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Archive for dicembre 2009

Avevo già scritto alcuni mesi fa un post a proposito dello spinoso tema dell’aggressione ai potenti (il cuore e l’inconscio mi suggerivano di scrivere tiranni e anche se poi mi sono affrettato a riguadagnare un contegno signorile, mi piace rendervi partecipi dei più segreti moti del mio animo). Lì, discettando di Bush e di calzature, esprimevo un parere generale che ritengo perfettamente valido anche per l’aggressione a Berlusconi che da domenica sera sta sovraccaricando i neuroni e surriscaldando le coscienze di tutti noi (e c’è anche chi avanza già ipotesi cospirazioniste): chi avrà la bontà di farlo può andare a rileggersi quel post. Per il resto, i due casi sono così diversi per scenario geopolitico, esiti e motivazioni dell’aggressore, da risultare difficilmente paragonabili. Abbandoniamo quindi l’Iraq per dedicarci al Duomo di Milano.

Un punto di partenza per la riflessione: Tartaglia è uno psicolabile. Ce lo ripetono da quattro giorni, lo ha ammesso anche il padre, dignitoso e misurato nel difendere il figlio ammettendone apertamente i problemi. Involontariamente pirandelliano  nella sua immediata resa alle forze dell’ordine (“Non sono io. Io non sono nessuno”), Tartaglia non è credibile nei panni di carnefice né tantomeno in quelli di eroe. Ferma restando la rilevanza penale del suo gesto,  sono più propenso a considerarlo una vittima: non di Berlusconi e/o del berlusconismo, non di eventuali cattivi maestri dell’opposizione, ma più semplicemente dei suoi stessi problemi psichiatrici che sarebbe meglio non banalizzare né sottovalutare. Basterebbe questo a minimizzare le implicazioni della vicenda, eppure il dibattito che ne è seguito, dentro e fuori dalla politica è stato immediatamente scomposto:  ma di questo, il povero Tartaglia non può avere colpe. Business as usual, le cose hanno preso questo andazzo franante ben prima del suo sfortunato quarto d’ora di celebrità. Su Facebook si è visto, e voi potreste dirmi che bel cazzo di novità, tutto e il contrario di tutto, all’insegna di quel limbo di indeterminatezza fra serio e faceto che è il difetto patologico di miliardi di iniziative analoghe che popolano (infestano?) il social network : ma su tutto, soprattutto, il volto insanguinato del Pres. del Cons. in perenne ostensione, adeguatamente strumentalizzato a suffragio delle tesi più disparate. Son cose brutte, e mentre lo scrivo penso soprattutto a chi ha inneggiato scompostamente a Tartaglia. Su queste modeste colonne non ho perso occasione per definirmi fieramente antiberlusconiano, ma mi rifiuto di elevare quelle immagini a simbolo di una rivincita morale o di una vittoria politica o a stendardo da issare contro un re improvvisamente nudo (non ce l’eravamo cavata a meraviglia, neanche due settimane fa, con le bandiere viola?). Al tempo stesso, alla maggioranza di governo che rilancia con forza l’immagine di un Berlusconi prontamente santificato in quanto, almeno in questo caso e almeno un po’, martire, si potrebbe comunque rispondere che le obiezioni squisitamente politiche al suo operato rimangono tutte in piedi, perché preesistono al gesto di Tartaglia e al clima avvelenato evocato a più riprese. Lasciamo quindi metaforicamente i cioccolatini d’ordinanza sul comodino del degente, che è pur sempre un uomo di più di settant’anni che si è preso una tranvata non da poco, ma non allarghiamoci, perché Berlusconi dopo tutto insulta da anni i suoi detrattori senza andare troppo per il sottile. Esprimere solidarietà a uno che ti dà letteralmente del coglione solo perché non hai la minima intenzione di votarlo è un protocollo forse doveroso in queste particolari circostanze ma ingrato come fare gli auguri di Natale a un parente che non si può soffrire. Anche per questo motivo, Cicchitto e gli altri yes men del Cavaliere farebbero meglio a pensarci due volte prima di brandire come una clava lo scivoloso concetto di mandanti morali e utilizzarlo contro Di Pietro (brava persona ma purtroppo pessimo oratore) e una assolutamente incolpevole Rosy Bindi: perché se da un lato è contestabile dire che Berlusconi se l’è cercata o che se lo meritava (altri sono i castighi che auspichiamo, tutti a norma di legge), dall’altra è evidente che la retorica berlusconiana non ha mai avuto toni, come dire, concilianti. Anzi, il discorso tenuto in Parlamento dello stesso Cicchitto martedì mattina contro Marco Travaglio, Santoro, Repubblica eccetera, ricordava da vicino il tristemente famoso editto bulgaro del 2002. Gli esponenti della fu Forza Italia mi sembrano fisiologicamente incapaci di un cambio di passo retorico rispetto al loro leader e nemmeno credo che interessi loro abbassare il livello dello scontro, come da ripetuto invito del capo dello Stato. Anzi i continui richiami a una supposta -participio- campagna dell’odio, sono proclami berlusconiani della più bell’acqua, che cercano di trarre una legittimazione forte dal fatto che il capo stesso si trovi momentaneamente fuori combattimento, e puntano allo stesso obiettivo di sempre: la criminalizzazione del dissenso in quanto tale. Temo, ma mi auguro di essere smentito dai fatti, che d’ora in poi lo spauracchio dell’aggressione di Tartaglia sarà agitato ogni qual volta si cerchi di entrare nel merito delle responsabilità politiche e penali del premier, e che d’ora in poi ogni critica ragionevole diventi, a prescindere, tutta campagna. Di fronte a questi scenari, consiglio di rifugiarci un pochino nell’ironia.

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Uno dei dati più significativi riguardo al No-Berlusconi Day della scorsa settimana e al quale in Italia si è teso, forse comprensibilmente, a dare solo un’importanza accessoria è il numero di manifestazioni gemellate che un po’ ovunque hanno accompagnato la mobilitazione romana. Non è la prima volta: anche soltanto un paio di mesi fa, la manifestazione in favore della libertà di stampa ha avuto vari “fratellini” in giro per l’Europa. Ma questa volta i numeri impressionano: lasciando da parte Roma e l’intramontabile e sfibrante balletto di cifre tra questura e organizzatori che accompagna ogni moto popolare dove non sia possibile contare i presenti a occhio nudo, i giornali (qui a titolo d’esempio, ecco il Corriere) riferiscono di 45 manifestazioni in tutto il mondo, anche in luoghi tutto sommato esotici (Istanbul?). Ecco, come italiano all’estero, mi piacerebbe partire da questo dato per imbastire una riflessione più compiuta sul significato politico dell’evento: premetto di poter fornire solo considerazioni fortemente personalizzate e di poter parlare con la dovuta cognizione di causa di una sola delle innumerevoli comunità italiane nel mondo, quella di Barcellona, città dove sono spiaggiato ormai quattro anni fa e dove conto di rimanere per almeno altrettanto tempo.

Al No-Berlusconi Day della capitale catalana, secondo quanto riportano gli organizzatori, i ragazzi dell’associazione AltraItalia, si sono registrate circa 1250 presenze in quattro ore (dalle 16 alle 20). Circa 750 persone hanno firmato l’appello che Roberto Saviano ha lanciato su Repubblica.it contro il DDL del processo breve che ha seguito la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale. Questi dati li ho ottenuti come semplice iscritto alla mailinglist di AltraItalia. Il diluvio di mail che ho ricevuto prima del 5 dicembre mi sembra la conferma migliore di quel carattere spontaneo e rigorosamente dal basso che l’autodefinitosi Popolo Viola ha orgogliosamente rivendicato come tratto identitario. Posso confermare che, almeno nel caso di Barcellona, non si è trattato di commovente retorica. Tendo a credere che sia stato così anche nelle altre città europee, con numeri adeguati alle dimensioni delle rispettive comunità italiane (come ho già avuto modo di dire, qui siamo un fottio, ed oltretutto in costante aumento).

Ma mi rendo conto di aver parlato fin qui alla solita platea di convertiti, senza peraltro approfondire troppo i termini della questione. Aldilà dello sbattimento organizzativo rigorosamente DIY, della fitta dialettica via mail allo scopo di reperire un generatore di corrente o un proiettore, ha davvero senso organizzare una manifestazione come questa lontano dal centro nevralgico delle cose italiche, la penisola italiana? La prenderò alla lontana. Gli antiberlusconiani all’estero sono chiamati ad una costante pratica di igiene intellettuale per non incorrere nel rischio di deformare una realtà lontana: continuare ad informarsi, a partecipare, anche se da una posizione un po’ più defilata, alla vita del paese, parlare con chi è rimasto. Due sono i rischi da prevenire: da una parte la demonizzazione a prescindere del personaggio Berlusconi (la rockstar Berlusconi) e dall’altra l’autocompiacimento romantico di sentirsi una sorta di esiliato politico, quando in realtà nessuno ci ha obbligato ad andarcene (io ad esempio, anche se la situazione odierna non mi stimola a farlo,  ho maturato definitivamente la scelta di non tornare durante il governo Prodi). La distanza non è comunque una scusa sufficiente per passare la palla: viviamo in una Europa progressivamente sempre più interconnessa e all’estero la gente è interessata ai destini del nostro paese, vorrebbe sapere, anche solo per mera curiosità, cosa sta succedendo da noi, anche perché Berlusconi non perde occasione di coprirsi di ridicolo o prodigarsi in affermazioni imbarazzanti (si veda la recentissima sparata di Bonn, al convegno dei Popolari Europei). Gli antiberlusconiani all’estero dovrebbero contribuire a raccontare e spiegare la realtà di un paese che se pure non è oppresso da una dittatura in senso classico (quanto sarebbe  radical chic poterlo gridare a pieni polmoni!) vive da quindici anni sotto l’embargo di un conflitto di interessi che ne distorce irrimediabilmente la vita politica. Anche chi per indole non si è mai dedicato alla politica attiva (io per esempio non l’ho mai fatto, anche se sto seriamente meditando cambiare registro) avrebbe il dovere di fare informazione, almeno al livello capillare delle sue frequentazioni abituali. Nel corso di quattro anni mi sono ritrovato in moltissime circostanze a parlare con spagnoli, catalani, sudamericani e chi più ne ha più ne metta, dell’anomalia italiana: questo è veramente il minimo che possiamo fare. Partecipare a una manifestazione come questa può essere una occasione preziosa per strutturare un dissenso che, almeno qui a Barcellona, è patrimonio comune di moltissimi italiani. E dire che anche solo un anno e mezzo fa, ero profondamente scettico rispetto all’opportunità di organizzare un No-Cav Day in Italia: ma nel frattempo sono successe molte cose, la situazione se possibile si è ulteriormente radicalizzata.  Il caso Boffo, il Naomigate, Mignottopoli, il Lodo Alfano (non vi sto a linkare tutto), mi hanno convinto a rivedere le mie vecchie posizioni. Certo bisogna tenere in conto le critiche, anche quelle pelose, di chi accusa il popolo viola di non essere propositivo, di manifestare soltanto contro, di limitarsi alla pars destruens: è importante cercare di non cadere nel gioco a ribasso della personificazione ad oltranza sul quale Berlusconi ha costruito buona parte delle sue fortune politiche. Dovremmo ricordare a noi stessi, continuamente, che non siamo contro Berlusconi peché non ci piace il suo indiscutibile ascendente sulle masse, ma perché siamo invece a favore di tutta una serie di valori dei quali lui, tramite le parole e l’azione, fa incessantemente strame: la legalità, il pluralismo, la libertà d’espressione e pure il rispetto per le idee degli avversari che dovrebbe essere sotteso ad ogni democrazia in salute, valori che in questo momento non trovano molti interpreti all’altezza tra le file dell’opposizione. Certo, esiste il rischio, che si è parzialmente concretizzato anche nella pur tranquilla manifestazione barcellonese, di diluire le idee nel numero per poi concretizzarle in slogan comodi, accattivanti, ma che in fin dei conti poco spiegano, poco propongono. Eppure, mentre mi trovavo a chiacchierare con altri connazionali appena conosciuti, mentre ci scambiavamo idee, impressioni, informazioni, davanti alla proiezione delle imbarazzanti performance di Silvio all’estero, sentivo che stavamo andando nella direzione giusta, che si stava costruendo e/o fortificando una coscienza comune. Poi ovviamente, sapevo da prima che una volta tornato a casa, non avrei trovato su Internet la freschissima notizia delle dimissioni di Berlusconi: ma tutto sommato importa relativamente perché, manifestando contro Berlusconi, ho potuto difendere idee che mi stanno a cuore e che, indubbiamente, continueranno ad animare le mie azioni anche quando Berlusconi non occuperà più il palcoscenico politico con la sua ingombrantissima presenza e indipendentemente da dove mi trovi in futuro. Il resto è fuffa (improvvisa chiusa sloganistica).

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A) “E tra pochi minuti la Terra sarà distrutta, come ho già distrutto il pianeta Atenaip, dove gli abitanti, quando parlano, intendono il contrario di quello che dicono!”

Omino al bar: “Sei bellissima!”

Voce fuori campo: “E tu sei proprio gentile!”

B) “Se c’è una persona che per indole, sensibilità, mentalità, formazione, cultura ed impegno politico, è lontanissima dalla mafia, questa persona sono io. Se c’è un partito in questi anni più si è distinto nel contrastare la criminalità organizzata, questo partito è stato Forza Italia ed oggi è il Popolo della Libertà. Se c’è un governo che più di tutti ha fatto della lotta alla mafia uno dei suoi obiettivi più netti e coerenti, questo è il mio governo che, sono certo, sarà ricordato anche come il governo che la lanciato la sfida più determinata alla mafia nella storia della nostra Repubblica”

La citazione A è una delle innumerevoli dimostrazioni del genio di Leo Ortolani, una vignetta tratta dal numero 75 di Rat-Man Collection, uscito il mese scorso.  In mancanza di scanner mi sono limitato a trascrivere la battuta, sperando di non decontestualizzarla irrimediabilmente. La citazione B è invece opera di un personaggio che, come dicevano gli imbonitori di una volta, categoria alla quale egli stesso appartiene, non ha certo bisogno di presentazioni. Siccome è mia intenzione dedicargli l’ennesimo post quanto prima, preferisco piantarla qua e risparmiare le forze senza scomodare il bibliofilo, lo stalliere e tutte le inoppugnabili storielle che li riguardano e che mille volte ci siamo raccontati (e quanti non le vogliono nemmeno sentire!) intorno al fuocherello sempre più flebile del dissenso. Soltanto vi chiedo, la prossima volta che leggerete dichiarazioni di questo tipo, di collegare per conto vostro A e B, fare due più due e ricordare per un momento la civiltà perduta di Atenaip. Che il suo sacrificio non sia stato invano.

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