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Archive for luglio 2012

(Este pequeño casi-monólogo nació como improvisación en una de las “Poetry Slams” que se celebran una vez al mes en el histórico Bar Pastis, en el barrio del Raval, en Barcelona. Esto es cosa reciente, fue la noche del 30/07/2012. En la guitarra y como “segunda voz”  me acompañaba Peter Fish, uno de los dos animadores de la velada, mientras el otro, Steven Fifty, estaba grabándolo todo con el móvil, por si salía algo. A partir de la grabación transcribí el texto y lo modifiqué bastante, con tal de eliminar repeticiones o desarrollar metáforas e ideas apenas esbozadas en el momento. Aquí podéis encontrar la grabación por si os apetece escucharla. Ésta en cambio es la noticia que contribuyó a ocasionarme estas reflexiones. Gracias como siempre al Pinche Wey por la valiosa revisión)

CHINOTTOREBEL: Estaba comentando el otro día con el señor de aquí (indica a Steven Fifty) que según cálculos de la “Plataforma de Afectados por la Hipoteca”, desde que empezó la crisis en 2008, en España, unas 400.000 familias se vieron afectadas, es decir que 400.000 familias han sido desahuciadas. Lo cual significa, en un lenguaje más plano, más entendedor, más de cada día, que han sido echadas de sus casas a patadas en el culo.

Y bueno, resulta, según estadísticas de la misma plataforma, que por ejemplo, la mayoría de estos hipotecados no tenía curro pero sí tenía hijos… pues mira, esa palabra “proletario”, que creíamos que ya había sido entregada a la historia de los conceptos, de repente, en los años diez del siglo veintiuno vuelve a tener algo de actualidad, de una manera que no hubiésemos podido anticipar. Pero ahora ya no quiero hablar de la gente, porque al final la peña nos tiene un poco podridos, estos dramas humanos, esto de no saber dónde dormir, dormir bajo un puente, como quien dice … a la larga tanta tragedia hasta puede cansar.

Hoy me quiero preocupar por la otra faceta del asunto, es decir, la mismísima hipoteca. La hipoteca, amigos: ¿qué siente una hipoteca?, ¿qué se siente ser una hipoteca? ¿Cuáles son los sentimientos de una hipoteca? ¿Tiene sentimientos una hipoteca? ¿Me sabéis contestar?

PETER FISH: Tampoco tiene que ser bonito, ¿no?

CHINOTTOREBEL: Sí, debe de ser difícil. Pero bueno. Ahora, no me he repasado la etimología de la palabra, pero en griego antiguo “hipo” quiere decir “abajo”, “debajo”, pues sugiere como la idea de algo bajo… un yugo, por ejemplo… sometido a una condición, digamos… hipotálamo, hipotenusa, hipopótamo… no bueno, la última es una falsa etimología no me hagáis caso.

Y entonces, una hipoteca… tras desahuciar a la gente lo único que quiere  es quedarse sola un tiempo con su potencialidad especulativa, antes de volver a vincularse a otros. Pero, ¿qué es de por sí una hipoteca sola? Es muy poco, nada más una trampa puntual… porque la hipoteca, para llegar a ser algo, necesita juntarse con sus parejos, es decir con otras hipotecas. Y muchas hipotecas juntas, allá vamos por fin, ¿qué hacen? Una hiperteca.

Pues, ¿qué es una hiperteca? Es un superorganismo, como… como los insectos, ¿no? Donde muchos seres más pequeños se comportan precisamente como si fueran partes de un conjunto, de una única entidad. Precisamente eso, la hiperteca es un ser enorme hecho de casas vacías, como una inmensa colmena justamente, un superorganismo aparentemente inanimado expulsando a las abejas, escupiendo a los desahuciados, porque todos estos insectos estorbarían su hueca plenitud.

Y yo creo que se siente la mar de bien, así de vacía, estupendamente vacía, porque a veces, pues, lo que muchos queremos y llevamos a la práctica en nuestra vidas cotidianas, al fin y al cabo, es anularnos, nos echamos a la nada deseando únicamente que nos reciba, y bueno,  es exactamente lo que hace la hiperteca.  La hiperteca, al final, lo que quiere conseguir de una puta vez es dejar de sentir, tener un descanso.

Pero lo que tal vez no ha entendido es que así, juntándose todas las casas de todos los desahuciados de este país, lo que acabará habiendo sólo será un desierto edificado. Y cada vez que alguien, uno cualquiera de los desahuciados pasando por ahí dé un grito, aunque sea para llamarle a fulano al otro lado de la acera, éste va a retumbar, se va a desdoblar, miles y miles y miles de veces. ¿Os imagináis qué podría llegar a pasar si todos gritaran juntos?

Cada grito y cada eco un estremecimiento en el laberinto vacío de sus incontables habitaciones, un paso más lejos del anhelado silencio, y un grito, un grito, otro, un susurro, un estornudo, un silbido… Jamás, jamás, alcanzaría a dejar de sentir. Pero no se podría derribar sola. Y se quedaría allí, inútil, en su desgarrada solidez.

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C’è una sottile contraddizione interna nel celebrare gli anniversari di dischi come questo, che sono una pars destruens senza il minimo accenno di costruens, e dove quindi la parte diventa tutto, dischi che sono nati per dipingere a forza di scudisciate scenari di pura terra bruciata. Ma tant’è, non sto inaugurando un monumento e nel frattempo la Earache ha già fatto uscire l’inevitabile special anniversary edition, per lucrarci sopra un altro po’. Inoltre, per quanto Wikipedia assicuri che “Scum” è arrivato nei negozi di dischi esattamente nel luglio del 1987, non sono riuscito a determinare la data esatta, quindi trattasi di un anniversario leggermente discrezionale e aleatorio. E poi, benvenuti i cazzi miei, quest’album mi ha manomesso l’adolescenza e gliene sono tuttora grato. Io amo i Napalm Death.

“Scum” è universalmente riconosciuto come primo disco grindcore (o semplicemente grind) della storia. La definizione del genere costituì una sorta di punto d’arrivo nella rincorsa alla brutalità assoluta che per tutti gli anni ottanta avevano mosso da direzioni parzialmente divergenti l’heavy metal e il punk-hardcore. Il grindcore si presentò da subito come espressione limite di efferatezza e parossismo sonori. Brani di una manciata di secondi e struttura conseguentemente ridotta all’osso, chitarre e basso pesantemente distorti e con accordature molto più basse della norma, e soprattutto tempi di batteria spesso così veloci da mandare in frantumi le più elementari convenzioni ritmiche. Furono i Napalm Death a coniare il termine blast beat, per definire una tecnica che era già stata marginalmente sperimentata da altri gruppi, soprattutto di area hardcore punk, e fu Mick Harris, all’epoca batterista della band a codificarne definitivamente le forme e a associarle indissolubilmente al nascente genere. Tra i solchi di “Scum” (soprattutto la seconda facciata come vedremo più avanti) andò definendosi anche il caratteristico stile vocale associato al grind, giocato sull’alternanza tra voce gutturale bassa e fognaria, affine al growl del death metal, e urla altissime e stridenti (i cosiddetti shrieks), combinazione che rendeva pressoché incomprensibili i brevissimi testi, all’insegna di una critica sociale feroce. Il risultato, viscerale e straniante in pari misura, lucidissimo nel suo smantellamento nichilista della grammatica del suono estremo, non mancò di suscitare reazioni interdette. Una vasta schiera di epigoni contribuirà poi alla definitiva codificazione del genere, che fatto salvo un nutrito gruppetto di belle eccezioni, approderà presto a uno stanco manierismo. Ma qui e ora, ciò non interessa.

La storia di “Scum” e dei suoi ventotto brani per trentatre minuti di durata è indissolubilmente legata ai vorticosi cambi di formazione che ne segnarono la genesi. Senza dilungarsi sulle innumerevoli, spesso fugacissime, line-up che precedettero l’approdo discografico ufficiale, vale la pena ricordare che il disco stesso è frutto disarmonico di due sessioni diverse (registrate a distanza di mesi anche se nel medesimo studio, il Rich Bitch di Birmingham, città natale della band) e di due formazioni che in comune, oltre al nome, avevano solo il batterista, il già citato Mick Harris, l’uomo dei blast beat, fatto significativo data l’importanza capitale della batteria nell’economia del suono grind. Il lato A fu registrato nell’agosto 1986, e inizialmente pensato per apparire in uno split, da un trio formato oltre che da Harris da Nick Bullen (AKA Nick Napalm), voce, basso e membro fondatore della band e Justin Broadrick alla chitarra. Il lato B, registrato due mesi prima dell’uscita, vedeva alla voce Lee Dorrian, alla chitarra Bill Steer e al basso Jim Whitley.

Il risultato di questi assestamenti non suona particolarmente disomogeneo, anche se tra una facciata e l’altra è chiaramente percepibile uno scarto compositivo oltre che cronologico, la definizione in tempo reale di un  nuovo linguaggio sonoro. Si passa così dalle durate mediamente più estese e dalle ancora riconoscibili influenze hardcore-punk del lato A (in primo luogo Siege e Discharge) all’estremizzazione e stilizzazione del lato B, dove i blast beat non sono più parentesi all’interno di brani più articolati (“Instinct of survival”, la stessa “Scum” entrambe sopra i due minuti) ma la vera e propria spina dorsale delle composizioni (si veda il micidiale uno-due “Negative approach”“Success?” ) e dove appare per la prima volta il caratteristico dualismo vocale al quale facevo riferimento più sopra.

Le due line-up di “Scum” sono una sorta di piccola enciclopedia della musica estrema, una serie di nomi che ha poi dato contributi fondamentali alla definizione di vari stili “di confine” tra metal, punk, industrial, dub e elettronica, segno che l’intuizione che portò al grindcore era frutto di uno slancio creativo ben superiore a una meccanica accelerazione dei tempi e inasprimento delle voci a partire da un canovaccio genericamente hardcore-punk-metal. Senza entrare in dettaglio, anche se ne sarebbe valsa la pena, i musicisti di “Scum” hanno poi legato il loro nome a band e progetti quali Scorn, Godflesh, Jesu, Cathedral, Carcass e Doom tra gli altri, fatto che testimonia la straordinaria vitalità di una generazione intera di musicisti inglesi legati all’undergound.

Curiosamente, nessuno dei membri dell’odierna line-up dei Napalm Death, che a ogni buon conto è sostanzialmente stabile da circa vent’anni, prese parte alle registrazioni del primo disco, anche se vari pezzi di “Scum” fanno parte dell’abituale live-set della band. I dibattiti sulla legittimità di questo stato di cose che alcuni fan della primissima ora portano avanti sui commenti di Youtube mi lasciano piuttosto indifferente. La longevità dell’attuale formazione, la buona qualità pressoché costante della produzione discografica successiva e non ultima la devastante resa live di quei vecchi classici, per quanto mi riguarda, chiude sul nascere ogni discussione. Il ringhio inconfondibile e la presenza scenica di “Barney” Greenway, sostituto di Dorrian, hanno comunque fatto la storia della band anche se non ne hanno scritto i primissimi, fondamentali capitoli. Il resto sconfina nella menata.

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Credo che abbiate saputo in giro che la Spagna ha vinto, di nuovo, l’Europeo di calcio. Mentre la tele restituiva immagini di delirio a Madrid, condite dai soliti commenti esuberanti che sono cifra stilistica del giornalismo sportivo iberico, a Barcellona, come sempre poca cosa. Non era neanche stato allestito un maxischermo. Entusiasmo sì, ma molto contenuto. Un’atmosfera sottilmente ambigua che, con i distinguo del caso, aveva accompagnato anche i due precedenti trionfi della nazionale. Di questo vorrei parlare, saltellando tra giuoco del pallone e politica facendo ben attenzione a non inciampare.

La questione nazionale catalana non ha mai avuto la drammatica visibilità di quella basca. La lotta armata, che pure è esistita, ha avuto durata e dimensioni decisamente circoscritte rispetto ai Paesi Baschi e i suoi militanti, dopo la rinuncia al conflitto, sono confluiti senza eccessivi traumi nell’alveo dell’indipendentismo “istituzionale”, per così dire, rappresentato da Esquerra Republicana (“Sinistra Repubblicana”), partito che in anni recenti ha anche preso parte a alcune esperienze di governo “regionale” (in Spagna le cosiddette autonomie comunità autonome hanno margini di governo significativamente più ampi delle nostre regioni). Ma il catalanismo, che molti immigrati italiani con un’associazione di idee tanto spontanea quanto erronea, sovrappongono spesso al leghismo, è un sentire complesso, che con sfumature diverse attraversa tutto lo spettro politico catalano, dalla destra neoliberale alla sinistra marxista.  A livello di opinione pubblica internazionale però, la risonanza del nazionalismo catalano è pressoché nulla e la Spagna tende a essere percepita, fatta salva la già menzionata eccezione basca, come una realtà tendenzialmente unitaria.

La vita quotidiana a Barcellona, anche se la lingua veicolare è tendenzialmente lo spagnolo, è costellata di prove che smentiscono immediatamente questa lettura: l’onnipresenza del catalano nell’amministrazione pubblica, bandiere catalane alle finestre anche senza ricorrenze da celebrare, manifestini indipendentisti su ogni muro, adesivi contro l’uso dello spagnolo nelle pubblicità di grandi aziende multinazionali, scritte sui muri tra l’assertivo e l’apertamente ingiurioso. Quando arrivai a Barcellona, alla fermata metro sotto casa, nel grafico esplicativo delle fermate, qualcuno aveva tirato una riga sopra “Espanya” con un pennarellone nero. Per non saper né leggere né scrivere, colsi immediatamente l’antifona. Insomma, qui c’è una fetta di popolazione consistente, o se non altro molto rumorosa, che ci tiene a far sapere che Catalonia is not Spain, slogan tradotto in inglese per informazione degli ignari turisti che gremiscono il centro città.

Curiosamente ma neanche tanto, il centro, dove in alta stagione gli indigeni sono presenti solo in percentuali volatili, è un confuso guazzabuglio di simboli spagnoli un tanto al chilo, trappole per gonzi, paelle, sangrie e varie altre cosette chiassosamente estranee all’immagine canonica della cultura locale. Questo sì, le magliette del Barcellona, più o meno taroccate sono assolutamente ovunque, indossate indistintamente dal catalano, dal turista, dall’immigrato. Gli unici festeggiamenti veramente moltitudinari sono quelli per le frequentissime vittorie del Barça, che riesce nella non facile impresa di essere simbolo per i locali e marchio per i turisti (con buona pace dei tifosi dell’Espanyol, la cui presenza in città è praticamente impercettibile).

Il calcio, nonostante molte anime belle ricordino a ogni piè sospinto che non bisognerebbe mescolare sport e politica (raccomandazione ampiamente disattesa…), è una delle più efficaci cartine di tornasole delle tensioni e contraddizioni della società catalana. Senza scivolare in pericolose generalizzazioni o strumentalizzazioni, e ricordando appunto che esistono anche tifosi di altre squadre e un sacco di gente che non segue il pallone nel suo incessante rotolare, il Barça riempie le strade perché la gente lo sente suo, rappresentativo dell’identità della città e della regione, cosa che non succede con la nazionale spagnola, nonostante l’abbondanza di giocatori blaugrana tra le file della Roja  e la sostanziale somiglianza del modulo di gioco. In Spagna la nazionale, al contrario che da noi, non è una colla a presa rapida capace di unire il paese a prescindere dalle sue tensioni e problemi reali, proprio perché parte di questi problemi sono di carattere identitario e non è forse scorretto affermare che la retorica trionfalista che circonda la selección è percepita da molti catalani, non soltanto dagli indipendentisti, come una fastidiosa semplificazione e un appiattimento della loro specificità culturale. Due anni fa, alla vigilia della vittoriosa finale mondiale contro l’Olanda, le strade di Barcellona furono occupate da un milione di persone che protestavano contro una sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo che bocciava vari articoli dello Statuto di Autonomia catalano del 2006, tra cui quello che definiva il popolo catalano una nazione dotata di lingua e cultura proprie. Si trattò di una coincidenza, ma estremamente simbolica.

E quindi, quasi assenti i catalani, tra indifferenti, insofferenti e perplessi, a scendere in strada o a fare casino sono soprattutto gli altri: spagnoli residenti a Barcellona che festeggiano la nazionale in modo non molto diverso da come potrebbe fare un italiano qualsiasi, una vergognosa minoranza di fascisti sui quali preferisco sorvolare, e, in meraviglioso contrappasso, gli immigrati africani e asiatici, che sono soliti riservare lo stesso calore anche al Barça e che cercano nel calcio una parziale identificazione con la loro patria adottiva, in assenza di strumenti, anche solo meramente linguistici, per poter cogliere la frammentarietà e la contradditorietà della situazione. Mancano all’appello i turisti, domenica agghindati con orripilanti cappelli da cowboy coi colori della bandiera spagnola, che partecipano all’ambaradan per ragioni non dissimili da quelle degli immigrati solo, prevedibilmente, in modo molto più superficiale e prêt-à-porter.

Per tutti questi motivi, domenica sera la Rambla era un luogo abbastanza mesto, straniante. Mezza vuota nonostante l’afflusso di tifosi più o meno improvvisati, canti e petardi rimbombavano nell’aria sgonfia della notte quasi per contratto. Capitato lì di rimbalzo  -avevo guardato la finale fuori città a casa di amici- osservavo i turisti italiani sconsolati, avvolti nei loro tricolori ammainati e mi chiedevo che effetto gli facessero quelle strade mezze vuote, se dopo un risultato del genere si aspettassero un’esultanza così limitata. Nel 2010, va detto, la festa era stata più animata, ma comunque nulla di paragonabile al caos che investe lo stivale in circostanze analoghe.

A quel punto, improvvisamente memore del pronostico sballatissimo che avevo solennemente emesso nel prepartita, me ne sono tornato a casa, vergognandomi della mia scarsissima lungimiranza, di cui i quattro gol e quei quattro gatti con le bandiere erano la prova più cocente. Forse anche per questo sul Divano non ho mai scritto di calcio giocato. Siamo tutti cittì, maledizione.

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