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Archive for aprile 2012

Il problema, se così vogliamo definirlo, di un concerto di Daniel Johnston è che la sua massiccia figura è talmente ingombrante, non soltanto in un senso sgraziatamente letterale, da relegare in secondo piano ogni altro dettaglio intorno a sé. Il locale innanzitutto, un postaccio anonimo con qualche velleità di troppo ospitato all’interno di un centro commerciale. O il pubblico che lo gremiva all’inverosimile, rendendolo quasi impraticabile.  O ancora i gruppi di supporto: The Missing Leech non li ho proprio visti, di Esperit ho sentito grossomodo quattro canzoni, all’insegna di un anti-folk vorrei ma non posso con testi in catalano e inglese zeppi di riferimenti culturali a uso e consumo dei più incalliti indie nerd in platea. Parzialmente oscurata pure  la band di tre elementi che accompagna Johnston nella maggior parte dei pezzi: diligente nel seguire le sbandate del suo ineffabile frontman, fa la sua parte ma finisce per sortire un effetto spiacevolmente normalizzante sulla scrittura miracolosamente sbilenca del nostro, che ne esce un po’ appiattita, assumendo spesso le forme di un pop-rock normalizzato e quasi generalista. D’altra parte va detto che i primi tre brani, con Johnston in solitaria, munito di chitarrina faticosamente strimpellata, trasmettono un senso di fragilità, di precarietà, che stringe il cuore. L’impressione, soverchiante per tutti la durata del set, è che possa rimanerci in quaunque momento: il braccio sinistro abbandonato a quel tremito incontrollato che avevo già riscontrato in vari video delle sue esibizioni live, il volto trasfigurato nello sforzo -evidentemente dolorosissimo- dell’interpretazione, le stonature ancora più palesi che su disco. Eppure, tra un pezzo e l’altro, nei dialoghi surreali col pubblico che lo sta idolatrando senza condizioni, emergeva dal dolore quell’ingenuità infantile, quella purezza che, dai tempi delle cassettine registrate in garage, sa trasmettere alle sue composizioni e che le fa amare molto aldilà delle loro evidenti lacune formali. Disarmante ad esempio quando indice un estemporaneo angolo delle richieste e attacca a cantare a cappella “Speeding motorcycle” mezzo secondo dopo la richiesta a pieni polmoni del mio amico Paolo, inseguito con leggero affanno dalla band. L’osservazione attonita del fanciullino intrappolato in quel corpo sgraziato, in quella mente segnata dalla depressione e dagli psicofarmaci, devia parzialmente la mia attenzione dalla musica: più che un caso umano, ad ogni buon conto, sembra un’epifania, e sono felice di avervi presenziato prima che fosse troppo tardi, ma le canzoni mi hanno restituito solo in parte la commozione o l’allegria ingovernabili che normalmente mi assalgono ad ogni ascolto domestico. La fragilissima magia johnstoniana traspare dalla spostatissima figura del suo autore ma sembra non passare completamente alle canzoni e viene da chiedersi se, date le condizioni del nostro, sia davvero possibile. E però, mi ripeto, è bello esserci e ascoltare tutto quello che ti aspetteresti da lui: oltre alla già citata “Speeding motorcycle”, tre pezzi da “Fear yourself”, e un sacco dalle incisioni pionieristiche degli ottanta, da “Walking the cow” a “The Beatles”: bis e chiusura inevitabilmente affidati a “True love will find you in the end”, il messaggio che instancabilmente ripete all’umanità da oltre venticinque anni. Ascoltatelo anche voi e non abbiate paura.

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(Questo breve scritto è nato inizialmente come testo su un’improvvisazione musicale dell’Amico Marcificatore e Riccardino. Suppongo che un giorno caricheranno l’incisione su Youtube. Ho poi rimaneggiato il tutto fino a conferirgli la forma presente. E’ superfluo dire che non ho nessuna pretesa di correttezza botanica. In fase di stesura, attraverso l’onnipresente Wikipedia ho scoperto l’esistenza di questo albero, prova che almeno la metafora che sorregge il testo esiste in natura già da vari secoli)

L’aria si ferma più fredda, poi si rianima, scossa dal brivido del vento: il resto dorme o crepa. E’ allora che l’albero del fuoco conosce il suo fugace, frenetico, splendore, prima di intonarsi al generale dissipamento delle cose. Antitetico alla paziente sopportazione delle sempreverdi, attraversa primavera e estate secco e disadorno, in una condizione a stento distinguibile dalla morte: non un nido tra i suoi rami, non un uomo nei suoi paraggi, all’ombra assente delle sue fronde inesistenti. Assorbe i raggi benevoli del sole e ne cova il calore sotto la scorza fino all’autunno. Mentre boschi interi possono ardere nel breve volgere di ore per le fiamme propiziate dalla canicola, ne rifiuta il contagio, come consapevole della capitale differenza tra accidente e destino. Scintille come germogli annunciano l’incombere della maturazione, e con quella, la rovina. Violente, sbocciano, e i rami bruciano perché le fiamme sono il loro frutto. Di un rosso intenso nei brevi, agonizzanti, momenti della fioritura, l’albero del fuoco non sopravvive al culmine del suo ciclo, e un tronco carbonizzato è ciò che ne resta, svettante a indicare il cielo in attesa delle piogge che ne infradiceranno le povere carni consumate. L’albero del fuoco, maturo, è un rogo che accende con le sue fiamme rigogliose il grigio cavo dell’aria autunnale. E cenere è il suo raccolto, inerte.

Le forme stesse della sua parabola vitale, irrintracciabile negli stadi di crescita, anodina nell’anticamera della fioritura, effimera nel suo compimento, non permettono il crearsi di una memoria durevole presso uomini e animali. Neppure è dato sapere quali semi ne garantiscano la continuità. E’ lecito quindi dubitare della sua stessa esistenza. Pochi giorni orsono, misurando con passi assorti una sala di grandi specchi mentre dibattevo con qualcuno la questione, mi è stata insinuata l’idea che in realtà si tratti di uno dei più comuni e atavici incubi ricorrenti del legno, suggerito a un poeta, un alienato o un aspirante suicida, da una scintilla nell’aria di una stanza riscaldata dal sacrificio dei rami. Mi ha quindi consigliato di redigere immediatamente questa breve memoria prima che l’oblio tornasse a fare il suo corso.

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Nell’assenza quasi totale di sonno degli ultimi due giorni, il corpo ha perso il ritmo e forse no, forse sono tre. Il giorno e la notte non li sa più. Se guarda fuori, la luce e il buio sono dati oggettivi aneddotici che gli suggeriscono con buona approssimazione cosa starà facendo, dormendo, lavorando, la maggioranza, ma non gli forniscono nessuna indicazione troppo significativa su cosa dovrebbe fare lui. Quindi fa un po’ qualsiasi cosa o non fa nulla, e la differenza è minima, quella pure aneddotica. Becca qualcuno in casa: è un coinquilino, ma la sagoma è sfuocata e pulsa leggermente come una stella cadente in agosto, appena prima di buttarsi lungo il cielo. Fuori c’è luce: è giorno, lui gli spiega cosa succede e l’altro si stringe nelle spalle. Forse vuol dire che accetta, che almeno un po’ capisce, ma oltre un certo punto, si direbbe, si rifiuta di andare: potrebbe essere perché lui invece ha cose da fare, pronto per uscire come sembra. Vorrebbe fuggire, potrebbe essere a fine colazione, quella è una fetta biscottata smangiucchiata, prima che la sua disoccupazione lo contagi. Scappa l’autobus. Scappa. Vai. E’ rimasto di nuovo in casa da solo, probabilmente. Guarda il muro, di un bianco accecante perché ha gli occhi appannati. La pancia gli dice che potrebbe avere fame, ma ha perso il filo, si stringe, si avvita in una nausea. Cerca di ricordare se ha voglia di mangiare, ma nello sforzo, incongruo, gli spunta un ricordo fuori tema, come un’ernia, un altro, un altro ancora, altri sei, ora tutti senza sforzo, una donna, un’altra donna, il muro continua a accecarlo. Siamo andati al mare, poi mi ha lasciato, andavamo al mare e mi comprava il gelato, l’anno delle vacanze di quinta, andavamo in spiaggia a sbagliare l’approccio con tedesche che ignorandoci ci compativano perfettamente. Il recinto è aperto, scappano le vacche, ma il loro numero è infinito, i confini dei loro corpi labili, sono macchie continue, forse soltanto le loro ombre e quanti minuti sono passati mentre le cose si richiamavano l’una con  l’altra non saprebbe, nota invece di sapere perfettamente quanti anni si sono sostituiti a partire da ogni singola scintilla nella memoria. Pensa una cazzata, ha il pregio di farlo ridere: il rumore della risata lo stordisce, mentre non pensa più ad altro. È un disco che si incanta, un ingrandimento, sconvolto si immerge nel dettaglio che subito dopo dimenticherà, e in tutto questo saranno passati anche venti secondi. E in un eclissi del contesto, per questi presunti venti secondi, dimentica da quanto non dorme bene, la stanchezza che lo schiaccia curvandogli le spalle. Poi, come volevasi dimostrare, smarrisce improvvisamente le ragioni di quell’ilarità sproporzionata, si fa serio ritrovandosi nel silenzio e come una slavina avverte di nuovo quel peso, tutto intero. Resta tramortito per un po’, vai a sapere quanto, poi una deviazione, uno scarto, un’osservazione più puntigliosa del bianco immoto del muro lo riporta a casa, in prigione, senza passare dal via. Per cambiare aria fugge lentissimo in cucina, evitando per timore reverenziale lo specchio del corridoio. Lasciar perdere, e rendersi conto che lo sta facendo troppo bene, capillarmente. Dice qualunque cosa al lavello e ai due piatti, al coltello, che giacciono lì dentro in abbandono: tutto e niente. Insieme, eh? In uno squarcio di ragionevolezza, che intuisce casuale come quasi ogni ragionamento da quando versa in quello stato, cerca di capire o ricordare, o un’attività ibrida, in che momento, per che ragioni, questo è un ripasso, tutto innervato di una sottilissima commiserazione, è andato a farsi benedire il sonno. Nei giorni, due o tre che non ricorda, ha dormito alcune poche ore, casuali, ma è stato come cadere in un buco, e i sogni, laboriosi, hanno lasciato una traccia di fatica che gli ha permesso, da sveglio, di ritrovare immediatamente la stanchezza. Oltre il fondo che aveva già cominciato a scavare, puntualmente alcuni centimetri più in basso. La disoccupazione è una causa epidermica valida, pensa con penosa fatica, ma non troppo incisiva: il sonno è dei giusti e lui, non sapendo mai come sentirsi, ma comunque spesso abbastanza scomodo, dormiva male già da ragazzino. Sarebbe invece  consolatorio poter pensare che è solo la paura oggettiva di ritrovarsi, troppo presto, senza sapere dove sbattere la testa. Improvvisamente la constatazione che, ridotto così, qualunque cosa da fare, qualunque incombenza, anche fattibile, è un ostacolo, ancor più se urgente. Ha un colloquio, oggi, stando al calendario. Potrebbe essere un punto fermo, più tardi, per riconciliarsi con i giorni, riprendere a frazionarli, a riconoscerli, vediamo cosa si può fare, ma poi no, non è niente, torna a casa e il colloquio ha fatto schifo, nonostante la sua aderenza al ruolo di candidato, ai protocolli dell’intervista e soprattutto all’ora del giorno, fosse ragionevole: ma era tutto simulato. L’orologio, freddo e fedele, fa il punto della situazione, in tutto ciò sono passate circa tre ore, ma non c’è direzione verso la quale il tempo cammini. Ricorda di avere avuto  la nausea ore prima, si acuisce fino alla soglia del vomito: Le ore si sono accartocciate di nuovo. Non gli dispiacerebbe poter peggiorare ulteriormente la sua situazione, per pura coerenza. Qualcuno ha dei sonniferi? È ancora da solo in casa. Era una domanda retorica. Accende la tele, per la compagnia che un dialogo tra sordi può offrire in simili circostanze. Un canale sportivo gli offre la caduta rovinosa di un ciclista su pista. Per analogia nel disastro, ricorda la scena di un film, che è probabilmente media aritmetica di una decina di scene simili, nulla è nuovo sotto il sole, sicuramente un western per l’asprezza dei dettagli scenografici e forse anche per i cappelli e i cavalli, in cui un cattivo di mezza tacca è disarcionato dalla sua bestia, imbizzarrita dal rumore sferzante di proiettili insistiti, ma rimane col piede fatalmente impigliato nella staffa. E mentre l’equino fugge scomposto verso un silenzio dove potere calmarsi, lo sgherro, agganciato suo malgrado alla corsa, rimbalza sempre più disfatto, slabbrato, sul sentiero di polvere, che si innalza accecante. Non ricorda, non riesce, se a un certo punto si staccava. Ma era già morto. Spegne la televisione su un fotogramma dei soccorsi al ciclista. Torna in camera. Si butta sul letto. Spegne tutto. Aspetta.

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