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Archive for marzo 2016

La lotta contro l’entropia (nello specifico quella dell’internetto) è nata persa, ma col ritmo di chi non ha lettori abituali da accontentare con contenuti frequenti, anche questo blog poverello ha raggiunto i 100 post. Volevo cogliere l’occasione per straparlare un po’ con lo sguardo tra assorto e drogato di chi elucubra profondamente a voce alta e addirittura per provare a chiedere un paio di cose a chi leggerà questo di-scor-so-di-scor-so non richiesto. Stavo scrivendo “lettori occasionali” poi mi sono reso conto che moltissimi di quei pochi fanno anche il piacere di tornare da queste parti, e che di occasionale qui c’è solo la cadenza di pubblicazione dei post.

Vado per punti, come se si trattasse di estratti di un’intervista più lunga. Esprimermi per stralci presenta due indubbi vantaggi: 1) non devo preoccuparmi eccessivamente della coerenza interna del post 2) evito oculatamente di marzullizzarmi, facendomi le domande e dandomi le risposte. Anche perché Marzullo limitava la dose a un solo quesito, e non vorrei spararmi qualche viaggio brutto inscenando un’autointervista tutta intera.

Il numero cento in sé e per sé: mi sono chiesto per veramente molto tempo cos’avrei fatto in occasione del post numero 100, sospinto dall’obbligo implicito di fare lo sborone, anche quando ne mancavano la metà e quando smettevo per anni interi di postare, e volevo preparare qualcosa di profondamente speciale. Lì per lì avevo pensato a un racconto pieno di allusivi riferimenti al numero in oggetto, ambientato in provincia di Ferrara in tempo di carnevale, o comunque contenente riferimenti a quella landa: non vi dico perché, sennò smette di essere un’allusione. Quest’idea faceva però schifo, mi sembra di capire ora. Avevo in animo di chiedere a Google se avesse curiosità numerologiche da offrirmi. Poi non l’ho mai fatto, e alla fine è giusto così: cosa ci sarebbe stato di speciale nello scrivere un racconto allusivo, visto che quasi tutti i miei microparti narrativi vivono di non detto? E visto anche che alcuni cercano di essere sagacemente metanarrativi? Quindi mi sono baloccato invano con quest’idea, e alla fine niente, come certe occasioni in cui cominciavo a chiedermi con quattro mesi d’anticipo come avrei festeggiato il compleanno trovandomi al dunque così sfibrato dalle congetture da non fare letteralmente nulla. Anche perché tutto il rimuginare non teneva molto in conto fattori oggettivi come l’eventuale carenza di pecunia. Arrivato alcuni giorni fa al post novantanove mi sono consigliato di scrivere sostanzialmente le prime cose che mi venivano in mente abbassando in modo illimitato il livello delle autopretese, a ruota libera come non faccio mai; superare lo scoglio simbolico e poi ripredere con la prassi usuale del cagare parole lentissimamente. Perché alla fine, mi sembra di aver intuito, l’unica cosa che potevo veramente fare con la ricorrenza era levarmela dai coglioni e approfittarne per dire due-tre cose che nei post usuali non hanno cittadinanza.

Colori deludenti: da bambino leggevo tonnellate di fumetti, ai quali devo il merito di un alfabetizzazione di successo, anche e soprattutto funzionale. I libri sono arrivati dopo, forse tardivamente, e insomma, la mia proprietà lessicale, che tra i coetanei bagnacavallesi pareva essere merce rara, veniva in linea retta dal consumo vorace di nuvolette. Gli edicolanti del paese mi conoscevano tutti e nutrivano per me un sentimento di sincera lealtà, per via delle frequentissime iniezioni di microcredito, non sempre oculatissime, che riservavo alle loro attività. Nella fattispecie, poco prima dei dieci anni cominciai a leggere copiosamente bonelliani: penso tuttora che i fumetti Bonelli siano un elemento quintessenziale della cultura popolare italiana, quasi quanto il Festivàl di Sanremo, anche se la loro penetrazione nell’immaginario collettivo è stata indubbiamente più, vediamo…, subliminale, perché nemmeno le grandi tirature del passato potevano nulla in confronto al potere obnubilante dello schermo domestico. E poi, alla fine, moltissimi non collegano i personaggi al nome della casa editrice che li pubblica. Ma sto divagando. Per secoli, la Sergio Bonelli Editore, fiero avamposto del bianco e nero popolare, si concedeva la botta di vita del colore solo per le ricorrenze, numeri 100 e multipli. Attendevo quelle occasioni in modo febbrile, perché un bambino che passa minuti interi a leggere i titoli degli albi arretrati nell’apposito spazio è senz’altro in possesso del giusto entusiasmo per i traguardi di serie nate molto prima di lui. Ma la malinconia intrinseca dei risultati, quei colori piattissimi che sembravano tradire tutta la diffidenza di chi aveva misteriosamente avallato quegli strappi alla regola, mi facevano poi sperare in un rapido ritorno all’ordine che, tempo un mese, mi trovavo puntualmente scodellato in edicola. L’inadeguatezza complessiva di quegli albi mi lasciava stupefatto già a dodici-tredici anni, e lontanissimi erano i tempi in cui da Via Buonarroti sarebbe uscita una serie interamente a colori e per di più visivamente soddisfacenti. Tutta la menata voleva servire, oltre al piacere autoconclusivo dell’amarcord, a spiegare in qualche modo perché sia stato così lungamente ossessionato dal post numero 100 e poi alla fine non abbia combinato un cazzo. Una storia di aspettative fraintese. Poi c’è il fattore compulsività, certamente, ma non ho in programma di analizzarlo qui.

Le pause: ne ho già parlato altre volte, negli occasionali post di servizio, e non ho voglia di andare a cercare i precedenti. Il Divano Marziano è un blog che è morto d’interruzioni più d’una volta, al punto che anche quando sto scrivendo un post, nello stesso esatto momento, mi chiedo seriamente se considerarlo ancora uno spazio attivo. Anche ma non solo per questo, negli ultimi titubanti anni sono improvvisamente spariti gli interventi di attualità e si sono intensificati i raccontini, che per definizione non scadono, che sopportano meglio le mie elefantiache gestazioni (con risultati che, almeno in termini di dimensioni, sono sempre dei topolini). Scrivere per me resta una specie di battaglia di posizione col silenzio, che riesco a vincere solo per brevi e interlocutori momenti. Ma preferisco che sia così invece di lasciare per iscritto un diluvio di cazzate, meglio scrivere così di scavo che non farlo affatto. A ogni post terminato torno a percepire quello svuotamento euforico che accompagnava gli esami all’università. Anche la durata di questo effetto collaterale (sei-otto ore) è simile. I blog propriamente detti hanno ritmi vitali che qui non si sono mai nemmeno lontanamente sfiorati: per un centinaio di post, tecnicamente, sono sufficienti tre-quattro mesi, ma anche in presenza di metabolismi meno accelerati, qualsiasi lasso di tempo fino ai due anni (un post a settimana, via) è un intervallo di senso compiuto: io ci ho impiegato poco più di una legislatura e mezza, col ritmo di un post al mese. 1,041, a voler spaccare il capello. Se per i prossimi cento impiegassi anche solo sei anni ci sarebbero gli estremi per parlare di un travolgente miglioramento. Ma come scrivevo più su, non so se considerare questo spazio veramente in attività. Mi sento come quei gruppi che fanno reunion per concerti estemporanei e frequenti, senza arrivare mai alla strutturazione di un tour propriamente detto. Si finisce per suonare spesso nei paraggi, e i miei paraggi sono i raccontini.

Le microscopiche: ho la sensazione di averlo già detto (e nessuna voglia di controllare, oggi buona la prima), ma voglio ribadire che le Microscopiche apparizioni sono in assoluto la mia categoria preferita di tutto il blog. Non le avevo in programma quando ho aperto baracca, sono arrivate per conto loro circa sei mesi dopo, e mi spiaciucchiano così tanto perché nel tempo hanno assunto una fisionomia riconoscibile, sono il risultato di un insieme di regole mediamente coerenti e libere il giusto che si sono definite per i cazzi loro e che sostanzialmente funzionano anche se (o perché?) non mi sono mai preso il disturbo di formalizzarle in un canone. Semplicemente, si tratta dell’unico modo in cui riesco a far filtrare sul blog certi spunti di riflessione che emergono dall’infruttuoso esercizio quotidiano della vita senza parlare apertamente dei cazzi miei, spesso sprovvisti del necessario interesse. Aderire ai fatti non mi garantirebbe automaticamente risultati decenti, anzi. E alla fine della fiera, degli estemporanei personaggi che popolano i raccontini, continuo a sapere pochissimo anche a fine stesura, e in generale noto che hanno abitudini che non coincidono con le mie. Ammetto però di fare una fatica terrificante a decidere come si chiama questo o quello, perché loro non me lo dicono direttamente, e a volte mi sono trovato a fare ricerche nell’archivio dei post per scoprire se un certo nome di persona era già stato usato. Spero di continuare a scrivere questi testi perché mi diverte il metodo e perché alla fine si tratta dell’elemento più caratterizzante di questo spazio. A volte sogno anche di pubblicarli in separata sede, via.

La parte dell’occhio: sul perché in questo blog non ci siano le figure ho scritto pure un foglio illustrativo. È una scelta perfetta per non essere letti, lo so, e alla fine ne assumo le conseguenze, perché d’altra parte non so neanche quando scriverò effettivamente, quindi mi pare coerente cercare di respingere gli avventori casuali togliendo loro il salvagente del colpo d’occhio. No, non è elitismo, anzi, mi piacerebbe che alcuni testi raggiungessero un’improbabilissima diffusione virale, ma in qualche modo bisogna guadagnarsela. Forse è un modo di riconoscere che anche se sono otto anni che ho aperto un blog non sono mai stato un blogger neanche di striscio, non so. A volte però penso di cambiare le carte in tavola, cestinare la summenzionata spiegazione e cominciare a fare come tutti. per i dischi andrebbe benissimo, con copertine e link di Youtube a portata di clic, ma poi resta il problema che i racconti rifiutano violentemente qualsiasi tipo di àncora visiva, e finiscono per dettare legge sul resto delle categorie. E alla fine mi va bene che il Divano resti questo limbo strano, e chiamo io la gente quando ci succede qualcosa. Lungi dall’essere ideale, mi pare una soluzione onesta.

Saluto tutti quelli che non mi conoscono: il risultato di questa gestione invero pigra e umorale della cosa blog è che, sostanzialmente, lo leggono i miei amici. La pagina Facebook del Divano, che segue specularmente le fasi di morte prolungata della casa madre, ha 146 fan. Secondo Facebook, 134 sono amici miei: “amici”, ovviamente, nel senso che il social network attribuisce al termine: almeno un paio sono miei parenti, altri sono all’atto pratico conoscenti. Grazie a tutti, un giorno potremmo organizzare un ritrovo informale. Ma ecco, io però volevo ringraziare sentitamente quella dozzina di persone, dalla quale credo non mi dividano comunque più di due gradi di separazione, che a volte legge i post senza avermi mai incrociato nella vita reale, perché sono lì nonostante la mia scarsa brillantezza gestionale. Lo stesso discorso vale per 8 dei miei 13 follower su WordPress, uno dei quali si è aggiunto al gruppetto solo ieri. Ricordo che se per caso leggete e visualizzate i post e avete voglia di commentarli, io ne sarò lietissimo. Scrivo soprattutto per me stesso, ma se aborrissi davvero ogni possibile forma di feedback, anche le più sfuocate e remote, non appiccicherei i testi su questo spazio.

Progetti per il futuro, o Parole grosse: per uno che è arrivato a quindici mesi e dieci giorni consecutivi senza l’ombra di un post (10 febbraio 2010-20 maggio 2011), o al ragguardevole risultato di 2 post 2 a interrompere una narcosi che altrimenti sarebbe proseguita ininterrotta tra luglio 2013 e dicembre 2015, per uno così, dicevo, parlare di progetti per il futuro ha i connotati chiarissimi dell’autopresa per il culo, o del wishful thinking più sfrenato. Non ho la minima idea di quanto spesso mi farò rivedere da queste parti, quindi facciamo, come dicevo prima, che come sempre vi chiamo io. Però, oltre alla prosecuzione delle Microscopiche… No, va’, meglio non azzardare nulla di preciso. Direi dischi e concerti col solito criterio aleatorio, ma devo ammettere che mi piacerebbe scrivere alcuni post di carattere musicale dal respiro più generale, che rifugga dalle circostanze anguste dell’evento (pubblicazione o esibizione che sia): qualcosa sulla musica catalana, della quale in italiano si è scritto relativamente poco, qualche pezzo a tema che potrebbe sfruttare a suo vantaggio il principio internettiano dei listoni (dieci pezzi che…), però con un minimo di scrittura potabile intorno. Ho accarezzato per anni il proposito di scrivere una specie di microsaggio sul tema del servizio militare nei testi dei gruppi hardcore italiani degli anni ’80, che pare una boutanade ma non lo è: alla fine però non ho mai buttato giù neanche una lista di massima di pezzi da analizzare, e ce ne sarebbero. Avrei colto l’occasione anche per documentarmi su quel curiosissimo vocabolo, naja, che oltre a essere notevole per la rarissima I lunga intervocalica, porta in sé la carica simbolica sconfinata di una nefasta pratica sociale, quella della leva obbligatoria, ormai totalmente sconosciuta, quasi come il termine stesso, alle nuovissime, hem, leve. Ma poi non so, io sono stato riformato, e più in generale appartengo a una generazione che se l’è cavata a buon mercato con un po’ di servizio civile. Altre cose non me ne vengono in mente, perché ho sempre navigato a vista. Sui post di politica, confesso di stare attraversando una fase in cui l’introspezione va fatalmente a braccetto con la disinformazione, e anche se naturalmente cerco di nutrire idee sullo stato del mondo, mi manca quel piccolo residuo di sicurezza, di fondatezza, che mi portava a farlo qui sul blog.

Via al televoto: quindi, o voi che state leggendo, ripeto a voce alta: se avete idee, suggerimenti, commenti, saluti, sailcazzo assortiti da affidare a queste colonne, fatelo ora. Approfittate della festicciola. se così vi pare. Ma se non lo fate, vi si vorrà bene uguale, ché una community bisogna meritarsela. Comunque, ancora una volta: grazie per aver letto.

 

 

 

 

 

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Martedì, dopo il lavoro, sono venuto a trovarti e mi hai parlato dei tuoi amanti. Seduti in camera tua, la schiena appoggiata al letto, una dozzina di poster alle pareti, quasi tutti in bianco e nero, dei tuoi film preferiti che in parte sono anche i miei e in parte assolutamente no, passavi nel racconto da un uomo all’altro con tale imponderabile rapidità che finivano per confondersi tutti, e non riuscivo neanche a trovare le energie per chiedermi dove tu trovassi le energie per mantenerli tutti in riga in quel valzerino. E un disco dei Ramones in repeat ogni mezz’ora, one, two, three, four, identico a quando lo ascoltavamo a quindici anni, e che sarebbe suonato identico anche mettendo su uno degli altri quattro-cinque che stavano sullo scaffale: e ripetersi e ripeterti, postilla incoerente tra i tuoi racconti erotici, che alla fine non ne sono mai andato matto. Mercoledì ho consultato le pagine gialle, quelle cartacee, non lo facevo da secoli, in cerca di uno specialista in podologia per mamma, che soffre di spina calcaneare, o tallonite. Ne ho chiamati tre e mi sono trovato a spiegare, rendendomene conto per la prima volta, che in famiglia abbiamo una specie di tradizione in materia, dall’alluce valgo della nonna ai piedi piatti di papà, che gli hanno di fatto permesso di evitare il servizio militare sopportando in cambio il modesto contrappeso di quel disonore generico che all’epoca marchiava ancora, via via più tenuemente, gli inabili alla leva. Quando la segretaria dell’ultimo dei tre mi ha spiegato che i risultati non erano scontati, che anche dopo la terapia era comunque necessario tenere i piedi per terra, le ho risposto che i guerci bisognerebbe trattarli con un occhio di riguardo, e senza aspettare una sua qualsiasi reazione le ho detto che forse l’avrei richiamata, ho ringraziato e riattaccato. Giovedì ho visto il frigo vuoto e mi sono seduto a comporre una lista della spesa, nella quale volevo sottointendere due o tre ricette, perché la vicinanza in un elenco a volte suggerisce relazioni tra i suoi elementi per forza di mera vicinanza: funghi, piselli, panna, boscaiola. Almeno a casa nostra, per mano di mamma.  Quando non mi veniva in mente niente scrutavo la parente bianca o la televisione spenta. Poi a fare la spesa ci sono andato, e al super ho incontrato Claudio e la signora Canali, e perdendomi in chiacchiere ho poi dimenticato le uova, le olive verdi, il detersivo per i piatti. Che a dire il vero non erano neanche in lista, ma forse, se fossi stato concentrato, presente al dovere della scelta, mi sarebbero tornati in mente vedendoli tra gli scaffali. E invece mi sono perso a guardare nel banco gastronomia le lasagne al forno, le salse strane, i contorni fantasia, pensando che comunque non avevo voglia di cucinare. Lunedì e venerdì non è successo letteralmente un tubo, non ho nemmeno visto Alessandra perché i giorni dispari ha yoga, e appena tornato a casa mi sono tolto le scarpe, ho acceso la radio, mi sono steso sul letto e sono rimasto a guardare il soffitto nella vana speranza che migliorasse la musica, finché il soffitto non ha cominciato a cambiare impercettibilmente colore sfumando in nero, segno che mi si erano chiusi gli occhi, in uno di quei pisolini di venti minuti confusi, pieni di realtà che filtrava dai rumori della casa, e che poi ti complicano il sonno dei giusti. E praticamente quelle immagini squagliate che potremmo chiamare sogni si assomigliavano come due pozzanghere piene di gocce d’acqua sputate le une alla altre, sia lunedì che venerdì, un po’ perché le radio hanno smarrito la virtù di variare la programmazione e un po’ perché in un call center i giorni di lavoro sono un po’ tutti fotocopiati, la stanchezza cambia solo in virtù dell’accumulazione e il venerdì è in effetti lievemente peggiore, ma ad ogni buon conto anche le pennichelle che ti induce possono assomigliarsi moltissimo. E il sabato era partito con una giudiziosa lista di cose da fare, che però ha smarrito immediatamente tutta la sua oculatezza mescolando svago e faccende, perché come ti avevo scritto quella volta in una mail pensando che la frase valesse la pena, il sabato e la domenica sono il solaio incasinato di tutto ciò che non trova spazio nella settimana lavorativa. Ma la tua assenza di commenti mi aveva persuaso che era una mezza cagata. Poi man mano che fai le cose cancelli le voci dell’elenco -mi piace accanirmi contro la carta, rendere compatto il nero o il blu che coprono la cosa fatta- finisci per constatare che tre ore dopo hai grossomodo dimenticato l’obiettivo raggiunto e la cancellatura può arrivare a fine giornata con la dignità di piccolo mistero. A te succede mai? Poi capita che fatte quelle due cazzate –ma quali?- nel solaio comincia a esserci un po’ di posto, e si fa complesso capire se la pigrizia è un sintomo, un alibi o un diritto per il quale generazioni passate hanno sovvertito l’inerzia crudele della storia. E sbadiglio, mortalmente avvinghiato al sito della Gazzetta, alle quasi sempre erronee illazioni sulle probabili formazioni. Se Alessandra è al telefono con sua madre, sento specularmente il diritto di perdere il tempo, sopraffatto dal dato di fatto che solo ora, non prima, ora, c’è tempo da perdere. E non finisce così tutte le settimane, ma è incredibile come a volte io e lei, ma alla fine tutti, riusciamo ad accanirci a usare il tempo per nessun scopo, e non sapremmo poi dire che ne è stato, senza nemmeno la giustificazione della cancellatura su un foglio. Ci rincoglioniamo con le serie, ma avrei bisogno di un pretesto per rievocare i dettagli della trama: saprei dirti però che oggi a colazione, colazione tardiva, abbiamo visionato la Santa Messa su Rete 4, perché Alessandra voleva controllare “se era ancora uguale a quando ci andava da bambina”, e spalmare la marmellata si era trasfigurato per emulazione in un atto liturgico. Ma poco altro, credo si possa dire che eravamo stanchi perché sì, perché alla fine ci autoconsegnamo alla vecchiaia ammettendo mesti che non abbiamo più vent’anni, ma so che adesso esigerò alla settimana di passare lesta, e a sua volta senza storia, per essere all’altezza di me stesso e di lei, altezza arbitrariamente fissata non saprei quando, al prossimo cazzo di weekend.  Non siamo nemmeno riusciti a toglierci le mutande in tutto il fine settimana e adesso che tutto sta per trasformarsi irreparabilmente in lunedì non possiamo evitare una punta d’acredine nella parole, anche se poi continuo ad annusare nell’aria il privilegio di stare bene in sua compagnia senza che le circostanze esterne siano anche solo minimamente interessanti: ascolto contemporaneamente i risultati delle partite e il suo silenzio tutto sommato collaborativo e deduco che c’è tutta una casistica di cose che potrebbero andare peggio ma per ora sembrano astenersi dal farlo. E quindi evito di scriverti una lista di buoni propositi prima di spegnere il computer: cominciamo col mandare tutto a memoria. Per sgranchirci, per sgranchirci. Buonanotte.

 

 

 

 

 

 

 

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Quando il locale è basso e gli stagediver arrivano comodamente a puntare i piedi sul soffitto mentre intanto infuria il pogo ci sono ottime premesse per una piacevole seratina, e così è stato. Atmosfera intima, suono ottundente e temperature proibitive. Ne sono uscito tutto contento. Lo trovate qui.

Aprono i madrileni Teething, che avevo visto tre anni fa intruppati nel plotone di gruppi spalla di una delle frequenti discese catalane dei Napalm Death, e francamente, qui l’amore non vuol sbocciare. Grindcore metalleggiante dall’animo velenoso, batterista dalla notevole potenza di fuoco, poderosi rallentamenti, cantante in botta, tentativi ponderati di variare il canovaccio senza ridurre troppo le legnate pro capite: tutto a regola d’arte, ma alla fine della fiera il risultato mi pare un esercizio di stile, un grindcoraccio di fine fattura dove però smarrisco l’efferata insensatezza che cerco come condizione imprescindibile in questa roba. Ma tutti gli altri apprezzano e non posso esattamente dire che stiano prendendo un abbaglio. Dovrò giocarmi la carta del terzo tentativo.

A seguire, da Denver, CO, i Primitive Man, portatori sani di un nome senza dubbio orripilante. Per affinità concettuale mi sovvengono i pionieri powerviolence Neanderthal, che però, in virtù di una scelta di termini più accurata, suggerendo un concetto simile, suonavano profondamente evocativi, e faranno per tutta l’eternità una meglio figura nei brulicanti annali della musica ringhiante. I nostri eroi invece sarebbero stati perfetti per l’indimenticata rubrica di Bastonate gruppi con nomi stupidi. Ma tant’è. Schiacciato tra due band grindcore, il trio si prende senza tanti complimenti tutto lo spazio necessario a sviluppare il suo malsano linguaggio sludge spesso e volentieri imbastardito da altre grammatiche estreme: un paio di accelerazioni che li portano di peso in disastrati terreni black metal, una sporcizia sonora che sa di punk al servizio del culto viscerale delle vibrazioni, qualche inattesa pennellata alla Earth ultima maniera. E poi c’è quel barrito deforme a sovrastare l’insistente trascinarsi (bam bam bam) della musica, perché il nome brutto alla fine non se lo sono mica scelto a caso: il tutto suona convintamente ottuso, profondamente doloroso, finanche svuotante. Per quanto mi riguarda approvo senza riserve, ma vedo parte del pubblico bigiare. Cercherò di tenerli sott’occhio.

Poi arrivano i Magrudergrind (sempre a proposito di nomi stupidi, leggete un po’ qua). Riassunto delle puntate precedenti: hanno un disco nuovo appena uscito, non pubblicavano nulla da sei anni, è la prima cosa che esce senza Chris Moore alla batteria, sostituito nel 2014 da Casey Moore, che non sembra suo parente e non dovrebbe esserlo, e nel frattempo non hanno mai smesso di suonare in giro. E insomma, nell’economia di un gruppo di tre membri che si regge sui blast beat e praticamente vive in un tour bus, un cambio di batterista è forse un evento più rilevante della pubblicazione di un album, per molte primavere che passino (e hey, il disco nuovo l’ho appena comprato). Potrei tessere articolate similitudini col motore di una vettura da Formula 1, ma mi soverchiano vergogna e stanchezza anche solo a pensarci: diamola per spiegata e proseguiamo. Per mesi ho cercato su Youtube video (spesso interi, venti minuti e avanti il prossimo) dei loro concerti più recenti, immagini sfuocate, i suoni che un cellulare può catturare in uno scantinato, con gli occhi puntati su Casey Moore, che aveva il gravoso compito di non mandare in vacca tale perfetto ingranaggio punitivo, un’interpretazione del genere così rigorosa, efficace, essenziale, micidiale, da farmeli considerare il miglior gruppo espresso dalla scena tutta dal 2000 in avanti. E il ragazzo si è applicato, fortunatamente all’oscuro di pirla come il sottoscritto che gli stilavano le pagelle a distanza, e stasera la gente pogava, volavano i corpi senza requie, e io, vedova contrita di Chris Moore con un mal di schiena invalidante, capivo con sollievo di trovarmi a presenziare un concerto dei Magrudergrind senza se e senza ma, con la compattezza, le urla, i riff che volevo ascoltare da secoli, e i cazzo di blast beat a tenere su la baracca a dovere. Poi potrei cominciare col triste ritornello del “però non li ho mai visti con quella formazione”, ma perché farlo dopo aver ascoltato “Black banner” (tre minuti e mezzo, per loro quasi una suite, come lo fu “Bridge burner”) con la certezza di trovarmi di fronte a un classico inamovibile delle scalette future? Vaffanculo, ci siamo, ci siamo, teniamoci il presente, teniamoci queste legnate fino al prossimo giro.

 

 

 

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