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Archive for dicembre 2011

(il titolo viene da qui. Se vogliamo, si può considerare un omaggio. Il testo non è in nessun modo autobiografico, se si eccettua la mia notevole propensione a perdere ombrelli)  

Oggi finalmente ha spiovuto. Quattro giorni filati, dannazione. Monitoravo la situazione dalle finestre dell’ufficio e fra le nubi non più di pece, filtravano raggi di sole. Sono uscito che già era buio, ma nell’oscurità continuava a non piovere. Arrivato a casa, ho capito che in quel momento, alla finestra, avevo cominciato a dimenticare l’ombrello. Per l’ennesima volta. Perché l’ombrello, per me, non può sopravvivere alla fine della pioggia. Diventa oggetto inane. E’ così da sempre.

L’ombrello di nonna era scuro e nobile. Ingombrante anche da chiuso. Destinatario di uno speciale riguardo le cui ragioni, in assenza di spiegazioni dell’interessata, potevo solo congetturare. Ma trattandosi forse di una prescindibile nota a margine della nostra storia familiare, o forse invece di un ricordo di preziosa intimità, nonna non aveva ritenuto necessarie delucidazioni. Ad ogni modo, fin da piccolo, sapevo che quello era il suo ombrello, speciale enfasi sul possessivo. Uscito da un’altra epoca, una di autentiche mezze stagioni, dava ai miei occhi di bimbo una prima approssimativa misura della regolare corsa delle generazioni. Come anche la sua bicicletta, che pure leggermente ossidata, aveva imparato a memoria senza tentennamenti la strada della messa, del mercato, della casa della sorella. La bicicletta, reperto glorioso, la usa ancora mamma, e davvero va riconosciuto al mezzo un certo decoro, una consolidata esperienza nell’assecondare le esigenze di mobilità di rispettabili signore. L’ombrello l’ho perso io in terza media. Investito postumo della dignità di capostipite, inaugurò una serie di entità imprecisata, e comunque approssimativamente intorno alle due decine che, se domani non dovessi ritrovare quello che ho lasciato in ufficio, si arricchirebbe di un nuovo esemplare. Le misteriose sparizioni sono all’ordine del giorno, e nel paio di uffici che ho passato, ci sono sicuramente rispettabili colleghi con una marcata vocazione alla cleptomania, gli stronzi. O donne delle pulizie, vai a sapere. Ma latitano le prove, quindi taccio. Dopo quella prima sparizione, traumatica, qualità e vita media degli ombrelli miei peggiorarono e si accorciarono senza riparo, di fronte alla logica considerazione che in fondo per me gli ombrelli tutti erano oggetti a perdere. E le dimensioni, anche. Ormai sono approdato da qualche anno agli ombrelli pieghevoli dei cinesi, euro 3.50, molti dei quali affrontano la prima pioggia già mezzi rotti. Soprattutto, non volevo più farmi carico della responsabilità di avercelo, un ombrello.

Ormai avevo abbandonato da qualche anno gli ombrelli colorati e bambineschi, uno della Ferrari, degno del maggior rispetto, non ce l’avevo a mano, e a sancire ufficialmente il mio status di non più marmocchio, che rivendicavo con energia e una punta da acrimonia davanti a tutti i plurimaggiorenni scettici, mamma mi aveva affidato l’ombrello di nonna, con la promessa di non perderlo, di prendermene cura, che la nonna era contenta e l’idea era sua, ma che dovevo comportarmi da persona responsabile. Una investitura, all’atto pratico, che io liquidai frettolosamente, deciso a rimbalzare con fermezza il tono didattico di mia madre, che pensava forse di stare parlando coi miei fratelli minori. L’ombrello passò bene l’inverno, piovoso il giusto, e io imparai ad addomesticarlo, perché in effetti era voluminoso, e per un ragazzino guidare la bicicletta con quel coso e una mano sola non era facile. Ma a quell’epoca non l’avrei ammesso neanche in cambio di un pacco di fumetti nuovi e i miei, una volta assicuratisi che non mi sarei ammazzato piantandomi l’ombrello tra le razze, decisero di reggere quel gioco delle parti. Aprile era entrato a pieno regime, il sole era parecchio bello, il tepore dell’aria, l’ubriacante pressione ormonale, la promessa delle giostre nel giro di poche settimane, per il patrono, un paio di dischi dei Led Zeppelin che mi aveva copiato un compagno da vinili del padre: neanche l’esame prossimo venturo poteva scalfire quella fioritura. Ero pericolosamente vicino alla soglia massima di onnipotenza consentita a un quattordicenne. Poi, una serie di voti poco brillanti e una ricaduta piovosa. Un pomeriggio, di ritorno dal judo, spiove e nella beatifica riapertura dei cieli azzurri a noi mortali, dimentico l’ombrello degli avi. Fu mia madre a crocifiggermi alla mia responsabilità. Io stavo leggendo un manga fighissimo e lei interruppe brutalmente la lettura con la sua domanda: mi ricordo ancora i dialoghi, quelli del manga, e il mio con mia madre, da quel momento fusi in un’entità diseguale carente di senso compiuto. Il giorno dopo, anche se non avevo judo, tornammo io e mamma in palestra e l’ombrello si era volatilizzato. Pensavo che, cazzo, come suonavano fresche le parolacce allora, ok, mi ero sbagliato, ma era solo un ombrello … cioè, Giacomo si era indebitamente appropriato di mezzo supermercato e questa cosa lo rendeva agli occhi suoi e di vari compagni, bello come un dio. Il mio miserabile senso di colpa, coglionaggine da bravo bambino, doveva rimanere occulta, pena il mio sputtanamento sociale nella cerchia dei più rispettabili quattordicenni di ascendenze teppistiche. Giorni più tardi, tentammo l’ufficio oggetti smarriti. Era mia madre a guidare la prassi, insopportabilmente immedesimata, così la vedevo, nel ruolo di adulto della situazione. Mi giravano i coglioni, ma l’errore di partenza era mio, e non potevo ribattere. All’ufficio di ombrelli ce n’erano due, ma non quello di nonna, erano ombrelli simili a quelli che ormai rifiutavo come infantili. Poi varie chiavi di casa, un paio di occhiali da vista leggeri che per la montatura potevano appartenere solo a un vecchietto sbadato, e qualche oggetto di dubbia utilità e natura. Non potevo fare a meno, mentre contemplavo vanamente quella piccola e insignificante parata di effetti personali, cercando di scorgere il mio ombrello oltre il muro dell’evidenza, se ognuno di quegli smarrimenti fosse accompagnato dallo stesso carico amaro che mi stava assillando, dallo stesso carattere di circoscritta questione familiare. Uscimmo dall’ufficio ritrovandoci ovviamente nella piazza centrale del paese, popolata come sempre di capannelli di vecchi intenti a diluire la giornata nelle chiacchiere: mamma sentenziò, guardandomi negli occhi, che l’errore sussisteva, e con esso la mia responsabilità, ma che per non dare un dispiacere alla nonna, l’argomento sarebbe stato passato sotto silenzio. E anche se abitava in casa con noi, era relativamente facile far sparire la sparizione tra le pieghe della galoppante demenza senile che, malevola, improvvisa, aveva cominciato a manifestarsi coi rigori dell’inverno, quando l’ombrello era ancora da poco mia responsabilità. In quella fase, si intuiva appena la profondità del baratro nel quale la malattia avrebbe scagliato, impietosa, la personalità della nonna, le prerogative che me l’avevano fatta amare come la buona nonna che era, le sue doti culinarie e quant’altro, lasciando in cambio uno scomposto simulacro di confusione, sporcizia e inconsapevolezza che suscitava nella mamma una pena lancinante e in me, solamente, un cocente imbarazzo che si manifestava in occasione delle visite dei coetanei. A posteriori ripenso con un imbarazzo aggiuntivo a quella reazione, che poi si spiega quasi tutta con la mia età anagrafica, con la fisiologica inadeguatezza di un non ancora quattordicenne, spettatore forzato dello spettacolare decorso di una infermità degenerativa della terza età, a una prova così impegnativa. In quello scenario di grandi e rovinosi cambiamenti, degenerazioni, appunto, lo smarrimento dell’ombrello era effettivamente un’inezia, però, per quanto me la raccontassi, la consapevolezza confusa del mio piccolo errore era come un dito, un ombrello, nella piaga del mio imbarazzo per le poco decorose condizioni di nonna. Ma questo ovviamente, l’ho capito anni dopo, a puntate, per piccole illuminazione e brevi constatazioni, quasi a strappi, quando una conversazione o un oggetto della sua vita terrena me la riportavano alla memoria, o quando il due di novembre, nella quiete puntualmente interrotta del cimitero, ci allontanavamo dal suo tumulo dopo avere depositato i nostri fiori. Sul momento, appunto, solo la sensazione, tanto ingarbugliata quanto ineludibile, che farla franca in quel modo non valesse, che alla fine una sgridata sarebbe stata un giusto prezzo per la mia sbadataggine. Anche se a dire il vero, in quattordici anni, nonna non mi aveva sgridato neanche una volta, e neppure i miei fratelli. Le è mancata forse, o forse no, la possibilità di arricchire con un pezzo unico il suo limpidissimo rapporto coi nipoti.

Da quel momento gli ombrelli smisero per sempre di importarmi, in parte per consapevole ripicca e in parte per l’oggettiva constatazione che essendo la pioggia dalle nostre parti un accidente tutto sommato episodico, ugualmente provvisori e casuali potevano essere gli strumenti per ripararsene. Anche se di qualità infima, come da mia decisione programmatica, pochissimi sono gli ombrelli della serie usciti di scena per sopraggiunta inservibilità. L’ombrello di nonna aveva segnato una strada maestra, quella dell’oblio, che tutti i suoi successori avrebbero poi seguito nella più plateale indifferenza del loro proprietario. Avevo infatti chiaro che gli oggetti ai quali volevo appiccicare una particella di responsabilità erano altri: la collezione di dischi, ad esempio, alfabeticamente ordinata, ricca di preziosi reperti ben conservati. Quando ripasso da casa, mamma ancora mi rimprovera di essere sbadato ed io, davanti a una così plateale incomprensione di una condotta deliberata, taglio corto dicendo che la macchina ormai è ora che la cambi e non l’ho ancora persa. La risposta ovviamente funziona, nella sua esagerazione, perché non le ho mai raccontato, con una lungimiranza di cui ancora mi compiaccio, di quella volta in cui ho ribaltato l’appartamento per trovare le chiavi, riemerse solo dopo sei ore di estenuanti ricerche e una giornata di lavoro raggiunta in autobus.

Se domani l’ombrello non sarà in corridoio, abbandonato in un angolo, come la cosa infima che è, me ne farò una ragione in una frazione di secondo, intento più che altro a compatire chi sente il bisogno di rubare un oggetto malmesso dal valore commerciale di partenza di tre euro e mezzo. Un occhio alle previsioni però stasera lo voglio dare, non sia mai che domani mattina, maledizione, voglia piovere di nuovo.

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