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Archive for luglio 2013

La vicenda Calderoli-Kyenge è facilissima da inquadrare perché abbondano i precedenti sull’una e sull’altra sponda del contenzioso: Calderoli ha la dialettica e il curriculum che gli conosciamo, entrambi orgogliosamente rivendicati, mentre il ministro dell’integrazione, a tre mesi scarsi dal suo insediamento, ha già dovuto far fronte a più attacchi sostanzialmente speculari (Borghezio e Valandro, per ricordare solo i più eclatanti), ai quali ha finora risposto con un autocontrollo ammirevole. Copione tristemente noto e ritrito: insulti schiettamente personali, poco o nulla attinenti al merito dell’agenda politica che il ministro sta faticosamente cercando di portare avanti e che rappresentano l’alto di gamma, l’intollerabile upgrade istituzionale, del mare di merda che sciaborda minaccioso nei social network da che il governo, e con esso il ministro, è entrato in carica. E c’è da rammaricarsi che queste figure variamente istituzionali rappresentino così splendidamente, simmetricamente, gli umori di una bella fetta di elettorato, che siano o meno votanti leghisti: siamo di fronte a un’espressione calzante dell’impreparazione totale del paese davanti a temi vitali per il suo futuro, quali lo ius soli, appunto perché il rifiuto si ferma molto prima del terreno delle idee, concentrandosi sulla figura stessa del ministro e accanendosi minuziosamente drammaticamente su note a margine della sua biografia, per esempio i trentotto fratelli, spesso branditi a mo’ di prova etnologica della sua incompatibilità con la brava gente italiana: i trent’anni di vita nel nostro paese rivestono, nell’ambito di queste pseudo-argomentazioni, una importanza assai più limitata.

Calderoli, non c’è bisogno di ricordarlo, è quello del Porcellum, l’autore reo confesso della “porcata” che ha abilmente manomesso a favore del centrodestra le ultime tre consultazioni politiche nazionali: non è nuovo quindi a collusioni improprie, chiamiamole così, col mondo animale, e definendo “orango” una persona di colore non ha certo brillato per originalità d’invettiva, anzi, si è accontentato dell’usato sicuro in materia di insulto razzista, una roba vecchia come il cucco e piena così di distorti echi pseudo-darwiniani. E qui, mentre scivolo leggermente ma elegantemente off-topic, si apre un altro problema, inerente la natura stessa del linguaggio: sono ormai calcificati nel nostro parlare quotidiano giri idiomatici in quantità, metafore e similitudini che attingono la loro forza espressiva dalla comparazione con gli animali: bastano pochi secondi di mente locale per trovare esempi significativi. Si è molto parlato dei condizionamenti patriarcali del nostro repertorio lessicale, e sappiamo tutti fin troppo bene che in lingua italiana si spalanca un abisso vertiginoso tra un buon uomo e una buona donna, ma non si riflette mai adeguatamente sul carico d’ingiurie che, a fronte di un paio di striminzite lusinghe –forte come un toro e via disquisendo- riserviamo sugli incolpevoli animali, i cui variegati linguaggi, peraltro, ci risultano largamente incomprensibili. Certo, è cosa da nulla rispetto al trattamento che troppe bestiole ricevono quotidianamente negli allevamenti intensivi -argomento sul quale, anche solo tangenzialmente, dovrei decidermi a scrivere su queste colonne- e d’altra parte non vedo di buon’occhio un’opera di inutile sterilizzazione linguistica portata avanti a colpi di politically correct, proprio perché la maggior parte di queste espressioni si sono ampiamente idiomatizzate e nell’uso quotidiano ci appaiono così lontane dal loro referente oggettivo che a volte, per rendercene conto, occorre uno sforzo d’astrazione. No, non credo che mi priverò del sottile e forse discutibile piacere di dare del cane a un calciatore deludente, soprattutto nel caso spiacevole che si trovi a vestire i miei colori prediletti, ma leggendo le esternazioni di Calderoli e le repliche giustamente sdegnate di vari internauti, tra Facebook e Repubblca, mi sono ritrovato a pensare che paragonarlo a un variopinto serraglio di animali non grati, come ho visto fare in più di un caso, è un mancare totalmente il bersaglio e seguire meccanicamente uno schema occhio per occhio che dialetticamente non nobilita più di tanto chi ne fa uso.

Di Calderoli si possono dire tante cose pienamente ingiuriose e non necessariamente volgari anche restando nella sfera dell’umano troppo umano. A me, per esempio, il colorito rubizzo e lo sguardo esemplarmente vitreo hanno sempre dato l’idea di un avvinazzato, e qualora mi sbagli, forse, ci sono già gli estremi per una denuncia per diffamazione. Ad ogni modo, l’ubriachezza molesta, ne sia affetto o no Calderoli, è prerogativa schietta della nostra specie, tanto per ribadire il concetto: il nocciolo della questione non sarebbe comunque l’eventuale attaccamento alla bottiglia di uno o più esponenti del Carroccio, quanto piuttosto la feroce determinazione del movimento nel suo insieme a non innalzare mai il livello della propria riflessione politica al di sopra delle chiacchiere, da bar o da osteria che dir si voglia. Forse ripetuti cicchetti aiutano in questo senso, ma non ne abbiamo prove documentate: l’inaccettabilità delle loro argomentazioni invece ce la dimostrano quotidianamente, con incrollabile perseveranza, da circa vent’anni.  

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