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Archive for febbraio 2010

E dunque, l’altro giorno, ho avuto la nettissima impressione di avere trovato la tabaccheria che cercano tutti quelli che escono un momento a comprare le sigarette per non tornare mai più. Ed io, umanamente, li capisco: fumare di nascosto dà più soddisfazione. Era apparsa d’improvviso, come un’associazione di idee imprevista, ed ovviamente non avevo a portata di mano elementi che potessero suffragare l’esattezza della mia folgorante intuizione. Anzi, di primo acchito, il suo aspetto anonimo lasciava all’immaginazione margini di manovra risibili: la consueta T blu, segnale stradale declassato, ad allertare senza strepiti i viandanti; visibile alla distanza, lo sgargiante assortimento di caramelle e gomme per recuperare l’alito ; gli accendini da poco disposti in buon ordine a anch’essi molto colorati; e, su tutto, la sensazione che il negozio, dell’estensione complessiva di un ripostiglio, si fosse ricavato il suo posticino tra la farmacia e l’orefice quasi intrufolandosi in uno spiraglio che l’uno e l’altro stabilimento avevano lasciato inspiegabilmente vacante. Tutto in regola, eppure… Scorgevo già, o così mi sembrava, sigarette di marca  ignota, che immaginavo importate nottetempo da porti remoti, il cui nome avrei potuto articolare solo a costo di sforzi considerevoli. Una vertigine sottile mi percorreva tutto. Ma non riuscivo a prendere coraggio, e capivo che la mia esitazione non era giustificabile: non avevo davanti a me la vetrina smisurata di una concessionaria di lusso col suo abbagliante parco vetture. Non c’era niente lì dentro che gli altri passanti potessero considerare meritevole di una sosta devota, e avevo l’impressione non adeguatamente spiegabile che per loro, anche per il nutrito sottoinsieme dei passanti fumatori, quelle sigarette affascinanti non rivestissero il benché minimo interesse. Davo così le spalle alla tabaccheria e alle sue appena intraviste meraviglie, cercando sull’altro lato della strada motivi per giustificare il mio indugio: ma c’erano solo quattro macchine parcheggiate come una brutta natura morta e neanche uno straccio di ragione per fingere di essere il proprietario di una delle quattro. Se proprio avessi dovuto cambiare il disco orario, avrei attraversato la strada e basta: e invece sembravo sul ciglio di un fosso, riluttante a prendere lo slancio per saltare. Decisi allora di entrare col modesto proposito di comprare un pacchetto di Marlboro per poi cambiare idea e dirottarmi senza troppe spiegazioni su una delle marche meno note. Appena sulla soglia, puntuale, il ricordo di quando, sedicenne, andavo a comprare le riviste vietate sperando che l’edicolante si lasciasse ingannare: e immediatamente i troppi Diabolik letti senza interesse in quegli appiccicosi pomeriggi d’estate per un ultimo fatale tentennamento… Quando un paio di minuti dopo mi sono ritrovato fuori dalla tabaccheria con una ricarica telefonica da venti euro e il cuore in gola, ho percepito che forse tutti gli anni trascorsi da allora, per un totale di ventisette, non erano serviti a niente. Mi sono ricomposto, allontanato di dieci o venti passi e ho chiamato Teresa. Le ho detto, nonostante le mie incertezze, di non aspettarmi a cena, di lasciare le cotolette in frigo e di mettere a letto Susanna, che qua ce n’era ancora per molto. Ho chiuso la chiamata con un paio di frasi di circostanza ancora troppo sincere e sono tornato penosamente sui miei passi, in un diluvio di idee contrastanti, non ultima una velleità ridicola di smettere di fumare di punto in bianco, considerando con amarazza che, alla fin fine, le vetrine delle tabaccherie sono una terra di nessuno dove non si sa mai che cosa mettere.

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