le nozze alla sua defunta moglie, creazione fra le sue più utili, si lasciò cadere sulla sedia, esausto, e prese a maledire la sua sventatezza. A quella prima disgrazia, come da infallibile adagio, ne seguì un’altra. Citato in giudizio da un comitato di notabili locali, al quale in realtà nulla importava dell’efficienza di un’invenzione di cui a stento comprendevano l’utilità e che mirava invece ad affossarne la carismatica figura, giudicata troppo ingombrante, l’artigiano si trovò suo malgrado coinvolto in un’aspra battaglia legale, in cui la sedicente parte lesa si attribuiva a sproposito le prerogative del mese di febbraio, “ingiustamente decurtato ancor prima di entrare in effetto”. Un tribunale di anziani, composto perlopiù da paesani leggermente più giovani dell’imputato stesso, stabilì che alla vittima, nell’impossibilità di riattaccare l’estremità carbonizzata, venisse corrisposto come indennizzo un giorno ogni quattro anni. La mitezza (o per meglio dire: l’insensatezza) della pena è da interpretarsi come sonora sconfitta delle istanze dell’accusa, che nonostante i molteplici tentativi in tal senso, non era riuscita ad orientare a suo favore la composizione del consiglio di saggi: così facendo si dava simbolicamente ragione ai risentiti notabili, attingendo un giorno striminzito da un serbatoio di tempo che allora pareva smisurato, mentre all’atto pratico nessuno ci rimetteva di tasca propria. Molteplici secoli dopo i fatti qui narrati, una volta appurato che questa versione del calendario, rimaneggiata dagli accidenti della sorte e dai decreti di una legge incerta, corrispondeva precisamente alla durata dell’anno solare furono in molti a scorgere nella vicenda i segni di una sapiente regia divina, attribuendo perciò all’inventore l’ingombrante ruolo di strumento privilegiato della provvidenza. Venuto a conoscenza dello stupore e dell’ammirazione che riempivano in buona parte il mondo degli uomini, l’artigiano, quando interpellato, prendeva a commentare schivo e quasi rassegnato, che la mirabolante coincidenza aveva a che fare, secondo il suo personale sentire, più col semplicismo di un cattivo scrittore che con la semplicità del Creatore e che, fatalmente, gli snodi cruciali della sua esistenza sembravano intessuti, o meglio intrisi, di banalità compiacenti, cosa che non lo rendeva né felice né tanto meno orgoglioso. Troppo spesso, aggiungeva, alcuni eventi per il solo fatto di essersi avverati senza che nessuno li avesse predetti, di essere stati i primi petali a sfiorire nell’infinitamente rigogliosa rosa del possibile, venivano fraintesi per la Verità e conseguentemente venerati, come se in essi giacesse davvero un senso superiore, quasi si trattasse di un proverbio fattosi Verbo per semplice forza d’inerzia: tutt’al più, chiosava, potevano fregiarsi del titolo assai più limitato di realtà, con erre prevedibilmente minuscola.

Applicava queste sue convinzioni con rigore inscalfibile: nel luogo dove si trovava dal giorno della sua dipartita, e che per puro amor di brevità designava con la lacunosa definizione di “aldilà”, ricevevano eterna ospitalità tutti coloro che come lui avevano ultimato la loro carriera terrena, uomini e animali, e soprattutto venivano immagazzinati tutti gli eventi passati, possibili e impossibili, ivi compresi quelli che avrebbero potuto verificarsi nel corso dei millenni, proprio in quegli ultimi giorni di febbraio che erano bruciati per sempre mentre lui si versava un bicchiere di rosso. Ebbene, messo di fronte alla possibilità di contemplare la versione definitiva ed aggiornata della commedia umana, che di giorno in giorno si arricchiva di nuovi capitoli, aveva però deciso di dedicare la sua attenzione esclusivamente alle infinite prove tecniche di realtà che, per motivi insondabili, non erano giunte a concretizzarsi, scorgendovi qualcosa di quel fascino febbrile che in vita aveva potuto rintracciare solo nell’attività di inventore, nella faticosa sistemazione di idee sconfinate nell’angusto orizzonte della pratica. Amava dunque passare così le sue giornate, gli occhi persi nell’abissale crepaccio dove senza requie ribolliva ciò che non aveva potuto essere, tutti i fatti e i fatterelli di tutti i trenta e trentuno febbraio futuri, per tacere dei vari ventinove, quelli che tre volte su quattro non accadono, quelli che non vengono risarciti al mese monco. Affascinato, ripeteva a coloro che passavano di lì e che a volte si fermavano a condividere con lui l’incessante spettacolo del sovrapporsi degli accadimenti, che l’impossibile era semplicemente un luogo di nuove congetture e nuove coincidenze, e che la sua osservazione poteva insegnare almeno quanto quella della realtà canonicamente intesa. Una buona parte di ciò che riusciva a scorgere gli risultava difficilmente comprensibile perché recava su di sé i segni indelebili di ritrovati della tecnica e giravolte della storia che quando si era ritirato dal mondo erano ancora ben lungi dall’apparire in scena, e tuttavia lo stimolava la possibilità di indovinare forma e colore della “realtà a me postuma”, così la chiamava senza trattenere un sorriso beffardo, a partire da una teoria infinita di dimostrazioni per assurdo. E se per tutte le persone che vedeva morire alle ultime battute di febbraio era facile immaginare un decesso differente in un altro punto dell’anno solare, poiché presumibilmente nessuno di loro custodiva il segreto dell’immortalità, sicuramente più complesso era individuare cause e conseguenze di episodi più sfaccettati come la seconda guerra mondiale, la terza, la guerra lampo che la Svizzera aveva – o avrebbe – dichiarato al Lichtenstein o la scomparsa dell’Olanda sotto le acque che per secoli – questo intuiva – l’avevano guardata dall’alto in basso; innanzitutto doveva capire cosa intendessero gli uomini che abitavano l’impossibile con termini come “Svizzera”, “Olanda” o più semplicemente “mondiale”, perché in questo aggettivo vedeva comprese terre che si trovavano laddove egli pensava che si estendesse incontrastato soltanto il Mare Oceano. Una volta articolate le dovute congetture, esaminava accuratamente tutti gli aspetti di un evento, suddividendoli poi tra improbabili, plausibili e quasi certi. Visto e considerato che ognuna di queste circostanze impossibili disponeva per il suo sviluppo di appena due o tre giorni consecutivi e che nessuna di queste poteva permettersi il lusso di sfociare nel mese successivo, arrivò presto alla conclusione che processi stratificati quali la formazione di un regno, come appunto quello di Svizzera, dovevano avere avuto effettivamente luogo e che si dovevano scartare come poco credibili solo alcuni fugaci corollari della sua esistenza, come forse la guerra al paese di Lichtenstein, che si era invece consumata nel giro di appena otto ore. E se d’altro canto era pienamente credibile che gli scienziati del Dopo fossero arrivati a realizzare una terrificante arma conosciuta col nome di bomba atomica, gli sembrava al contrario assai inverosimile che la suddetta fosse stata usata senza remora alcuna contro i regni di Giappone, Cuba, Vietnam e in generale in gran parte del territorio che veniva denominato Medio Oriente. Fu portato quindi a scartare dalla sua versione definitiva dei fatti, se non altro per la loro scarsa auspicabilità, ciascuno di questi sciagurati utilizzi pratici. In nessun caso tuttavia, fu sfiorato dalla tentazione di mettere ordine nel diluvio indiscriminato di eventi consultando la “versione definitiva”, a sua disposizione in ogni momento ad appena un quarto d’ora di cammino, in un edificio dai colori spenti che uomini arrivati molto dopo di lui denominavano “la biblioteca”. La sua era una decisione pacata ma categorica. Quello che cercava non era una chiave di lettura uniforme, un punto di fuga verso il quale potessero convergere come gregge mansueto le incoerenze dello spettacolo delle ipotesi che ogni giorno si dipanava davanti ai suoi occhi. Non era neppure sicuro che esistesse, qualcosa di simile. Per questo, ancor più che ricostruire il corso principale degli eventi, lo entusiasmava perdere il filo e soffermarsi sulla miriade di dettagli materiali che restavano quieti sullo sfondo, a significare che la loro penetrazione nella vita dei suoi simili doveva essere stata, almeno da un certo punto in avanti, massiccia: patate, cambiali, parrucche, automobili, pitali, ascensori, portali di telestrasporto, cipria, biciclette, penicelina, macchine fotografiche, miniaturizzatori, pallottolieri, palloni per il calcio fiorentino e per la pallacanestro, ammazzamosche, schiaccianoci, scacciapensieri, citofoni. La frammentarietà delle informazioni che lo bombardavano faceva sì che egli potesse verificare soltanto per rapidi e parziali scorci quali soluzioni gli uomini avessero escogitato per problemi che in ogni caso restavano fuori dalla sua visuale, in che modo fossero riusciti a turbare irrimediabilmente equilibri consolidati e quali mode passeggere avessero increspato per un breve volgere di stagioni le loro esistenze per poi lasciarle sostanzialmente immutate; ma proprio qui, in questo svelarsi eternamente parziale, risiedeva il fascino di tanto inesausto almanaccare. C’erano poi eventi di altro tipo, che in un primo momento aveva creduto inspiegabili eccezioni alla logica non ferrea ma comunque piuttosto definita che sembrava soggiacere al groviglio di avvenimenti e che però, ad uno sguardo più attento avevano poi recuperato la loro posizione in seno al contesto: si trattava dei sogni e di quelle che aveva imparato a conoscere come proiezioni cinematografiche, paragonabili ai sogni stessi, ma molto più estese, logicamente coerenti e che al pari dei poemi raccontavano una vicenda fino al suo scioglimento ultimo. Mentre dei sogni aveva riconosciuto quasi immediatamente l’atmosfera opaca, sfuocata e ottundente della quale aveva avuto innumerevoli esperienze in vita, o se si preferisce nel sonno, con le proiezioni non poteva fare affidamento su nessun tipo di conoscenza pregressa. Perciò gli era capitato molte volte di vedere guizzare nel magma una storia e di averla creduta plausibile, salvo poi rendersi conto che non si armonizzava minimamente con i dati che era fin lì riuscito a raccogliere sullo stato delle cose. Finiva così per cancellare dalla sua ricostruzione, con l’imbarazzo di un bimbo che si accorge di essere stato menato per il naso, le varie invasioni di creature mostruose provenienti dalle stelle che tanto credibili e spaventose gli erano parse, come pure le molte raccapriccianti storie in cui i morti tornavano sulla terra per cibarsi delle carni dei vivi. Il carattere bizzarro di questa tipologia di accadimenti, la loro natura di finzione conclamata e consciamente riconosciuta, faceva paradossalmente sì che al pari dei sogni, potessero avere cittadinanza anche nella realtà che lui stesso aveva abitato alcuni millenni prima. Ad ogni buon conto, una volta imparato a riconoscerle, aveva finito col trovare molte di tali rappresentazioni davvero scadenti, artificiali, prive della complessità della vita e tese unicamente verso la loro spettacolare risoluzione. Poco a poco, ripensando alle coincidenze perfette che avevano governato la sua esistenza terrena e alla faciloneria di chi lo vedeva come un inviato celeste, prese ad assalirlo lo sconfortante sospetto di essere egli stesso parte di una siffatta messinscena e che il cattivo scrittore che si era improvvisamente trovato a paventare come deus ex machina di tutta la sua biografia fosse tanto ingenuo o svogliato da renderlo protagonista di una vicenda che lui stesso, dal suo ruolo subalterno di personaggio, avrebbe potuto giudicare banale e bislacca. Allora restava col cuore in gola ad auscultare i suoi pensieri nel timore che, una volta arrivato ad intuire il ridicolo meccanismo che sovrintendeva la sua vicenda e che doveva occultarne le innumerevoli falle, questi potessero improvvisamente e definitivamente interrompersi.

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