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Archive for giugno 2012

Proprio stamattina, che ho in testa un nido di passeri squassato dalla tempesta, la porta della sua stanza sembra non volersi aprire. Suppongo si tratti dell’energumeno che ho incrociato mentre andavo a pisciare e che mi ha fatto temere per l’incolumità della sua figura esile e minuta. Sono cose che capitano e sono pure contento per lei, ma mi sto annoiando.

Normalmente la trovo in cucina, di spalle al mondo, mentre contempla con dedizione l’ebollizione del latte o del caffè. Con lo scorrere delle mattinate, indirizzate sempre più fredde verso un inverno di neve, ha perfezionato una maniera di salutarmi sufficientemente espressiva da instaurare una comunicazione senza però interrompere lo studio scientifico della colazione in divenire. Io, da parte mia ho imparato a non interferire col suo quotidiano esperimento e restituisco il saluto in un soffio, mentre prelevo i biscotti dalla credenza. Ormai so che in cucina le vedrò soltanto la nuca. I nostri sguardi si incrociano solo a tavola. E’ lì che cominciamo a parlare, visto che ci siamo già salutati.

Intorno a noi, a colazione, si è creato un ecosistema di perfetta solitudine. Gli orari degli altri, tra chi esce all’alba e chi dorme della grossa perché ha fatto la notte, regalano all’appartamento una calma placida di cui siamo gli unici testimoni. Non dobbiamo neppure litigare per la doccia perché lei entra al lavoro mezz’ora dopo. Si sveglia prima perché le piace farsi la rassegna stampa su Internet prima di uscire. Io, fossi in lei, cazzo, dormirei. Mi lascerei da solo. Invece lei, alla fine, mi fa compagnia quasi tutte le mattine da qualche mese. E quando esco dalla doccia mi regala anche qualche notizia fresca.

E allora, parliamo. Lei estrae argomenti. Può essere per esempio la seconda stagione di una serie che non ho neanche sentito nominare e di cui all’improvviso mi trovo a apprendere convulse porzioni di trama in medias res. Se solo potessi ricordare le sue concitate indicazioni, sicuramente ci farei bella figura coi miei amici leggermente nerd. A inizio mese, normalmente, parliamo soprattutto dei fondi neri che sotto forma di affitto stanziamo al signor Stefani, che li usa per finanziare estemporanei, meravigliosi finesettimana nelle più belle città europee, comprando con poco preavviso biglietti aerei dalle solite due o tre compagnie a basso costo. Per ragioni che siamo riusciti a ricondurre unicamente a una mescola grezza di arroganza e sottile sadismo, ‘sto stronzo ci manda pure le cartoline. A noi, i suoi affittuari. E scrive soltanto “Saluti”. L’odio per il nostro aguzzino è un tema elettrizzante, ma dobbiamo osservare moderazione, sennò ci va il sangue in fiele. E’ importante non uscire di casa incazzati, tanto fuori troverai sempre moltiplicatori d’ira ad ogni angolo di strada. Gli ingorghi, per esempio. Questo dice lei. A volte mi chiede come va con Nostra Signora della Nevrastenia, ma è un altro argomento che la mattina sarebbe meglio evitare. Quando si ferma a dormire qui, evito scientemente di fare colazione in tre.

 Una delle prime mattine, osservando i miei capelli -una collezione disarmonica di ciuffi casuali- con lo stesso piglio scientifico che riserva alla colazione, ha cominciato a raccontarmi il sogno che secondo lei avrebbe potuto determinare il casino appollaiato sulla mia testa. Perché per svegliarti così conciato, disse, minimo hai sognato la rivoluzione francese. Certo, quando portavo i capelli cortissimi queste cose non sarebbero potute succedere comunque. Così, ho gradualmente scoperto in lei il talento, vividissimo, dell’affabulazione. Lei si rifugia nella deformazione professionale, assicurandomi che scrivere contenuti per siti internet è la prima linea della scrittura coatta, specie quel biennio abbondante in cui lo stipendio le derivava dalle fiorite e trepidanti descrizioni di agriturismi per una pagina di turismo rurale. I sogni, mi ha detto una volta, sono argilla nelle nostre mani. E dopo tutto il letame degli agriturismi… 

E poi, il caso vuole che a pochi civici da casa ci sia una parrucchiera per signora. Stella, dal nome della titolare. Ci passo sempre davanti, mentre vado alla fermata, quando facciamo rifornimento dal pachistano, sempre. Potrei evitarla soltanto paracadutandomi dall’alto. Ogni volta che mi sveglio spettinato, lei ripete che dovrei offrirmi come volontario, per il beneficio della tricologia e della balistica, finanche. Io le faccio presente con gentilezza che la signora Stella non tosa i maschietti, e lei mi risponde che sotto il profilo scientifico si tratta di un dettaglio irrilevante, che mica devo farmi la permanente. Una notte, tornando da un concerto, lei si ferma a guardare l’insegna e mi dice, Oh, ma se le proponessimo di cambiare nome? Tipo “Le acconciature dei tuoi sogni”? Poi le mandiamo una foto tua alle otto di mattina…

Ovviamente molte notti, la maggior parte, trascorrono senza storia, ma quando i miei capelli ci lanciano il giusto segnale, lei mi racconta quello che avrei potuto sognare. A volte si affida alle mie ricostruzioni, immediatamente sfumate e lacunose, ma nella maggior parte dei casi inventa di sana pianta, setacciando con gli occhi la stanza che ci accoglie, risaputa, alla ricerca di dettagli manipolabili. Io, mio malgrado, in prossimità del risveglio, rimuovo tutto molto in fretta. Curiosamente, i suoi racconti improvvisati, tendono a sparire dalla mia memoria cosciente con la stessa velocità dei sogni, o presunti tali, che mi hanno spettinato, come se il coprifuoco onirico non fosse ancora terminato. Quando scendo in strada, le sue parole sono già incamminate verso la rimozione, ma proprio come accade per certi sogni, ne resta per tutto il giorno un’impronta flebile, una specie di direzione che potrei seguire a occhi chiusi. Un’atmosfera respirabile, direi, e ho sempre l’impressione di guadagnarci nel cambio. Questo talento per l’oblio mattutino, che mi ha fatto irrazionalmente desiderare che ogni delusione e dolore futuri si posizionino spontaneamente tra le 7.30 e le 9.00 AM, mi è valso anche un alterego, il famoso mnemonista russo Peshirossov, accento sulla I. Sulle prime, la battuta, non l’avevo manco capita, e sono stato a guardarla con tangibile perplessità per quei dieci secondi buoni. Lei mi ha sorriso e ha detto solo, Dai, il contrario degli elefanti. Strana logica.

Colazione finita. Porta ancora chiusa. Potrei scattarmi una foto col cellulare, per tramandare i capelli alla posterità e mostrarglieli stasera, ma sarebbe pedante. Potrei scattarmi una foto e portarla alla parrucchiera Stella, che tanto ci passerei comunque. Ma credo che non farò un tubo. Qualunque cosa faccia, probabilmente stasera me ne sarei scordato o ne conserverei soltanto un vago sentore. Tanto vale non sbilanciarsi e uscire con calma dalla zona risveglio. Speriamo che oggi al lavoro sia una giornata tosta, dai.

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