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Archive for maggio 2013

El árbol del fuego

(Este escrito breve nació como letra para una improvisación musical del Amigo Pudrificador y Ricardito. Supongo que algún día van a subir la grabación a Youtube. Sucesivamente he refundido el texto hasta conferirle la forma actual. Sobra decir que no tengo ninguna pretensión de corrección botánica. En fase de redacción, a través del omnipresente Wikipedia he descubierto la existencia de este árbol, lo cual comprueba que almenos la metáfora que sustenta el texto existe en naturaleza desde hace unos cuantos siglos. Estrené la versión castellana de este relato en el cabaret literario “Mira tú por donde” organizado por el colectivo Gilles de Rai el 18/04/2013. Aquí se me puede ver mirando una hoja de papel durante diez minutos mientras leo un par de relatos más antiguos –uno y dos– Curiosamente, en el vídeo no sale precisamente éste. Qué le vamos a hacer. Por si las moscas, el original italiano está aquí)

El aire se detiene, más frío, para luego reanimarse, sacudido por el escalofrío del viento: todo lo demás duerme o bien muere. Es entonces cuando el árbol del fuego conoce su fugaz, frenético esplendor, antes de armonizarse con la disipación general de las cosas. Antitético al paciente aguante de las plantas semperviventes, atraviesa la primavera y el verano seco y desangelado, en una condición a duras penas distinguible de la muerte: no hay ni un nido entre sus ramas, ni figura humana en sus alrededores, a la sombra ausente de su inexistente follaje. Absorbe los rayos benévolos del sol, incubando su calor bajo la corteza hasta el verano. Mientras bosques enteros podrían arder en el breve espacio de pocas horas por las llamas favorecidas por la canícula,  rechaza su contagio, como si fuera consciente de la diferencia capital entre accidente y destino. Chispas como brotes anuncian la llegada inminente de la maduración, y con ella, la ruina. Violentas, brotan, y arden las ramas, porque las llamas son su único fruto. Intensamente rojo en los breves y agonizantes momentos de la floración, el árbol del fuego no sobrevive la cumbre de su ciclo vital, y un tronco carbonizado es todo lo que queda de él,  indicando esbelto el cielo, a la espera de las lluvias que van a empapar sus pobres carnes consumidas. El árbol del fuego, maduro, es una hoguera que enciende con sus llamas lozanas el hueco gris otoñal. Y cenizas son su cosecha, inerte.

Las propias formas de su parábola vital -no detectable en las etapas de crecimiento, anodina en el preludio de la floración, efímera en su cumplimiento- no permiten el establecerse de una memoria duradera entre hombres y animales. Tampoco nos es permitido saber cuáles semillas garantizan su continuidad. Por lo tanto, cabe dudar de su propia existencia. Hace unos pocos días, recorriendo con pasos absortos una sala de grandes espejos, mientras debatía con alguien la cuestión, me han insinuado que en realidad se trate de uno de las más atávicas pesadillas de la madera, sugerida a un poeta, un inadaptado o un aspirante a suicida, por una chispa en el aire recalentado por el sacrificio de las ramas. Por lo tanto, me ha recomendado redactar de inmediato esta breve memoria antes de que el olvido volviese a seguir su curso.

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(disclaimer: ascolto gli EelST dal 1993, allora avevo 13 anni. Leggete le parole a seguire con un minimo d’indulgenza perché cercare di ragionare criticamente sull’amore di una vita non è cosa facile né tanto meno sensata. Ma ci si prova comunque, per amore e per amor di ragionamento) 

Forse il nocciolo della questione quando si parla di un disco nuovo degli Elii nel 2013 è che ormai da un bel po’ i nostri hanno smesso di essere il semplice complessino degli esordi per trasformarsi in intrattenitori a tutto tondo, e che nel lasso di tempo intercorso dall’ultimo “Studentessi” (già cinque annetti), la tendenza si è ulteriormente acuita, anche a forza di ospitate fisse dalla Dandini, dove i nostri hanno disseminato varie perle assolute senza comporre nel senso stretto del termine neppure un brano inedito, ma semplicemente assecondando lo smodato genio citazionista e l’attitudine al collage che li accompagna dagli esordi. In tutto questo, la qualità media di tutto ciò che è passato-per-le/uscito-dalle loro mani si è sempre mantenuto su standard qualitativi discreti-buoni-buonissimi secondo il caso, con punte di eccellenza assolute tipo il Dopofestival 2008, e i concerti non si sono certo diradati, ma sembra quasi che i dischi, che sarebbero poi il loro core business, si siano diluiti/dileguati nella grande fiumana di impegni e appuntamenti. E infatti l’album  finalmente esce e ci si accorge che su quindici tracce, al netto di tre tra intro e prologhi vari, ci sono i due pezzi dell’ultimo Sanremo, il “Complesso del primo maggio” che prima del lancio dell’album era già stato fagocitato nel calderone di San Giovanni (ci tornerò sopra più avanti) e un paio di pezzi, “Come gli Area” e “Enlarge your penis”, già abbondantemente presentati dal vivo -anzi, il secondo aveva fornito il titolo al tour estivo del 2012. Insomma, gli inediti assoluti sono solo sette, il che dà l’idea di una gestazione molto allungata, mentre alcuni pezzi che sarebbero poi finiti nell’album venivano abilmente spammati in contesti di grande risonanza mediatica, non so se scientemente o meno. Quando metti su ‘sto benedetto dischetto, alla fine ti suona già famigliare vecchio a seconda dei punti di vista.

Poi c’è un problema di ordine strettamente musicale, che mi spingeva a tenere la guardia alta: da alcuni album a questa parte  la plurisbandierata ispirazione zappiana è stata intaccata e corrosa da quella che mi piace chiamare sindrome dei Weather Report, l’incontinenza strumentale, la febbre del controtempo, la smania di dimostrare di essere dei manici, come se la cosa non fosse abbondantemente di pubblico dominio, a scapito proprio della tendenza zappiana allo zigzag tra i generi, alla gag song dove la tecnica serve soprattutto a tenere dritta la barra in contesti di grande imprevedibilità. La faccenda aveva raggiunto il suo punto critico nel 2003 appesantendo a morte “Cicciput” , che è forse il punto più basso della loro discografia, pieno così di seghe a due mani prog-fusion a bassissima digeribilità. Fortunatamente nel corso del decennio trascorso la tendenza si è ridotta a livelli ragionevoli, anche se pure a ‘sto giro non mancano i momenti un po’ rigonfi, tipo la stessa “Enlarge your penis”, che pure fa abbastanza ridere. L’unico episodio strumentale “Reggia (base per altezza)” si impantana su queste coordinate di ultravirtuosismo, ma è suonata, in segno di deferenza, dai membri degli Area, a preambolo del pezzo in loro omaggio, e francamente non rende il dovuto onore a una vicenda tra le più gloriose della musica nostra. L’omaggio vero e proprio invece è affettuoso e fa sorridere, e probabilmente potrebbe avere un notevole valore didattico per il grande pubblico italiano, che è ignorante (sì, lo so che lo sapete).

In tutto ciò, il disco suona abbastanza fresco e piacevolmente vivace, anche se tra i sette inediti totali non si annidano capolavori assoluti: ci sono però cose ottime come il ballatone anni ’50 “Una sera con gli amici”, che brilla per la relativa semplicità della struttura e per un testo delizioso, che dipinge con straordinario occhio clinico un universale della condizione umana: i pettegolezzi in compagnia sull’amico comune di turno. Spigliata e piacevole anche “Il ritmo della sala prove”, rock schietto appartenente al filone sempre più florido dei brani metamusicali, con una tenerissima descrizione, sicuramente autobiografica, del complessino alle prime armi con tanta voglia di fare casino. Fa centro anche la melliflua “Amore amorissimo”, sagra del superlativo superfluo che racconta una storia di stalking su un canovaccio musicale che sembra un Julio Iglesias di fine anni ’70, la bella canzone romantica (il cantato cita Modugno a più riprese) ibridata con movenze disco-funk in un matrimonio di per sé stomachevole ma giocato con grande arguzia parodistica. Leggermente sottotono, ma lungi dall’essere brutte “Lampo”, “Luigi pugilista” e “”Il tutor di Nerone” brani un po’ risaputi che sicuramente non lasceranno sgomenti i fan di lungo corso.  Il settimo brano sarebbe il già citato strumentale.

Poi, ovviamente, ci sono i pezzi già di dominio pubblico: e qui spezzo una lancia a favore di “Dannati forever”, che su un bell’arrangiamento orchestralone sanremese (si parla del diavolo…), sciorina uno dei loro testi più inventivi da molti anni a questa parte, con un incipit antologico (“Ieri andando a fare due passi in un percorso di fede”) e una valanga di trovate e nonsense che rivaleggia coi classicissimi del passato. E dispiace che non se lo sia cagato quasi nessuno, sacrificato sull’altare della “Canzone mononota”, che era il successone designato, il brano di rottura concettuale relativa, quello perfetto per sbancare l’Ariston, con le mummie in platea che applaudono a macchinetta quando Elio “fa finta che sia finita”. Ecco, “Dannati forever” non meritava quest’eclisse, anche se è comprensibile che il grosso delle attenzioni, nel bene e nel male, si sia indirizzato sul pezzo “sperimentale”. Per finire, “Complesso del primo maggio”, con l’intro “Piazza San Giovanni” affidata a Finardi, che fa Finardi e emoziona anche cantando vaccate, è semplicemente una delle messe in scena più riuscite della loro carriera. Non tanto per la ferocia delle critiche contro i bersagli designati, quanto per la straordinaria capacità di restituire perfettamente un’atmosfera e una situazione nel formato della parodia, con zapping frenetico tra generi e stili e idee musicali a pioggia, dalla strepitosa presa per il culo dei 99 Posse che funge da filo conduttore alla citazione di “Donatella” della Rettore con lo ska originale rimontato sulla base balcanica “che rompe i coglioni”. Da spellarsi le mani. Epperò, non avrebbero dovuto suonarla proprio nel contesto che tanto abilmente descrive, portando il vino dopo che gli organizzatori avevano offerto i tarallucci invitandoli a partecipare. Perché suonarla al concerto del primo maggio con i tipi a dorso nudo che ballano pavlovianamente sulle note della propria presa per il culo, anziché elevarla alla enne la azzera. A mio parere sarebbe stato più coerente fingerne l’attacco a più riprese e magari suonare “La Terra dei cachi” e tutti contenti. Ma non arriverei a farne una guerra di religione, ci stavo solo riflettendo sopra.

Alla fine della fiera non è un capolavoro, come non lo è stato nessuno dei loro album dai tempi di “Italyan, rum casusu çikti”, ma ce li restituisce vispi e in palla come forse mai lo erano stati nel nuovo millennio. Visto e considerato che spariranno per un altro lustro, impegnati in attività a alta visibilità mediatica (passi la contraddizione), io questo disco me lo ascolterò ben bene, prima di ripiegare inevitabilmente su “John Holmes” o “Il vitello dai piedi di balsa”. Ormai ho imparato a accettarlo: “la vita è così”.

(prima che lo rimuovano potete ascoltarlo qui, ma ricordate che se vi piace, dovrebbe scattare l’acquisto, una volta si usava così)

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La zona grigia che segue immediatamente il risveglio è l’unico momento (ok, a rigor di logica avrei dovuto scrivere luogo, ma la logica in questo post non avrà diritto di cittadinanza e poi siamo tutti a mollo nello spaziotempo, nel caro vecchio continuum, quindi glissiamo) in cui possiamo nutrire la speranza di trattenere i sogni esattamente come giureremmo di averli sognati. Poi però ci addentriamo nel risveglio, che altro non è che un quotidiano ritorno alla prospettiva spaziale dentro la quale facciamo le cose, e finisce che il sogno evapora, che forse ce lo ricordiamo ancora, ma che nelle parole suona inetto e piatto, anche se magari ne conserviamo vagamente il bandolo. Ebbene, da pochissimo ho scoperto empiricamente che questa labile facoltà mnemonica può valere non solo per il sogno fresco di nottata, ma anche per quelli d’archivio perché, in quel territorio cedevole, tra sogno e ricordo non passa troppa differenza.

La scoperta la devo allo smartphone, porco cazzo, perché da quando ne ho preso uno coi punti fedeltà accumulati a forza di fatture mensili, mi capita spesso di controllare la corrispondenza ancora spalmato sul letto, nel buio della stanza spenta, senza gli occhiali, e quindi in completa balia della miopia. E mentre cerco un ragionevole compromesso tra distanza di lettura -ho un’autonomia di 5-10 cm- e luminosità sparaflesciante dello schermo, comincio la giornata senza obbligarmi a uscire dalla zona grigia. Spesso dimentico il contenuto di una mail, o addirittura di averla letta, come se di cose sognate si trattasse. Ma in quei momenti, ripeto, ancora non ho recuperato lo spazio reale. Ed ecco quindi che sabato scorso mi sono trovato nella posta di Facebook questo link e l’ho seguito ancora mezzo dormiente.

(a questo punto dovreste avere cliccato tutti quanti. Su, che devo proseguire)

E mentre guardavo questa cosa meravigliosa vedendo pochissimo, per ineffabili sentieri, ho ritrovato perfettamente un sogno vecchio di mezza vita, che a parole avevo raccontato troppe volte senza mai poterle oltrepassare, le parole. E al cospetto di sì vivida epifania, in hoc signo vinces!, l’arcangelo mi ha ordinato di cavarne fuori un post, immediatamente! L’intensità pittorica di quelle sensazioni era sconvolgente.

Nel frattempo, sono passati tre giorni. L’arcangelo non mi è più apparso, ma probabilmente al prossimo giro lo farà solo per elargirmi un cazziatone superno, ammesso e non concesso che ne sia degno, e nella carovana dei giorni si è persa di nuovo la possibilità di superare le parole. Rieccomi quindi a raccontare il sogno senza poterne restituire il mistero, ma questa volta per iscritto.

In realtà c’entrano solo i Black Sabbath, Romina Power non ricordo di averla mai sognata, anche se il rappato di “Cara terra mia” è fatto sicuramente della stessa sostanza degli incubi. Ma ecco, era paro paro un matrimonio impuro tra i quattro di Birmingham e la galassia del nazionalpopolare nostro, come il video che avete appena visto. E, nella mia testa, è successo realmente. Mi rendo conto mentre scrivo che questa insistenza è parente stretta dell’assillo che tormentava le voci narranti dei racconti di Lovecraft, impegnate nell’elusiva descrizione di orrori ineffabili. Era l’aprile del ’96 e a ridosso dei sedici anni l’amore per la musica si stava facendo feroce. Il mio punto di partenza fu l’hard’n’heavy. Internet non ce l’avevo ancora e mi documentavo in cartaceo, riviste e libri sulla storia del genere, per capire quali dischi fosse urgentissimo reperire. E nel sogno questo spunto del vissuto si ripete. Stavo leggendo un libro di questo tipo, il capitolo sui Black Sabbath, che già conoscevo bene. Il gruppo si forma nel 1968. Un quartetto. Ozzy Osbourne alla voce, Tony Iommi alla chitarra, Geezer Butler al basso, Bill Ward alla batteria. Sì. Questa formazione incide dischi per tutti gli anni ’70, forgiando un nuovo linguaggio sonoro, pesante e oppressivo. Heavy Metal. Doom. Sì. Nel 1980 Ozzy Osbourne lascia il gruppo per inseguire una carriera solista. Ok, sarebbe 1979 e Wikipedia dice che Ozzy fu licenziato da Iommi, ma più o meno ci siamo. Entra Ronnie James Dio, ex Rainbow, e nel 1980 (diamogli tempo di scrivere le canzoni, per Giove) esce “Heaven and Hell”. No. No. Qui il sogno svicola, e nel gruppo entra, e io già ne ero al corrente, perché in quella realtà alternativa la cosa era evidentemente storia,

Lino Banfi.

La proiezione onirica si fa multimediale, forse il libro galeotto aveva una videocassetta allegata, e mi ritrovo a guardare immagini d’archivio, in tutto uguali ai pochi scampoli di video d’epoca sui quali avevo potuto mettere gli occhi allora, ma con

Lino Banfi alla voce,

con lunghi capelli lisci e corvini, inaspettatamente credibilissimi, e uno stile vocale vicinissimo a quello dell’illustre predecessore.  La corporatura era quella tozza dei classici film anni ’80, impietosamente fasciata nell’uniforme d’ordinanza da rocker fattone settantiano, pantalone scampanato, gilettino di pelle su camicia fantasiosamente decorata.Non ricordo che pezzo stessero suonando, vorrei con tutto il cuore che si trattasse di “War pigs , come per il ballo del qua qua. Accetterei in seconda battuta “Electric funeral” o “Iron man”, ma purtroppo non riesco a mettere a fuoco. Percepisco che si tratta di una visione ridicola, ho sulle labbra un sorrisetto sarcastico, ma la performance è cazzutissima e mi ritrovo ad ammettere compiaciuto, a voce alta: “Ah, però, allora Banfi non ha fatto solo quei film del cazzo”. Le mie visioni oniriche non erano ancora giunte all’odierna rivalutazione del filone del pecoreccio all’italiana. Su questa considerazione, per quanto mi è dato di rimembrare, il sogno si interrompe.

Al risveglio scoppiai a ridere. Nel percorso tra la stazione e il liceo,  subito consapevole della prestazione maiusciola del mio inconscio, raccontai il sogno a un’amica. A partire da quel giorno, era pronto per essere snocciolato sotto forma di gustoso aneddoto ogni qual volta si citasse nella conversazione una delle parti in causa. Sono disposto a credere che una buona fetta dei miei interlocutori tenda a credere che di storiella inventata si tratti, e probabilmente succederà anche questa volta che sto, per così dire, dettando testamento. No, no, il sogno è stato. Ma appunto, nelle ripetizioni, nell’affabulazione si è fatto parola, ha smesso di essere un assurdo squarcio del subcosciente ed è diventato una storia. E mi rendo conto che a questo punto, che sia vera, per quanto lo ripeta, è un fatto accessorio. Vedere i Black Sabbath alle prese col ballo de qua qua mentre ancora mi trovavo nella presa del sonno mi ha restituito quel vecchio sogno che ormai era solo una sequenza di vocaboli, ho potuto visualizzare nuovamente quelle immagini nella loro corretta prospettiva spaziale. Perché, e qui mi ricollego all’inizio del post, lo spazio nelle manifestazioni oniriche è diverso, diverse le distanze, obliquo il punto di vista, anche quando il realismo sembra elevatissimo. E adesso, tre giorni dopo, con quella seconda visione ormai irrimediabilmente appannata, sono qui a cercare di aggirare quella barriera mentre vi parlo di una cazzata, o di più di una cazzata. Ho perso il conto.

Prima di sigillare questa peregrinazione nell’intangibile reame di Morfeo mi restano un paio di considerazioni da fare:

1) all’epoca del suo ingresso nei Black Sabbath solo all’interno dei miei sogni, Lino Banfi avrebbe avuto già quarantaquattro anni

(ok, d’accordo: in fila per sei col resto di due),

sei più di Ronnie James Dio e dodici più di Ozzy Osbourne, e aveva pubblicato alcuni 45 giri (per esempio, questo). Sarebbe bellissimo partire dal realismo brutale di questa considerazione per lanciarsi a testa bassa in una narrazione complessa, orgogliosamente fittizia, puntigliosamente dettagliata delle circostanze che avrebbero potuto portare alla situazione del mio miraggio notturno e poi allargare di nuovo le maglie del racconto fino a elaborarne uno scioglimento naturale. Bellissimo, sarebbe. Ma vi dico subito che se negli anni che mi restano (una cinquantina?) dovessi scrivere un solo romanzo e uno solo

NON sarebbe questo.

2) seguendo queste premesse, potremmo anche aprire un infruttuoso dibattito sull’interpretazione dei sogni. No, Freud non l’ho letto, neanche nell’edizione 100 pagine 1000 lire, ma ricordo a questo proposito che in un giorno lontano, mentre lavoravo in una piccola biblioteca comunale della bassa Romagna, venne una ragazzina sui sedici anni a chiedermi con sicurezza “L’interpretazione dei sogni”. Sicuro pure io, andai a scaffale e recuperai Sigmund Freud nella già citata edizione economica, con in copertina quello che doveva essere un De Chirico. L’utente sfogliò il libretto, poi, delusa, mi fece presente che lei voleva qualcosa tipo un dizionario, uno o più significati simbolici per elemento sognato e poche pippe, poca psiche. Tipo, cosa vuol dire se sogno un gatto, questo mi disse. Anni dopo, già in Spagna, recuperai gratuitamente nella biblioteca in cui lavoravo allora un libro come lo avrebbe voluto la mia giovane lettrice di allora, lo cito anche in un vecchio post, e constatai di persona, come già sospettavo,  che un’opera concepita in quei termini non poteva essere altro che una cagata pazzesca. Ora: anche se indubbiamente una parte dei nostro sogni è proiezione limpida e quasi letterale delle nostre aspirazioni, pulsioni e paure, è davvero pensabile impastoiarli a colpi di definizioni? E soprattutto è auspicabile? Sono già oltre le legittime curiosità da sedicenne di quella sedicenne o l’interpretazione dei sogni come da tradizione folklorica che, nelle parole delle due nonne, mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Mi chiedo più in generale se, una volta decifrato ciò che può essere utile a capire noi stessi, abbiamo una reale urgenza di sbarazzarci della forza mitopoietica del nostro mondo onirico, che a volte, in assenza di messaggi in codice, si diverte semplicemente a raccontarci storie che con ogni probabilità, da svegli, guidati dal pensiero associativo, non saremmo mai stati in grado di forgiare e che semplicemente non sono spiegabili perché sprovviste di senso nel senso spicciolo del quotidiano. Questo mi preme: al netto degli incubi, qualcuno di voi rinuncerebbe davvero a questa ineffabile e imponderabile libertà assoluta in cambio di spiegazioni?

Nel corso degli anni, e questa sarebbe l’improvvisa conclusione, il mio gusto musicale ha poi conosciuto evoluzioni bizzarre, che non è qui il caso di riassumere. Parte di tutto ciò si riflette nelle recensioni che di tanto in tanto pubblico su queste colonne. Ma i Black Sabbath sparirono presto dall’orizzonte della musica ascoltata, restando confinati insieme ai Deep Purple, ai Led Zeppelin e agli Uriah Heep, il grande quadrilatero dell’hard rock britannico, al ruolo di onorati protagonisti della mia cosmogonia musicale. Rovistando nel mio archivio di mp3, trovo solo “Paranoid”, riscaricato in tempi recenti per una breve fiammata di nostalgia, e posso constatare come negli ultimi dieci anni abbia ascoltato molto di più (in ordine alfabetico) Black Dice, Black Eyes, Black Flag o Black Pus (per tacere dei Godspeed You! Black Emperor) di quanto non abbia fatto con i poveri Black Sabbath, che pure mi insegnarono alle medie che potevamo emanciparci dagli 883, se solo lo volevamo. “Heaven and Hell”, che ai tempi del sogno non avevo ascoltato, l’ho recuperato distrattamente solo molti anni dopo su Youtube, e neanche per intero. I Black Sabbath me li sono portati nell’età adulta solo come oggetto di una valutazione critica che ne riconosce decisamente l’importanza fondativa nel panorama bla bla bla. Se ripenso ai Black Sabbath a occhi chiusi come da stereotipo, rivedo solo il piccolo mondo antico del caso, verifiche di matematica temutissime, pile di fumetti, mia sorella microscopica e buffissima, la bicicletta come mezzo di trasporto unico, le giornate di primavera, gli ormoni a tamburo battente e sì, sì, quegli splendidi dischi in vinile appartenenti al padre del mio vicino. Ozzy Osbourne e Tony Iommi sono rimasti intrappolati in quella Romagna che ho mandato a memoria come storia della mia vita, e nemmeno lo sospettano.

(se qualcuno volesse suggerirmi dei numeri da giocare al lotto basati su questo sogno, mi piacerebbe tentare la sorte. Sarebbe forse un unicum, ma denso di significati)

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