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Archive for maggio 2011

Sto all’estero da un bel po’, un lustro e spiccioli, eppure non avevo ancora vissuto l’esperienza, insieme banale e disorientante, del voto per corrispondenza: i comunitari all’interno dell’Unione Europea non hanno un reale bisogno di notificare i loro spostamenti alle rispettive sedi consolari e la prospettiva di intraprendere le pratiche di registrazione al passo morto della burocrazia italiana è riuscita a tenermi alla larga dal nostro consolato di Barcellona per quattro (4) anni interi. Situazione, questa, comune a moltissimi connazionali, registrati solo presso l’anagrafe comunale della capitale catalana, ma per la madrepatria ancora residenti a casa loro. Sono invece un fottio gli argentini e uruguaiani residenti a Barcellona come cittadini italiani, tutti regolarmente registrati presso il nostro consolato, onde evitare il surplus di seccature connesse alla condizione di extracomunitario. Una congiuntura che rende particolarmente complicato stilare dati reali sulla mastodontica immigrazione italiana degli ultimi anni.

Ad ogni modo, io mi ero ormai deciso a fare il grande passo e non mi restava altro che aspettare la prima tornata elettorale utile, che si è presentata sotto forma di quadruplice referendum abrogativo, quello del 12-13 giugno prossimi. Le schede mi sono arrivate in settimana, oggi pomeriggio ho spedito il plico al consolato. L’Italia aspetta ancora i risultati dei ballottaggi delle amministrative, Milano, Napoli, ed io ho già votato per una consultazione del mese prossimo: mi viene la labirintite. Molti amici italiani di quelli che il consolato ancora non conosce, andranno a votare via Ryanair, altri ci andranno addirittura in nave, altri ancora abdicheranno al voto e io invece ho già dato, entrando così idealmente a far parte della famiglia degli emigrati di lungo corso. Qui sto più che bene, eppure una curiosa sensazione di irrevocabilità mi ha attanagliato per un momento, inspiegabile come la malinconia che mi punse quando l’impiegato dell’anagrafe della Bagna mi confermò, in occasione di uno dei miei non frequenti ritorni all’ovile, che mi avevano cancellato dallo stato di famiglia. Non saprei, forse questi slittamenti burocratici tutto sommato poco rilevanti mi inquietano perché mi storicizzano l’esistenza, formalizzando scelte di vita che, diluite nel flusso inarrestabile dei giorni, sembrano invece perfettamente spontanee ed informali, prodotto naturale degli eventi.

Votare per corrispondenza, uno magari non ci pensa, vuol dire votare a casa propria. Non ci sono responsabili di seggio, perché evidentemente non c’è seggio, non ci sono carabinieri di guardia all’ingresso perché, cazzo, sarebbe come essere agli arresti domiciliari. Oggi ho scoperto una dimensione piacevolmente domestica della responsabilità civica: le briciole di pane sul tavolo del salotto, la mia improvvisata cabina elettorale scoperta, in sottofondo il brontolio circolare della lavatrice, occasionali colpetti di tosse di un coinquilino dal chiuso della sua stanza. E la responsabilità del corretto svolgimento della liturgia del voto tutta sulle mie spalle, constatazione che mi ha portato a rileggere le istruzioni per l’uso del consolato compulsivamente, nel ridicolo presentimento che votare in condizioni di così estremo rilassamento, appena sveglio, praticamente in mutande, mi avrebbe tragicamente condotto a un qualche invalidante vizio di forma. Ricontrollo le schede, crocettate a dovere, e passo in rivista il mio kit elettorale: busta grande preaffrancata, busta piccola di immacolato candore, tagliando elettorale da ritagliare, in fondo al foglietto esplicativo. Inserisco le quattro schede nella busta piccola che, ovviamente, a stento può contenerle, la piallo coscienziosamente così da favorirne la chiusura ermetica, inserisco il tutto nella busta grande, ritaglio il tagliando seguendo la linea tratteggiata, mentre ricordo che io sono proprio quello che in tutta un’infanzia non riuscì mai ad attaccare una figurina perfettamente dritta, lo inserisco nella busta e richiudo il tutto. Dopodiché, ancora rigorosamente in mutande, vado sotto casa a imbustare il plico. Mentre lascio scivolare la busta nella colonnina gialla di Correos, che belle che sono le buche delle lettere in Spagna, la mia mente ipocondriaca dipinge spontaneamente buffe scenette di smarrimento di corrispondenza, ritardi ridicoli, errori di recapito. Il nove giugno, deadline per l’arrivo del plico in consolato, mi sembra improvvisamente troppo vicino. Ma è un attimo, riprendo la via di casa e, ta-daaaan, mi rendo conto di avere davvero votato, anche se affidare le mie deliberazioni sull’italica democrazia a un postino spagnolo mi sembra un controsenso. Ma come si dice, ho voluto la bicicletta, e mo’… E’ che a me, questi slittamenti burocratici… non saprei… sottilmente mi inquietano… (repeat chorus).

(Non credo ci sia bisogno di dire che ho votato quattro sì, ma evidentmente non era il compito di questo post analizzare il significato politico dei referendum. Potrei farlo ad urne chiuse. Oggi volevo parlarvi dei cazzi miei)

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Ieri mattina, senza previo avviso, alcuni corpi antisommossa dei Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana,  e della Guàrdia Urbana di Barcellona hanno tentato lo sgombero dell’accampamento degli indignati. Qualcosa da eccepire ci sarebbe sui metodi utilizzati, come potete vedere coi vostri occhi: purtroppo non dispongo di dati esatti sul numero dei feriti, le ultime stime parlano di circa 140 paersone. Il colpo di mano, che indubbiamente ha sorpreso molti per rapidità e violenza, non era comunque al di sopra di ogni sospetto. Facciamo un salutare passo indietro. 

Qui a Barcellona, era ormai opinione diffusa che l’imminente finale di Champions League, in programma tra pocho più di un’ora a Londra, avrebbe fornito alla polizia un pretesto ghiottissimo per tentare lo sgombero dell’acampada. Senza indugiare troppo in teorie cospirazioniste, all’indomani della vittoria, il neoeletto Xavier Trias aveva offerto al sindaco uscente Hereu la massima disponibilità per favorire lo sgombero di Plaça Catalunya; inoltre,  il tradizionale punto di ritrovo dei tifosi blaugrana, la Font de Canaletes, si trova in pienissimo centro, sul tratto iniziale della Rambla, a distanza praticamente nulla dall’accampamento degli indignati, ed è dunque facilissimo immaginare una situazione tesa in caso di vittoria del Barcellona, anche perché i frequenti festeggiamenti degli ultimi anni hanno sempre avuto strascichi violenti, in un botta e risposta tra facinorosi (pochi, in realtà) e polizia di cui spesso hanno fatto le spese degli innocenti. In realtà non ci sono ragioni convincenti per credere che gli accampati, dopo dodici giorni di protesta assolutamente pacifica, avessero intenzione di cambiare registro e passare a una cruenta dialettica di matrice black bloc; al limite si può apportare la debole argomentazione che gli sparuti gruppetti di ultrà violenti avrebbero trovato nell’accampamento un utile ricettacolo di materiale da lancio e da sfascio (c’erano addirittura vari computer, regolarmente funzionanti), ma in questo caso i contestatori sarebbero stati a loro volta parte lesa… E in effetti, la linea di difesa adottata da varie alte cariche del corpo di polizia (vedere ancora il link a inizio articolo) allega come ragioni del blitz la volontà di tirare a lucido la piazza in vista della finale e la riduzione dei fattori di rischio che un simile evento implica: di sgombero, non se ne parla, anche se le immagini dell’azione, immediatamente diffuse via internet e in televisione, stridono drammaticamente con dichiarazioni così apertamente concilianti. L’impressione, mia e di molti, è che le autorità competenti non abbiano avuto troppi scrupoli davanti alla possibilità di sacrificare il corpo estraneo di una protesta così insolitamente strutturata e pacifica sull’altare dei circenses, giudicandola più pericolosa e indesiderabile del consueto codazzo di devastazioni del mobiliario urbano che fa da corollario alle vittorie blaugrana (come detto, a opera di pochi pezzi di merda, ma tant’è).

La situazione ha però avuto sviluppi imprevisti: poco prima delle dodici, ora in cui sono arrivato in centro, la piazza era praticamente sgombra e presidiata su ogni lato da un cordone di polizia che impediva l’accesso a un congruo numero di contestatori pacifici, che esprimevano il loro dissenso a forza di canzoni e cori, questi sì non esattamente concilianti. Un elicottero sorvolava minacciosamente l’area. La tensione è poi gradualmente cresciuta senza che la situazione arrivasse a degenerare,  in un equilibrio precario che si è improvvisamente rotto intorno alle tredici quando, dopo un paio di accenni di carica ai manifestanti, i Mossos si sono ritirati sparando, vorrei sperare in aria, vari colpi. L’uscita di scena della polizia è stata salutata da uno scroscio di applausi: i manifestanti hanno ripreso pacificamente controllo della piazza, in un clima di euforia generalizzata. Nel giro di dieci minuti, erano già all’opera per pulire il territorio riconquistato, prima attraverso una raccolta rifiuti collettiva e poi, letteralmente, con una generosa passata di straccio. Intorno alle tre del pomeriggio l’accampamento era già in piena ricostruzione. Ecco, a mio parere, la scena incredibile di queste improvvisate pulizie di primavera dà la misura del livello di autocoscienza di un movimento che, anche nei momenti più critici, di fronte a manganellate ampiamente ingiustificate, è riuscito a non cadere nella provocazione della violenza, mantenendosi fedele allo spirito costruttivo che lo aveva guidato nei dodici giorni precedenti.

Alle sette di sera, la piazza è stata teatro di una partecipatissima contestazione contro Felip Puig, “ministro degli interni” del governo regionale di Artur Mas, e responsabile diretto (mandante, verrebbe da scrivere lasciando perdere il self control per un attimo) del raid. La pagina Facebook immediatamente lanciata per chiedere le dimissioni del conseller  ha già superato le 25000 adesioni. La serata  e la nottata sono trascorse senza incidenti, in un ritrovato clima di festa: ma la finale ormai incombe e probabilmente già a partire da domani mattina ci sarà molto altro da raccontare.

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Vista dall’interno, la Plaça Catalunya degli indignati , non cerca in nessun modo di nascondere la sua natura selvatica e spontanea di accampamento: ma, per intenderci,  è qualcosa più affine a un festival rock che alla zingaropoli edificata a tempo record (grandi opere…) dalla propaganda PDL in quel di Milano. In ogni caso, uno spettacolo che sconsiglierei a chi cerca decoro a chiare lettere tra le righe di un programma elettorale. Su un lato della piazza, a un tiro di sputo lungo dal famoso Hard Rock Café, hanno portato qualche giorno fa una decina di cessi chimici e un paio di orinatoi in plastica, curiosi oggetti invero, che fanno ora compagnia a una più antica avanguardia di sanitari, alcune cabine più spostate verso il centro commerciale El Corte Inglés, a due passi da una statua sopraelevata il cui alto basamento è stato utilizzato dalla gente come bacheca di contestazione creativa: una lettura affascinante, non fosse per l’odore greve, come di piscio umano, che impregna gli immediati paraggi. Quando soffia il vento, alcuni dei  post-it lì appesi si arrendono e terminano malinconicamente a terra, abdicando al loro compito di denuncia e testimonianza. Ci sono comunque servizi igienici anche sull’altro versante della piazza, e la situazione igienica è perfettamente sotto controllo. Gli acampados, anzi, rifiutano con decisione, e direi con ottime ragioni, le accuse di chi (i supporters del decoro di cui sopra) li dipinge come vandali. Si sprecano i cartelli che spronano a un uso responsabile delle strutture (“Siate puliti” è l’esortazione più ricorrente).

Anche se il livello medio di entropia è abbastanza superiore a quello di una qualunque località svizzera (ma questo è poi vero per tutta la città), basta infatti una passeggiata distratta per rendersi conto che disordine non è sinonimo di disorganizzazione e che, al contrario, la capacità di autogestione dei contestatori è sorprendente e il restyling urbanistico a cui la piazza è stata sottoposta è felicemente ispirato a principi di condivisione e apertura dello spazio pubblico che sarebbero degni di applicazione su più vasta scala. Un’occhiata alla mappa dell’accampamento (purtroppo non sono riuscito a trovare immagini più aggiornate) vale più di molte parole: servizi igienici alle quattro estremità della piazza, le tredici “commissioni” disposte circolarmente intorno ai tre spazi centrali Tahrir -come la piazza simbolo della protesta egiziana-, Islanda -paese la cui rivoluzione incruenta ha ricevuto una copertura mediatica pressoché nulla- e Palestina, gli spazi dove in serata si siedono, per terra, sia ben chiaro, i partecipanti all’assemblea. Ciascuno dei tre spazi ha pure un suo cartello, di cartoncino marrone, con scritta a pennarello, che lo qualifica come “piazza”. All’osservatore italiano non può non tornare in mente la placca di Piazza Alimonda a Genova, riveduta e corretta per omaggiare a caldo lo scomparso Carlo Giuliani. Ah, e c’è pure una sala studio sempre aperta, perché gli studenti sono fra gli attori principali della rivoluzione spagnola.

L’organizzazione dell’accampamento si tocca con mano anche presso lo stand della Commissione Diffusione, dove sono disponibili depliant informativi e foglietti volanti di carattere informativo e rivendicativo, oltre a un opuscolo di quaranta pagine sulle “dinamiche assembleari”. Il ventaglio di attività coperte nel corso delle ventiquattro ore del giorno è insospettabilmente ampio, come testimonia il programma della giornata, a sua volta reperibile presso lo stand. Citando a caso dal programma di lunedì 23 maggio, possiamo trovare oltre alle varie assemblee di commissione,  un’ora di yoga a inaugurare la giornata, un cineforum con tanto di dibattito col regista, un laboratorio di tango, attività infantili, e addirittura, e il dizionario catalano sembrerebbe confermarmi che non ho preso un abbaglio, un corso per insegnare a fare le trecce (sì, come quelle bionde della “Canzone del sole”).

Purtroppo non so pressoché nulla dell’accampamento di Sol a Madrid, di cui si raccontano cose straordinarie e che ha già fatto circolare un documento con varie proposte politiche, e meno ancora delle molte altre acampadas che punteggiano il territorio statale, ma la mia impressione da Barcellona è che la Spagna si sia improvvisamente riempita di tante micronazioni, prive dei caratteri di velleitarietà ed eccentricità che normalmente si accompagnano al termine, la eredità delle quali segnerà molto oltre la loro prevedibile scomparsa l’esperienza politica antagonista del paese intero.

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A Barcellona si sono da poco chiuse le urne con un risultato tanto prevedibile quanto storico, che vede i socialsti del PSOE perdere la poltrona di primo cittadino dopo 32 anni di egemonia a favore dei conservatori catalanisti di Convergència i Unió, giá trionfatori alle “regionali” dello scorso novembre. Nelle stesse ore, gli indignati di Plaça Catalunya, che hanno superato incolumi quella che a molti sembrava la loro naturale data di scadenza, decidevano il futuro dl loro movimento, nell’ormai abituale, partecipatissima, assemblea serale -al funzionamento della quale vorrei dedicare quanto prima un post- puntando con decisione su due obiettivi: il prolungamento indefinito della autogestione pacifica della piazza simbolo della città e una mobilitazione generale del movimento, data probabile il 15 giugno prossimo. Con realismo, nell’assemblea di oggi si è anche affrontato il tema di come dare il cambio agli “accampati anziani”, che da una settimana esatta sono lontani da casa, senza togliere continuità alla protesta, chiedendo esplicitamente il supporto di chi ancora non ha srotolato il sacco a pelo. Nella consueta raffica di interventi brevissimi, regola sacra dei procedimenti degli accampati, le notizie dal mondo lontanissimo della politica ufficiale hanno avuto poco spazio, la conferma della vittoria di Trias  ha fatto capolino solo nelle parole scoraggiate ma bellicose di una delle intervenute, ma l’impressione personale è che il risveglio democratico degli insorti del 15-M considerasse il risultato elettorale di oggi una variabile secondaria e tutto sommato ininfluente di uno status quo che in fondo non li rappresenta.

Ora, nonostante le mie evidenti simpatie per le istanze di autodeterminazione del movimento e gli altrettanto evidenti segni d’usura del modello di potere socialista, a livello cittadino, regionale, nazionale, la vittoria dei conservatori mi prospetta scenari di cazzi amarissimi,  che mi avrebbero fatto preferire una poco entusiasmante continuità, e d’altronde i primi mesi di governo regionale di quelli di CiU sono stati all’insegna di tagli feroci ai bastioni della sanità e dell’istruzione. A livello aneddotico, sabato sera mi sono quasi rotto un braccio in una caduta ridicola a due passi da casa, e i muri del vicino pronto soccorso erano non a caso tappezzati di volantini, manifesti, comunicazioni interne contro le retallades della sanità pubblica. Anzi, all’ingresso stesso del pronto soccorso, che mi appariva come un miraggio improbabile tra fitte di dolore quasi psichedeliche, campeggiava uno striscione assai visibile che denunciava senza troppi giri di parole il deplorevole stato delle cose. Come a dire: avete poco da sperare, voi che entrate. Due infermiere, mentre il mio braccio sinistro spariva sotto una fasciatura ragguardevole, non hanno fatto mistero di solidarizzare con gli indignati di Plaça Catalunya. Tutto questo per dire che, anche se i socialisti hanno responsabilità macroscopiche, le forze che sono uscite vincitrici dalle urne (in varie regioni hanno trionfato i popolari di Mariano Rajoy, cattolici, centralisti, liberisti, criptofranchisti) sono forse le più patologicamente incapaci di accettare e comprendere le ragioni di chi da una settimana ci sta dicendo, senza rompere manco una vetrina, di averne le palle piene. E secondo me, anche se la distanza della democrazia rappresentativa dai cittadini è sempre più siderale e il giochetto poco meno che rottamabile, un governo socialista e uno conservatore sono forse entrambi una merda, ma non la stessa merda. Spero, ma temo di no, che i manifestanti possano metabolizzare questo principio. E questo vale, tornando in Italia anche per l’illuminato überpolitico Grillo, per il quale Moratti e Pisapia pari son. Vedete un po’ voi. Vado a riposare il braccio fasciato, che sono pure mancino.

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L’inizio é ovviamente in medias res, forse è il caso di irrompere in scena senza nemmeno dipingere i fondali, perché le cose si succedono convulse e le parole invecchiano più rapidamente del solito: e non solo la notizia si è già diffusa in Italia, ma si è addirittura moltiplicata sul nostro territorio. Qualche giornale ne parla già e L’Unità addirittura la preferisce in homepage al soliloquio bielorusso del solito ignobile. In Spagna, da poco meno di una settimana, una moltitudine sempre meno inquadrabile ha invaso le piazze del paese, protesta pacificamente, cucina, mangia, dorme, e cerca di sviluppare alternative politiche en plein air, mentre incombe una tornata elettorale (comunali e regionali, per comodità del lettore italiano), i cui contenuti sono stati radicalmente ridsegnati dall’improvvisa sterzata degli eventi. Il futuro è incerto ma è insolitamente dolce cercare di indovinare cosa si delinea all’orizzonte: molti di noi si sentono improvvisamente parte in causa in questa primavera inoltrata.

Ora, sarebbe mia intenzione, fallibile ma sincera, raccontare a chi vuol sentire quello che si vede e si ascolta a Barcellona, dove domenica si elegge il sindaco, con taglio molto impressionistico e poco o punto giornalistico, senza troppo correggere difetti di vista o errori di inquadratura: un realismo svelto, soggettivo, limitato. Non chiedetemi, ad esempio, cosa è successo mercoledì, perché ero moribondo nel lettino a pagar dazio a una influenza tardiva: ma giovedì sera ho visto una Plaça Catalunya riconoscibilissima eppure inedita isolarsi spontaneamente dal traffico, dall’assedio distratto del turismo, dalla sua vitaccia abituale di centro città, per concentrarsi sui ritmi metallici del pentolame percosso dai manifestanti, sui silenzi attenti e gli interventi arruffati dell’assemblea, sulle dinamiche di questo esperimento sociale in fieri che le ha cambiato il volto. Spostatomi di poche decine di metri per prendere la metro, ho ritrovato la città abituale e questo salto qualitativo, previsto ma fortissimo, mi ha riempito la testa di parole: queste sono le prime, altre ne seguiranno.

(Il titolo del post potrebbe sembrarvi una trombonata, e forse lo è ma è a sua volta autobiografico: appena atterrato nel centro dell’isola Catalunya, dopo un rapido valzer di sguardi, una prima panoramica d’insieme, le mie sinapsi hanno puntato con decisione su Demetrio Stratos e i suoi: e per pochi secondi ho intonato: “il mio mitra è un contrabbasso…”  E il titolo si è imposto fermamente come una prima scelta irrevocabile)

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…in troppe canzoni d’amore tendenzialmente rancide: così ho ritrovato questo blog dopo un silenzio di quindici mesi. Avevo addirittura perso le chiavi, fine metafora per dire che si era avariata la password. Ma, forzando la metafora, ho fatto un duplicato, in tempi record, e la porta si è aperta. Onestamente: non ci avevo mai preso l’abbrivio e non ricordo più come si fa il blogger, se mai l’ho saputo, ma da consumato amante del punk rock in quasi tutte le sue forme, mi rifugio in un terapeutico, qualunquista fanculo a qualsiasi tecnica e guardo le paroline belle disegnarsi sullo schermo, più o meno sensate: lieta sensazione, dimenticata, riesumata.

Ricordo bene di avere dedicato, tanto tempo orsono, un post alle ragioni di un silenzio di quattro (?) mesi, silenzio che peraltro non allarmava i miei lettori, che se fossero stati venticinque, come i proverbiali manzoniani, tutto grasso che cola. Ora, che di quattro mesi ne sono passati quasi quattro, cosa dovrei dire? E in effetti, questa necessità di trovare le parole giuste per scrivere qualcosa dopo un altro silenzio extralong e la convinzione che fosse improbabile riuscirci, mi hanno tenuto scrupolosamente alla larga dal Divano Marziano, che nel frattempo si è ricoperto della finissima polvere dell’oblio, che forse non si vede, ma sicuramente si respira. 

Questo post vorrebbe dire, forse più che altro a me stesso, che probabilmente ho trovato un argomento che mi ha restituito l’urgenza perduta: ma non inserisco nessun link perché se poi l’urgenza si perde per strada, è la solita figura da peracottari. Comunque vorrei, già nel finesettimana, tornare in questo luogo di delitti, troppi delitti, innumerevoli delitti, non commessi.

Buonanotte, sta pure sfumando il link di inizio post…

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