Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for aprile 2013

La rielezione di Napolitano è un esempio inarrivabile di grottesca melina istituzionale. Come molti stanno facendo, si potrebbe anche chiamare “inciucio”, una di quelle parole che insieme a “cialtrone”, “buonista” e una manciata d’altre descrive tutta una categoria dello spirito italico con una accuratezza tale da essere antropologicamente intraducibile in altre lingue, ma personalmente ho delle riserve, perché nel fotografare la situazione sacrifica troppe sfumature. Nella monocromia del tutti uguali tutti uguali non si apprezzano dettagli abbastanza macroscopici, come ad esempio la rovinosa esplosione di un partito intero, che secondo me ci azzecca poco con la paciarotta sinergia di un inciucio, diciamo, liscio. E’ dai tempi della bicamerale dalemiana che ci tocca convivere con la dolorosa evidenza che tutto un settore del centrosinistra nelle larghe intese ci sguazza, e il primo settennato di Napolitano, migliorista inscalfibile, ne è stato una riprova squisita. Ma il percorso che ha portato a questo mandato di stallo, che è biologicamente improbabile che arrivi a conclusione, mi sembra troppo tortuoso e casuale per considerarlo risultato di  cinico machiavellismo o addirittura di strategie coscientemente adottate, almeno da parte del partito neoesploso di cui sopra: alla candidatura di Marini, investito col caloroso beneplacito di Berlusconi è infatti seguita quella di Prodi, che del cavaliere è stato per due volte la nemesi, ragionevolmente nel tentativo di mitigare gli umori di una base inferocita e farci en passant bella figura in Europa. In altre parole, si è navigato a vista mentre l’equipaggio si ammutinava con geometrie variabili a ogni votazione. Il ricorso all’usato garantito è soprattutto conseguenza della drammatica inadeguatezza del PD, che ha preferito fare un passo indietro prima di inoltrarsi in un tunnel potenzialmente lunghissimo di candidati bruciati e esperimenti di coesione in diretta destinati a un fallimento annunciato. Questa crisi istituzionale discende direttamente da quella identitaria di uno dei soggetti in campo, incapace per le contraddizioni che ne hanno minato ininterrottamente la breve storia di andare aldilà di un pallido adeguamento all’esistente. Berlusconi, che la sua stella polare, salvarsi il culo, non l’ha mai persa di vista un momento, è stato ben contento di avallare il passo indietro del PD, mentre Bersani, che ha lanciato Marini dopo aver impostato la sua linea politica post-elezioni sul rifiuto del governissimo, è apparso irrimediabilmente in stato confusionale. Ora, al rieletto presidente non resta altro da fare che inaugurare i suoi tempi supplementari con un governo di teorica concordia nazionale che riprenderà a occhi chiusi il filo rosso dell’austerity montiana ma che forse non avrà nemmeno il respiro per modificare una volta per tutte il porcellum. Dire che era tutto studiato come fa Padellaro mi sembra difficilmente difendibile ma, e qui do ragione agli “inciucisti”, era improbabile che questa classe politica autoreferenziale e scevra di ogni progettualità  potesse arrivare a soluzioni molto più elaborate che un prolungamento dello status quo. Saranno anche puntini sulle I, ma hanno la loro importanza.

D’altra parte, mi sembra di ravvisare molti elementi di casualità anche nei meccanismi che hanno portato alla “candidatura popolare” di Stefano Rodotà per il Movimento 5 Stelle. Mi spiego: se è vero che Grillo e i suoi hanno avuto la chiarezza di precisare da subito che non avrebbero scelto un candidato interno, con l’intenzione di rappresentare così la volontà di vasti settori della società civile, d’altra parte, bisogna rilevare che le cosiddette Quirinarie si sono svolte in un contesto di elevata opacità e che voti e percentuali dei singoli candidati non sono mai stati resi noti, in evidente contraddizione coi principi del Movimento. No, non credo che ci siano stati chissà quali brogli, ma è sensato credere che il nome di Rodotà, indicato solo dopo la rinuncia incrociata della coppia di testa Gabanelli-Strada, che era facile immaginare in cima alle preferenze dei circa 48.000 votanti, abbia ottenuto un risultato tutto sommato modesto rispetto a chi lo aveva preceduto: posso ipotizzare che si sia deciso da subito non rendere pubbliche le cifre nell’eventualità poi verificatasi che le prime scelte rifiutassero gentilmente, così da non delegittimare sul nascere la candidatura del terzo incomodo. In tutto ciò, Rodotà sarebbe stato una scelta eccellente, anche in virtù del suo elevatissimo profilo istituzionale, ma la sua storia personale fa a pugni con il proposito grillino di designare un candidato estraneo alla politica tradizionale. Le mie perplessità di fondo sui grillini restano tutte in piedi anche se  va loro riconosciuto il pregio di aver agito coerentemente con la linea inizialmente stabilita.

Sono portato a credere che, in caso di elezione, Grillo sarebbe riuscito a prendersela pure col “suo” candidato, ma è un dato di fatto che, aldilà dei gravi limiti procedurali che ho ricordato prima, il Movimento 5 Stelle ha espresso una candidatura pienamente autorevole, gradita a una parte importante di opinione pubblica estranea al suo elettorato, e che la volontà di sostenere Rodotà sia categoricamente mancata proprio nell’area politica che a lui doveva essere naturalmente affine (con l’eccezione di SEL). Un’ennesima conferma che, nel suo dibattersi quasi casuale, ciò che resta del PD è lontanissimo dalla strada maestra che i suoi simpatizzanti avrebbero voluto che percorresse. Adesso sembra che ci toccherà una riedizione del Dottor Sottile al governo. Festival dello sconforto.

AGGIORNAMENTO 23/04/2013: sono stati resi pubblici i dati delle Quirinarie, e i risultati smentirebbero l’ipotesi che avevo avanzato più sopra. Resterebbe da determinare perché si è atteso così a lungo prima di diramare i risultati dettagliati.

Annunci

Read Full Post »

Quello che leggerete più avanti, alla fine dei vari pipponi, è un remix. Non è indispensabile, ma potrebbe esservi di qualche utilità leggere o rileggere la traccia originale. Eccola:

Cercando di approdare finalmente a casa mentre il venerdì sera già si staglia minaccioso su di lui, pensa solo e soltanto al momento in cui potrà togliersi le scarpe per poi lasciarle in un angolo per conto loro a puzzare piano piano. In quella, nel viavai degli umani sul marciapiede, gli appare una ragazza carina che si ravvia i capelli osservandosi nello specchietto di un motorino parcheggiato. Senza fermarsi, si scopre ad osservarla: deduce rapidamente che il motorino non deve appartenerle perché di sicuro le manca un casco e forse, qui si rende conto di sconfinare nell’indimostrabile, perfino l’apposito patentino. Mentre si volta per non lasciarla uscire dal modesto palcoscenico del suo campo visivo, la vede ripartire in direzione opposta alla sua, nessuna variazione di rilievo nell’acconciatura, pronta a portare verso un obiettivo imperscrutabile quella bellezza, evidente, che ha appena sentito il bisogno di ispezionare. Lei si dissolve fra la gente, Il motorino immobile a mezza via, e lui, in mancanza di ulteriori distrazioni, ricomincia meccanicamente a pensare alle sue scarpe.

Trattasi di I pit stop della bellezza, testo assai vecchiotto, che tenne a battesimo nell’ottobre del 2008 la categoria delle Microscopiche apparizioni, che personalmente ritengo una delle più vitali e peculiari di tutto il blog. Per i più precisini, categoria nella quale mi includerei a pieno diritto, ecco qui il link originale.

Non saprei ricordare se quando scrissi questo testo mi ruzzolava già per il capo l’idea che cercherò di mettere in pratica nello spazio di questo post. Ad ogni modo, al momento giusto, sapevo che l’estrema brevità e la densità semantica ne facevano una cavia ideale per l’esperimento. Poi sono un bradipo, e nel frattempo siamo già nel 2013.

Ebbene, ho sempre avuto un’attrazione morbosa per i traduttori automatici, mi ha sempre soggiogato la loro sovrannaturale capacità di generare ciecamente poesia tanto limpida quanto arbitraria a partire dall’inosservanza e/o dalla violazione reiterata dei costrutti e della sintassi di una lingua, dei nessi semantici di un testo, di quel senso del contesto che è il valore aggiunto di un bravo traduttore. Suvvia sono macchinette, direte voi, per parole sfuse vanno anche abbastanza bene, non imbastirci sopra fantastiche divagazioni (cit.). D’accordo, ma sarebbe bello capire come e perché una macchinetta che non sa apprezzare peso, forma e sapore delle parole, nella sua sistematica distruzione dei significati lasci dietro di sé motti imprevisti e purissimi, sentenze vorticose, o semplicemente cazzate esilaranti. È qualcosa di stupendo. Qualcuno potrebbe spiegarmelo in termini di algoritmi, di programmazione, senza che mi perda nella nebbia a metà della seconda frase?

L’idea, quindi, era sottoporre un testo a radicale riscrittura dopo averlo esposto a uno sfibrante ciclo di traduzioni e ritraduzioni fin quasi al punto di cancellarne integralmente le sembianze di partenza. La lingua di rimbalzo doveva inizialmente essere l’inglese, un po’ perché è stata la prima a farmi assaporare da fanciullo la gioia delle deformazioni maccheroniche e un po’ perché alla fin fine le differenze strutturali con l’italiano sono abbastanza pronunciate da permettere alla macchinetta di operare lacerazioni di senso ad ogni piè sospinto. Sì, sarebbe successo anche col tedesco, ma non mi suonava famigliare.

A quel punto, il parallelo musicale, pur non essendo io un fanatico della remixology aveva già preso il sopravvento, avallato da qualche esempio illuminante della strada che avrei voluto percorrere. Si trattava, in realtà, di una suggestione o poco più, visto che delle reali tecniche di remix musicale ho tuttora una cognizione straordinariamente vaga. In aggiunta, avevo visto usare il termine da Aldo Nove per certi suoi rimaneggiamenti di Nanni Balestrini, e siccome la prosa di Nove mi ha sempre suscitato stupefatta deferenza, due più due, quattro. Forse nel mio caso, per quello che avevo in mente, sarebbe stato più congruo parlare di plastica testuale di un testo sfigurato dal traduttore automatico. Ma in realtà questa definizione mi è venuta in mente appena tre ore fa: remix era e remix è rimasto.

L’idea l’avevo poi lungamente abbandonata, anche perché la sua attuazione si presentava eccessivamente laboriosa al mio cervello perennemente deconcentrato. Dal nulla, ho ricominciato a lavorarci un paio di giorni fa, senza motivi particolari, in un momento di svagato cazzeggio. Ho cominciato così a allestire un elenco di prime traduzioni de I pit stop, la vittima designata, attingendo un po’ a caso dal menù di lingue del traduttore di Google. Ho incluso mie vecchie fissazioni, tipo il finlandese, le esotiche lingue materne di qualche caro/a amico/a, come il lituano, varie asiatiche perché doveva per forza nascerne qualcosa di interessante, e alcune altre di cui neppure conoscevo il nome, ma che a naso attribuivo all’India Misteriosa, che è pur sempre Asia, ma fa storia a sé. Ho finito per escludere tutti i parenti stretti dell’italiano, strutturalmente troppo simili, e alcuni pesi massimi come inglese, guarda un po’ , e tedesco. Ho fatto una ventina di  tentativi e in corso d’opera ho evidenziato le frasi più assurde per orientarmi nella scelta. Se volete, potete scaricare il documento. A seguire, trovate comunque una selezione delle frasi più… belle? deformi? assurde? impreviste? che mi ha riservato la fase preparatoria. Tenete in conto che il testo di partenza è quello riportato all’inizio e che in ogni caso ho applicato una volta sola il processo di traduzione e ritraduzione. Mi limito a una dozzina di esempi:

Bengalese: “infine, il Venerdì sera a casa quando stava già cercando incombe minacciosamente sulla terra…”

Esperanto: “fino a quando non si lascia il tempo per uscire dalla fase di modesta della sua visione che la vede ancora una volta nella direzione opposta…”

Goergiano: “egli brucia la gente, ancora strada a metà strada…”

Indonesiano: “cercando di atterrare finalmente a casa nella notte di Venerdì, minacciando telai su di esso già…”

Islandese“…pensando solo ed esclusivamente nel momento in cui si può prendere il via le scarpe e poi spostarli in un angolo del proprio essere risolto…”

Kannada: “…l’odore di loro, già si profila minacciosamente su di lui come, in ultima analisi, ma il tempo che mi sento come cercare di terra”

Latino: “in questo paese, in mezzo a uomini in marmi…”

Lituano: “…e solo quando lui può togliersi le scarpe e lasciarle in un angolo del tuo respiro lentamente”

Svedese: “…pronto a guidare verso un obiettivo di bellezza insondabile, naturalmente, ha appena sentito il bisogno di controllare”

Telugu: “che nel centro del lato degli esseri umani…”

Ungherese: “fino a quando non lascia il tempo alla sezione poveri della vostra visione…”

Vietnamita: “…subito dedotto che il motore non appartiene a lei perché non è sicuro e può essere un casco…”

Al termine di una dolorosa selezione, scartata l’idea di scegliere a priori una lingua esotica in quanto tale, mi sono pronunciato per il grande isolato linguistico della penisola iberica, il basco. Varie considerazioni hanno motivato la scelta: innanzitutto il miracoloso magnetismo di alcune frasi partorite dalla macchinetta. In secondo luogo, un fattore determinante per la rielaborazione narrativa: nella ritraduzione basca è risultata inspiegabilmente soppressa la protagonista della storiella originale, quella ragazza carina che, generalmente riconvertita in bella ragazza appariva saldamente nel resto delle rielaborazioni. Inoltre, in basco è sopravvissuta la parola palcoscenico, trasformata in palco e scomparsa negli altri diciannove casi. Proprio a partire da quel palco, che nel testo originale aveva una funzione puramente metaforica, ho organizzato la riscrittura. Prima di proseguire, conviene però dare un’occhiata al materiale grezzo:

Infine, il Venerdì pomeriggio a casa, mentre la terra Telai minacciosamente su di lui cercando, credo, e solo nel momento in cui si tolse le scarpe e poi, lentamente, lasciare che l’odore del luogo. In mezzo al marciapiede di esseri umani, a quanto pare, come uno specchio, che fissa i capelli in un rispetto motorino parcheggiato. Senza fermarsi, si gira per vedere: i suoi membri in fretta alla conclusione che il motore non era al sicuro e, forse, a causa della mancanza di un casco, qui è a conoscenza di sconfinare licenze nell’indimostrabile e speciale. Anche se non si vuole lasciare, prendere tempo per moderare le loro vista sul palco, lo fa ancora una volta nella direzione opposta del cambiamento non è nell’acconciatura significativo, pronto a muoversi in direzione di un obiettivo, la bellezza imperscrutabile dell’ovvio, semplicemente non sentire il bisogno di essere ispezionati. La gente per sciogliere il motore ancora a metà strada, e ogni mancanza di distrazioni, comincia a pensare meccanicamente delle sue scarpe.

Alla fine, nel tentativo di dare almeno una parvenza di spontaneità narrativa al remix, non sono riuscito a mantenere integre proprio le frasi che più mi avevano colpito. Individuata una linea guida, ho lavorato quasi a forza di parole singole, cercando di ridurre al minimo l’inserimento di vocaboli estranei alla fonte. Alla fine, prevedibilmente, ho pisciato lungo, perché il testo riscritto è esattamente il doppio di quello originale. Non serve specificare che se avessi dovuto concepirlo autonomamente non ci sarei mai riuscito e che lavorare con regole autoimposte di questo tipo limita al minimo quelli che, in ossequio a un muffito idealismo duro a morire, potremmo chiamare voli pindarici, colpi di genio, illuminazioni. Scrivere a queste condizioni è come comporre un puzzle con pezzi appena riemersi da uno scavo archeologico. Però mi emoziona constatare che la nuova versione non c’entra assolutamente, assolutamente, un cazzo, con la vecchia, pur avendo in comune con lei un notevole bagaglio lessicale.

Evviva. Eccovi finalmente il testo riscritto, che ho ribattezzato Edertasun Remix perché a quanto pare  tale termine, in euskara, significa proprio bellezzaRisparmio al prodotto finito l’inutile diffidenza del corsivo sistematico. Se voleste cimentarvi voi nel giochino, con questo o altri racconti del blog, potrei pubblicare gli elaborati sulla pagina Facebook del Divano. Per il momento, silenzio in sala.

I pit stop della bellezza – Edertasun Remix

Nel bel mezzo del marciapiede, evidente ostacolo al viavai di esseri umani del venerdì pomeriggio, uno scooter parcheggiato, che però sembra abbandonato come se il motore si fosse fuso a metà strada. Non è molto sicuro, ma la posizione è strategica, proprio di fronte all’ingresso del teatro, quasi con l’intenzione di spingere i membri di quella folla anonima a cambiare direzione e prendere tempo, fiutare l’odore del luogo e poi entrare lentamente. Appena dentro, si chiede al pubblico pagante di togliersi le scarpe: quasi tutti acconsentono ma nell’atrio, senza fermarsi, sentono il bisogno di girarsi per vedere che cosa hanno intenzione di farci, con le loro scarpe. Altri guadagnano la sala a passi felpati, spinti dall’indimostrabile sospetto che i loro movimenti vengano ispezionati. Finiscono di sedersi, meccanicamente, e si apre il sipario. Sul palco, telai, motori smontati d’automobili, e sullo sfondo uno specchio che rimanda alla platea, dietro il riflesso prossimo delle macchine, una serie di teste tagliate il cui sguardo perplesso fissa l’immagine dei propri capelli. A distrarli dall’osservazione di quella distesa di acconciature poco significative, la constatazione che le calzature requisite, delle quali i più avvertono smoderatamente la mancanza, sono sistemate, in un ventaglio di direzioni opposte intorno alle macchine. E mentre da dietro le quinte appare il primo attore, in tuta da motociclista ma senza casco, con l’aria dimessa di chi ha l’unico obiettivo di non farsi notare, un signore in terza fila cerca  di ovviare alla comprensibile licenza di una crisi di riso nascondendosi dietro il vicino e sconfinando così nello spazio della sua poltroncina. L’attore si siede a uno dei telai e lo mette in azione. Una signora delle retrovie, i cui tratti delicati le conferiscono una speciale bellezza, si guarda intorno smarrita, alla ricerca di indizi sull’imperscrutabile conclusione dell’opera. Appare un secondo attore, con indosso una vestaglia da casa, e prende a provarsi metodicamente le scarpe degli spettatori, cercando di non alterarne la composizione geometrica. Dalla platea qualcuno esplode un colpo di tosse apparentemente non premeditato e il primo attore, fin lì intento a filare, stramazza al suolo come trafitto da un proiettile. Silenzio perplesso.

Read Full Post »

Vari annetti di amicizia sempre più appassionata -si lo so, è un aggettivo che di solito si usa per l’amore- e ora un singoletto di otto minuti meno un secondo a suggellare il tutto. Gli X-Mary e i Camillas, due dei meglio gruppi dell’odierna scena indie italiana, si vogliono tanto bene, in modo più o meno estemporaneo avevano già suonato in formazione allargata e finalmente si sono decisi a lasciare prove meno volatili dei loro reciproci sentimenti (ulteriori spiegazioni qui). Ovviamente, molti sono i punti di contatto tra loro: l’idea di musica leggera come punto di partenza per uno zapping stilistico apparentemente scriteriato, l’approccio apertamente ludico, l’attitudine scanzonata e la propensione al nonsense, caratteristiche che sono valse a entrambi un’approssimativa affiliazione alle file del rock demenziale (non che sia un demerito, ovviamente, ma catalogarli così perché fanno ridere è un piccolo errore di prospettiva). A me piace vederli come fulgidi esempi di gruppi che vorresti che fossero amici tuoi per poter andare impunemente a vederli cazzeggiare in sala prove, e devono averlo pensato anche loro gli uni degli altri, altrimenti non staremmo qui a parlare di questo dischetto, che in effetti è un po’ lo stato dell’arte della jam session tra amici. I brani in scaletta sono cinque, suonati tutti insieme perché appunto non si tratta di uno split, e conoscendo le rispettive produzioni non è troppo difficile capire caso per caso chi ha avanzato l’idea grossa o il grosso delle idee che ha portato al brano finito: se volete fare la prova, basta fare attenzione a chi toccano le main vocals di volta in volta. Ma è un esercizio che serve più che altro a soddisfare la curiosità, sia perché in fin dei conti  siamo davanti a un inno a più voci alla fratellanza umana e artistica, sia perché il risultato finale suona molto coeso e coerente, con arrangiamenti e intuizioni che pescano dal meglio del repertorio di entrambi. Forse manca la propensione danzereccia di certe cose dei Camillas, forse tende a prevalere leggermente l’impianto strumentale degli X-Mary, che sono in quattro mentre i colleghi sono solo un duo, ma forse è anche il caso di non stare a menarsela troppo: il 45 fila via che è un piacere, i numerosi coretti sono autenticamente micidiali, l’allegria è contagiosa e la tentazione al repeat compulsivo quasi irresistibile. A questo punto la speranza è che le prossime rimpatriate, oltre alle abbondanti libagioni del caso, prevedano un salto in studio di registrazione: se i nostri si fanno prendere la mano chissà che non ci scappi un bell’album intero…

Il disco è il risultato di una coproduzione tra un numero esorbitante di etichette indie italiane: Charity PressDinotte RecordsI Dischi di PlasticaFooltribeIl Verso del CinghialeLe Arti MalandrineMangiarebene DischiNoisevilleNufabricTafuzzy RecordsWallace Records. Se volete acquistarne una copia, potete rivolgervi a una qualunque di esse. Chi come me volesse comprarlo in download su Bandcamp deve tenere duro ancora un po’ -no, non saprei dirvi quanto, ma se lo può comunque ascoltare in streaming. Niente CD, fatevene una ragione. Qui trovate gli X-Mary. I Camillas invece sono qui.

Read Full Post »