Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for giugno 2011

Tra Brunetta e Bisignani il baillamme del referendum è ormai ampiamente archiviato, ma non guasta una piccola riflessione a freddo sulla valenza politica di questo risultato. Nel ventennale della famigerata esortazione craxiana ad “andare al mare” una consultazione referendaria torna a raggiungere il quorum, fatto che non si verificava dal 1995. Dopo l’uno-due di amministrative e ballottaggi, in molti percepivano il referendum come mossa finale di una combo capace di mettere drammaticamente alle corde il Pres. del Cons., e in effetti il colpo è andato a segno, e giù per il water quattro leggi che di questa maggioranza erano prodotto: ma sbaglia, mi sento di affermare, chi vaticina una pronta fine del berlusconismo. E’ almeno dai tempi del caso Ruby che un clima di naufragio incipiente adombra le azioni del governo che, in effetti, nella persona del suo premier, passa più tempo a cercare di autolegittimarsi che a legiferare: e tuttavia questi titoli di coda potrebbero essere indefinitamente lunghi, e solo un brusco strappo della Lega renderebbe impraticabile la strategia di arroccamento di Berlusconi. E se le vittorie di Pisapia e De Magistris sono, simmetricamente, concenti sconfitte del PdL, non credo si possa dire lo stesso sull’esito del referendum, con buona pace del quesito sul legittimo impedimento: privatizzazione dell’acqua e rilancio del nucleare avrebbero potuto anche far parte dell’agenda politica di un ipotetico governo (anche di centrosinistra) meno corrotto e impresentabile di questo e scontrarsi ugualmente con il rifiuto dell’elettorato, perché si tratta di temi la cui trascendenza scavalca ampiamente schematiche divisioni politiche (e in effetti anche la CEI che ha spesso fiancheggiato il governo si è chiaramente espressa sull’esito dei referendum).

il dato di autentica rottura è che il quorum si è raggiunto nonostante il silenzio deliberato e i meschini sabotaggi delle televisioni berlusconizzate: quel quasi 55% di votanti che si è mobilitato è stato raggranellato per altre vie, soprattutto attraverso la rete, dribblando cioé la logica informativa schiettamente verticale che è propria del mezzo televisivo e per questo così gradita a governi illiberali di ogni colore. Questo esito referendario è uno dei primi autentici frutti di una dinamica nuova che in Italia è in incubazione da molto, forse dai tempi dei primi girotondini, e che ha progressivamente preso corpo di pari passo con la diffusione trasversale di internet. Fin qui tutto molto bello, magnifiche sorti e progressive, e una argomentazione che credo piacerebbe anche a qualche simpatizzante del Movimento 5 Stelle. Il problema è che, nel caso del referendum, la fabbrica del consenso che ha in Minzolini il più zelante degli scherani era programmata in modalità silenzio: la consegna era lavorare d’omissione, mantenere un basso profilo, divagare. Lo stesso Berlusconi ha parlato pochissimo, limitandosi a liquidare la consultazione imminente come una seccatura inutile, e cercando di evitare ogni incursione nel merito dei quesiti. Questo perché, di fronte a un’istituzione logora e in evidente crisi di senso come quella referendaria, è apparso più proficuo alla maggioranza assecondare la china del disinteresse, cercando di non svegliare il can che dorme. Il calcolo alla fine è fallito, in parte per l’oggettiva importanza delle questioni in esame (questi non erano referendum “per sapere dov’è che i cani devono pisciare”, come diceva il signor G) e in parte perché appunto la società civile nel frattempo ha trovato altri canali per dare voce alle sue istanze. Quello che mi chiedo, non senza una punta di preoccupazione, è: possono davvero competere questi canali comunicativi alternativi in una campagna elettorale classica come potrebbe essere quella delle prossime politiche? Il risultato delle comunali, e in particolar modo quello di Milano, dove il PDL ha veramente dato il peggio di sé, potrebbe incoraggiare ad una risposta affermativa, ma l’esperienza ci insegna che i due livelli non sono perfettamente sovrapponibili e che nelle elezioni nazionali lo spettro politico del paese risulta sempre spostato leggermente più a destra che nelle consultazioni locali. Ci sono poi altre incognite da considerare, come lo stato perennemente nebuloso della coalizione di centrosinistra e la consapevolezza di un centrodestra declinante di giocarsi le ultime carte: anche per questo è lecito aspettarsi nei prossimi mesi un paziente lavoro di riavvicinamento al Terzo Polo, sulla cui tenuta autonoma non nutro eccessive speranze. Al netto di tutti questi fattori, che sono comunque assai rilevanti, la struttura mediatica che ha puntellato per tutto questo tempo il berlusconismo è sostanzialmente intatta. Riformulando quindi il dilemma, torno a chiedermi: può davvero riuscire il paese, attraverso le sole energie della società civile, a sottrarsi alla forza ottundente del conflitto di interessi che ne addomestica l’opinione pubblica da anni? Ai posteri l’ardua scommessa; si accettano sentenze.

Annunci

Read Full Post »

Il mio braccio malconcio sta guarendo, ragion per cui sono tornato a praticare dal lunedì al venerdì quella forma di pendolarismo estremo che sarebbe poi il mio altrimenti invidiabile lavoro, e, beh, l’unica cosa che ricordo di tutta la settimana è una persistente sensazione di asfissia. In questi giorni non sono riuscito a fare nemmeno un salto all’acampada, tutto assorbito nel ritorno alle antiche usanze salariate, e le uniche notizie che potrei darvi sono al livello di una mera rassegna stampa. L’accampamento, questo è certo, prosegue per decreto di una larga maggioranza, ha sopportato stoicamente un paio di acquazzoni dopo il meraviglioso clima (quasi) estivo che ne aveva benedetto l’edificazione, ed è alla ricerca di un metodo efficace per trasferire lotta ed elaborazione politica al livello capillare  dei quartieri (le prime assemblee sono cominciate quasi subito) prima di smobilitare, con il possibile rischio di dissipare prematuramente l’eredità di questa esperienza. D’altro canto è certo che il movimento non può insediarsi permanentemente nella piazza e, pur senza scartare l’ipotesi di future occupazioni, a Plaça Catalunya o altrove, dovrebbe trovare il coraggio di abbandonare la sua incubatrice, il suo referente simbolico, e proporsi con risolutezza l’entrata in una nuova fase. Credo che i mezzi per farlo ci siano tutti e, come molti, sono dell’idea che i fatti di queste ultime settimane rappresentino uno spartiacque che sarà impossibile ignorare anche quando lo spazio pubblico sarà restituito al valzer inesauribile dei passanti.

Una prova di quanto detto potrebbe essere il comportamento esemplare tenuto dai manifestanti sabato scorso mentre intorno alla piazza infuriava la guerriglia tra quei Mossos d’Esquadra che soltanto il giorno prima li avevano brutalmente randellati, e uno sparuto assortimento di teste di merda -francesismo- che ad ogni vittoria del Barça ci mette tutto l’impegno del mondo per trasformare il centro città in zona di guerra. Sulla partita nulla da dire, il Barça ha giocato un calcio vorticoso e sopraffino, e anche chi come me ha delle riserve sul clima di teocrazia blaugrana che si respira a queste latitudini non ha difficoltà ad ammetterlo: il problema, appunto, sono i successivi festeggiamenti. Arrivato in centro dopo una comoda visione domestica a casa di amici, ho trovato una situazione di tranquilla effervescenza, uno sproposito di magliette di Messi e compagnia che pascolavano, rumorose ma tutto sommato pacifiche, nei paraggi: già circolavano voci poco rassicuranti di scontri incombenti, ma l’ambiente era ancora perfettamente agibile. Gli indignati, che dopo una votazione nel pomeriggio avevano deciso di rimanere al loro posto, avevano organizzato presidi pacifici ai quattro angoli della piazza, così da regolamentare l’accesso della fiumana di tifosi, e senza proibire a nessuno il passaggio, invitavano chi era diretto ai festeggiamenti presso la Font de Canaletes (vedere qui) a fare il giro senza attraversare l’accampamento. Scenetta curiosa, a ben vedere, perché i volontari, peraltro gentilissimi nei modi, si sono visti costretti ad applicare un criterio, per così dire, di discriminazione razziale,  rivolgendosi solo a chi indossava la maglietta del Barça, senza fare troppo caso a chi invece era, hum, in abiti civili. Il punto è che non erano pochi gli indignati calciofili, solidali con la causa del movimento, o addirittura accampati, e al contempo gasati per la vittoria e quindi, spesso, le spiegazioni/esortazioni del servizio d’ordine si rivelavano superflue. Due ragazzi particolarmente lungimiranti avevano deciso di aggirare l’inconveniente appiccicandosi alla divisa un cartellino che li qualificava appunto come culé indignados.

Fino alle tre di notte, anche se le forze di polizia erano schierate sulla Rambla, si udivano di tanto in tanto spari in lontananza e il solito elicottero dei Mossos sorvolava l’accampamento, tutto è filato più che liscio e moltissimi ragazzi occupavano il centro della piazza facendosi i cazzi loro in assoluta tranquillità. Poi gli scontri si sono progressivamente avvicinati all’acampada e il panico ha iniziato a serpeggiare fra i presenti. Mi risulta francamente difficile ricostruire gli eventi: in più di un’occasione è parso che, nonostante la presenza dei manifestanti, i Mossos volessero spingere i facinorosi verso il centro della piazza, come da manovra ampiamente collaudata in circostanze meno eccezionali, cosa che alla fine, fortunatamente, non si è verificata.  Qualche gruppetto di tifosi, sporadicamente, bucava il cordone di sicurezza degli accampati e attraversava correndo la piazza; in altri casi erano i manifestanti stessi a fuggire spaventati verso il centro sotto la pressione della polizia in avvicinamento. Ai quattro punti di accesso, gruppetti di indignati con le palle quadrate sorvegliavano la situazione, armati unicamente di striscioni che incitavano alla nonviolenza, parlamentando con gli ultrà, mandandoli a cagare in coro (scena impagabile) e invitandoli a non provocare la polizia. All’interno, ragazzi del movimento muniti di megafono spiegavano il da farsi a quanti erano rimasti loro malgrado ostaggio della situazione. Poco prima delle cinque, sconfitto dal sonno, mi sono steso a dormire usando la borsa a mo’ di cuscino, mentre la situazione intorno alla piazza continuava a ribollire. Dopo, credo, venti minuti di pseudosonno i miei amici mi hanno riscattato e il nostro tentativo di uscire dalla piazza e raggiungere la metro è andato a buon fine senza particolari complicazioni. Treni e binari ridotti a porcile, ma per fortuna perfettamente integri. Alle cinque e mezza ero a casa. Quando la sera dopo sono riuscito a passare di sfuggita dalla piazza, nulla sembrava essere accaduto e l’accampamento era immerso nella consueta assemblea serale, apparentemente indenne ai casini degli ultimi giorni. La speranza è che questo spirito non vada perduto, punto.

Read Full Post »