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Archive for gennaio 2013

Il titolo è lì, bello referenziale, con la cadenza concitata del parlato, anche perché da quando è successa questa cosa, la notte tra il 22 e il 23 gennaio, non faccio altro che raccontarla agli amici e parenti del caso, tutti piacevolmente premurosi nella loro preoccupazione. La mettiamo agli atti anche qui sul blog, e poi la diamo per metabolizzata, che mi urge dedicarmi a cose diverse, soprattutto uscire da questa miseranda condizione di emergenza pratica. Ah, e serve anche, il titolo, a uccidere preventivamente ogni forma di suspense. Ai fini di questa storia, non serve.

La prima cosa che ho percepito confusamente tornando a casa è stata la presenza di un disordine diverso dal mio. Era tardi assai, e avevo sostanzialmente fretta di dormire, condizione nociva al sonno dei giusti come poche altre. E quel casino non mi quadrava, ma avevo fretta di archiviarlo: ero uscito di casa coi minuti contati ma quello che vedevo, quella parata di cassetti e ante aperte era eccessivo. C’erano addirittura trucchi della mia coinquilina buttati sul letto: perché cazzo era venuta a pittarsi in camera mia? E perché ricordavo di aver lasciato il computer in camera e invece non c’era? L’avevo lasciato in giro per casa anche se la memoria mi diceva il contrario? Torno in sala, emerge l’altro coinquilino con la faccia piallata da un sonno abbastanza profondo, e nel giro di due o tre frasi, capiamo finalmente che:

ci son venuti i ladri in casa.

E mi sembrava così assurda l’idea che in quei dieci minuti di esplorazione confusa nemmeno mi aveva sfiorato, nemmeno un solletico, mentre mi ero già incazzato preventivamente col mio sorprendente disordine e con la coinquilina che senza motivo apparente si trucca in stanze altrui oltretutto sprovviste di specchi. E invece, tutto quel casino era doloso e malevolo, e lo avevo visto millantamila volte attraverso la finestra dipinta della televisione e mi annoiava pure, in quanto stereotipo narrativo deprezzato delle storie gialle, nere, o comunque di quei colori lì. Due palle, dear friends. La ricerca dell’oggetto prezioso, del documento scottante, della formula segreta: avanti il prossimo, posso vivere senza tutto questo spionaggio innecessario. E ho scoperto che, fuor di fiction, quel tipo di disordine fa malissimo, ha tutti i crismi della profanazione. La ricerca fraudolenta di valori oggettivi, che in lingua comune si chiama più o meno furto, è una situazione che ignora e insulta contemporaneamente i criteri infinitamente soggettivi secondo i quali ognuno decide di organizzare, o no, il proprio spazio vitale:  i calzini qui, i documenti in questo cassetto, le letture del momento sul comodino, le scarpe a caso sotto il letto o in mezzo alle palle, pronte per inciamparci. Ecco, ai ladri di tutto ciò non frega un cazzo, loro aprono tutto, sbudellano la tua piccola logistica privata nella speranza che, da bravo coglione, tu abbia lasciato in un cassetto, per esempio in quello delle medicine, una banconota da cento in vista. E, cazzo, è puntualmente successo. Ripeterò anche qui che normalmente, contanti in casa non ne tengo mai. Ecco fatto.

Il passo successivo consiste nell’individuare nel disordine le cose mancanti: non trovarle e accettare che sono state trafugate, indi rassegnarsi. Non è facile trovare qualcosa che non c’è più in un insieme di cose fuori posto, e sicuramente non è gradevole. In tutto ciò tende a montare l’angoscia e anche le idee, per purissima osmosi si incasinano. Quando ho finalmente processato che avevo perso tendenzialmente solo cose recuperabili, certo a costo di una spesa che non ci voleva, mi sono improvvisamente tranquillizzato, collocandomi in una nicchia zen che mi pareva tanto comoda quanto insolita. I miei scritti, la musica, avevo una copia di quasi tutto, potevo ragionare con calma. Certo, ho sentito l’esigenza di riportare tutto sotto la mia giurisdizione, e ho richiuso tutti i cassetti, riposizionato gli oggetti. Mi hanno poi detto che non avrei dovuto, ma in quel momento mi serviva per capire che le cose stavano tornando nel seminato.

Arriva la polizia e abbiamo tutti una gran voglia di raccontare i fatti fino a lì faticosamente ricostruiti a partire da osservazioni macroscopiche come la totale assenza di effrazioni e uso della forza e l’assenza di impronte nonostante la pioggia battente della notte. Intuisco limpidamente l’eccezionalità della situazione visto che, a bocce ferme, due dei tre abitanti della casa, uno sono io, non credono minimamente all’adagio che vuole le forze dell’ordine dedite a servire e proteggere il cittadino. Ma nella casa derubata tutto gira vorticosamente e l’eccezione sorge spontanea. Facciamo l’inventario delle perdite, tre computer portatili su tre, soldini sfusi, il portafoglio della coinquilina, il vecchio cellulare del coinquilino (quando ha chiamato il suo numero gli hanno pure risposto), borse e zaini, probabilmente serviti a trasportare la refurtiva. Mi trovo a pensare, sulle orme di David Foster Wallace, che quasi quasi si tratta di una cosa divertente che non farò mai più. Mi autocensuro.

In una mattinata freddissima per gli standard barcellonesi, usciamo tutti e tre per il secondo round di formalità burocratiche. Tocca andare alla comisaría a inoltrare la denuncia vera e propria. La stanchezza mi acuisce l’ipotermia, il vento infuria, e quei dieci minuti di camminata si fanno eterni. Arrivati a destinazione, mi commuovo nel constatare che la sala d’attesa è riscaldata. Già, perché al momento del furto avevamo pure la caldaia rotta. I miei coinquilini sono prevedibilmente frastornati e scuri in volto: dopo tutto loro erano in casa, e il pensiero che i ladri siano entrati nelle loro stanze mentre dormivano non è di facilissima assimilazione. Io invece, dopato dall’assenza di sonno, ridacchio, improvviso monologhetti, sparo cazzate. Torno nei miei cenci giusto in tempo per l’atto solenne della denuncia.

Sulla via del ritorno, stesso freddo, stesso vento dell’andata, ma in direzione contraria, chiamo la padrona di casa per informarla dei fatti. La sicumera, l’arroganza quasi genetica che le derivano dalla comoda condizione di pluripossidente, la portano a affermare che in assenza di segni di scasso, i malandrini hanno fatto trionfale ingresso nella magione tramite copia delle chiavi, e che pertanto doveva trattarsi di un qualche ex inquilino o di un amico suo dedito a lavoretti sporchi. Sceglie dal mazzo degli abitanti passati dell’appartamento uno dei miei amici più cari, lasciando scivolare nel discorso che la sua nazionalità messicana è da sola una mezza prova. Fa sempre freddo, i minuti di insonnia si accumulano, e non sono in vena di disquisizioni eugenetiche e lombrosiane. Senza perdere l’aplomb consigliabile mi incazzo di brutto, la signora recepisce e cerca timidamente di metterci una pezza. Verrà poi nel pomeriggio a osservare coi suoi occhi la scena del crimine e ripresenterà come tesi incrollabile le stesse identiche stronzate, in versione appena mitigata. Mi si palesa improvvisamente la vastissima, inaffondabile sicurezza che il razzismo infonde nelle menti di chi, a vario titolo, finisce per crederci sul serio.

Ma manca ancora all’appello la visita della polizia scientifica, creatura mitologica che pensavo di vedere pure quella solo e soltanto in quella realtà sceneggiata e ristretta come il caffè che è la fiction. Ebbene, nonostante una voluminosa valigetta piena di affascinanti ferri del mestiere, erano dei tizi normalissimi, ma a ben vedere anche la nostra magione altro non è che uno sfigatissimo ma degno appartamento condiviso. Se hanno investigatori più conformi ai criteri di C.S.I., che a dire il vero non ho mai visto manco una puntata, sicuramente non li faranno scomodare per questi reati molto minori. Mentre almanacco tali fondamentali considerazioni, i due, un uomo e una donna come quelli di X-Files, che ero un ragazzino, ci sgridano. Perché, per fare gli Sherlock sulle nostre disgrazie (“Vedi? Questa finestra si apre bene anche da fuori! Sono arrivati qui in terrazzo e…”) avevamo toccato con le nostre manacce ogni possibile superficie impressionabile da impronte, tipo i cassetti di camera mia, rieccoli, e così facendo avevamo rotto tutte le impronte. E io sono rimasto incredibilmente affascinato dalla riconversione in tecnicismo di un termine così quotidiano e triviale. Per sdebitarmi, li ho portati a vedere il terrazzino di camera mia, dove poco prima avevo trovato una signora prova: un biglietto da visita del Divano Marziano che avevo fatto stampare in cinquanta copie così, per sport, tutto calpestato e fradicio di pioggia, sicuramente caduto dalla borsa che mi avevano trafugato: dovevano senz’altro essere scesi da lì! Ma tempo di arrivare, il vento, che è come la lontananza, se l’era portato via con sé. Alla fine della fiera, comunque, la scientifica ci conferma grossomodo le teorie alle quali eravamo pervenuti nella nostra imperdonabile grossolanità metodologica: entrati dalla terrazza, usciti dal balconcino di camera mia, senza cagarsi la porta manco di striscio. Mi piacerebbe convincerne la padrona di casa.

Verso sera scambio due parole col gentilissimo farmacista baffuto che esercita a due o tre civici da casa mia: ci si saluta spessissimo, e di fatto, anche se non vive lì, è praticamente un vicino. Mi conferma che in nottata più di una dimora del quartiere ha ricevuto visite, che tanti clienti gliene hanno parlato. Prende consistenza nella mia mente l’idea che il passaggio dei ladri da casa nostra sia stato sostanzialmente un evento fortuito nell’ambito una perlustrazione più vasta, dove altri dovevano necessariamente essere i pesci grossi. La finestra, così disponibile anche da fuori, deve averli convinti a tentare la sorte. Effettivamente, l’idea che fossero venuti solo e soltanto da noi, mi portava in ultima analisi a compatirli per la ristrettezza dei loro orizzonti. Potevano essere dilettanti, ma dovevano essere necessariamente capaci di puntare più in alto di casa nostra.

Questi i fatti: ora sarebbe forse utile disegnarne lo sfondo. Abito da sette anni, da quando sono arrivato a Barcellona, in questa stessa casa neosvaligiata, fatto più unico che raro tra gli stranieri. L’appartamento si trova nel quartiere di Vallcarca (i els Penitents), a cinque minuti di tesissima salita dal famoso Parc Güell. Le possibilità che nel corso della vostra visita a Barcellona siate passati a un tiro di sputo da casa mia sono altissime. Vallcarca è un quartiere strano, fondamentalmente residenziale, cerniera tra il brulicante barri di Gràcia, al cui distretto formalmente appartiene, e i tranquillissimi e non facilmente accessibili barris de la muntanya, eletto per ragioni che mi sono ignote a terra promessa degli okupas, gli squatter locali, che popolavano vari edifici sfitti. Ora, dopo un’epoca di bonifica portata avanti a forza di sloggi violenti -quante cazzo di camionette di prima mattina quasi sotto casa!- il loro numero si è ridotto, ma la loro presenza rimane in certo modo una costante del quartiere. Mi sono sparato un sacco di bei concertini punk e hardcore mettendo appena il naso fuori dalla porta. Anche se a qualche strada di distanza non mancano casette dal pedigree più spiccatamente altoborghese, non ho mai avuto l’impressione di vivere in una zona bene. Lo scarto con quartieri di veri ricchi, come Sarrià, raggiungibile a piedi in circa venti minuti, è abbastanza abissale.

E per quanto questa piccolissima vicenda criminale dove ho partecipato con un bel ruolo di parte lesa mi sembri destinata a rimanere una spiacevole anomalia nella storia del quartiere, ho osservato intorno a me che le eccezioni possono avere un feroce potere destabilizzante, che lo scarto tra mai e una volta nella vita può facilmente riempirsi di preoccupazioni tendenti al paranoico andante. In contesti con tassi di criminalità reale (e quindi percepita, of course) più alti, il passo verso la militarizzazione dei quartieri residenziali deve essere relativamente breve. E fatterelli come questo sono un’eccellente materia prima grezza per la costruzione di leggende nere e di redditizia propaganda elettorale. La granitica convinzione della padrona di casa che la nazionalità di un ex coinquilino spiegasse da sola la dinamica dei fatti sta lì a dimostrarlo. A Badalona, orrendo paesone dell’hinterland barcellonese, caratterizzato da alte percentuali di immigrazione scomoda, il popolare -nel senso del partito- Xavier García Albiol, ha vinto le municipali del 2011 con un’aggressiva campagna elettorale che avrebbe mandato in brodo di giuggiole quelli del carroccio. E il nefasto partitino Plataforma per Catalunya, che tra i pochi interlocutori internazionali ha proprio la Lega, ha ottenuto i suoi successi più significativi a Vic, città del presidente Josep Anglada e Catalogna profondissima, proprio scagliandosi contro gli immigrati irregolari. Ora, Vallcarca, è evidentemente un altro paio di maniche, anche se l’aggressività esibita contro gli squatter potrebbe facilmente rientrare nella più classica retorica della lotta al degrado. Eppure, soprattutto in personaggi relativamente esterni ai fatti ho percepito con sconforto che indulgere nel leghismo d’emergenza è più facile di quanto ottimisticamente pensassi. Da parte mia ho fatto il possibile per evitare di ragionare attraverso le lenti deformanti della paura, dello scoglionamento e dello sconforto. Mi sono limitato a chiamare il nostro tuttofare di fiducia perché montasse una chiusura nuova alla finestra galeotta. Per la visita del prossimo quinquennio, o settennio, se ci sarà, sono già preparatissimo. La chiudo qui, che mi sono dilungato anche troppo. Il mio fiacco poliziesco personale è giunto ingloriosamente al termine.

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Succede che le cose si fanno irreperibili quando ha fretta di uscire, e la casa diventa leggermente ostile perché resta inerte senza sputare il maltolto. Ma come potrebbe fare diversamente? E’ mentre cerca, a colpi di sguardi improvvisi, a forza di oggetti spostati con irruenza inutile, che matura il ritardo che lo porterà a destinazione col fiato corto, le palle storte, una scusa stiracchiata. I movimenti si fanno scatti, e alla risposta che non arriva

“Eccolo qui!”

si sostituiscono imprecazioni, bestemmie nei giorni di luna crescente, e la lacerante constatazione che:

“E’ tardissimo.”

Poi, a piacere: “A quest’ora dovrei già essere a metà strada”; “Non arriverò mai in tempo”; “Ci mancava solo questa”.

L’urgenza, sembrerebbe, lo rende oggettivo fino all’iperrealismo. E al tempo stesso, non gli permette di abbandonare la ridicola pretesa che gli oggetti escano da soli allo scoperto. E’ una contraddizione stridente.

Ma non è tutto: le cose spariscono comunque, anche nei pomeriggi di quiete, nelle domeniche stiracchiate, col calcio in streaming che balena dal computer, il pigiama saldamente addosso, i movimenti di formica in corpo di uomo. E’ curioso osservarlo così prossimo al letargo quando dal lunedì al venerdì quasi lo vedi rimbalzare da una parete all’altra. E lo mortifica ugualmente, coi suoi infiniti giri a vuoto, la sensazione di tempo perso in giorno neutro, dieci minuti scavati dentro ore di sacra inerzia, per recuperare una cosa acquisita.

Gli occhiali da lettura, le forbicine per le unghie, una bolletta della luce che brilla per esosità: visto che le cose si perdono sia nella calma che nella fretta, le varianti sono sostanzialmente infinite. Esiste tuttavia una parziale eccezione, da quando è stata inventata: il cellulare. Perdere il cellulare tra mura amiche è un sottile privilegio. Perderlo fuori casa, a quanto ne ho capito, può avere due nomi diversi: furto o coglionaggine. O perlomeno, queste erano le parole che ha usato quando è successo a qualche suo amico. E’ un avvenimento frequente. Ma in casa, in casa è facile. Non perde nemmeno le staffe, si dirige calmo e a larghi passi verso il telefono fisso, che ormai giace lì abbandonato come suo nonno negli ultimi lunghi mesi,

e chiama il suo numero.

A domanda, risposta, a stimolo, reazione: il cellulare comincia a squillare e lui resta un momento a fiutare l’aria per saggiare la consistenza del Nokia Tune, la sua intensità, il timbro, e capire quindi dove cazzo è. Anche in questo caso, le possibilità non scarseggiano: sopra la mensola del bagno, in cucina, mimetizzato nell’anarchia delle stoviglie fuori posto,  nella tasca di un pantalone che aspetta il suo turno nella cesta della biancheria: questo è un luogo nel luogo, e per fortuna se ne è sempre accorto prima della lavatrice, sennò non ti racconto le crepe nell’aria che sarebbero scaturite da ingiurie contundenti. O sì, posso anche raccontarle: come quelle di prima, ma più feroci nel tono, più fantasiose nell’assortimento. Ma tutto è bene quel che finisce bene.

Il problema che ho osservato ogni volta che uno di noi non è momentaneamente raggiungibile nell’improvvisa profondità delle stanze, è che questa prassi del cellulare è dilagata a dismisura fino a contagiare tutti gli altri oggetti a cui non si potrebbe applicare. L’ho visto un sacco di volte lanciato verso il telefono come uno stupido, determinato a ritrovare, mettiamo, le chiavi di casa con una chiamata risolutiva. E il lettore mp3, e un libro della biblioteca indietro con la restituzione, e una stilografica, e uno shampoo, e questo e quello, sempre verso il telefono. A onor del vero, che mi risulti, è arrivato a alzare la cornetta solo una volta, ma in tutti gli altri casi potevo riconoscere quel passo falso di troppo che tradiva il ragionamento viziato: “adesso mi chiamo e lo trovo”. Brutte bestie, i riflessi condizionati, fai il minimo gesto e loro ti azzannano subito alla gola.

Ecco quindi quello che faceva, o era incamminato a fare: cercare l’interruttore di una candela, una scorciatoia sbagliata. Chiamare tutte le cose, come un Adamo centralinista che telefona a tutte le creazioni dell’onnipotente per conoscerne la posizione nel creato: dopo avergli dato un nome è ora di dare loro, a tutte indistintamente, anche un numero.

Ma non è così facile, si vede obbligato a appiattirsi sulla tradizionale ricerca a tentoni che ha cercato di evitare imboccando, l’ho già detto, una scorciatoia sbagliata. E come una indiscutibile ammissione di colpa, a volte l’ho sentito sbuffare, ispirato da una velenosa pigrizia:

“Cazzo, col cellulare è molto più facile”.

E spesso mi è anche capitato di esserci quando ritrova l’oggetto, specialmente quando l’oggetto è lì in bella vista, sul tavolo dello studio, eclissato da un’agnosia selettiva e temporanea, e sentirlo sbottare:

“Era lì che mi guardava”.

Come se gli oggetti potessero guardarlo, come se potessero perdersi per volontà propria, cosa che invece alle persone riesce spesso e bene. Ma a ben vedere, c’è questa clemenza, questa disponibilità a concedere alle cose che spariscono un briciolo d’anima, sennò come farebbero a sparire, anche se lui è terribilmente sbadato e ha sufficienti dosi di autocritica per ammetterlo? Lo capisco, nonostante i suoi difetti non può fare tutto da solo, ha bisogno di un aiuto esterno. Eccoci qua.

E quindi, se a me e ai miei attribuisce così facilmente prerogative che non ci sono proprie, come la capacità di imboscarci nell’ambiente o osservarlo con sufficienza quando sbalordito e scazzato finalmente ci ritrova, perché non arrogarmi la facoltà, che pure mi è preclusa, di descrivere con bello stile le situazioni in cui io, portacenere di vetro abitualmente sul mobiletto all’ingresso, vicino al telefono, sono immerso? Come cosa tra le cose che capitano, è un diritto che mi spetterebbe. E’ la mia vita, che mi concede solo a intermittenza attraverso pallide licenze verbali. E so bene, nei meandri di questo ragionamento che forse non mi appartiene, che questa capacità potrei averla solo se lui me la attribuisse. Evidentemente, deve averci pensato, qualche volta, altrimenti non sarei qui a descriverlo da osservatore poco clemente. Non lo so, non posso saperlo. Ma in questi momenti penso, per poi dimenticarlo categoricamente, come cosa inanimata, che vorrei che ci perdesse più spesso per riuscire a sentire, improvvisamente intorno a me, il peso inusuale di una piccola porzione di realtà. Forse a tempo pieno non mi piacerebbe affatto, ma così, così, va benissimo.

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