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Archive for febbraio 2016

Mentre entro nell’ascensore cercando di decidere cosa leggerò nei prossimi due mesi senza scaffale alla mano, perché la fretta maligna me ne ha allontanato, trovo un mocio abbandonato ad aspettarmi, paziente nel suo secchio: senza volerlo è venuto a prendermi al terzo piano. Piacevole cortesia, deve averlo lasciato lì la signora Evelyn con l’idea di cambiare pianerottolo, e ora sicuramente lo starà cercando. Per sdebitarmi potrei fermarmi a un piano qualsiasi e dare una passata al pavimento, ma ho già detto di avere fretta e c’è pure il rischio di ripetere un lavoro già fatto. Spero di trovarmela al pianterreno, che aspetta il mocio prodigo per riprendere coscienziosamente le sue mansioni, ma c’è solo la Bressan del quinto con le borse sotto gli occhi e quelle della spesa sotto braccio, che si porta dietro il sonno arretrato come il cane che non ha mai avuto. Buongiorno, le dico, scrutando dietro di lei il portone del palazzo che si apre rivelando la presenza di Federici del quarto, che il cane ce l’ha sul serio, e lo riporta pisciato e sereno nel cuore della tranquillità domestica. Saluto anche lui mentre cerco di impedire meccanicamente che il portone si richiuda, quale passaggio dimensionale che mi concederebbe il diritto di prendere un autobus invece del successivo, e mi ritrovo fuori. Mentre accelero verso la fermata, mi rendo conto di non avere il cellulare per avvisare Francesco del ritardo, e lasciando una bestemmia a mezz’aria torno sui miei passi. L’ascensore è ancora fermo al quinto, la Bressan e Federici devono essere saliti insieme e sicuramente avranno approfittato dell’occasione per approfondire un silenzio già importante. Arriva l’ascensore e c’è ancora il mocio dentro il secchio, che nessuno pare intenzionato a recuperare. Altruisticamente decido di farmela a scale nella speranza di incrociare la signora Evelyn e farle presente che il mocio, col suo silenzio, chiede di lei, ma non la trovo, e perdo altri due minuti, che spero anche Francesco stia simmetricamente perdendo in qualunque altro modo. Dentro casa mi fermo allo scaffale per confermare le mie ipotesi di lettura, e mentre rimugino vado più o meno spedito verso camera mia, dove trovo il cellulare che, approfittando dello scampolo di tempo extra che gli ho concesso per errore, si è ricaricato completamente. Scrivo che arrivo, dato vago e sufficiente a mantenere acceso il fuoco tenue delle buone maniere e chiamo l’ascensore al terzo perché anche basta scendere a piedi. Mi trovo davanti Viola, con quegli occhi sempre spalancati che congiurano contro il mio equilibrio e lo zaino pieno di chi sta seguendo almeno tre corsi. Mi chiede come sto, le dico che di fretta, che magari ci becchiamo tutti dopo cena per una birra. Lei sorride, e inizia senza ragione apparente a parlarmi dell’esame di estetica, ma non posso guardare in faccia a nessuno e ho già derogato alla regola, le dico dopo mi racconti e mentre entro inciampo nel mocio, ma stavolta non posso bestemmiare. Parte dell’acqua schiumosa, già sporca ma ancora impregnata dell’odore asettico del detergente investe la superficie gommata del pavimento dell’ascensore peggiorando vagamente le cose. Si chiude la porta e ancora parla e mi dispiace lasciarla lì, e concludo che dovrò ripendere io il discorso, portando le birre alla loro porta in segno di pace, sperando che mi apra lei e non Fabio o quel coglione di Salerno. Mentre scendo e appoggio accidentalmente il piede sul bagnato ricordo che in frigo ci sono ancora lattine avanzate dall’ultima festa. Esco finalmente di casa. Poi ci sarebbero le due Peroni che ha portato Paola passando da casa nostra mentre ero in biblioteca, ma mi spiacerebbe farle fuori, perché lei sapeva che non ero in casa, ma io so che le dispiacerebbe se se le bevessero Gaetano o uno a caso dei vicini, perché probabilmente quelle birre volevano essere solo una scusa per scendere al pachistano a prenderne altre due, nell’unità di tempo di una lattina a testa ci sta a stento uno qualsiasi dei discorsi che vorremmo fare. Certo, non puoi ritrovarti due birre sottomano come un biglietto dell’autobus nel portafoglio e venire a quell’ora sapendo di andare a vuoto, ma non credo di poterle rimproverare il diritto di comunicare con me per errori. Non risponde quando le scrivo e viene quando non ci sono, e in questo modo ci siamo già detti un paio di cose, ma così non finiamo un discorso. Se tengo quelle due Peroni e lei ripassa con altre due tra qualche giorno forse ce la facciamo, sperando che a quell’ora non ci sia una festicciola informale coi vicini, con Salerno che a beneficio di tutti ripete ruttando le due pagine studiate in giornata e Viola che fuma appoggiata alla finestra imitando coscientemente Nanni Moretti, mentre Gaetano cerca invano di deviare l’attenzione di tutti sulla musica che sceglie da Spotify. Non è quello il tempo e il modo, come l’ascensore non è il posto del mocio e invece stava lì e non capisco il perché. Dove cazzo era la signora Evelyn, e come stanno i pavimenti di tutti i pianerottoli se lei è irreperibile e il mocio fa la spola tra i piani? Intanto arrivo alla fermata. Pancaldi del sesto ama ripetere che la donna delle pulizie non sa pronunciare la zeta perché è nata in Sudamerica e, a suo parere, questa è ragione sufficiente per chiedere all’amministratore di licenziarla, ma lui è di vicino Bologna e dà del cornuto all’asino. Non vorrei che scendendo e salendo le scale si sia ritrovata all’ottavo piano scoprendo che non esiste, come in quella vecchia puntata di, mi pare, “Ai confini della realtà” perché allora Pancaldi l’avrebbe vinta, e anche se noi in subaffitto non partecipiamo alle riunioni di condominio, pensiamo comunque che non sia giusto dare ragione agli stronzi. È un’opinione generica, ma alla fin fine molto meno delle sue, che dal sesto riecheggiano continuamente a pioggia sui piani più bassi. Riscrivo a Francesco, che nel frattempo mi ha mandato un messaggio di insulti, e mentre frugo nelle tasche mi rendo conto di avere scordato le chiavi di casa sul tavolo di camera mia mentre prendevo il cellulare. Dovrò stare fuori almeno fino all’ora di cena e anticipare con Francesco, anche solo per sdebitarmi, le birre che potrei prendere con gli altri in serata. In questo modo, anche Paola dovrà aspettare di sicuro almeno un giorno in più, anche se non credo che oggi avesse intenzione di passare. Fuori dal finestrino del bus non c’è niente da guardare e quindi mi pare il caso di concentrarmi in quella direzione.

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