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Archive for dicembre 2015

Ormai facevamo schifo da troppo tempo: le ripetizioni sfiancavano la conversazione, con quell’andamento penosamente sfilacciato e le maglie progressivamente sempre più larghe, a perfetta imitazione di quelle della vecchia tovaglia, sulla quale lasciavamo cadere impunemente grandiose semplificazioni, flagranti stereotipi, intere mezze frasi colme di brutture che tanti altri riuscivano a pronunciare con una convinzione che ci era totalmente ignota. Quelle impuni generalizzazioni erano piacevoli, ragionevoli cuscini per teste affrante dal ragionamento, dal giogo della contraddizione, dalla voragine tra teoria e pratica che a occhio non eravamo mai capaci di valutare correttamente. Già da alcuni mesi, il giovedì sera, quando la stanchezza ci dava le giuste energie per parlare un po’ a vuoto, a mo’ di minuto prologo al fine settimana senza lavoro, io e Paolo ci riunivamo e per un’ora, un’ora e mezza al massimo, mollavamo gli ormeggi. Ci sedevamo lì, parlavamo deliberatamente in quel modo per entrambi orribile, e lasciavamo atterrare gli oggetti con una noncuranza che non volevamo sminuita dalla più vaga parvenza d’ordine: una patina fine di grattatura di parmigiano e tabacco da rollare, angoli di polvere compatta come circoscritte pezze di deserto, scontrini archeologici, una rivista del supermercato con ricette di stagione ormai a puntino per l’altro emisfero, tappi di sughero, una barchetta di carta schiacciata ricavata da una pagina della Gazzetta, gusci e bucce di noccioline, sacchetti di patatine spolpati del contenuto, tenaci macchie di coca cola.

E l’accordo era: quella zona, quel tavolo a ridosso del muro, non si tocca, perché ci serve un habitat adeguato. E poi alla fin fine la casa era la mia, e la decisione ultima spettava a me. Tutto intorno pulivo col mio rigore solito, con scrupolo, energici colpi di straccio, mi chinavo sotto al tavolo, strofinavo il pavimento con l’agonismo grintoso che aveva caratterizzato la vita da casalinga che aveva consumato mia madre. Soltanto, lasciavo il tavolo tale e quale, una giudiziosa sospensione di quella proliferazione casuale che aveva tempi e modi puntigliosamente scanditi. Era stato difficile giustificare quello spettacolo a parenti di passaggio, amici altri da Paolo, tecnici della caldaia: la discrepanza era vistosa, e quel rettangolo di disordine finiva per mettere ancor più in risalto il nitore del resto della stanza, della casa intera. Dopo qualche tentativo di argomentazione molto poco convincente, ero riparato in una studiata noncuranza, una cecità selettiva e ostinata che incuteva negli avventori quella giusta soggezione che li spingeva ad abbandonare domande tutto sommato ragionevoli. Pensassero quel che pensassero, optavano per non verbalizzarlo. Corretto. 

In quel contesto le parole, come prevedibile, erano l’unica cosa che in realtà non lasciava segno: era per questo che ci serviva tutto il resto, avevamo un bisogno lucido di tracce e promemoria, per seguire meglio il filo del nostro esercizio. Poteva tranquillamente succedere che ci vedessimo in altri giorni della settimana, ma in quei casi usavamo la pattumiera senza remore, e le nostre chiacchiere, come posso dire?, seguivano un andamento più ponderato, benché in realtà, come nel caso del nostro esperimento, dicessimo né più né meno quello che ci veniva in mente alla prima. Ma forse, inconsciamente, con quel lento addestramento, la nostra mente aveva preso a selezionare e separare gli input, come se si trattasse di raccolta differenziata. C’era da essere contenti che il tempo che ci eravamo destinati fosse perfettamente sufficiente ai nostri scopi. Ne eravamo soddisfatti e sollevati.

Il giovedì sera quindi ci serviva a quello che quasi tutte le persone che conoscevamo non avevano avuto l’accortezza di regolamentare. Ci piaceva credere che il resto delle nostre vite, al netto dell’ora e rotti d’esercizio, avesse l’aspetto curato di un giardino all’inglese, mentre tendevamo a vedere le loro come pascoli selvatici a maggioranza d’erbacce. Esattamente come loro, avevamo tutto lo spazio possibile per quella grandiosa, nociva irrilevanza, ma avevamo concordato subito che era decisamente troppo.

A volte tenevamo accesa la tele, a volte c’era il computer con liste di riproduzione casuali scelte su Youtube scartando quelle musicali, che lasciavamo andare come un microonde senza più il panino dentro, permettendo alle altre parole di intralciare liberamente le nostre, di ispirarle, confonderle, farle fermentare a piacimento. La scelta si era rivelata feconda, perché in linea di principio non volevamo che il silenzio prendesse il sopravvento e quel rumore di fondo era uno sprone brillante ai discorsi che desideravamo perseguire. In un primo momento avevamo anche pensato di registrarci, ma due considerazioni ci avevano spinto a scartare l’idea: la vergogna di un eventuale riascolto, certamente, ma anche il timore che quell’artificio potesse migliorare involontariamente i nostri dialoghi. Inoltre, ci eravamo resi conto che un’eventuale registrazione avrebbe tolto il giusto valore a tutto ciò che finiva sul tavolo. Un’altra scelta oculata.

Avevamo pianificato tutto con cura perché l’esperimento non si bruciasse subito, ma eravamo coscienti che in un qualche momento del futuro, che ci eravamo trattenuti dal provare a indovinare, si sarebbe esaurito spontaneamente. O forse… Può essere “spontaneamente” la parola giusta? Ad ogni modo, il momento si è presentato ieri sera, dopo circa tre quarti d’ora di sessione: un pacchetto di sigarette è scivolato fuori dal perimetro con un rumore per nulla degno di nota. Vedendolo al suolo, ci siamo scambiati uno sguardo che ci ha portati a considerare l’entità di quanto accumulato. Paolo si è alzato mentre distoglievo gli occhi come in cerca di riposo, ed è tornato con la scopa. Abbiamo sollevato l’esausta tovaglia mentre altri oggetti fluttuavano, rotolavano, precipitavano sul pavimento. Istintivamente Paolo si è inclinato a raccogliere alcuni gherigli di noce che ha poi soppesato con perplessità; io ho dato un calcetto privo di rabbia o più in generale di significato a una lattina di té alla pesca. Abbiamo agito con la meticolosità che considero corretta per questo genere di compiti, guidandoci istintivamente con gli occhi, senza proferire parola. Dopo pochi minuti, ho spento la televisione, non più necessaria, arenata su una corposa sosta pubblicitaria. Mi sono allontanato per prendere sacchi della spazzatura, cercando di determinare se uno sarebbe bastato o se invece fosse meglio abbondare. Mano a mano che le operazioni proseguivano, l’iniziale tensione ha lasciato spazio a un senso di sollievo che mi sembrava di percepire nella lunghezza dei nostri respiri. Il sacco grande che avevo portato si è rivelato sufficiente a raccogliere tutto.

Restava da determinare se l’esercizio poteva considerarsi pienamente concluso o se invece sarebbe stato necessario ripeterlo, e se sì, con quali tempi, con quali modalità. Sapevamo però entrambi che quella non era la sede e che bisognava lasciare che quel ciclo terminasse senza pressioni. Definitivamente cancellata la zona anomala, Paolo è andato a prendere la giacca. Mi ha salutato, ci saremmo risentiti presto, e io gli ho chiesto se per favore poteva lasciare la spazzatura nel cassonetto di fronte. Mi ha risposto che non c’era problema e, afferrato il sacco, ha chiuso la porta dietro di sé.

 

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Uno spunto di partenza: se parliamo di metal, l’apporto di strumenti diversi dal classico impianto rock è tendenzialmente episodico e irrilevante, e a ben vedere, quei tre benedetti strumenti sono poi gli stessi che usavano gli Oasis, anche se al servizio di una vocazione decisamente meno massimalista. Unica eccezione significativa, le tastiere, prevedibilmente cardine del prog metal, terminale ideale per vocazioni sinfoniche di ogni indole e specie, e oggetto di una vera e propria guerra di… hem, religione, nell’emisfero black. Poi esistono piacevoli eccezioni, per dirne solo una il violino dei My Dying Bride che ha striato di malinconia la poco decorosa adolescenza del sottoscritto, ma la sostanza cambia di poco. Quelli sono gli strumenti, e al centro di tutto, virtuosissime, plebiscitarie, tautologiche, le schitarrate. Perché il metallo è landa di dannati, ma anche e soprattutto di riccardoni.

Ecco quindi l’assioma di partenza degli Ottone Pesante: fare metallo rinunciando quasi completamente ai ferri del mestiere tradizionali. C’è la batteria, martoriata da Simone Cavina, e fin qui tutto regolare, poi la tromba di Paolo Rainieri (i due suonano insieme anche negli ottimi Junkfood) e il trombone di Francesco Bucci: nient’altro, e un impianto interamente strumentale, perché il fiato a disposizione finisce tutto convogliato nei due ottoni. Ma è metal, e vuole esserlo, e da qui giunge in aiuto l’inevitabile, ma piacevolmente esplicativa definizione del caso: heavy brass metal (che poi, rovistando su Google sono venuto a sapere di un gruppo canadese che già l’aveva coniata, ma che poi nella pratica… Ma valutate voi).

L’idea trainante potrebbe sembrare estemporanea, ma gli ingredenti per metterla felicemente in pratica sono pochissimi e infallibili: songwriting tanto solido quanto tirato e un interplay rigoroso. L’immaginario siderurgico che fa da contorno è un piacevole complemento che ribadisce visivamente quello che la musica spiega già benissimo, ma come dicevamo qui le chiacchiere stanno a zero: Cinque pezzi, sedici minuti, e tanti cari saluti, ma resta la voglia di ascoltarne ancora e al più presto. C’è tanto thrash, che forse inizialmente passa un po’ sotto traccia per mera mancanza d’abitudine a questo approccio, ci sono i Meshuggah, chiaramente udibili negli entusiasmanti staccato di “Blood Casting” che sembrano uscire dalle session di “Destroy Erase Improve”, e fuori dall’ambito di osservanza del metallo, qualcosa dei Ruins di Tatsuya Yoshida, ovviamente nella versione con sassofono. C’è soprattutto una personalità forte, che va molto oltre le inusuali scelte di partenza, e la sensazione che il trio abbia appena cominciato a esplorare lo spettro delle sue potenzialità, come sembrano confermare gli estratti live: personalmente vedrei con favore esperimenti coi registri plumbei del doom, particolarmente adatti alle caratteristiche del trombone.

Per il momento ho finito i complimenti. Mi limito a notare che, ancora una volta, si reitera e riproduce il paradosso cardine di tutta la galassia metal, cioè l’eterna dialettica tra ortodossia, ossessione atavica di troppi fan e anche alcuni musicisti, e continue contaminazioni, che mantengono in vita un genere che se fosse per i Manowar… mi fermo prima dell’editto di scomunica e resto fiducioso in attesa del bis.

(postilla campanilista: sono romagnoli! Non solo clarinetto!)

Bandcamp (e ulteriore postilla: l’EP è una coproduzione tra B.R.ASS, SoloMacello e Toomi Labs. Sapevatelo!)

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