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Archive for febbraio 2013

E c’erano persone che senza sforzo continuavano con la loro presenza a disegnare lo sfondo della sua vita in quel quartiere, ormai cinque anni densi e lunghi proprio come un lustro. Mentre altri si erano inopinatamente avvicinati al centro della scena sotto forma di coinquilini sbagliati o amanti occasionali, invero pochissime, per poi essere catapultati all’indietro in un oblio di ritorno, spesso con sollievo, in pochi casi con rimpianto, c’era gente che continuava a ronzargli intorno a distanze irrisorie solo e soltanto perché uno sfaccettato catalogo di circostanze li aveva portati a vivere due case più in là, a lungo o breve termine. Le vecchiette, ovviamente le meno mattiniere, che al super gli chiedevano di prendergli il riso o i biscotti insapore dallo scaffale alto, con loro si erano sviluppati rudimenti di dialogo che gli alleggerivano il resto della giornata, e gli piaceva trasformarsi, appena varcata la soglia della Coop, in nipote istantaneo di una legione di garbate ottuagenarie. Dei vicini di pianerottolo aveva appreso nome e cognome per via del campanello, ma aveva limitato al minimo le conversazioni, cordiali saluti, che tempo fa, cordiali saluti, fin dalla prima settimana, notando che il capofamiglia rincasava invariabilmente con una copia de “Il Giornale” sottobraccio, quasi si trattasse di un accessorio del cappotto. Non a caso i dialoghi con costui si erano espansi come una macchia d’olio sotto una macchina vecchia solo in occasione di un paio di cene tra amici, da lui giudicate troppo rumorose. Era un fissato, e risultava evidente che uno scambio di vedute troppo prolungato era destinato inevitabilmente a concludersi in presenza dei carabinieri. Una vicina della porta accanto, stereotipo vivente, era carina da matti, ma aveva scoperto anche in quel caso immediatamente, che non era cosa perché era una falsa giovane, venticinquenne alla vista, trentottenne all’anagrafe, e oltretutto piena di prole, tre marmocchi adorabili, incolpevoli di avere la mamma bona, che lui intratteneva sulla porta con gag improvvisate che li facevano molto ridere. In quella casa era sopravvissuto alla fine della triennale, alla specialistica, e provava ora a sopravvivere alla vita rovesciata del barista: eppure non aveva mai parlato con il custode del parcheggio notturno a una decina di civici di distanza. Non era l’unica figura del vicinato a essere passata sotto silenzio, ma dalla sua aveva la benedizione della notte, che li affratellava quando tornava esausto da quel pub di merda mentre il resto dell’umanità giaceva supina e senza sogni, in paziente attesa travestita da sonno, dei loro lavori diurni. Poteva avere sessant’anni, i capelli ricci già imbiancati, qualche chilo in eccesso,  gli occhiali di chi altrimenti non vedrebbe nulla e l’aria di  essere ormai perfettamente ambientato agli antipodi del giorno. Probabilmente quel lavoro se lo portava dietro da tanto e ci sarebbe arrivato alla pensione, con infinita pazienza. Visto che al suo ritorno i coinquilini dormivano pesantemente o erano altrove, impegnati a fare mattina in modi più piacevoli, era lui l’unico barlume di presenza umana in quelle notti ingrate, l’unica persona che   riusciva a incrociare dopo la chiusura. Però non avevano parlato mai. Il custode restava lì a presidiare la sua cabina, non lo aveva mai visto fuori postazione, il volto illuminato dalla luce livida di un televisorino che lo aiutava a smaltire le ore, mentre lui era un passante, un passante ricorrente che a orario fisso transitava svuotato di fronte al parcheggio, ma pur sempre un passante, e nessuno dei due si era mai assunto la responsabilità di infrangere con una o più parole quella minima distanza che li separava. Era tutta condensata in pochi gesti, una mano appena sollevata in un saluto, un cenno del capo, negli ultimi tempi anche un tenue sorriso, la loro scarna comunicazione quotidiana. A inaugurare la consuetudine era stato il custode che, nella calma piatta della notte, l’aveva presto identificato come membro del vicinato. E lui, che normalmente si manteneva sveglio solo grazie al malumore che quel lavoraccio gli trasmetteva di default, apprezzava molto quella piccola cortesia, che non poteva da sola raddrizzargli la notte, ma che spiccava come un gabbiano di carta igienica a volo radente su un mare di merda. Il “bacio della buonanotte”, come fu ribattezzato da un coinquilino di quelli storti quando in un momento di inspiegabile confidenza gli raccontò la storia, effettivamente divenne per lui una sorta di lasciapassare per il sonno, un segnale convenuto di fine delle ostilità, e quell’infelice scelta di termini, anche se dettata da una volontà di scherno, era in ultima analisi azzeccata. Ciò non impedì comunque che il coinquilino venisse silurato quasi subito e all’unanimità per la reiterata tendenza a non tirare mai lo sciacquone del cesso. E quando passando davanti al garage non  trovava il guardiano, che doveva presumibilmente usufruire di giorni di ferie e permessi come tutti, il saluto gli restava impigliato nella mano sospesa a mezz’aria e appariva seduta stante un sottilissimo senso di delusione che lo accompagnava fino alla porta. Lo avrebbe invece sorpreso incontrarlo dove non se lo aspettava, cioè ovunque, sull’autobus, al supermercato, in posta, o a passeggio con la moglie nel caso fosse sposato. Soprattutto, in un altro quartiere e in posizione eretta, visto che lo aveva sempre visto unicamente seduto. E ricordava come a sei anni lo sconcertasse incontrare la maestra in bicicletta per il paese, dando pacati segni di vita normale al di fuori dell’edificio scolastico. E presto si trovò a constatare che di quella persona che senza muovere un passo lo accompagnava  quasi quotidianamente al termine della notte,  evidentemente non conosceva il nome, e che i loro dialoghi muti e stenografici non gli avrebbero permesso di colmare quella lacuna, che il silenzio dirà pure un sacco di cose, ma le generalità non le declina. Chiedere è lecito, rispondere è cortesia, quanta verità, eppure non era mai riuscito a tradurre in pratica il limpido precetto. E quando se ne chiedeva il perché, era sempre perché no, e la cosa moriva lì. Troppo imbarazzante, per motivi al momento non specificabili, collidere senza annunciarsi contro la cabina per dare il via a una conversazione che non aveva mai avuto parole per cominciare. I suoi passi, nel loro insistito sovrapporsi, avevano delineato una specie di binario ineluttabile dal quale non riusciva a deviare. E percorrendolo una notte via l’altra, gli apparve chiaro che probabilmente l’unica possibilità era capovolgere la situazione, che fosse il custode a passargli vicino quando lui era al lavoro, in altre parole che in una sera libera, quel signore canuto decidesse di farsi una birretta nel pub dove lavorava lui, cosa improbabile considerando l’abituale clientela di universitari con accentuata quota Erasmus. Ma nel pensiero si forgiano cazzate ben peggiori. E dunque, uscito dalla sua nicchia teleilluminata, mostrandosi tridimensionale ai suoi occhi, doveva semplicemente sganciarsi dal gruppo di amici col quale ipoteticamente si era presentato, e che per mancanza di definizione lasciava confuso sullo sfondo, e dirigersi verso il bancone, dove lo avrebbe trovato attentissimo alla volontà dei clienti. E forse riconoscendolo, o forse no, il custode avrebbe fatto la sua ordinazione e solo allora, ignorando l’imperfetta simmetria della domanda avrebbe potuto rispondergli: “Ma adesso che lei mi ha chiesto una birra piccola posso finalmente chiederle, per cortesia, come si chiama?”

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Durante la campagna elettorale avevo adottato coscientemente una strategia: non dare eco in nessun modo a parole & opere di Berlusconi Silvio, io che in passato ho scritto tanto di lui su queste colonne, io che tanta bile (fortunatamente solo figurata) ho sputato, che tanto mi ci sono rotto il capo. Vedete, è che mi ero rotto il cazzo di essere solo antiberlusconianodi affermare i miei sofferti, sudati, certamente perfettibili valori personali solo come affannosa presa di distanza da quel teatrino dello sfacelo che è stata l’Italia berlusconiana e mai come autoaffermazione e proposta . Non volevo più raccogliere la provocazione che ci voleva tutti riuniti contro il feticcio di Arcore e altrimenti smarriti, orfani, incapaci di articolare un pensiero autonomo purchessia. I rigori del governo tecnico commissariato mi avevano poi convinto che quella fase buffonesca della nostra storia fosse ormai alle battute finali e che la sospensione della democrazia determinata dalla nomina di Monti avrebbe poi dettato il canovaccio di ogni futuro governo di centrodestra o centrosinistra che non volesse essere soffocato dalle improvvise ma mai casuali impennate dello spread. Dai bagordi all’austerity, in buona sostanza.

Quindi, dopo aver speso tante energie della mia gioventù alle prese con le sue porcate, avevo deciso di considerare Berlusconi postumo così da accelerarne nel mio piccolo il definitivo, agognatissimo, trapasso politico (che con la trista mietitrice si metta d’accordo lui). E la valanga di commenti, perlopiù irridenti che hanno accompagnato l’ennesima campagna elettorale da piazzista fuoriclasse mi inquietava, perché avevo l’impressione che lui traesse nuova linfa da ogni nostra pernacchia e che in realtà di vecchi e nuovi gonzi da abbindolare con un ultimo vigoroso colpo di reni propagandistico ce ne fossero ancora troppi.

La realtà si è rivelata, come spesso accade, iperrealista. Che la leadership di Alfano, per quello che è durata, fosse puramente nominale lo sapevano anche i sassi, che in quei giorni il centrodestra stesse agonizzando in una guerra di bande idem, quello che non avrei potuto credere anche solo tre mesi fa è che l’ennesima minestra riscaldata sarebbe stata trangugiata di buon grado da un 30% da quella mensa dei poveri (di spirito, beninteso) che è l’elettorato italiano. E invece, eccoci a una terrificante riproposizione dello scrutinio del 2006, con strisciante rimonta a partire dai soliti exit poll farlocchi. E ancora una volta, differenza di uno sputo al fotofinish. Vi chiedo pietà.

E in tutto ciò, intatto, il potere disgregante del Porcellum di Calderoli, che ridendo e scherzando è arrivato a essere legge elettorale di tre-consultazioni-tre senza che nemmeno si provasse a disinnescarlo. E il vecchio gioco di prestigio del senato con premio di maggioranza regionale che durante lo spoglio stava consegnando al centrodestra la maggioranza relativa nonostante un numero assoluto di voti più basso rispetto al centrosinistra. Film già visto, agli Oscar non si sarebbe potuto ricandidare. Che la Lega abbia perso quasi la metà dei voti, che parte del PdL abbia intrapreso una curiosa migrazione statica, prima fuoriuscendone e poi rialleandosi con la casa madre, importa in fin dei conti veramente poco. Silvio vive.

Quello che invece ci aspettavamo tutti era l’affermazione del Movimento 5 Stelle, che però a bocce ferme assume i contorni di un autentico trionfo (primo partito alla camera). I numeri parlano molto eloquentemente da soli, eppure soprattutto da parte del centrosinistra si continua a minimizzare il risultato, tirando in ballo la tiritera del voto di protesta, che banalizza le ragioni di un quarto dell’elettorato totale, quando invece sarebbe più onesto parlare di voto di rottura, visto che probabilmente con questo tornata elettorale si è definitivamente infranto il bipolarismo indotto che ha caratterizzato tutta la seconda repubblica, con le sue alleanze stipulate a calcolatrice, le rendite di posizione, i ministeri a Mastella. Il progetto di transizione verso un sistema all’americana mi è sempre sembrato un tentativo di ingegneria politica poco aderente alla realtà italiana, e non lo rimpiangerò nemmeno un po’. Fatto sta che attualmente, in parlamento non sembra che si  possa coagulare una maggioranza di nessun tipo. Grillo ha già dichiarato anatema contro l’ipotesi di governissimo e dettato le sue condizioni, nessuno spiraglio d’alleanza con chicchessia, con l’inflessibilità e lo sprezzo dell’avversario che gli sono tipiche. E potrei capire, anche se non lo condivido, il rifiuto categorico a collaborare con la presente classe politica sulla base dell’inconfutabile considerazione che si tratta perlopiù di un branco di mezzeseghe. Ma sospetto che la postura di Grillo sia figlia di una refrattarietà al dialogo e al confronto che ha radici ben più profonde della volontà di evitare le imboscate della vecchia politica. L’unica opzione che sembra concedere agli elettori è seguire la sua linea, non negoziabile in quanto già strutturata in forma di programma e di regolamento, o andarsene (essere mandati) affanculo. E anche se i confronti con Mussolini, che in questi giorni si sono sprecati a sinistra, mi sembrano forzati (e poi non avevamo già passato tutto un decennio a paragonare la mascella del duce al ghigno del pifferaio di Arcore?) ma mi sembra evidente che Grillo muove a partire da un substrato autoritario la cui intransigenza rischia di sabotare un programma che ha varie frecce al suo arco (e che in teoria è il risultato delle riunioni di base dei vecchi meetup), e che può trovare fertile terreno di dialogo con altre forze politiche e la simpatia dei loro elettori: un esempio su tutti, il reddito di cittadinanza. Si spera che almeno si possa arrivare a un dialogo nel merito delle proposte.

Deludente invece il risultato di Mario Monti, caso curioso di tecnocrate designato che per ultimare l’applicazione della sua agenda scende al compromesso del confronto elettorale con le altre forze politiche a capo di una lista tirata su alla bell’e meglio (che detta così sembra il riassunto di un film su Tv Sorrisi e Canzoni, ma ci siamo capiti). Scelta Civica doveva essere ago della bilancia in caso di alleanza col centrosinistra e ispiratore non troppo occulto della linea economica di un PD disposto a offrire gentilmente la sua ingente massa critica di parlamentari per soddisfare le direttive europee. Non sapremo mai quanto di vero ci fosse nella machiavellica ipotesi perché i risultati sotto le aspettative e la travolgente affermazione di Grillo hanno privato Monti del peso specifico che gli si attribuiva alla vigilia. Dal canto suo il PD si conferma partito intrinsecamente sfigato, in perenne emorragia di voti dall’inizio della sua breve storia, forse perché progettato come macchina da governo a prescindere dai contenuti, sempre tenuemente delineati, in ossequio alla chimera di raggiungere quel mitologico elettorato moderato la cui volontà di votarli non è, credo io, mai stata scientificamente dimostrabile.

Molte lacrime per la malinconica sorte della sinistra, che anche questa volta è riuscita nella pregiata impresa di non contare un cazzo. SEL, che neanche due anni fa, diciamo all’altezza della vittoria di Pisapia a Milano, sembrava destinata a un futuro scintillante si è progressivamente affievolita nella sua coscienziosa adesione all’alleanza di centrosinistra. Il “profumo di sinistra” auspicato da Vendola all’indomani delle primarie, così meravigliosamente parodiabile, era un’autoammissione di marginalità in piena regola. Certo, in virtù dell’alleanza col PD, che è criticabile ma almeno non è frutto di una convergenza estemporanea, SEL spedirà in parlamento un buon numero di parlamentari, che quel benedetto profumo potrebbero/dovrebbero contribuire a diffonderlo in prima persona. Rivoluzione Civile, nata come movimento di base su presupposti lodevoli, è stata costruita giocoforza frettolosamente e subito brutalizzata da una lottizzazione selvaggia e a porte chiuse con una serie di mezze figure in cerca di rilancio personale. E il risultato è stato un eloquente nulla di fatto. L’adesione o meno a un governo destinato a una probabile macelleria sociale per tranquillizzare l’Europa e i mercati non era tema di poco conto e tuttavia la campagna elettorale ha assunto i toni sconsolanti di una faida tra chi agitava il talismano del voto utile e chi lo esorcizzava. Il separato naufragio è stato quasi totale perché alla fine l’elettorato dei due movimenti era grossomodo lo stesso. È in quest’area martoriata, questo quasi 6% spezzato, che si è mossa la mia intenzione di voto, non importa specificare se alla fine sia caduta di qua e di là, conta poco in ogni caso.

In questo momento non ho le energie per riflettere sulle complesse alchimie, gli appoggi esterni, i rimbalzi, le convergenze parallele che potrebbero dotare il paese di un esecutivo. Il rischio di ritorno al voto immediato, col Porcellum per la quarta volta ai nastri di partenza, pare per il momento scongiurato. Il PD esclude il governissimo ipotizzato da un ammiccante Berlusconi. Queste elezioni curiose, come nessun’altra consultazione in passato, hanno visto convivere le novità più dirompenti e le conferme più insospettabili, mi riferisco evidentemente alla resurrezione in extremis del Cavaliere. Il risultato parlamentare che ne è derivato è prevedibilmente indecifrabile. E nonostante il successo del 5 Stelle, che in teoria avrebbe dovuto riportare alle urne legioni di elettori disaffezionati, l’affluenza complessiva è calata di circa cinque punti rispetto al 2008. Grande è la confusione sotto il cielo e nell’aula.

P.S. Se avessi dovuto votare un candidato solo e soltanto per la faccia, Oscar Giannino tutta la vita.

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Imolesi di provenienza, gli Zeus sono Paolo Mongardi, batteria, e Luca Cavina, basso e voce, ambo le cose orribilmente distorte. Suonano per conto proprio in un numero imprecisato di progetti, tutti o quasi rasenti la figata (ricordo Fuzz Orchestra e Ronin per il primo, Calibro 35 e Craxi per il secondo) e hanno anche un passato in comune come sezione ritmica dei misconosciuti Transgender, figliocci illegittimi dei Magma -testi in lingua appositamente inventata- con vocazione al crossover totale, tre album all’attivo tra cui uno ottimo su Snowdonia nel 2003, “Sen soj trumas“, dove appariva pure Giovanni Lindo Ferretti in un cameo francamente ovviabile. Come Zeus! sono al secondo album, dopo un esordio autointitolato nel 2010, prodotto in cordata da varie etichettine simpatiche, tra le quali mi piace menzionare la purtroppo defunta Bar la Muerte. A questo giro, tra le altre, si è scomodata anche la Three One G di Justin Pearson (Locust, Swing Kids e un largo eccetera), la cui voce scalmanata svetta nel secondo brano in scaletta, “Sick and destroy” che pare scritto a bella posta per l’ospite e suona a mezza via, guarda un po’, tra Locust e Retox. Il sound resta più o meno quello che gli conosciamo, un math-noise tanto efferato quanto sottilmente prog nelle strutture (sì, c’è qualcosa dei Lightning Bolt in loro), ma si ravvisano scarti di rotta, cambi di passo. Meno Ruins (“Eroica” rimane l’unico brano chiaramente nella scia di Tatsuya Yoshida e compagnia) e più infiltrazioni heavy, nel contesto di brani nettamente più concisi e spediti rispetto all’esordio. I primi tre pezzi vanno via forsennati in cinque minuti scarsi seguiti da una doppietta di respiro appena più ampio e piglio metalloso, con “Beelzebulb” che flirta apertamente con la scena black e si concede uno stacco che pare prelevato di peso da un disco degli Emperor. E anche se nella seconda parte le durate si allungano relativamente e l’assalto frontale si fa un po’ meno asfissiante, l’impressione prevalente è che i nostri abbiano perso qualcosina della loro convulsa astrazione guadagnando però in termini di immediatezza e ferocia. Infatti, al termine del primo ascolto si ricorda soprattutto la gran botta, ma per apprezzare a dovere la complessità dei brani, che resta comunque tentacolare, occorre una frequentazione più attenta e prolungata. Evidente da subito, invece, uno dei marchi di fabbrica del duo, uno humour nero, bislacco e talvolta orgogliosamente cafone che traspare sia dai titoli, perle di manipolazione citazionista come “La Morte Young” o “Lucy in the sky with King Diamond”, sia dal gusto per gli avvicendamenti improvvisi e gli stacchi improbabili e spiazzanti, valgano come esempi il baldanzoso assolo di theremin del brano appena citato, che arriva dopo un minuto di saliscendi assassini, l’attacco quasi blueseggiante di “Grey Cerebration” che fa da preludio all’ennesima fuga in velocità, o la già menzionata “Beelzebulb” con la sua tamarrissima magniloquenza, che a ben vedere potrebbe essere una mezza presa per il culo alla truce seriosità dei blackster norvegesi. Ridendo e scherzando, questi sono gli abbacinanti risultati. “Opera” non dovrebbe fallire nell’obiettivo di moltiplicare attenzioni e consensi intorno al nome del duo, che francamente sta meritando tutto il meritabile. A forza di rimbalzi e capitomboli incontrollabili potrebbero incocciare nella vera gloria. Non lo garantisco ma sicuramente lo auspico. Per Giove.

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