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Archive for novembre 2012

Mercoledì scorso 14 novembre è stato giorno di sciopero generale in tutta l’area dei cosiddetti PIGS. Non mi prenderò ora la responsabilità di parlare dell’italia: in Spagna si è trattato di una replica a stretto giro della serrata del 29 marzo, in risposta a una china discendente che sembra impossibile capovolgere e a un confronto sociale sempre più aspro, aggravato in Catalogna da tensioni separatiste che troveranno probabile sfogo nelle imminenti elezioni regionali del 25 novembre. Questo post non vuole essere una cronaca della giornata barcellonese anche se un paio di scorci dal vero finirò per abbozzarli: vorrei girarci intorno, concentrandomi sull’indotto mediatico che lo sciopero finisce per stilizzarlo invece che descriverlo, perché l’operazione non è esente da una pericolosa ambiguità.

La narrazione a posteriori di uno sciopero inizia di solito dal botta e risposta sull’adesione. Organizzatori vs autorità competenti, ognuno con la sua messe di dati statistici prodigiosamente astratti, numeri complessivi, percentuali, con sfoggio di riduzioni ai minimi termini (“più di tre lavoratori su quattro”, “circa due lavoratori su tre”): nell’entità della forbice tra i dati degli uni e quelli degli altri, una possibile chiave di primissima lettura  sulla gravità del conflitto sociale in atto. A supporto dei numeri, fotografie più o meno aeree di moltitudini, che potrebbero fornire un riscontro vagamente più empirico ai calcoli, ma che forse, in un’epoca in cui le uniche immagini non alterabili con Photoshop sono quelle oniriche, servono soprattutto a rappresentare la protesta. Un classico intramontabile di tutte le manifestazioni, prima della partenza del corteo, durante la marcia, è la domanda oziosa al tipo a fianco Ma quanta gente ci sarà? in risposta alla quale si azzardano cifre che superano abbondantemente l’occhio e affaticano la mente.

Ai numeri assoluti seguono, in ordine variabile, la contabilità dei danni, il numero degli arresti e dei fermi e, proiettando una lunga ombra nera, i feriti. Il numero di vetrine infrante e di cassonetti bruciati sfociano in stime per danni di varie migliaia di euro, le immagini e i filmati sono chiamati a fornire un correlativo oggettivo, immediatamente iconico, all’importo del disastro. La qualità spesso deficitaria del girato e  l’audio cacofonico acuiscono la sensazione di crudezza, di urgenza. L’insieme di statistiche e riprese amatoriali è frequentemente catalogato alla voce “guerriglia”. Le cifre relative agli arresti e ai feriti, quest’ultima integrata da un inciso relativo alle forze dell’ordine, a loro volta accompagnati dalle rispettive immagini, sono assunti a termometro credibile della pericolosità sociale della contestazione in oggetto. Importante anche il dato retrospettivo sul numero complessivo di antisommossa schierati alla vigilia dell’evento come indicatore di pericolosità potenziale. Statistiche e immagini alternative, la cui diffusione è eminentemente virale, sono l’inevitabile contraltare e corollario al rendiconto ufficiale.

Da una parte lo sciopero si trasforma nell’accurata misurazione del suo impatto ambientale, per così dire, come se ne importassero esclusivamente gli aspetti quantitativamente apprezzabili: dall’altra, in un’epoca di deficit d’attenzione collettivo permanente, guardare le figure crea un’impronta emotiva istintiva che può facilitare o indirizzare l’interpretazione delle fredde cifre. Questo modus operandi dell’informazione di massa porta tendenzialmente a ovviare la carica argomentativa dello sciopero, i come e i perché della mobilitazione, col risultato che quello che viene mostrato dalla televisione è spesso, semplicemente, un gran casino decontestualizzato che suscita paura e sdegno.

Il lavoro incrociato su criteri statistici e immediati appigli emozionali vorrebbe garantire un compromesso ragionevole tra oggettività e immediatezza: ma se è vero che non possiamo prescindere da cifre e immagini nella descrizione di un evento così sfuggente e drammatico, bisogna riconoscere che le possibilità di utilizzo opportunistico e approssimativo dei materiali sono potenzialmente infinite. Ed è terribile, perché lo sciopero è un buco nero in cui i legami di causa e effetto tra le varie azioni si fanno inafferrabili o labilissimi e dove a volte l’interpretazione a caldo degli eventi si fa problematica. Mi sono trovato a scappare perché la gente intorno a me scappava, ho visto due camionette della Policía Nacional date alle fiamme sulla centralissima Via Laietana, ho visto con la coda dell’occhio i Mossos d’Esquadra sparare, fortunatamente non nella mia direzione, e ho assistito, senza decifrare la scena fino all’ultimo, all’inseguimento e arresto di un manifestante da parte di un gruppo di agenti in borghese. Avevo paura, e una spiacevole, opprimente, sensazione che potesse succedere e succedermi qualunque cosa.

Ecco, questo buco nero di arbitrarietà è proprio ciò che sfugge al modello informativo vigente, dove la combinazione di dati e filmati, che è in ultima analisi risultato di un processo di montaggio arbitrario, porta a suggerire l’attribuzione di colpe abbastanza nette e definite. Evidentemente esistono responsabilità oggettive, non mi nasconderò dietro al dito, ma io o chiunque altro avremmo potuto pagare conseguenze assolutamente sproporzionate rispetto al nostro ruolo di manifestanti inoffensivi e inermi. E infatti, anche questa volta, è successo, e ci siamo trovati per l’ennesima volta con la morte nel cuore a contemplare l’assoluta casualità nella distribuzione delle botte, delle pallottole, in ultima istanza delle colpe. Mentre l’informazione confezionata avalla surrettiziamente l’idea che i manifestanti in blocco se la vanno a cercare, ci vediamo costretti a denunciare ancora la violenza, l’incoscienza, l’assoluta non ottemperanza delle regole da parte degli agenti antisommossa che dovrebbero garantire il nostro diritto costituzionale a manifestare. Se avete seguito il filo dell’argomentazione finora, non mi chiederete informazioni, esempi ulteriori: andrete a cercarne perché, barriera linguistica permettendo, è relativamente facile trovarne, anche se il telegiornale della televisione pubblica catalana e La Vanguardia, in quota a CiU, il partito di maggioranza relativa che domenica punta a una riconferma schiacciante, hanno passato il tutto sotto silenzio. 

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Il rischio principale parlando di un disco nuovo dei Neurosis nel 2012, dopo parecchi annetti spesi a ascoltarli e adorarli, e a cinque dal precedente “Given to the rising”, è scrivere una recensione intrisa di reducismo, di bei tempi andati, di confronti scomodi branditi a mo’ di arma bianca contro un album la cui colpa principale è di essere il decimo di una discografia carica di vera gloria e, pertanto, di non risultare drammaticamente imprescindibile come  molti -almeno tre, volendo essere di manica stretta- dei suoi predecessori. Occorre forse rendersi conto che si parla di un gruppo anziano, con ventisette anni di carriera alle spalle e quel minimo di fisiologica usura, anche se ammetterlo porterebbe a riconoscere amaramente che pure noi fan adoranti,  nel frattempo, si è invecchiati il giusto, o forse di più, e probabilmente male.

Detto questo, i Neurosis sono una band la cui musica si alimenta di una visione fortissima e talmente personale che è francamente difficile immaginarli in caduta libera ai saldi della dignità artistica, almeno finché continuano a muoversi dentro quell’orizzonte sonoro che loro per primi hanno tracciato e che si è poi popolato di legioni di imitatori: e anche a questo giro, i parametri di riferimento sono grossomodo quelli noti.  Il pericolo reale non è quindi trovarsi tra le mani un disco di merda, quanto piuttosto il prodotto tardivo di una maniera consolidata. Ecco, questo forse succede, ma neanche tanto. L’insieme non è precisamente innovativo, a sprazzi anche risaputo, ma la resa emotiva è sempre elevata, e non mancano i momenti di grazia.

E’ un dato di fatto che la musica del gruppo di Oakland, dopo gli inizi interlocutori e la fase “classica” che parte da “Souls at zero” (1992) e arriva sicuramente a “Times of grace” (1999), forse anche al successivo “A sun that never sets” (2001), sia andata gradualmente perdendo la dilaniante forza emotiva, la dolorosa ferocia che ne veicolava il potenziale catartico. I dischi successivi sono stati una specie di fallout, tappe di un progressivo e umanamente ragionevole allontanamento dall’epicentro di una catastrofe che non potevamo supporre eterna. Il resto è rimasto intatto: il passo lungo (stavolta, sette pezzi per un’ora di musica), la vastità, la ritualità e sacralità delle atmosfere, l’afflato epico, ma è stato messo al servizio di una propensione melodica sempre più spiccata, anche in virtù delle numerose esperienze parallele dei membri, spesso assai lontane dal suono della band madre e preponderanti nella produzione discografica. Oggi i Neurosis, e non è già più una novità assoluta, risultano più credibili nei frangenti riflessivi e pacati, con sugli scudi il respiro melodico e gli arrangiamenti evocativi di “My heart to deliver“, “Casting of the ages” e “Raise the dawn“, che nei momenti dove prevale il tradizionale dettato doom-sludge, del quale si riconosce il lignaggio nobile ma che non raggiunge mai, anzi, nemmeno cerca di farlo, la forza distruttiva delle prove degli anni ’90.

I Neurosis attuali sono un gruppo al tramonto: non nel senso che urgerebbe un loro ritiro dalle scene, quanto piuttosto che la loro musica attuale è una sorta di declinazione crepuscolare del suono che li ha elevati a profeti della scena estrema tutta, e bandiera delle sue espressioni più evolute. Non brucia più l’accecante sole nucleare dei tempi di “Through silver in blood“, ma se lo standard qualitativo è questo, l’imbrunire può proseguire a lungo. Nessuno dei prossimi dischi sarà strettamente necessario, né ai fan della prima ora né a loro stessi, come forse non lo è già questo: potrebbe servire tuttalpiù a coinvolgere chi per ragioni anagrafiche non c’era. Ma se accettiamo queste premesse, potremmo arrivare a attribuire il giusto merito e il peso reale di questi titoli di coda nella storia di un gruppo che la storia a contribuito a scriverla.

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La mia tendenza a perdere i gruppi spalla sta sconfinando nella patologia, e dunque, della mezz’oretta concessa ai Dead Rat Orchestra vedo solo la metà, e il concerto dei tre inglesi è comunque poco rappresentativo perché stasera sono solo in due: ad ogni modo il loro folk viscerale e vibrante, poco cantato ma molto comunicativo, convince appieno, e incanta il violino così squisitamente Dirty Three che impreziosisce l’ultima traccia. Una conferma del risaputo buon gusto dei Godspeed You! Black Emperor nella scelta degli apripista dopo il personale colpo di fulmine con Colin Stetson e le sue sperimentazioni per sax solo in occasione dello scorso tour.

Già, perché dall’ultima visita dei GY!BE a Barcellona non sono passati nemmeno due anni: era il ventinove gennaio 2011, ancora all’Apolo, e il collettivo si era da poco riattivato dopo un letargo di sette anni. Teoricamente, questo nuovo tour dovrebbe invece servire a promuovere il recentissimo “Allelujah! Don’t bend! Ascend!”, primo disco da dieci anni a questa parte, peraltro strepitoso, ma i canadesi sembrano abbastanza refrattari a questa tradizionale dinamica causa-effetto, riflesso condizionato di quando ancora esisteva il mercato discografico: l’album, infatti,  altro non è che l’incisione definitiva di pezzi che, sotto altro titolo, circolavano in versione bootleg già da vari annetti, e alla fine l’unico estratto della serata sarà quella “Mladic” un tempo conosciuta come “Albanian”, che suonarono  anche nel 2011, mentre quasi metà del concerto sarà appannaggio di un mastodontico pezzo nuovo, “Behemoth”, di quasi 45 minuti e ancora ufficialmente inedito, ma già reperibile con buona qualità audio su Youtube.  Slittamenti curiosi, che dicono molto sull’attitudine del gruppo, ma che non alterano minimamente la resa di un concerto dalla dinamica fluviale che, proprio per la lunga durata dei brani, punta più sull’impatto complessivo che sulla forza dei singoli numeri. In questo senso, i brevi interludi registrati posizionati tra un brano e l’altro hanno lo scopo di non interrompere nemmeno per un momento il fluire del suono.

Parte del fascino di un’esibizione dei GY!BE risiede proprio nell’osservazione del suono, della sua scrupolosa costruzione in diretta, che è forse più avvincente dei pur evocativi visuals proiettati a ciclo continuo. La band entra in scena in modo graduale, e comincia a suonare attorno all’asfissiante drone che per dieci lunghissimi minuti prende d’assedio il pubblico, calamitando gli sguardi verso il palco ancora enigmaticamente vuoto. La dissolvenza è laboriosa, e la già citata “Mladic” non entra a pieni giri fino a che tutti gli otto membri  non prendono posizione (a memoria, direi che l’ultimo a entrare è Efrim Menuck, con l’inconfondibile chioma riccioluta). A partire da qui si può apprezzare pienamente (e iniziare a decifrare) la complessità del suono  del gruppo come risultato di un elaboratissimo dialogo tra musicisti coi controcazzi, presumibilmente acquisito attraverso svariati milioni di ore di sala prove anche la domenica pomeriggio. L’asse portante sono le tre chitarre, e mentre ascolto e ne osservo gli incastri, cercando di capire chi suona cosa per arrivare a quella maestosa nebbia elettrica che con le sue volute eleva le composizioni, mi scopro improvvisamente, episodicamente, nerd dello strumento intrappolato a un concerto degli Iron Maiden, e rido beffardamente di me stesso. La doppia sezione ritmica, due bassi, uno dei quali a volte sostituito dal contrabbasso, batteria e percussioni, con Aidan Girt e il nuovo entrato Tim Herzog che si scambiano spesso di posto e si cercano incessantemente con gli occhi mentre percuotono le pelli, è francamente imponente, e decisiva nei momenti di crescendo (su tutti, l’ormai classico primo movimento di “Storm”), anche se sarà proprio Girt a rendersi responsabile dell’unica sbavatura del set, proprio in dirittura d’arrivo. Al violino di Sophie Trudeau è lasciata una certa libertà d’azione e, anche se sarebbe assai improprio parlare di strumento solista, è un fatto che le svisate inattese e i ricami pregiati che costituiscono l’unica brillante licenza alla riproduzione miracolosamente millimetrica dei brani, sono tutte a suo carico. Ecco, forse i GY!BE rientrano nel ristrettissimo novero -datemi tempo per pensare a qualche altro nome- di gruppi in ambito rock il cui sound possa essere definito ragionevolmente “sinfonico” evitando di gettare nel vuoto l’aggettivo sull’onda di vaghe suggestioni classiche o classicheggianti, e mentre lo affermo, vorrei immediatamente dissuadere chiunque dal credere che io li abbia appena classificati come “rock sinfonico”, definizione raccapricciante e sconcertante se c’è n’è una; ancor più della generica e comodissima etichetta “post-rock”, che in mancanza di meglio ho usato spesso anche io, ma che mi pare più adatta a gruppi di imitatori tipo Explosions in the Sky, arrivati a cadavere freddo, che a coloro per i quali era stata originariamente pensata. Cosa frustrante, le dispute terminologiche, uno non vorrebbe, e invece ci si incappa sempre sistematicamente, come merda di cane e scarpe nuove.

Finisce il concerto, due ore tonde ma sembrerebbe meno, segno che in fin dei conti, nonostante qualche divagazione, i brani occupano per davvero lo spazio della loro durata, e i fan si avvicinano ai membri del gruppo, che sul palco si stanno smontando da soli gli strumenti. Da parte loro si intravvede volontà di dialogo, ma i buttafuori si mettono in mezzo e pressano i paganti, perché sono le undici e mezza della notte di Halloween e bisogna sbolognare gli esuberanti canadesi per fare spazio a una redditizia serata danzereccia, l’ennesimo anno con le ragazze vestite da vampire sexy, gli zombi col trucco professionale perché si sono scaricati tutti “The Walking Dead” e via banalizzando. E l’ennesimo capitolo dell’incruenta guerra fredda tra chi va a vedere il concerto presto e chi va a ballare il rock all’ora giusta, dove i primi escono sempre sconfitti e i secondi non si rendono conto di nulla. Malinconia.

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