Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for settembre 2012

I giorni del calendario nostro gregoriano sono 365, 366 ogni tanto, gli anni delle vicende umane in questa valle di lacrime tanti di più e quindi ogni singola porzioncina dell’anno porta ben concentrato su di sé il carico di un fottio di eventi, nascite, rivoluzioni, morti, varie, eventuali. E infatti, per ogni benedetta data del calendario, potete trovare su Wikipedia una sfilza di eventi che all’atto pratico è un kit per fabbricarsi in casa un perfetto Almanacco del giorno dopo: mancherebbe solo la rinascimentale sigletta, che però vi ho appena premurosamente linkato.

Ma l’Almanacco, io manco lo guardavo. Ne trovavo però un valido surrogato nelle pagine dei programmi settimanali di TV Sorrisi e Canzoni, più precisamente nel margine superiore, dove giorno per giorno, venivano stipate grossomodo le stesse informazioni ora agilmente reperibili su Wiki, tipo la data della Presa della Bastiglia o il compleanno di Gianni Morandi: tutto congiurava a forgiare nella mia giovane esistenza, non ancora in doppia cifra, una vaga approssimazione della profondità del tempo, della vastità della storia, sebbene intesa nel senso didascalico di successione di date. Poi ovviamente c’era il libro di storia che, nella sua rigida divisione in capitoli, mi faceva arrovellare sul difficile concetto di simultaneità di diversi eventi storici, diacronia e sincronia: ma questa è tutt’altra faccenda.

I giorni, dunque. Si è detto che ne abbiamo solo 365 + 1, e la loro ripetizione modulare crea in ognuno di noi un cocktail di risonanze irripetibile, strettamente personale, spesso violentemente intimo. Ad esempio, il venticinque dicembre è nato Gesù Bambino, ma anche quel vostro zio che poi è cresciuto con l’incubo di celebrare le sue stagioni in una festa comandata bella grossa, la famiglia a tavola a ingozzarsi senza remore, i regali comunque, e il legittimo quarto d’ora di celebrità personale oscurato da un’ora di messa con la chiesa gremita: poi da grande gli sono venuti i tic e le nevrosi che sappiamo. O il 25 aprile. Il 5 maggio. Il 2 giugno. O quello che volete. Ultimamente, soffre di spaventosa densità fattuale l’11 settembre, che oltretutto qui in Catalogna è festa nazionale, e pochi giorni fa ha fornito a un milione e mezzo di persone una motivazione ineguagliabile per scendere in piazza e chiedere a gran voce l’indipendenza dalla Spagna.

Una data piena di strani sottintesi personali, finalmente ci siamo arrivati,  è per me il 29 settembre. Non mi è mai capitato un cazzo di significativo, neppure un licenziamento in tronco, eppure è sempre stata una data piena di risonanze, il cui tintinnio, anno dopo anno,  sentivo avvicinarsi con una decina di giorni di preavviso, come se di occasione speciale si trattasse davvero. Quasi mai lo è stata, ma io l’ho sempre percepita come qualitativamente distinta.

Innanzitutto una nota di folclore: al paesello mio, il 29 settembre è festa del patrono, San Michele. Per tutta la scuola dell’obbligo, un giorno di festa subito dopo la ripresa delle ostilità, ma niente di che, in fondo. Andavo al pomeridiano mercatino dei ragazzi, una volta ci ho tirato su 25.000 lire sonanti vendendo cazzatine, ma per ricordi della sagra paesana vera e propria, curiosamente, devo spostarmi all’adolescenza. Dalla regia mi suggeriscono che negli anni sessanta tiravano i botti, e che l’attuale formula della festa, con tutto un fiorire di estemporanee osterie e ristorantini in ogni spazio pubblico occupabile del nostro grazioso centro storico, è andata definendosi nel corso degli anni. Avvantaggiata dalla capillarità del bere e del mangiare in tutto il ristretto perimetro del centro, la gente che converge da tutta la provincia ravennate si zavorra felice. Ma sono tanti anni che non vado, le mie cartoline sono ingiallite, le mie parole appesantite dalla nostalgia. Forse già inesatte. Sappiate comunque che esiste pure un dolce tipico, ideologicamente avverso ad ogni forma di buon senso dietologico e  che a mia sorella riesce delizioso. Anche in questo caso, i primi ricordi vividi sono inspiegabilmente tardivi, grossomodo in epoca liceale.

Poi, credo lo abbiate sospettato da subito, c’è la famosa canzone omonima (aggettivo svirgolato, ma tant’è). Quando l’ho ascoltata per la prima volta avevo nove anni, era piena estate, e Canale 5 trasmetteva Una rotonda sul mare, per i miei coetanei praticamente un corso accelerato di storia della canzonetta italiana. Il brano era interpretato da Maurizio Vandelli, che mi spiegarono essere il cantante del complesso che l’aveva portato al successo ai tempi. Mio padre me lo cantava modificando sagacemente l’incipit (Seduto in quel caffè/avevo il culo bagnato), variazione tagliata su misura per le esigenze umoristiche di un bimbo di quell’età, e io mi spanciavo dalle risa. Della canzone, comunque, mi affascinava fino alla commozione l’atmosfera malinconica, e la mia mente candida e acerba aveva meccanicamente memorizzato le parole del testo sorvolando sul disegno d’insieme, in soldoni una classica storia di corna, tutta mimetizzata tra svolazzi poetici di schietta scuola Mogol. Col trascorrere degli anni ho recuperato entrambe le versioni incise e, a fasi alterne, ho amato di più ora l’una ora l’altra. Ma, visto l’argomento del testo, trattasi di comportamento perfettamente legittimo. La versione dell’Equipe 84, pubblicata nel ’67, e all’epoca andata via come il pane, è una deliziosa e ingenua istantanea del fermento beat di quegli anni, con gli inamidatissimi inserimenti dell’annunciatore RAI a conferire al pezzo quel feeling di nuovissimo svarione psichedelico che resiste caparbiamente al trascorrere degli anni. Quella battistiana, uscita nel ’69, si fa apprezzare per la sobria classicità dell’arrangiamento, di fatto una normalizzazione, un ritorno all’ordine rispetto alle stravaganze della prima incisione, e per la voce del Lucio nazionale che, insomma, al buon Vandelli gli dà una pista. Ma se davvero dovessi sceglierne una e una sola, morirei d’indecisione come l’asino di Buridano. Alcuni anni dopo il primo ascolto infantile, già sui banchi liceali, ogni 29 settembre presi l’abitudine di commemorare la canzone insieme a un compagno di classe, cantandone il testo o imitando la voce dello speaker. La pittoresca usanza è sopravvissuta all’esame di maturità e alla lontananza geografica, e ogni successivo 29 settembre è stato poi adeguatamente ricordato via nuove tecnologie, sms, mail o chat a seconda delle circostanze. Per quest’anno, spero che il presente post possa servire a salvaguardare la tradizione.

Poi il 29 settembre è pure il compleanno di Silvio Berlusconi. Venni a saperlo tardivamente, ma la nefasta notizia non modificò più di tanto gli equilibri esistenti nel mio cervello. Al paese, durante gli interminabili anni del Berlusconi Bis, la ricorrenza poteva essere, a spalare, il movente di un’ingiuria appositamente architettata, un canchero infiocchettato che si andava a sommare agli innumerevoli che, indefessi, gli dedicavamo in formato standard per tutto l’anno solare. E poi insomma, eravamo già impegnati con la festa del patrono, che non ci si rompesse più di tanto i maroni con quel boia. Quando Berlusconi vinse le elezioni del 2008 stavo già in Spagna, e leggere sulla stampa italiana riferimenti al compleanno del Pres.delCons., sia sotto forma di sapida frecciatina che di leccata di culo dei media di famiglia, mi trasmetteva la penosa sensazione che il mio paese stesse vivendo la recrudescenza di una monarchia non autorizzata. Oggi come oggi, nel 2012 è ancora troppo presto per dire se i nostri 29 settembre futuri si siano definitivamente  deberlusconizzati. Farebbe piacere poterlo gridare a squarciagola, ma non dire gatto…

Il 29 settembre è pure il compleanno di Pierluigi Bersani, me lo ha ricordato poco fa mio padre al telefono. In tutta franchezza, tendo a dimenticarmene, come pure mi succede per il partito di cui Bersani è segretario, e volendo esagerare l’importanza di questa coincidenza, posso spingermi a dire che mi sembra unicamente una prova astrologica dell’inconsistenza del bipolarismo italiano e della sua congenita incapacità di garantire una credibile alternanza e/o alternativa.

Per aggiungere altra legna al fuoco, il 29 settembre di due anni fa, quando questo cumulo autocostruito di suggestioni era già ampiamente consolidato, la Spagna celebrò uno sciopero generale che molti percepirono come la prima pietra sulla tomba del governo Zapatero, riconfermato due anni prima per un secondo mandato. La crisi si stava inasprendo imperterrita e lo sciopero fu una specie di sconfessione ufficiale e definitiva di ZP da parte di una bella fetta del suo elettorato. Io partecipai insieme a una colonna di connazionali, felice di rinunciare a un giorno di stipendio per poter esercitare il mio diritto di sciopero. Quando appena un anno e mezzo dopo, il 29 marzo 2012, fu convocato un altro sciopero generale, era prevedibilmente cambiato il governo e io scesi in strada da disoccupato. Sospiro sconsolato.

Oggi, 29 settembre 2012, un’ondata di maltempo ha mietuto vittime in varie parti della Spagna, decretando crudelmente la fine dell’estate. A Madrid migliaia di persone hanno nuovamente occupato i dintorni del parlamento per chiedere le dimissioni del governo Rajoy e protestare contro la brutale repressione subita dai manifestanti per mano della polizia appena quattro giorni prima. Al paesello, invece  tutto bene, strade affollatissime, a quanto pare, ma i motivi sono ben più futili e gradevoli. Io a Barcellona ho trascorso una giornata insulsa aspettando invano che spiovesse, anestetizzato da una pigrizia esemplare, e ora sto vanamente cercando una manciata di parole azzeccate per chiudere in bellezza quest’incongruente zigzagare nei labili confini della mia geografia personale. E’ da quando esiste il Divano Marziano che volevo scrivere questo post, e ora che finalmente ci sono riuscito, non trovo una conclusione adeguata. Forse non esiste nemmeno. Forse mi conviene fingere di lasciare il post aperto a futuri aggiornamenti e chiudere baracca così, saltando cautamente da un punto di sospensione all’altro…

Annunci

Read Full Post »