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Archive for agosto 2017

Al momento dell’attentato, intorno alle 17:30, ero in ufficio. E in quello spazio protetto e tutto sommato confortevole ho trascorso la successiva ora e mezza, mentre le notizie dal mondo esterno si facevano via via più abnormi e la mia capacità di concentrarazione precipitava, comprensibilmente, ai minimi termini. Al momento di attraversare la soglia e uscire in strada, il numero dei decessi si era già stabilizzato a tredici. Nel frattempo, molte persone mi avevano cercato per sincerarsi del mio stato di salute e io non mi ero mosso dalla scrivania.

L’interruzione forzata del servizio su due linee della metropolitana, la rossa e la verde, quelle che uso abitualmente per tornare a casa e che si incrociano proprio a Plaça Catalunya, mi obbliga a scegliere un percorso alternativo. Benché la linea gialla sia relativamente vicina mi perdo, e quel frustrato vagare  mi restituisce l’immagine di una città, o perlomeno di un quartiere, nel pieno esercizio della sua normalità: capannelli copiosi nei tavolini all’aperto dei bar, le solite birrette, turisti che cenano troppo presto. Non mi aspettavo scenari apocalittici, sapevo che la zona interessata dall’attentato era tutto sommato una minuscola porzione del centro più centro, lontano da dove mi trovo, ma non posso evitare di osservare con incredulità quelle scene risapute. Uno strato di densa ordinarietà pare avvolgere cose e persone, e per quanto i miei occhi cerchino di scrutare oltre, non c’è nessun segreto da carpire. Non immaginavo coreografiche rappresentazioni di lutto, ma nella testa mi si agitava l’idea, sicuramente letteraria, probabilmente estetizzante, che il corpo ferito della città dovesse in qualche modo contrarsi sotto la spinta del dolore. Forse sarebbe bastato percepire negli occhi che incrociavo una parte di quello smarrimento che pensavo si potesse leggere nei miei.

Dopo avere attraversato mezza Barcellona con la linea sbagliata, mi trovo relativamente lontano da casa ma col centro irrevocabilmente alle spalle. Unico segno visibile della situazione d’emergenza, il treno che salta la fermata nella centralissima stazione di Passeig de Gràcia, a cinque minuti a piedi da Plaça Catalunya. Ad attendermi, altre copiose dosi di normalità: un gruppo di turisti che cerca di orientarsi, uno che mangia un panino su una panchina, cose di questo genere. Io stesso mi sono fermato a comprare una lampadina in un bazar cinese, sostituendola a quella bruciata immediatamente dopo il rientro. Nel frattempo, mi arrivano messaggi di gente che dal centro è dovuta passare per forza, per esempio alcuni colleghi. Vengo a sapere così, nel modo più inatteso, dove vive chiunque. Le scene che mi descrivono sono diamentralmente opposte all’ordinaria amministrazione che si è dipanata davanti a me a perdita d’occhio: grappoli di poliziotti, turiste isteriche, gruppi estemporanei costretti a cercare rifugio in ristoranti o altri esercizi pubblici. Davanti al computer, dopo lunga incertezza, decido di guardare alcuni filmati dell’attentato. Le autorità hanno chiesto pubblicamente di non divulgare video, eppure il sito di El País pubblica con noncuranza un paio di brevi frammenti: la Rambla è inconfondibile, ma allo spettacolo quotidiano e poco decoroso del turismo di massa si sostituiscono corpi sparsi in pose scomposte, ripresi in movimento nel contesto di inquadrature poco meno che casuali. Rimpiango immediatamente di aver voluto guardare qualcosa che il caso, o meglio, le probabilità mi avevano risparmiato.

Nel frattempo,  affastello messaggi su messaggi, cercando di rispondere a tutti quelli che mi hanno cercato. Registro note vocali scandite da un respiro affannoso. Mi meraviglia constatare il perdurare della sensazione di emergenza che si staglia sulla mia persona, benché non sia mai stato neanche lontanamente in pericolo. Persiste anche un leggero desiderio di sfogare in pianto la tensione che mi accompagna fin dall’ufficio. Non se ne fa nulla perché contemporaneamente avverto una fastidiosa necessità di ridere, che immagino dettata dai nervi, e rimango in bilico, con l’unica certezza che dormire sarà difficilissimo.

Penso a Parigi, Londra, Berlino, dove per coincidenza mi appresto ad andare (tornare) in vacanza. Bruxelles mi viene in mente solo in un secondo momento. Sento l’abisso che separa le mie reazioni passate, non certo improntate all’indifferenza, dal vivido malessere di questa sera. Come per il riso e il pianto, non riesco a determinare se devo autogiustificarmi o accumulare sensi di colpa. Mentre comunico contemporaneamente con più persone, abbozzo qualche analisi socio-geo-qualcos-politica, giocando la carta, a me cara, del franchising del terrorismo. L’Isis ha lanciato un modello che viene ripreso liberamente da molti cani sciolti etc. etc. Blah blah. Ora, mentre scrivo, mi rendo conto che, senza smettere di essere ammiccante e compiaciuta, forse terrorismo open source è una definizione più accurata. Al tempo stesso, non riesco a risolvere la sensazione di insofferenza che mi viene dal teorizzare a vuoto.

Ho scritto e parlato per varie ore. La plateale inadeguatezza delle parole, quelle parole per le quali sono solito nutrire un amore smisurato, consiglierebbe di mantenere il silenzio. Eppure sono qui a scrivere di nuovo, tendenzialmente di getto. Forse per la prima volta in assoluto mi sento totalmente esente dal desiderio di capire o spiegare un oggetto. Mi sto fermando alla descrizione, nella speranza che la precisione possa smorzare l’urgenza. Ecco, questo è ciò che mi è passato per la testa. Non è un esempio di nulla, ma so che deve uscire da lì. Lascio tutto in questo spazio, aperto a un’ipotesi di condivisione. Grazie per avere ascoltato.

 

 

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