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Archive for settembre 2009

(gracias al pinche wey David por su valiosa revisión. ¡A huevo!)

La lluvia temprano por la mañana se filtra en los sueños que a esas horas se ruedan en mi cráneo. Es como si todo estuviera protegido por un tejado de paja pero, al levantar la cabeza, veo sobre mí un desmesurado cielo azul tenue, primaveral, embebido de esa luz que sólo hay al comienzo de la tarde, estriado de nubes blancas vacías de lluvia. Hasta donde alcanza la vista, todo alrededor, un campo de trigo, y apenas más allá, quizás, un caserío. El aire está impregnada por una extraña tibieza casi agresiva y, sin embargo, el ruido persiste, húmedo. Estúpidamente pienso que debe de haber alguna tubería rota que gotea no sé dónde, pero tal y como falta un tejado, así no hay paredes, es objetivamente ridículo imaginar cañerías hundidas en ese mar azul, ocultas en profundidad como arterías y no al ras del agua como venas. Estas reflexiones, se lo digo a quien me escuche mientras duermo, por si lo estuviese haciendo, no sé dónde están, son como notas al pie de la página,  subtítulos al sueño que leo sin necesitar leerlos, allí siguen sin por eso interrumpir su incierto devanarse, ahora atenazado por calambres guionísticos: en todo caso, irrazonablemente salidas de la nada para explicarme alguna que otra cosa, podrían desaparecer, supongo, de golpe. De repente recuerdo haber aparcado la bici en un canal al margen del campo y sin preguntarme por qué me había alejado, cuestión ligeramente prescindible, decido ir a por ella. Oigo como un ruido de lluvia que no promete nada bueno, tal vez truene, tal vez tenga que apurarme a recuperar la bici y volver para casa de carrera. Pero luego toco el manubrio y casi quema, y recuerdo que el sol está completo y que también, probablemente, algo falta en los archivos de mi memoria. Quizá si lo siguiera, el ruido quiero decir, encontraría alguna respuesta interesante: pero, ¿cómo voy a poder seguir algo que, como el aire, está en todas partes? A falta de otra cosa, vuelvo a llevar la bici, una antigualla que ni siquiera sabía que poseía, en la senda. Empiezo a pedalear y percibo con todo el cuerpo que cuando la primavera empieza a seguir su curso no hay nada mejor en el mundo, que podría seguir durante horas: pero el camino es significativamente más corto, y se agotaría mucho antes. Me dirijo, cada vez más rápido, según decisión intempestiva tomada no más tarde que hace treinta segundos, hacia el caserío. Quizá, me digo, allá se anide el ruido, sirva de confirmación el hecho de que, a cada metro que devoro, se hace más insistiente. Lo que a estas alturas espero es abrir la puerta y encontrar, en el propio perímetro del caserío, una tormenta hecha y derecha e incluso algún desaventurado cobijándose con un paraguas. Bajo de la bici: pero abro los ojos, más acá del sueño, ya recuerdo que estaba soñando, y acabo de despertar. Digo en voz alta, resuelto a tomarme el pelo a mi mismo, la frase que, en este momento, solían decir en docenas de pelis un tanto enmohecidas. Es evidente que fuera está lloviendo. Tengo que hacer pis, acaso sea la apremiante sugerencia de la lluvia. Voy al baño y, tratando de aprovechar ese barniz de irrealidad que reviste los primerísimos minutos tras el despertar, compongo un par de escenitas para engancharlas a mi sueño, que ha quedado inacabado, pero, por supuesto, el intento no funciona. El pis, en cambio va muy bien, y termina incluso más pronto que la senda de campo que acabo de recorrer durmiendo. En la terraza, mientras tanto, la lluvia batiente ha anulado la colada que había puesto a secar ayer por la tarde. Estoy de mala leche, el cielo, lívido, me recuerda que ya casi estamos en las antípodas de la primavera. No me queda otro antídoto que volver a dormir. Al menos hoy, eso sí, es domingo.

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La pioggia la mattina presto filtra nei sogni che a quell’ora si girano nel mio cranio. E’ come se tutto fosse protetto da  un tetto di paglia, ma quando alzo la testa, sopra di me vedo uno smisurato cielo azzurro chiaro, primaverile, imbevuto di luce del primo pomeriggio, striato di nuvole bianche vuote di pioggia. A perdita d’occhio, tutt’intorno, un campo di grano e, appena più in là, forse, un casolare.  L’aria è pervasa da uno strano tepore quasi aggressivo, ma il rumore persiste, umido. Stupidamente penso che ci dev’essere una tubatura rotta che sgocciola non saprei dove, ma come manca un tetto, così non ci sono pareti, è  oggettivamente ridicolo immaginare tubi sprofondati in quel mare d’azzurro, nascosti in profondità come arterie e non a pelo d’acqua come vene. Queste riflessioni, lo dico a chi mi ascolta mentre dormo, se per caso lo sta facendo, non so dove stanno, sono come didascalie, sottotitoli al sogno che leggo senza bisogno di leggerli, sussistono senza interromperne l’incerto dipanarsi, ora alle prese con qualche crampo di sceneggiatura: ad ogni buon conto, irragionevolmente apparse dal nulla a spiegarmi qualcosa, potrebbero sparire, suppongo, di colpo. Iimprovvisamente ricordo di avere parcheggiato la bici in un fosso al limitare del campo e senza chiedermi perché mi ero allontanato, domanda leggermente inessenziale, decido di andare a recuperarla. Sento come un rumore di pioggia che non promette nulla di buono, forse tuonerà, forse dovrei sbrigarmi a prendere la bici e tornare a casa di corsa. Ma poi tocco il manubrio e sento che quasi scotta e ricordo che il sole è completo e anche che probabilmente manca qualcosa all’appello della memoria. Forse se lo seguissi, il rumore, voglio dire, troverei una risposta interessante: ma come si fa a seguire qualcosa che, come l’aria, è dappertutto? In mancanza d’altro, riporto la bicicletta, una vecchia Graziella da donna che non sapevo di possedere, sul sentiero. Comincio a pedalare e sento con tutto il corpo che quando la primavera inizia a fare il suo corso non c’è nulla di meglio al mondo, che potrei andare avanti per ore: ma la stradina è significativamente più corta, e si esaurirebbe molto prima. Mi dirigo sempre più velocemente, come da decisione estemporanea presa non più tardi di trenta secondi prima, verso il casolare. Forse, mi dico, è lì che si annida il rumore, conferma ne sia il fatto che ,ad ogni metro che macino, si fa più insistente. Quello che a questo punto mi aspetto è aprire la porta e trovare, nel perimetro stesso del casolare, una tempesta in piena regola e forse anche qualche malcapitato che si ripara con l’ombrello. Scendo dalla bici: ma apro gli occhi, al di qua del sogno, ora ricordo che stavo sognando, e mi sveglio. Dico ad alta voce, intenzionato a prendermi per il culo, la frase che a questo punto dicevano in tanti film un po’ ammuffiti. E’ evidente che fuori sta piovendo. Mi scappa la pipì, sarà forse il suggerimento pressante della pioggia. Vado al bagno e, cercando di sfruttare quella patina di irrealtà che riveste i pensieri nei primissimi minuti dopo il risveglio, compongo un paio di scenette da agganciare al mio sogno, che è rimasto incompleto, ma ovviamente la cosa non funziona: la pipì invece va benissimo, e finisce anche prima del sentiero di campagna che ho appena percorso dormendo. In terrazzo, intanto, la pioggia battente ha annullato il bucato che avevo messo ad asciugare ieri pomeriggio. Mi girano le palle, il cielo, livido, mi ricorda che siamo ormai agli antipodi della primavera. Non mi resta altro antidoto che tornare a dormire. Almeno oggi, questo sì, è domenica.

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Come probabilmente saprete…

il 21 agosto scorso, Mario Giordano ha lasciato l’incarico di direttore de Il Giornale. Torna ad occuparsi di Studio Aperto,  telegiornale di Italia 1 che aveva già diretto da novembre del 2000 a settembre del 2007, quando aveva assunto le redini dello stesso Giornale. Gli è subentrato Vittorio Feltri, già alla guida del quotidiano di Via Negri tra il 1994 e il 1997, all’indomani dell’addio di Indro Montanelli. La scrivania di direttore responsabile di Libero, lasciata vacante da Feltri, che aveva fondato il quotidiano nove anni orsono, è stata occupata da Maurizio Belpietro, a sua volta ex direttore del Giornale per sette anni (anche lui dal 2000 al 2007). Belpietro lascia il settimanale Panorama, dal 1 settembre sotto le cure di Giorgio Mulé, cioè colui che aveva sostituito proprio Giordano alla testa di Studio Aperto tra il 2007 e il 2009.

Citare Tomasi di Lampedusa sarebbe prevedibile: fatelo da soli. Il caso Boffo ci ha già spiegato tutto quello che c’era da sapere sulle motivazioni di questo vertiginoso turnover di poltrone: ci aspettano mesi di artiglieria pesante.

(e comunque, chiunque riesca ad inviarmi un grafico riassuntivo di tutti questi rimbalzi, riceverà in omaggio dal sottoscritto una birra media in luogo da stabilirsi)

(qui, Marco Travaglio)

 

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Me ne stavo lì, seduto al tavolo del pub, cercando di guadagnare qualche minuto attraverso una coscienziosa immersione nell’ambiente circostante, a tutti gli effetti una mera operazione di ripasso, visto che proprio lì, ancora minorenne, mi ero sparato le mie primissime birre di troppo. Tutt’intorno, fiorivano mozziconi di frasi confuse, per esempio il disco nuovo mi ha fatto cagare, non regge assolutamente il crtzjssjsjs, che tagliavano il ritmo dei miei pensieri interlocutori. Avevo optato per una serata di no, guarda alla fine la vacanza in Brasile sobrietà assoluta, e spostando lo sguardo dal ghiaccio che galleggiava nel mio bicchiere vuoto, quasi un campione di iceberg sottovetro przkkzk gol chiaramente in fuorigioco alle birre  che brillavano come un firmamento negli altrui bicchieri, sentivo aspetta che adesso ti spiego una ridicola, ingiustificata  nostalgia, come di ex-alcolista improvvisamente messo alle strette dal richiamo del CAZZO DICI  baratro. Francesca tardava più del dovuto, forse al bagno c’era  passo domani mattina coda, e ormai non sapevo più come temporeggiare. Mi risolvo a ordinare un’altra coca, mi alzo e vado verso il bancone e voglio leccarti la lingua. Mi giro, di fatto chiedo la coca offrendo al barista solo una panoramica della mia nuca, e vedo una coppia sulle spine, si tengono per mano come se fossero appesi motorino dal meccanico uno all’altro, afferrandosi le dita, gli sguardi bassi a esplorare pavimento, scarpe, orli smangiucchiati di no, no, quello è Giacomo, mica pantaloni. Mi chiedo, e nel frattempo approfitto delle mani libere per pagare, prendere il bicchiere, perché lei abbia sentito il bisogno di dirgli quelle sbilanciatissime, forse squilibrate, parole fra le infinite possibili. In quella, il ritorno di Francesca, che mi vede fuori postazione, mi cerca e mi trova con gli occhi, mi permette di eludere momentaneamente la domanda. Torno al tavolo, la guardo sedersi con deliziosa naturalezza e ripenso all’insondabile differenza che intercorre fra uomini, che invariabilmente vanno al cesso a pisciare e donne che invece, fatta salva qualche ubriaca persa, vanno un attimo al bagno. Custodiranno forse nella borsetta quel certo contegno che a noi manca e che comunque nella tasca dei jeans non ci starebbe? Riprendiamo a parlare e l’orizzonte si sgombra di tutti i mozziconi di frase, la gente intorno torna ad essere un boato indistinto. La coppia è in lontananza, ora senza sonoro, ma bastano gli occhi per vedere che non parlano, che si guardano, che cercano ancora il pavimento. Le pause sembrano dettare il loro ritmo. Mi chiedo, senza informarne Francesca, perché restino intrappolati nel recinto del bar, perché non vadano fuori a cercare una soluzione qualsiasi a quel problema di cui non conosco le premesse. Mi chiedo anche cosa me ne frega, ma intanto continuo ad osservare la loro problematica, precaria immobilità. Quando dopo un po’ due sbadigli consecutivi di Francesca mi avvisano che è ora di andare a casa, loro sono ancora lì, sembrano avere ritrovato qualche parola, anche se poche. Uscendo gli passiamo accanto. Io e Francesca al momento non abbiamo nulla da spiegarci e possiamo concluedere la serata facendo l’amore: ma, solo per questa notte, vorrei cedere loro il privilegio della mia tranquillità.  Ma quei due li conoscevi? mi chiede finalmente quando arriviamo al parcheggio. Io la guardo, sorrido, mi chiedo svogliatamente perché non ho voglia di spiegarle un avvenimento così minimo e poi, con una risatina concludo che no, niente, mi hanno solo tirato un mozzicone fra i piedi. Lei mi guarda e non risponde, aggiusta un sorriso compatibilmente dubbioso e archivia la battuta lasciandola inspiegata. Io continuo a guidare.

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