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Archive for aprile 2016

I due gruppi della serata hanno appena pubblicato un disco collaborativo, un po’ perché evidentemente si vogliono bene e questo è già il secondo tour che fanno insieme, e un po’ perché questa prassi operativa risulta abbastanza congeniale a entrambi (i Full of Hell hanno licenziato una collaborazione addirittura con Merzbow, The Body, tentacolari, con altri quattro gruppi). E io mi chiedo, pur tormentandomi l’interrogativo solo fino a un certo punto, se suoneranno qualcosa in coabitazione, se almeno ci sara un volemose male in conclusione, perché volendo ci sarebbe materiale da suonare apposta, e poi ci troviamo pur sempre in Spagna, il paese in cui i comunicati stampa devono ossessivamente ripetere che gli artisti stanno presentando su nuevo disco, come se non potesse esistere tour senza supporto da rivendere e presentare pezzo per pezzo. E alla fin fine nulla, il concerto sarà il più normale degli split, prima gli uni e poi gli altri, e non me ne lamento, e l’unico momento di condivisione vedrà i sei membri dei due gruppi cazzeggiare a un tavolino fuori dal locale giusto prima dell’inizio, tra calzini di spugna orgogliosamente esibiti e magliette vintage di gruppi death metal. Bello comunque a vedersi, se non per l’estetica sicuramente per lo spirito.

Il Sidecar (pronuncia spagnola invariabile: Sidecár) rimane il luogo dove nel 2006 ho visto il mio primo concerto in terra catalana, e da allora non è cambiato minimamente: una lunga e stretta galleria sotterranea con l’arcuato soffitto non molto sopra le teste dei più alti e una refrattarietà esemplare ai segnali telefonici. Il palco è montato in fondo, nel culo tappato del tunnel, e per gruppi come questi, rovinosamente caotici, non è l’ideale, per andare di eufemismi. Senza minimamente cercarlo, mi ritrovo in primissima fila a due minuti dall’inizio.

Coi Full of Hell, a dirla tutta, non ero mai andato oltre un paio di ascolti di prova su Youtube, ma ero ben disposto a rivedere il mio scetticismo. Il concerto procede sistematicamente per fasi successive di tensione e rilascio, con compressissimi assalti grind assai metallosi che cedono il passo a rovinose pause noise del triplo della durata. Il cantante Dylan Walker abbandona spesso il microfono e si piazza dietro una microconsolle montata a centro palco dalla quale estrapola strati di feedback mentre gli altri assecondano la deriva maltrattando gli strumenti in modi apparentemente casuali. A mo’ di variazioni sul programma qualche mid-tempo e pure, se le orecchie non mi ingannano, un paio di breakdown. Walker convince (e spaventa) per duttilità vocale e riserva di fiato, anche se il suo stile a volte mi pare troppo vicino a certi vocalist deathcore (UO-UO-UO) per i quali decisamente non stravedo; il batterista David Bland dal canto suo picchia come da programma tantissimo, ma con un tocco leggermente free e sbilanciato che lo rende meno prevedibile e che si apprezza pienamente in un paio di frangenti direi improvvisati durante gli svarioni rumoristici: bravo davvero. Nell’impasto di suoni risulta penalizzato il lavoro di basso e chitarra, anche se affiora di tanto in tanto qualche riff notevole. E tutto è violento e malsano, e tangibile l’intenzione di fare da ponte tra versanti diversi dell’estremismo sonoro, ma qualcosa nell’insieme continua a suonarmi fatalmente asettico e formale, e me ne renderò conto ancora meglio al momento del cambio palco.

Che è il momento di The Body. Lee Buford indossa un’adorabile maglietta stravecchia di Chaos A.D. dei Sepultura con tanto di buco sotto l’ascella sinistra, come noteremo tutti mentre percuote le pelli: Chip King, in maglietta smanicata con l’illeggibile logo death-black di prammatica, si sistema di sghimbescio a un’estremità del palco, con una valigetta piena di distorsori montata su un trespolo a altezza torace che trasmetterà per tutto il concerto la sensazione ingannevole che stia fissando un monitor: è un ciccione ragguardevole.Non ci sono voci femminili campionate, non ci sono gli inattesi beat che infettano piacevolmente l’ultimo, a sua volta, recentissimo “No one deserves happiness”: francamente non riconosco un pezzo che sia uno, sembra che non stiano affatto presentando su nuevo album, ma non me ne frega un cazzo in assoluto, perché il loro suono è lì, tangibile, e noi, atterriti, indifesi, possiamo solo testimoniare. Ho paura di sconfinare nel trionfalismo gratuito, ho sospetti fondati sull’inefficacia delle parole, delle etichette di genere che te lo dico a fare, ma un tentativo di verbalizzazione devo provare a farlo: è stato svuotante. Poi potremmo parlare di doom-sludge, di esasperante lentezza o di feedback soverchiante, ma potremmo farlo anche per decine di altri gruppi e staremmo soltanto appiattendo i termini della questione. Le risorse stilistiche in uso possono essere fino a un certo punto (solo fino a un certo punto, perché loro di arrangiamenti e intuizioni non ortodosse ne sciorinano in abbondanza da sempre) comuni a un fottiliardo di altri gruppi, e così è, ma alla resa dei conti quel senso di annichilente sfacelo, di terrore paralizzante l’ho sentito evocare in modo così credibile solo da questi due. Infatti riuscivo unicamente a restare in piedi immobile mentre dietro di me si sviluppava un poco coeso, ondeggiante, improbabile accenno di pogo. E osservavo Buford, coi suoi pattern ritmici semplicissimi, inesorabili, cercando di decifrare quell’elemento ineffabile che li rende così obliqui; osservavo Chip King tormentare la chitarra e soprattutto urlare in quel modo insostenibilmente acuto e mi chiedevo quando e perché gli fosse venuta per la prima volta l’idea di aprire la bocca per emettere QUEI suoni (l’unico esempio che riesco a avvicinargli è quello di Jeff Smith dei Jeromes Dream, prima o poi dovrò decidermi a parlarne). E mentre tutto questo succedeva continuavo a pensare, cercando un modo di contestualizzare l’iperbole, di attutirne il valore sloganistico, che The Body sono forse l’esperienza più totalizzante accaduta nei vasti confini della musica estrema da vari anni a questa parte, almeno fino a dove sono arrivate le mie orecchie.

Con la necessaria ritrosia ho detto quello che dovevo. Fine. Grazie per l’attenzione.

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Come spiegavo appena nel post scorso, i fumetti della Sergio Bonelli Editore hanno svolto un ruolo importante nella mia formazione. Ho cominciato a leggere Tex nell’aprile del 1990, con un paio di numeri antichi reperiti nella soffitta della nonna materna: pochi giorni dopo andai in edicola a vedere come se la passava in quel periodo, e non lo mollai per oltre sette anni. Zagor arrivò l’anno dopo, quando il personaggio ne compiva giusto trenta, perché ero una specie di residuato generazionale, non mi ero lanciato sulle serie più recenti, Dylan Dog, all’epoca colossale fenomeno di costume in divenire, il neonato Nathan Never, no, leggevo i classici che anche qualche parente mio poteva aver letto negli anni ’70, e in effetti pure nel caso di Zagor erano poi emersi alcuni albi dalla stessa soffitta, che aveva pochi tesori da offrire ma davvero preziosi.

Ricordo le storie classiche di Zagor di Guido Nolitta (cioè Sergio Bonelli stesso mimetizzato dietro alla macchina da scrivere) e Gallieno Ferri come qualcosa di bellissimo, pochissimi i passaggi a vuoto, fisiologici in una serie mensile, e una vastità di respiro che andava a coprire tutte le sfumature dell’avventura classica. All’atto pratico, preferivo le ristampe di “Tutto Zagor”, dal valore collezionistico nullo, alle avventure inedite della collana Zenith, con l’inconfondibile numerazione sfalsata, perché era lì che si poteva trovare il personaggio nella sua espressione più pura. A oltre vent’anni di distanza l’idea di una rilettura mi provoca un sottile sentimento di paura, intuisco la possibilità di un drastico ridimensionamento e sento il dovere verso me stesso di conservare intatto il ricordo di quel sense of wonder alla stregua di un patrimonio immateriale personale, che qui l’umanità c’entra poco.

I disegni di Ferri al suo apice, a metà tra i sessanta e i settanta, erano inconfondibili, e senza nulla togliere a Franco Donatelli e Franco Bignotti, i colleghi che più frequentemente gli davano il cambio, entrambi autori di una credibile interpretazione del personaggio, si percepiva immediatamente che Zagor era cosa sua: il dinamismo delle scene d’azione, l’atleticità della figura, asciutta e potente, e soprattutto lo sguardo, quegli occhi chiari spesso socchiusi la cui espressività emanava una potenza quasi cinematografica. 

In quegli stessi anni in cui leggevo pieno d’estasi le ristampe, durante le medie, Ferri si presentò a Fusignano (RA), patria di Arrigo Sacchi a cinque minuti di macchina dal mio paese, per inaugurare una piccola mostra dedicata al suo personaggio, se la memoria non mi tradisce presso la biblioteca locale. Supplicante, chiesi a mio padre di accompagnarmi e lui si dispose stoicamente al compito. Da bravo coglioncello non portai albi da autografare nonostante ne avessi piena la cameretta, e sotto la pressione dell’urgenza, chiesi timidamente a Ferri uno schizzo sul retro del volantino di presentazione dell’evento: in un paio di minuti ne venne fuori uno Zagor che si portava la mano alla bocca nel grido di battaglia (che per i più incolti, era e rimane “AYAAAAAAK”, numero di A variabile a seconda dell’enfasi della situazione). Mio padre si sentì in dovere di ringraziare immediatamente Ferri, che invece sembrava quasi dispiaciuto di quel bozzetto così precipitoso. Accecato dall’emozione, io ci capivo pochissimo. Il volantino è andato perso da anni, ma per capirci, alcuni celebrati disegnatori Image della prima ora (spariamo sulla croce rossa: Rob Liefeld), non hanno mai disegnato qualcosa  che valesse la metà di quello scarabocchio regalato a un trepidante piccolo fan. A casa me lo riguardai mille volte, non perché fosse bellissimo, ma perché semplicemente era fumetto in azione, avevo visto il signore delle copertine di Zagor, che all’epoca era già ultrasessantenne, tirarmi fuori dal nulla lo spirito con la scure sul più anonimo dei supporti. Potevo intuire in quello schizzo l’inizio del lungo processo che porta dalla tavola intonsa al fumetto finito, e per me che allora volevo fare lo sceneggiatore, era tutta una vertigine.

Nel corso degli anni, smisi di seguire Zagor, non saprei nemmeno dire a quando risale l’ultima avventura letta, ma continuavo a bazzicare lidi bonelliani per affetto, riconoscenza e curiosità per le nuove pubblicazioni. La morte di Sergio Bonelli nel settembre del 2011, che cercai invano di omaggiare su queste colonne, mi colpì profondamente. Consultavo spesso il sito della casa editrice, sì, il sito, capitolo importantissimo del complicato e contraddittorio adeguamento del colosso milanese alla modernità (ce ne sarebbe da scrivere…) e spesso andavo a sbirciare le copertine di Zagor, perché sapevo che le faceva ancora Ferri, perpetuamente in attività. In alcune di quelle immagini, sgradevole a dirsi, Zagor sembra ormai piegato dall’artrite, alcuni personaggi paiono pupazzetti di plastilina, ma l’attaccamento di tale monumentale professionista alla sua creazione era comunque commovente.

Appena saputo della sua morte, sono andato a cercare la copertina del prossimo numero, chiedendomi con quanti mesi di anticipo lavorino in Bonelli e quando subentrerà il suo sostituto, ancora senza nome. Ne ha disegnate più di seicento, oltre a svariate migliaia di tavole. Ha creato graficamente anche Mister No, ne ha disegnato la prima avventura e 115 copertine, anche se poi la caratterizzazione definitiva del personaggio rimane quella di Roberto Diso. Gallieno doveva restare a Darkwood, insieme a Zagor, e lasciare ad altri la foresta amazzonica che Jerry Drake aveva scelto come seconda casa, e così fece.  

Gallieno, ho voluto bene ai tuoi disegni. Grazie per quel bozzetto a Fusignano. Riposa in pace.

(se cercate Zagor su Google Images, i disegni sono quasi tutti suoi, ma resta un po’ poco per definirne l’arte)

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