Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for gennaio 2010

(Traduzco este cuentito, ya bastante antiguo, con tal de pagar una deuda de inspiración al que siempre me revisa las traducciones, el pinche wey David. Gracias)

Ha llegado una carta para ella, entre otras, claro. Cada día es una diluvio postal que por lo general acaba en la nada. Si realmente todas las personas indicadas en los sobres siguiesen viviendo aquí, este piso sólo sería una sala de espera para el aire libre. Entro y saludo a Nicola, totalmente volcado en la realización de una pasta con atún. Me anuncia seráfico que ha tenido un día de mierda y mientras le invito a detallar más, sin ni siquiera quitarme el abrigo, atravieso el pasillo, dirigiéndome rápidamente hacia la habitación vacía. Entro y dejo el sobre en la mesa, Nicola como un ruido de fondo, una cola en la secretaría, va contando, encima de un montoncito que alterna los preimpresos del banco con cartas escritas a mano con letra deliciosa, procedentes de Alemania. Miro a mi alrededor y noto que su poster de los Cure amenaza seriamente con descolgarse, una de las esquinas cuelga ya en el vacío. Y al final me toca volver el jueves por la mañana concluye Nicola en cuanto vuelvo a la cocina. Echa un poco para mí también, le digo como respuesta, cenamos juntos. Estamos solos: el Mapache esta noche iría al cine con una tía, Carla se queda en Sicilia hasta el domingo y luego, por supuesto está la habitación vacía.  En seis meses que llevo aquí, a ella, la habré visto dos o tres veces, no más. Su ausencia es una compañía agobiante. Ha entrado poco antes que yo, conocida de conocidos, y tras un par de meses sin esforzarse demasiado en dialogar, ha empezado a latitar. Le paga el alquiler al Mapache, transferencia bancaria ordinaria, con un retraso quirúrgico de dos o tres días. Nosotros, mientras tanto, sacamos la pasta de nuestro bolsillo, el Mapache va a la casa del dueño que en negro nos brinda cobijo y salda cuentas. Podríamos echarla, pero no está nunca. El ligero pero persistente retraso en los pagos nos justificaría: y sin embargo cuando aparece, acabamos evitándola. Ya no sabemos qué decirle. Entonces le digo a Nicola, mientras me zampo métódicamente mis espaguetis, anoche soñé con ella. Él asiente. Probablemente compensa de esta manera su prolongada ausencia de la realidad. En el sueño nos proporcionaba explicaciones por fin detalladas y luego, sin temblores, pagaba el alquiler en efectivo. Pero el dinero de mis sueños, no hace falta decirlo, vale tanto como el del Monopoly. El problema es que, por poco que se hable de ella, siempre queda sobrentendida.  Y en efecto Nicola me pregunta: ¿quieres más pimentón? aunque resulte evidente que los dos tenemos la cabeza en otra parte. Sí, sí, contesto, y mientras tanto echo un vistazo superfluo al pasillo.

Annunci

Read Full Post »

Orsù dunque, proseguiamo.

Fascia uno

Animal Collective-Merryweather post pavillon (Domino): questo album è stato accolto fin dal momento della sua uscita, o meglio della sua prematura diffusione su Internetto, che di questi tempi è quando comincia per davvero la vita pubblica di un disco, da un coro di lodi incondizionato ed assordante. Credo si intuisca, anche solo dalla semplice constatazione che questa è una playlist, che non è mia intenzione fare il bastiancontrario. Gli ingredienti sono quelli noti, i Beach Boys, le sperimentazioni kraute dei ’70, la techno (e più in generale l’elettronica tutta) dei ’90, fusi in una forma pop perfettissima ma non smaccatamente easy, anche se non mancano i ritornelli di immediata memorizzabilità. Su tutto, un senso di euforia chimica che rimanda ad estasi psichedeliche d’altri tempi. Che piaccia o no, per la pura forza delle loro intuizioni musicali e per l’influenza che stanno esercitando su tutto il carrozzone indie, saranno un termine di paragone negli anni a venire.

Camillas, I-Le politiche del prato (Wallace/Tafuzzy/Marinaio Gayo/Dischi di Plastica): disco bello e divertente come i giuochi di infanzia nei pomeriggi di soletutto all’insegna di una vivace attitudine, guarda un po’, ludica, che sarebbe sbrigativo ricondurre ai canoni del rock demenziale. C’è dentro di tutto, perché in fondo le regole è bello riscriverle in corso d’opera, da commoventi (…) cori alpini a filastrocche nonsense con pimpante chitarra similpunk, passando per ballate acustiche un po’ scoglionate e un po’ no, pezzi a cappella e scampoli di cabaret: la porzione più consistente è però  occupata da brani di inebriante freschezza che coi loro quattro quarti al limite del ballabile fanno muovere il piedino senza requie, come l’iniziale Discomacchina,  strumentale mutante a base di sintetizzatori ipnotici e chitarre imbizzarrite o la seguente La canzone del pane, sorta di rilettura carnevalesca dei Notwist epoca Neon golden. Autenticamente contagiosi: speriamo di risentirli presto. 

ES-Kesämaan lapset (Fonal): l’assoluta impenetrabilità del titolo e dei testi, interamente in finlandese, non favorisce l’identificazione di una prima chiave di lettura per meglio inquadrare la musica dell’album: ad ogni buon conto, Kesämaan lapset verrebbe a significare in italiano “Figli della terra dell’estate”. Senza lanciarmi in una non adeguatamente verificabile disquisizione psicogeografica sull’impatto psicologico che le inesauribili ore di luce dell’estate artica possono avere sull’inconscio collettivo di un popolo tutto, mi limito a riconoscere che questa piccola informazione aiuta parecchio a contestualizzare l’ascolto dell’album: i cinque brani e soprattutto la title-track, che coi suoi ventuno e passa minuti occupa da sola metà della durata complessiva, esibiscono infatti un suono luminoso, etereo e rarefatto, che coniuga in una sintesi altamente evocativa folk, ambient e minimalismo. Predominano dunque i toni elegiaci che trovano la loro espressione più alta nelle celestiali volute ambient che chiudono la già citata title-track, ma non mancano variazioni di tono, come nel caso della breve seconda traccia, dove caotici ghirigori di tastiere minimaliste, di gusto paradossalmente infantile,  fanno da sfondo all’alato salmodiare delle voci. Stupenda poi la traccia conclusiva, dove ulteriori ghirigori e poche sapienti note di piano decorano un drone insistente, mentre le voci si lanciano in un coro spontaneo  in cui predominano i falsetti. Poi tutto finisce, quasi all’improvviso, ma l’autunno continua ad apparire lontano.

Infinite Body-CMBCMEINAPTD LP (Teardrops): album ieratico, lancinante e ostico come l’incomprensibile titolo che porta, questo CMBecc. ecc., si situa all’incrocio fra harsh noise, ambient e drone, coniando una sintesi affascinante e personalissima che nulla concede a un ascolto distratto, ma che sa arrivare in profondità con una sottigliezza insolita per questi ambiti, spesso popolati da massimalisti sonori della domenica: merito forse degli impercettibili ma continui slittamenti che percorrono come un tremito le iterazioni ipnotiche da cui prendono le mosse le composizioni, conferendo all’insieme sfumature cangianti e una propizia varietà di fondo. Persistente la sensazione, che a questi livelli di intensità avevo sperimentato solo col classico “Times of Grace” dei Neurosis, di trovarsi al cospetto di un mistero ineffabile che può sopravvivere ad infiniti ascolti senza essere profanato.   

Lightning Bolt-Earthly delights (Load): se posso dire la verità, temevo che ce li fossimo giocati. Il silenzio dopo Hypermagic Mountain, anno di grazia 2005, si stava facendo pesante, ancor prima che lungo, e mi aveva fatto sospettare una crisi creativa che neanche i concerti, sempre assurdi, deflagranti e perfetti, alla lunga avrebbero potuto occultare. Gridiamolo pure forte e chiaro, tutte cazzate da fan apprensivo: Earthly delights, benché non presenti nessuna evidente svolta stilistica è un album che non mostra affatto la corda e che anzi cresce con gli ascolti, inserendosi perfettamente nel solco di uno stile tanto unico quanto consolidato, ma evitando in scioltezza il pericolo del manierismo. Chi conosce già il duo di Providence sa già cosa aspettarsi, un noise rock per sezione ritmica che si abbevera senza pudore alle fonti dell’hard rock più virtuoso e che mentre accumula decibel su decibel riesce nella considerabile impresa di suonare epico e cartoonistico al tempo stesso. Ma qua e là ci sono anche belle variazioni sul tema, come ad esempio l’incedere quasi stoner della prima parte di Colossus, il feeling country di Funny farm, col suo pseudo banjo che si avvita in acrobazie ubriacanti e l’intermezzo, insieme sognante e burlesco di Rain on lake I’m swimming in. Ma a fugare eventuali dubbi residui c’è soprattutto la sigla di chiusura Transmissionary, mastodontica tensostruttura sonora costruita a partire da una di quelle scale arabeggianti che a volte hanno fatto capolino nella loro produzione, che si dipana circolare e inarrestabile per dodici minuti, che immagino infinitamente dilatabili e jammabili in sede live. Bentornati.  

Mountains-Choral (Thrill Jockey): la musica di Choral vive soprattutto dell’incessante dialettica tra cristalline melodie di chitarra acustica (che potremmo idealmente definire l’elemento solido del Mountains sound) e fatate rarefazioni ambient (la parte gassosa). L’episodio più nitidamente illustrativo di quanto appena detto potrebbe essere Telescope, a mio parere vetta inarrivabile dell’album, in cui la chitarra parte decisa e seducente per poi naufragare in una marea di droni estatici che si dissolve nel finale.  In altri episodi (Add infinity, la conclusiva Sheets two) droni e chitarra si assecondano a vicenda dipingendo sconfinati paesaggi di quiete ai quali viene quasi spontaneo abbandonarsi. E mentre in Map table la sei corde è protagonista quasi assoluta con il suo dettato folk limpido e ispirato, in due lunghe tracce come l’iniziale title track e Melodica, si fa discretamente da parte per limitarsi a preziose rifiniture, avvicendata nel secondo caso da un delicato tappeto percussivo di scampanellii. Resta da spendere qualche parola sulla qualità delle textures più puramente ambient, che in un panorama dove l’omologazione è altissima, godono di una certa riconoscibilità, grazie a un attento lavoro sui timbri. Un album meraviglioso.

Nathan Fake-Hard islands (Border Community): dopo lo splendido esordio del 2006, quel Drowning in a sea of love che portava il lirismo dei Boards of Canada ai margini del dancefloor era forse lecito aspettarsi dal giovane Fake una prosecuzione di quel discorso nel senso di una ulteriore rarefazione e ambientalizzazione, se mi passate il neologismo, del suono. Hard Islands, con la sua attenzione maniacale per il beat e i suoi ritmi sempre pulsanti, suona come un gigantesco vaffanculo a un destino forse glorioso ma troppo prevedibile. Mette subito le cose in chiaro l’opener The turtle, inarrestabile carroarmato ritmico che fra continui cambi di passo si mantiene comunque martellante. L’influenza Boards of Canada è relegata al breve intermezzo The curfew, quarta traccia in programma, e significativamente l’unica priva di ritmica. Per il resto, il beat imperversa, stratificato e curatissimo, come in Castle Rising che lambisce con eleganza territori cari ai Daft Punk e al tempo stesso sa essere assolutamente personale. Ma, intendiamoci, la melodia benché subordinata alle esigenze della cassa dritta è sempre presente, a volte sottotraccia, a volte epica e avvolgente come in Basic mountain, altre ancora sinuosa e astratta come nella conclusiva Fentiger. E il risultato finale, benché distantissimo dalle placide distese dell’ambient, si mantiene altamente emozionale ed emozionante.  

Richard Youngs-Beyond the valley of ultrahits (Sonic Oyster): uomo di multiforme ingegno e sterminata discografia, Youngs esplora da circa vent’anni i meandri di un’ispirazione apparentemente inesauribile che lo ha portato a muoversi fra folk britannico, minimalismo, avanguardia ed elettronica senza drastiche soluzioni di continuità, come se si trattasse di punti diversi di uno stesso spettro sonoro. Beyond the valley of ultrahits, assurdamente uscito in sole duecento copie in cd-r, applica a una materia squisitamente pop quell’afflato spirituale da sciamano ingenuo (per citare il titolo di uno dei suoi dischi più noti) che è forse il vero basso continuo della sua produzione, il minimo comun denominatore di tante peregrinazioni stilistiche. I riferimenti sonori spaziano da Robert Wyatt (anche per l’approccio vocale) alla synth-wave più raffinata della decade ottanta, gli arrangiamenti sono parchi eppure efficacissimi, le canzoni, dieci in tutto per appena mezzoretta di musica, perfette nella loro semplicità. La palma di migliore del lotto spetta al mio parere alla conclusiva, sofferta, Sun points at the world, in cui l’incedere faticoso della batteria è intralciato da uno costante sfrigolio di elettronica povera , ma è evidente che siamo di fronte al classico disco in cui ogni canzone ha il potenziale per fare innamorare perdutamente di sé almeno un ascoltatore. 

 Un Quarto Morto-Il dono della sintesi (Lost Cause/Shove/Unnamed et al.): discography-cd che raccoglie tutte le produzioni pubblicate dalla band marchigiana nel corso dei primi tre anni di attività, per un totale di ventiquattro tracce, Il dono della sintesi è una bomba di fastcore sparatissimo, in cui la velocità è il sintomo evidente di una viscerale urgenza espressiva. I brani pur nella frenetica brevità che li caratteriza dimostrano di avere una propria sintassi che si articola soprattutto attraverso un uso magistrale degli stop-n-go e delle accelerazioni (si veda il micidiale incipit di L’epoca della prostituzione): ed anche se in molti casi si arriva al traguardo in meno di sessanta secondi non ci troviamo mai di fronte alle sfuriate gratuite che, in ambiti limitrofi, caratterizzano ormai tanti-troppi gruppi powerviolence specializzati in pezzi più brevi di una gara di Usain Bolt. I testi, in lingua madre e spesso dai titoli ermetici non sono di facilissima decifrazione, ma conferiscono all’insieme un tocco cerebrale che contrasta piacevolmente con la fisicità assoluta della musica. Genuini e onesti nella loro proposta, gli Un Quarto Morto hanno finora dimostrato di saper raccogliere l’eredità del miglior HC italiano degli ottanta senza riproporne in maniera calligrafica il suono: la speranza è che non rallentino tanto presto. 

Wet Hair-Dream (Not Not Fun): duo dell’Iowa qui all’esordio sulla lunga distanza, i Wet Hair riescono ad espiare il peccato originale di un nome straordinariamente cretino con un sound coinvolgente che il titolo dell’album, al contrario molto sobrio, sa spiegare alla perfezione. In formazione c’è un ex-Raccoo-oo-oon, dato che da solo dice molto sia sulle atmosfere allucinate dell’album che sull’incapacità, forse congenita, di andarsi a scovare una denominazione almeno decente. La musica, più lisergica e meno tribale rispetto a quella dei  Raccoo-oo-oon, consiste di lunghe esplorazioni per tastiere, sintetizzatori e batteria (o drum machine) che pescano a piene mani in un bacino di influenze che comprende Suicide, Silver Apples e tutta la scena kraut ma che, pur mantenendo un piacevole feeling settantiano, dimostra di essere al corrente di tutto ciò che è accaduto nell’underground americano più freaky negli appena conclusi anni zero (Ordinary Lives ricorda le sfuocate visioni hawaiane dei Ducktails). Più liquidi e rilassati i pezzi dove il contraltare ritmico è affidato alla drum machine, più mossi e concitati quelli per batteria, ma identica la sensazione di straniamento finale. A coronare il tutto, una voce invasata e megafonata, sovente incomprensibile, che si spande a macchia d’olio sui tappeti strumentali aggiungendo una ulteriore nota di deliquio. Il secondo album, Glass fountain, già uscito ancora sotto le insegne della Not Not Fun, non mi è purtroppo sembrato in grado di mantenere i livelli di questa prima prova: in ogni caso,  un gruppo da seguire con attenzione.

Dovendo scegliere uno e uno solo fra i dischi qui commentati, probabilmente opterei per l’album dei Mountains, se non altro perché per circa due mesi è stata l’ultima cosa che ho sentito prima di addormentarmi. Per il 2009 è davvero tutto.

Read Full Post »

Nella prima stesura di questo post avevo scritto un lunghissimissimo preambolo, forse interessante o forse invece una palla mortale, sul mio complicato rapporto personale con le playlist di fine anno, quella sorta di curiosa malattia professionale che affligge tutti gli appassionati di musica underground. Poi ho deciso di tagliarlo e concentrarmi sui commenti dei dischi, che alla fine importano più di tutti i vari mi mo ma  del caso. Forse un giorno ve lo rifilerò comunque sotto mentite spoglie. Nel frattempo, eccovi un paio di indicazioni di lettura alla rinfusa. I titoli indicati sono venti, e forse sono anche troppi, ma d’altro canto dovendo scegliere, i vestiti li prendo sempre di una taglia in più. Non ho discriminato nessun formato, trattando alla pari album, mini, cassette, demo, sette pollici e chi più ne ha più ne metta: di questi tempi, la distinzione tra uscite ufficiali e non è ormai completamente sfumata. Il totale di questi materiali sonori ammonta a circa 260 titoli. Nell’impossibilità di stabilire una scala Richter delle emozioni che la musica mi provoca, non ho stilato una classifica, ma mi sono limitato a suddividere i prescelti in una prima e seconda fascia, come i sorteggi di Cempions Lig: in questo post trovate la seconda fascia, mentre a breve posterò anche le teste di serie. Ho notato con mio sommo stupore che, su cinque nomi italiani presenti, tre (Gerda, Camillas, Un Quarto Morto) sono marchigiani: metto subito le mani avanti dicendo che non si tratta di campanilismo (io sono romagnolo). Qualche album potenzialmente interessante non sono riuscito a procurarmelo. Allego a ciascuno dei titoli un rapido commento. L’ordine di apparizione è alfabetico. Domani potrei avere cambiato idea su un paio dei dischi inclusi. Buona lettura.

Fascia due

Abe Vigoda-Reviver (PPM): EP che segue di qualche mese l’eccezionale Skeleton, e che ne abbandona coraggiosamente le contagiose movenze tropical punk in favore di un mood più dark e di stratificazioni chitarristiche dissonanti a un passo dal noise. La sezione ritmica, quando presente, resta tarantolata, ma con un piglio meno immediato, meno fisico. Il tutto suona ancora miracolosamente catchy.

Elio e le Storie Tese-Gattini, selezione orchestrale di classici nostri belli (Hukapan/Sony): qui, lo ammetto, prevale l’amore viscerale del fan di lunga data. Le riletture orchestrali di brani pop e rock mi sono sempre sembrate un’operazione concettualmente debole e al limite della raschiatura del barile. Gli Elii, che sono gente di un certo livello, escono indenni dal processo di (moderata) riverniciatura sinfonica e disseminano la raccolta di piccole e intelligenti variazioni sul tema  che ammiccano sapientemente al loro vasto plotone di fedelissimi. Frizzante l’unico inedito, Storia di un bellimbusto, scoperto omaggio a Cochi e Renato.

Emeralds-What happened (No Fun Production): strapiacciono alla comunità blogghettara, vengono talora schifati da recensori che gli rimproverano di non essere nulla più che una rilettura in salsa drone della musica cosmica tedesca dei settanta. A me piacciono. Nella loro febbrile produzione 2009 (secondo Discogs ben sei pubblicazioni) What Happened, uscito a  gennaio,  e composto da cinque improvvisazioni, si fa preferire per forza evocativa ed ariosità di manovra alle release successive, alcune delle quali strutturalmente minori e benché assai gradevoli, troppo influenzate dal nume tutelare dei Tangerine Dream. Forse derivativi ma comunque capaci di ottime cose.

Fuck Buttons-Tarot sport (ATP): un caso complicato: a un primo ascolto mi era sembrato una riproduzione riuscita, ed anche un tantino furbetta, delle atmosfere del gettonatissimo esordio. Successivamente mi sono reso conto che era completamente sparito l’elemento harsh-noise e con esso la voce berciante e ultradistorta che tanto li aveva caratterizzati, a fronte di un’enfasi assai più marcata sull’elemento ritmico. L’anello di congiunzione sta tutto nelle melodie, in perfettissima continuità con i loro brevi trascorsi ed altrettanto efficaci. Ormai in allontanamento anche dalla galassia drone, diventa piacevolmente complicato definirli. Un ottimo esempio di evoluzione nella continuità, anche se Street Horssing resta irraggiungibile.

Gerda-Untitled (Wallace/Shove/Fucking Clinica): innanzitutto, un mastodontico mea culpa per avere finora  ignorato/sottovalutato questa band che è probabilmente uno dei valori più solidi della musica estrema italiana. Con questa terza prova senza titolo i Gerda elaborano mezz’ora di purissima catastrofe emotiva e sonora, raccogliendo senza timori reverenziali il testimone noisecore degli indimenticati Breach per poi dilatare e deformare le maglie del suono e andare a colpire i nervi scoperti dell’ascoltatore con obliqua intelligenza compositiva. Le urla strozzate del vocalist, semisepolte sotto i movimenti irregolari delle masse sonore, lasciano inizialmente perplessi, ma si rivelano poi angosciosamente efficaci. Coraggiosi e stoicamente dediti alla loro missione di cantori del dolore.

Joe K-Plan, The-Rigan Asesino, OLibia Vencerá (Aloud Music): il math rock naviga già da qualche annetto in acque torbide, in pericolosa prossimità con le secche del manierismo. Epperò che bello sapere che ci sono gruppi così, che senza cambiare troppo le carte in tavola, riescono a restituire a un suono il suo significato primigenio e autentico. Adrenalinici e cerebrali in ugual misura, questi due madrileni capaci di rinverdire i fasti dei primi Hella, hanno il grande merito di riuscire a strutturare composizioni organiche e persino memorizzabili, con una varietà di soluzioni che fa trascorrere i quasi 54 minuti dell’ascolto con rapidità impensata. E poi, dal vivo, spaccano come pochi, cazzo.

Mariposa-omonimo (Trovarobato): gli inventori della musica componibile tornano a quattro anni dall’impegnativo doppio Pròffiti now!  con un album, forse fisiologicamente, più coeso ed immediato, ma fedele alle premesse di libertà espressiva che da sempre animano il loro sound. Undici canzoni diversamente pop dai testi deliziosamente surreali in cui discretamente coesistono stili ed arrangiamenti che pochi altri saprebbero assemblare con altrettanta spontaneità e naturalezza. Forse, adesso che i modelli sono ancor meno identificabili che in passato, arrivo a riconoscere in loro un’ideale sintesi tra Jannacci e gli Stormy Six. Sudoku, malinconica ballata segnata dal dialogo tra un insistito ricamo di chitarra e puntuali aperture orchestrali, si candida da subito a piccolo classico underground.

Om-God is good (Drag City): Al Cisneros, qui coadiuvato dal nuovo e mobilissimo batterista Emil Amos (Grails, Holy Sons) porta sempre più a oriente il doom per sezione ritmica che costituisce il marchio di fabbrica degli Om: dovrebbe essere ormai imminente l’arrivo sulle sacre sponde del Gange. Le atmosfere non sono radicalmente diverse da quelle dell’acclamato predecessore Pilgrimage, ma è da subito evidente lo snellimento di un sound che con l’universo heavy mantiene una parentela ormai solo concettuale. L’assolo di flauto che chiude Meditation is the practice of death potrebbe esserne una splendida riprova. In costante evoluzione.

Psychedelic Horseshit-Shitgaze anthems (Woodsist): irascibili, cazzoni e polemici come pochi, ma anche notevolmente ironici, i Merda di cavallo psichedelica dedicano questo EP alla pseudoscena che loro stessi contribuirono ad etichettare. Sono sei canzonacce di lo-fi marcissimo e sgangherato che sarebbe difficile immaginare nelle mani di musicisti più sobri e sensati, ma che ad ascoltarle bene, porca puttana, si rivelano strapiene oltre che di quella prevedibile tracotanza rock’n’ roll che amo et odio a giorni alterni, di idee che non ti aspetteresti: c’è una simil-ballad acustica, un roccaccio tiratissimo che svacca in un finale dub, tastierine suonate con un dito e mezzo che danno ai pezzi quel tocco melodico inaspettatamente perfetto. E poi, varie altre cianfrusaglie, ed ammenicoli assortiti.  Meritano attenzione.

Sleeping States-In the gardens of the north (Bella Union): prima di tutto c’è la voce, a volte sommessa ma limpidissima, toccante: le canzoni arrivano dopo e non è sempre facile inquadrarle, ma sono tanto tanto belle. Un buon numero pop come The Cartographer, piazzato a fine raccolta, potrebbe far pensare ai soliti Smiths, ma forse neppure troppo; la quasi title-track Gardens of the south è un languidissimo ballatone soulful per voce, cori (uuuuh-uuuuh) e batteria; Red King ha un bel piglio indie e un passo abbastanza spedito; l’iniziale Rings of Saturn cresce fatata e gentile intorno a un bassone che non sfigurerebbe in un pezzo dei Pixies, si impenna improvvisamente e poi si fa di nuovo quieta, in un fiorire di rumorini di disturbo; Showers in summer tenta invece più volte la carta del crescendo e nel frattempo accumula tensione drammatica fino a liberarsi con slancio emozionante. Mi fermo qui. Nel lotto vanno incluse anche ombre post rock, umori di folk britannico d’antan, suggestioni arrangiamenti d’archi e fiati. Il bello è che alla fine tutto risulta gradevolmente coeso ed unitario, oltre che quasi sempre coinvolgente.

(continua…)

Read Full Post »