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Archive for maggio 2012

(aperto flashback, esterno giorno, tavolino di un bar all’aperto, sguardo perso nel vuoto, testa leggermente inclinata verso l’alto. Parole lente e sospese. Nel bicchiere, un Chinotto quasi finito)

E allora avevo deciso, con buona convinzione, di essere un blogger: obiettivo, credo io, mai raggiunto, ma che mi ha portato a aprire un blog, che tuttora sussiste e si è dimostrato capace di superare interminabili fasi di animazione sospesa. Ciò che mi ha impedito di portare a casa il risultato che mi ero prefisso sono appunto queste pause abissali, queste voragini che sommate coprono circa la metà del tempo di vita di questo spazio. Per fare i blogger bisogna essere iperreattivi, aggiornare, aggiornare smodatamente. E io no, davvero, anche nei periodi propizi scrivo poco, rivendicando che ciò che importa è farlo bene, ma rodendomi sottilmente nei miei dietro le quinte. Ma poi, i blog, si leggono ancora?

Nella sua fase aurorale, il tentativo di essere blogger procedette per tentativi. Spulciare le varie piattaforme, soppesare, valutare, come è logico che sia. E due settimane prima di inaugurare il Divano, lanciai (nel vuoto) un altro blog, su Splinder, la cui cosa migliore, in assenza quasi totale di contenuti, rimane il titolo: Maestri del colore non giocate col mio cuore. Scrissi un brevissimo post di riscaldamento con citazione di Sandro Penna, ma poi cambiai subito idea. Mi piacerebbe millantare adesso che il nome era talmente bello che nessun contenuto avrebbe potuto fargli onore, e pertanto lo lasciai lì come splendida incompiuta, come spazio di meraviglie potenziali, ma no, probabilmente le ragioni furono più prosaiche, tanto che nemmeno le ricordo bene. Ogni tot mesi andavo a rileggermi quell’unico post, come una sorta di visita al cimitero, col vantaggio che avrei potuto resuscitare il caro estinto in qualunque momento: ma facevo fatica a tirare avanti il Divano, quindi…

Alla fine del 2011 si diffuse la notizia che Splinder era prossimo a chiudere i battenti, e mi sembrò una splendida ragione per scrivere un altro post dopo oltre tre anni, concludendo così un discorso neppure mai iniziato. Primo post, ultimo post, sparizione. Una parabola esemplare. Il secondo, assai più articolato del primo e scopertamente autobiografico, più di quanto non mi sia mai concesso su queste colonne, mi piace tuttora molto e mi diede lo slancio per estrarre il Divano dalla sua terza grande depressione. Ho quindi deciso di ristampare in unico post quelle quattro chiacchiere, per ricordare a voce alta ciò che non è stato e lasciarne prove, per quanto defilate, nella blogosfera. L’ennesima storia di assenze, di cui è costellata la mia carriera di blogger… no di blogger abbiamo detto di no, e di essere umano. Una delle più riuscite. Ecco quindi Maestri del colore non giocate col mio cuore.

24/03/2008. La vita…

…è ricordarsi di un risveglio, diceva qualcuno. Ma nei giorni feriali, soprattutto, è ricordarsi di svegliarsi. Scrivo queste parole motivato dall’amarezza di una Pasquetta già a strapiombo sul solito martedì che il copione prescrive. Fuori, la primavera. Ecco fatto, le prime parole. 

16/12/2011. Ridere i polli (una riflessione sui nazicazzi)

Subito dopo aver aperto questo spazio, decisi di migrare. Scavando nella memoria non ne recupero nemmeno le ragioni. Però, evidentemente, mi devo essere detto che qualcosa in quel tentativo non mi soddisfaceva appieno. Ragion per cui, migrai ad altri lidi, che con frequenza estremamente irregolare e generalmente intempestiva, torno a riempire di parole. Ma qui no, mai più. Quando seppi che Splinder era una piattaforma ormai prossima al pensionamento, ricordai che in un angoletto avevo buttato tre parole e mi venne voglia di controllare. C’erano ancora. Vi viene in mente un termine di paragone calzante? Per esempio un parco pubblico, le panchine di legno o gli alberi (di legno anch’essi, ma si intende) con le parole d’amore, le iniziali racchiuse nel cuore, progressivamente bruciate dal sole. O confusi proclami politici, generalmente sbilanciati verso una volgarità poco ideologica e parimenti poco propositiva. O una puttanata che ci faceva piacere, in quel momento, consegnare allo spazio pubblico, per omaggiare con una facezia chiunque avesse lo slancio di leggere. Io ad esempio, le panchine le leggo sempre. A volte penso che portandomi un libro al parco contribuisco in modo decisivo all’innescarsi di un conflitto di interessi tutto interno a me stesso, anche se si può leggere l’una e l’altra cosa, le panchine come poesia e poi un romanzo, saggistica, il giornale. Perfino altra poesia, quella “vera e propria”. In un parchetto del mio paese al quale non andavo poi molto spesso, essendo addirittura dall’altra parte dell’abitato, trovai, quattordicenne negli ultimi mesi delle medie, una scritta a pennarello che tuttora, quando la ricordo, mi fa ridere un sacco. Forse quando poco sopra scrivevo “confusi programmi politici” pensavo proprio a quella, anche se dubito che in fondo si potesse considerare una scritta dotata di un autentico nucleo politico. Era semplicemente una puttanata: il testo, lapidariamente, recitava “w i nazicazzi”. Per quella mia caratteristica tendenza a sovraccaricare di valori simbolici minutissimi episodi di vita capaci di muovermi al riso, i nazicazzi entrarono immediatamente a far parte del mio mondo interiore. Ma non interferirono in nessun modo con la mia nascente coscienza politica, un antifascismo personale in incubazione nel seno dell’antifascismo pubblico e condiviso del quale molte tracce si incontrano ancora in Romagna. No, i miei nazicazzi evidentemente assunsero i contorni, invero piuttosto indefiniti di figure caricaturali, una specie di Power Rangers neri e fallici, ma in fondo per nulla tetri, perché marchiati da una insuperabile ridicolaggine di fondo. Oppure Teletubbies, fossero esistiti allora i Teletubbies. Facevano insomma, i nazicazzi, ridere i polli.  Nella concatenazione di pensieri superflui che derivarono da quella piccola scoperta, dettaglio quest’ultimo che tradisce una certa propensione alla creazione narrativa o sailcazzo, almanaccai un florilegio di circostanze e motivazioni che potevano avere portato l’autore, probabilmente un compaesano, a vergare quelle parole, creando, questo piccolissimo mondo moderatamente antico sta tutto qui dentro, un neologismo zoppicante, casuale, appena delirante. Non ci sarebbe stato null’altro da aggiungere, appunto, se la mia immaginazione iperattiva, sospinta da una evidente fascinazione per il grottesco, non avesse voluto a tutti i costi accennare con un tratto di immaginazione, contesti improbabili. E questa sovrabbondanza della reazione davanti a un casus belli così insignificante, mi ha portato oggi a tornare su un blog nato morto, riassumendo lo pseudonimo che avevo usato solo una volta anni addietro e parlare a 17 anni e qualche mese da quel pomeriggio per vergare troppe parole su quegli ineffabili nazicazzi che fino ad allora e dopo di allora erano sicuramente esistiti solo e soltanto in quella scritta. Se non fosse che Splinder sta tirando le cuoia e che da troppo tempo non riesco a mettere in fila due parole due, probabilmente mi sarei vergognato di cogliere la palla al balzo. Ma questo spazio del web è inesplorato e in ultima analisi inoffensivo. E in estinzione. E dunque, viva la madonna.

Ho appena scoperto che cercando “nazicazzi” su Google, un risultato esiste, oltre a una piccola serie di false friends. Ma se volete andare a vedere, che non lo linkerò, constaterete che non ha nulla a che spartire col mio ricordo.

(chiuso flashback, si osserva un attimo le scarpe con fare meditativo, si alza di scatto dalla sedia, si allontana senza salutare, senza pagare)

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(ovvero: appunti per una fantasia post apocalittica concepita nel momento del bisogno)

L’epifania dura un attimo, brevissima e lancinante. E ovviamente è sempre tardiva. E’. Finita. La. Carta. Igienica. E io qui, ignaro, sospinto dall’urgenza, ho dato troppe cose per scontate. A volte basta un grido d’aiuto, e qualcuno apre la porta lo stretto necessario per lasciar filtrare una mano, lasciar cadere un rotolo, un modello di empatia e rispetto della privacy. Ma non oggi. Prendo tempo. Cazzo. Mi sbaglio se dico che questo è un universale dell’esperienza umana? Se dico che da qui ci siamo passati tutti? Anche gli stitici (nel qual caso abbiamo un’illustrazione impareggiabile della frase fatta “il danno e la beffa”)?

Che ne sarebbe di noi se questa sensazione di improvvisa precarietà non fosse soltanto la conseguenza di un piccolo lapsus, se in altre parole non fossimo solo tu, io o il Geom. Rossi a finire la carta igienica in un dato momento, se questo piccolo contrattempo, universale ma nella pratica individuale, diventasse problema simultaneo del genere umano tutto? Come cambieremmo di fronte alla constatazione che qui, improvvisamente, i rotoli stanno a zero? Useremmo altri supporti cartacei e buonanotte al secchio? Ci puliremmo il culo con le notizie vecchie che adesso usiamo per incartare il pesce? I fazzoletti da naso, violentemente ricontestualizzati, la carta assorbente da cucina? Racconta la leggenda che uno dei fattori del crollo del blocco socialista sia stata l’esasperazione della gente per l’insensata ruvidezza della carta igienica: non è un problema da poco, un sedere irritato è più propenso all’insubordinazione. Ma troppe domande già rimangono senza risposta: perché dovrebbe finire la carta igienica e non quella stampata? Quali fattori potrebbero determinare quest’estinzione selettiva? Perché questo sì e quello no? Boh. E cosa faremmo, tornerebbe l’uomo a pulirsi come prima (cercare informazioni su Google), a utilizzare le foglie degli alberi, di zucca, bietola o di vite? Ma se non c’è più la carta come possono continuare a esistere incuranti gli alberi? E la carta riciclata? Forse un futuro remoto che nel suo cammino regressivo ha perso coscienza della tecnologia di fabbricazione. Magari a seguito del divieto di un governo totalitario di stampo ecofondamentalista. Un nuovo medioevo, già vecchio come il cucco, con tutti quelli che sono già stati immaginati e descritti. Ma quali scenari potrebbero portare all’affermazione di siffatto governo?

E i cessi? che ne sarà di loro? Si separeranno dalle case dove oggi stanno? Si sradicheranno dai pavimenti nel vorticare ultimo e supremo dei loro sciacquoni, improvvisamente centrifughi? Come uno scisma spaventoso? No, sticazzi, troppi problemi di fisica spicciola, se mi chiedessero di definire, anche in un momento meno scomodo di questo, la Forza di Coriolis, mi ritirerei in battute pietose tipo non ne ho idea, ma quella di Braccio di Ferro deriva dagli spinaci. Ma per amor d’ipotesi, come proseguirebbe la storia? Nelle nuove ferite che separeranno le case della gente dai loro ex gabinetti tornerà a prosperare la natura selvatica? Là dove c’era una città, di nuovo l’erba? “Quando ero bambina abitavo in campagna, e il bagno era fuori. Andavo a fare pipì di notte, il buio più totale, ma si vedevano benissimo le stelle, d’estate i grilli, d’inverno un freddo che mai”.

E poi il ricordo, il ricordo. Dopo varie generazioni, con o senza gli alberi, con o senza la tecnologia della stampa, con o senza i gabinetti esterni, riusciremmo a rievocare la carta igienica, il concetto stesso, l’idea platonica? Dal ricordo immacolato, pieno di nostalgia, delle primissime generazioni, a un concetto nebuloso, intaccato da lacune sempre più estese, fino all’oblio più completo. Tendiamo a rimuovere che ogni singolo artefatto che ci agevola l’esistenza è frutto di un’invenzione e che pertanto, simmetricamente, a un certo punto può scomparire. Anche l’uomo è stato inventato. Evidentemente, in quel momento, esisteva già il fango, che ne fu materia prima. Amo i riferimenti biblici un tanto al chilo, anche nella mia totale laicità ci trovo un tocco sottilmente nobilitante.

Ma sto divagando. E’ ora di affrontare la realtà. In questo momento, io ho un problema, e avrei bisogno di un colpo di genio. Devo assolutamente riuscire a sfangarla. Poi, appena ce la faccio, scendo al super e compro la confezione da trentadue rotoli. Buoni propositi, buoni propositi.

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Ora che il Movimento 5 Stelle è riuscito a imporre i primi sindaci della sua breve storia, dopo i consiglieri regionali dello scorso anno, il dibattito sempre più esacerbato sulle forme e i contenuti della sua proposta politica può finalmente entrare in una fase nuova. Sarebbe consigliabile evitare i pregiudizi e cercare di valutare serenamente l’operato dei nuovissimi amministratori e le contraddizioni e ambiguità che il movimento si porta dietro dalla nascita. Nessuno spulcerà gli archivi di questo blog per cogliermi in castagna, ma l’unico fugace riferimento a Grillo su queste colonne, risalente a circa un anno fa, non aveva un tono esattamente conciliante. Peraltro, da allora non ho cambiato opinione. I suoi proclami, documentatissimi e finanche preveggenti nelle accuse ma ormai sempre più improntati a un millenarismo che prevedibilmente non contempla diritto di replica, continuano a suscitarmi insofferenza. Al Movimento, nonostante tutto, guardo con curiosità e mi sono trovato più di una volta a chiedermi come potrebbe evolvere la dialettica imperfetta e sbilanciata tra gli attivisti, che sono poi quelli che agiscono nello specifico dei vari territori, e l’ingombrante, a volte imbarazzante, figura del loro ispiratore. Alcuni dei caposaldi del partito –perché di partito si tratta, nonostante tutto-, come il rifiuto categorico dei rimborsi elettorali o l’idea di “politico di leva” mi sembrano risposte interessanti alle presenti degenerazioni della cosiddetta casta – termine che non mi ha mai entusiasmato- e potrebbero avere un peso reale nella definizione di un approccio alla cosa pubblica finalmente liberato dalle forme più cancrenose di partitocrazia e professionalizzazione della politica. Il programma poi, insiste in maniera salutare su temi chiave come l’ecosostenibilità, che nell’arco istituzionale italiano, SEL a parte, sono pietosamente assenti, come se la parola “ecologia” fosse tuttora un neologismo di futuro incerto coniato per designare un’effimera moda culturale. Riconosciuti i meriti, resta però il problema ineliminabile del linguaggio di Grillo, della sua aggressività viscerale, dell’insulto come moneta corrente, della sua irriducibilità al dialogo, che finisce per oscurare contenuti spesso condivisibili. Michele Serra, che di Grillo fu autore dei testi per anni, in una recentissima Amaca mette a fuoco i termini della questione con la consueta economia espressiva, auspicando un progressivo distanziamento del movimento dal suo leader carismatico, se non altro in termini di scelte retoriche. In un’altra Amaca, in perfetta continuità col pezzo più recente, parlando della retorica leghista, Serra afferma che un linguaggio nefasto finisce per intorbidare anche le idee più limpide. Il velenoso messianismo di Grillo, ora percepito da molti come salutare espressione di una troppo a lungo repressa ira dei giusti, e prevedibile bersaglio degli strali dei “partiti tradizionali” che, tanto per usare un tecnicismo, si cagano addosso, è stata una delle forze agglutinanti del movimento fin dai tempi dei primi meet-up. Non potrebbe diventare gradualmente una zavorra, ora che la pratica iperrealista dell’amministrazione locale metterà il movimento di fronte a sfide nuove, come finalmente una relazione abituale con altri soggetti politici? Il mio timore è che il manicheismo che ispira la visione del genovese possa pregiudicare sul nascere un’esperienza politica potenzialmente molto feconda. Ma è ipotizzabile un M5S svincolato da Grillo? Questa intervista pubblicata dal Fatto Quotidiano a Carlo Von LinX del Piratenpartei tedesco, riassume in una sola risposta tutti i limiti di trasparenza e democrazia interna del movimento grillino, il cui nome e logo sono esclusiva proprietà di colui che a più riprese ha sdegnosamente declinato il titolo di leader.  Interessante in questo senso anche quest’altro articolo, ancora a firma di Federico Mello, anteriore all’intervista, declinato sull’asse affinità-divergenze tra il M5S e il Piratenpartei.

Sono dunque parzialmente scettico sulle prospettive future del movimento, ma d’altra parte non vorrei assecondare il gioco di chi, per proprio tornaconto, aspetta al varco gli homines novi grillini, prontissimo a crocifiggerli alla loro inevitabile inesperienza nell’amministrazione della cosa pubblica. Da quanti anni, per esempio, troppi elettori di sinistra concedono ultimi appelli alle errabonde spoglie dell’ex PCI senza neppure ricevere il proverbiale contentino di sentirsi dire qualcosa di sinistra? Lasciamo quindi che sia il tempo a giudicare, tenendo presente che, quali che siano i risultati, saranno quasi sicuramente preferibili all’ennesima rifrittura di un Rutelli o al lobbysmo spinto del quasi defunto PdL. Chissà che non ne esca qualcosa di nuovo nonostante il detentore unico del marchio.

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