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Archive for ottobre 2009

Maher Shalal Hash Baz è la creatura di Tori Kudo, testimone di Geova e ceramista giapponese dalla biografia improbabile e sovrabbondante. Questo disco, che dovrebbe essere il diciottesimo in circa vent’anni, spinge alle estreme conseguenze quella poetica dell’abbozzo che fin dagli esordi, o almeno così si racconta, caratterizza la produzione della sigla (giacché parlare di vera e propria band sarebbe improprio): doppio CD, 177 tracce, 100 minuti di durata complessiva, insomma, numeri che potreste trovare solo sulla complete discography di un gruppo grindcore o powerviolence. La musica, per chi già la conosce, non è cambiata più di tanto, si è solo accorciata ulteriormente: sprazzi, accenni, incipit di canzoni per big band in sordina, particolare enfasi sui fiati, esecuzione adorabilmente squinternata e qualche intromissione vocale poco meno che inqualificabile, prevalentemente in lingua madre. Il tutto suona pacioso e conciliante, i volumi non si alzano quasi mai, trombette e tromboni scivolano via dimessi con appena un fil di fiato in corpo. Molti gli stili abbracciati ma mai in maniera netta: le atmosfere sono spesso bucoliche ma non propriamente folk (e poi: folk occidentale o giapponese?), i fiati flirtano ingenuamente col jazz senza propriamente concedersi, l’esecuzione approssimativa porta in territori indie senza però arrivare ad esiti apertamente slacker. C’è poi la chitarra, che quando riesce a guadagnarsi la ribalta, si diletta in simpatiche svisate sixties. Escludendo la sparuta manciata di canzoni con un capo e una coda che fanno capolino di tanto in tanto, gli altri cento e passa “brani” sembrano in realtà appunti per l’ipotetica colonna sonora di un film da girarsi fra il Giappone e una Parigi di pura invenzione: in attesa delle indicazioni del regista su cosa sviluppare e cosa invece lasciar cadere nel dimenticatoio, quello che ci resta fra le mani è un enorme ventaglio di possibilità incompiute, uno sterminato campionario di pezzi di ricambio per un songwriting pop che alla fine nessuno si deciderà ad assemblare. Non vi posso garantire che riascolterò questo album fino a consumarne i solchi, come si diceva una volta, ma è certo che ricorderò con la dovuta tenerezza queste 177 maldestre carezze.  Adesso mi sento spettinato e sereno.     

Myspace

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(Sigo agradeciéndole la colaboración al pinche wey David… Thanks again!)

El verano es largo y aunque vayamos a la playa sólo lo estrictamente indispensable, es difícil creer que en cierto momento las cosas dejarán de tener el color agobiante de la canícula que ahora las inunda y volverá el otoño. Quizás ha pasado esta noche. Hemos seguido durante días las huellas del bochorno que se iba disolviendo a cámara lenta, adecunado nuestro guardarropa a los altibajos de ese seguimiento, con el antiguo estoicismo de los jubilados veteranos: hoy por la mañana, al despertar, me has dicho que tenías la nariz fría. Frío en la nariz , eso has dicho y yo he pensado, articulando mientras tanto una respuesta que pudiese mitigar tu malhumor, que a mediados de agosto, casi siempre resulta imposible imaginar la próxima navidad sin hacer un considerable esfuerzo de abstracción, que a cada entrada de la primavera, nos comportamos como las cigarras, que el año pasado casi no se llegaron a escuchar. Piensa qué bonito, te decía mientras tanto, las sopas humeantes que nos vamos a comer al cabo de un tiempo, y aumentaban en mí las ganas de desayunar, junto con la sensación de no estar solucionando en absoluto tu frío.  Este año también, ponderaba mientras tú no contestabas, tenemos todo el otoño para aprender, desde el principio, el invierno. Igual no te preocupes, reanudé mientras tú te dirigías en silencio hacia la ducha: esta noche vamos a poner la manta gruesa, a ver si sale el calor otra vez.

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Concerto spopolato, atmosfera melanconica. Il prezzo del biglietto, 10 euracci tondi tondi è il deterrente perfetto (a maggior ragione se penso che soltanto il giorno prima mi sono perso gli Akron Family gratis). E’ uno di quei casi in cui, nel vuoto di una saletta già piccolina, riconosci immediatamente i musicisti mescolati ai pochissimi paganti e interiormente li ringrazi: perché le loro figure spaesate e leggermente assenti, prima o dopo l’esibizione del caso, finiscono quasi per farti compagnia. In fondo nei concerti underground è così: siamo tutti, noi e loro, sulla stessa piccolissima barchetta. Stando così le cose, meglio non dire a nessuno che sono venuto qui carico di dubbi, vagamente motivato dal desiderio di concedere la prova d’appello del live a due gruppi che, a discapito di potenzialità notevoli, mi hanno finora suscitato più perplessità che altro.

Gli Upsilon Acrux li avevo scoperti non troppi mesi orsono su questo beffardo tributo ai Queen pubblicato dalla Three One G di Gabe Serbian, alle prese con una astrattissima rilettura strumentale di “Bycicle Race” ed anche se fra un capitombolo ritmico e l’altro il tamarro superclassico della Regina ne esce quasi sfigurato, il divertissment mi era sembrato piuttosto riuscito. Non altrettanto si può dire degli album “regolari”, ad esempio dell’ultimo, recentissimo “Radian Future”, algido catalogo di cambi di tempo mozzafiato e poco più, quasi un involontario bignami di  tutti i buoni motivi per cui il math rock è ormai riuscito a rompere i coglioni anche agli ascoltatori più volenterosi, e lo dico da sincero appassionato del genere. La trasposizione live di queste dimostrazioni di mera tracotanza esecutiva è prevedibilmente perfettissima e onestamente seccante. La presenza scenica dei cinque poi, fatta salva l’eccezione di un batterista assatanato, vittima di una sudorazione esuberante, è praticamente inesistente, tanto sono assorti nella riproduzione dei loro stacchi millimetrici. Sono onestamente mostruosi ma, per dirla in modo delicato, mi sembrano fin troppo compiaciuti del loro autismo/onanismo strumentale . Mutatis mutandis non sono poi così lontani da certi guitar hero parrucconi che tanto piacciono a molti metallari della vecchia guardia: ugualmente tronfi e ugualmente incapaci di saltare quell’abisso concettuale che separa una serie di esercizi ginnici per strumenti rock da una composizione vera e propria, con un suo senso, unitario o meno che sia. E leggere nelle recensioni accostamenti con nomi come King Crimson e Captain Beefheart mi sembra, francamente, pisciare fuori dal vaso. Bocciati. 

Applausi invece ai Kayo Dot, che hanno mandato a rottamare tutti i se e i ma che mi ero portato da casa con una esibizione intensa e avvolgente, all’insegna di un free form dalle atmosfere al tempo stesso epiche e soffuse, ma capace anche di improvvise convulsioni e di sporadiche esplosioni post-metal, il tutto graziato da una varietà di arrangiamenti sorprendente ma sempre funzionale alle dinamiche dei brani. Al centro del palco, il leader Toby Driver dirige le operazioni con rapidi cenni del capo, canta alternando falsetti a urla quasi black metal e, soprattutto, sciorina senza sosta quelle trame chitarristiche ad alto tasso di lirismo che sono  l’indispensabile cardine sul quale si inseriscono di volta in volta gli apporti dei vari strumenti. Le composizioni sono ovviamente di largo respiro e minutaggio chilometrico ma sembrano magicamente esenti da quella dispersività, da quella interminabilità congenita che sentivo spesso affiorare nelle prove in studio e che, dopo due o tre faticosi tentativi, mi spingeva a desistere da ulteriori ascolti. Stasera invece, se non avessi avuto la spada di Damocle dell’ultima metro a mezzanotte, l’orologio, con i suoi minuti sempre uguali, l’avrei probabilmente dimenticato, abbandonandomi completamente all’ineffabile flusso sonoro dei cinque bostoniani. A onor del vero, qualche lungaggine di troppo c’è stata, ma è probabilmente da imputarsi, più che all’ innegabile afflato fluviale della band, a qualche umanissimo problema logistico dovuto alla difficoltà di riprodurre arrangiamenti tanto intricati su un palchetto come quello del Begood, che potrebbe risultare confortevole al massimo per un power trio senza fronzoli: in parole povere, fra un pezzo e l’altro i nostri dovevano quasi fare attenzione a non calpestare i vari strumenti, accumulati sulle assi stile vecchio solaio. Sarà forse stato questo clima da lavori in corso, che lasciava intuire immediatamente la mole di lavoro sottostante alla messa a punto di un sound così elaborato, a contribuire paradossalmente alla riuscita della serata, fatto sta che quest’ora di concerto mi  ha obbligato a gettare alle ortiche un giudizio abbastanza consolidato. Li aspetto al varco di un nuovo disco: nel frattempo, per sdebitarmi di tanto malriposto scetticismo, ho comprato una maglietta al banchetto del merchandising…

Myspace Kayo Dot
Myspace Upsilon Acrux

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