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Archive for the ‘Barcellona’ Category

Se un barista part-time del Begood ti dice tre giorni prima che il concerto dei Today is the Day è stato spostato in un altro locale, indicandoti come riprova un cartellone scrauso scritto a mano dove il nome che cerchi effettivamente non c’è, beh, non credergli. Passerai i ritagli di tempo di tre giorni di vita alla ricerca di un’inesistente location alternativa per poi scoprire che non era un caso se tutte le informazioni reperibili su internet indicavano solo e soltanto il Begood. Storia vera, dettagli del malinteso ancora poco chiari, ma quel che conta è, alla fin fine, solo e soltanto il lieto fine.

Ad ogni modo i fraintendimenti non vengono mai soli, e infatti anche il nome del gruppo di supporto mi aveva inizialmente fatto pensare a inspiegabili sponsorizzazioni in odore di lifestyle. Poi ho risolto l’arcano, scoprendo che il trio newyorkese che ha scelto di chiamarsi “Fashion Week” adora spargere informazioni fuorvianti sul proprio conto ed è in possesso di un bizzarro senso dell’umorismo. E in effetti il cantante e chitarrista Joshua Lozano usa le pause tra un pezzo e l’altro per lamentarsi dei pantaloni stretti che gli impediscono di divaricare le gambe come vorrebbe mentre suona o per ricordarci che contemporaneamente sta suonando a Barcellona “un altro gruppo di New York”, cioè gli Swans. Quando imbracciano gli strumenti, comunque, non ce n’è per nessuno. Nulla di veramente originale, sia chiaro, il suono di riferimento è il caro vecchio noise rock che fu e che sempre sarà, diciamo tra Unsane e Melvins, con chiare tinte grunge nei frangenti meno compressi, ma la resa è micidiale e la potenza quasi travolgente. Insomma, potete ascoltarvi i loro album per farvi un’idea, e non vi farà certamente male, ma la botta di questa mezz’oretta tra i solchi non la ritroverete. Urla ragguardevoli, sezione ritmica da varie tonnellate, la foga di chi sta divertendo un casino e pezzi luridi e pestoni ma mai ottusi e monocordi, e in questo senso le aperture piu melodiche hanno il pregio di prevenire la monotonia senza ridurre l’intensità esecutiva. Completa il quadro un pezzo con tanto di armomica, che per qualche misteriosa ragione, è la morte sua.

Poi è il turno dei Today Is the Day, che come ormai sanno anche i sassi, altro non sono che la voce posseduta e la chitarra di Steve Austin più un bassista e un batterista diversi per quasi ogni tour e/o disco. I nomi dei due oggi non mi dicono niente, DJ Cox alle quattro corde, impegnato episodicamente anche alle tastiere, e Tom Bennett dietro le pelli, entrambi significativamente più giovani di Austin. Non ho idea di dove suonassero in precedenza, ma portano a casa la pelle in scioltezza, dimostrandosi navigati e capaci. La prima parte della scaletta è tutta incentrata su “Temple of the Morning Star”, non fosse altro perché il tour serve a festeggiare il ventennale di cotanto discone. Inizio affidato alla solennità della title-track, con Austin che canta male perché non è mai stato un cantante, ma trasmette perfettamente la disperazione esemplare di quelle due righe di testo. Poi inevitabilmente, “The man who loves to hurt himself” ci getta nel vortice del noise rock più personale, efferato e visionario della storia del genere, ed è un bel perdersi. Su “Pinnacle”, Austin abbandona la chitarra e si mette a sbraitare a due passi dalle prime file (“My ass bleeds for you sincerely”), con una faccia stravolta che, lombrosianamente, riassume il senso della sua musica, mentre su “Hermaphrodite” percuote il basso, lasciando Cox a estrarre rumori dai tasti. L’atmosfera di terrore e malessere del disco è resa perfettamente, e il pubblico apprezza visibilmente. A fare da spartiacque, un estratto a testa da “Sadness will prevail” e “Kiss the pig” (se non erro), prima di passare a “In the eyes of god”, coi primi cinque brani in sequenza e una resa strepitosa dei sette minuti di “Going to hell”, probabilmente il loro capolavoro, grazie anche alla prova di Bennett alla batteria (su disco, lo ricordiamo, c’era Brann Dailor dei Mastodon, e non tutti i suoi successori ne erano usciti indenni). Seguono una cover di “Sabbath bloody sabbath” e un paio di bis che coprono anche l’ultimo “Animal Mother”, mentre Austin ormai gronda sudore a ogni accordo. Poi torna umano e ci ringrazia sentitamente per l’accoglienza e il supporto, mettendo fine a un’oretta di musica emotivamente devastante. E ripenso al barista part-time che mi ha quasi fatto perdere il concerto, senza rancore ma ancora con un certo sconcerto.

 

 

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Dal primo ottobre scorso, giorno del referendum di autodeterminazione catalano, gli eventi si sono succeduti a ritmo furibondo: uno sciopero generale che ha interessato tutta la Catalogna; un discorso del re Felipe VI sbilanciatissimo verso le posizioni del Partido Popular; il repentino cambio di sede legale di numerose banche e imprese catalane e spagnole; manifetazioni per il dialogo; manifestazioni per l’unità della Spagna; fino ad arrivare alla dichiarazione d’indipendenza di martedì, sospesa dopo otto secondi netti dal presidente catalano Carles Puigdemont nel tentativo di aprire una finestra di dialogo sia con Madrid che con l’Europa. Mossa sibillina, che è riuscita a scontentare gran parte del fronte indipendentista, con in testa la sinistra anticapitalista della CUP, suscitando al tempo stesso reazioni velenose nella fazione opposta (lo stesso Partido Popular e la destra liberale di Ciutadans), che argomenta che la rottura c’è comunque stata. E anche se una dichiarazione d’indipendenza è poi stata firmata dalla maggioranza indipendentista al Parlament catalano, per il momento è completamente priva di valore fattuale (qui un riassunto encomiabile in italiano). Finora, un movimentatissimo nulla di fatto, che copre parzialmente la carenza di progettualità che mi sento di imputare agli indipendentisti. Sui gruppi di italiani residenti a Barcellona, la valutazione più gettonata è che Puigdemont abbia rinverdito i fasti della supercazzola tognazziana. E per una volta non mi sento di dare torto al micidiale, acefalo, nutritissimo, partito dell’aperitivo che infesta pagine di questo tipo. Sapete come si dice, anche gli orologi rotti…

Il presidente del consiglio Rajoy ha risposto il giorno successivo richiedendo ufficialmente al governo locale catalano di precisare se la dichiarazione d’indipendenza c’è stata o no. Per quanto possa sembrare una mossa di impareggiabile inanità, ha il pregio strategico di cercare di stanare Puigdemont e il suo stato maggiore dalle posizioni difensive sulle quali si sono arroccati, rinviando a scenari più definiti l’applicazione del discusso articolo 155 della costituzione, finora rimasto inapplicato, oggetto misterioso che permetterebbe di revocare le competenze di autogoverno di una qualsiasi delle diciassette comunità autonome spagnole. A stretto giro il leader del partito socialista spagnolo, Pedro Sánchez, ha annunciato un accordo con Rajoy per una riforma costituzionale nel giro di sei mesi in cambio dell’appoggio parlamentare per l’applicazione del 155.

E qui sta il nocciolo della questione: la Costituzione del ’78, menzionata sia da Puigdemont nel suo discorso che da Anna Gabriel della CUP nelle successive repliche delle altre forze politiche, è la pietra angolare dell’anomalia spagnola. Una costituzione che molte voci critiche nella Spagna attuale considerano conseguenza diretta del cosiddetto pacto del olvido che ha di fatto sancito la continuità delle istituzioni democratiche con i trentasei anni di regime franchista che, vale la pena ricordarlo, morì di morte naturale insieme al suo leader. Da qui, tra le altre conseguenze, la sopravvivenza dell’istituzione monarchica, che nell’attuale crisi catalana prima ha brillato per assenza e poi per partigianeria, e l’istituzione dell’Audiencia Nacional, nata sulle ceneri del Tribunal de Orden Público franchista, e per questo considerata dai detrattori soggetta al potere politico. L’instaurazione di un bipartitismo fortemente polarizzato, che ha retto sostanzialmente fino alla recente irruzione di Podemos e Ciutadans/Ciudadanos nell’agone politico, ha di fatto favorito una cristallizazione dello status quo e una lettura, per così dire, il più possibile centralista di un ordinamento statale che avrebbe dovuto favorire la decentralizzazione dei poteri e il riconoscimento delle specificità locali (come è stato poi solo in parte). In questo senso, molti hanno identificato l’inizio dell’attuale crisi catalana nel 2010, con la cosiddetta “sforbiciata” dello statuto d’autonomia catalano, a opera del Tribunale Costituzionale spagnolo su istanza del Partido Popular. Uno statuto previamente approvato dal parlamento catalano e poi sottoposto al voto di conferma dei cittadini della regione.

Ora, una proposta di riforma costituzionale da parte di un partito come il PSOE, che nonostante l’inopinata presenza dei vocaboli “socialista” e “operaio” nella sua denominazione ufficiale si è di fatto trasformato in fedele guardiano della monarchia costituzionale post 1978, fa pensare a scenari gattopardeschi, a cambi minimi e mirati unicamente a disinnescare l’emergenza catalana, più che a un radicale ripensamento di una democrazia nata senza ripudiare i trentasei anni di fascismo che l’hanno preceduta. In questo senso, è estremamente emblematico che in alcune manifestazioni unioniste di questi giorni, ma a onor del vero non in quella di domenica 8 ottobre a Barcellona, abbia fatto capolino a più riprese la bandiera della Spagna franchista, poi sostituita da quella attualmente in vigore. Ed è beffardamente ironico che l’estrema destra spagnola in questi giorni etichetti come “golpe” le aspirazioni separatiste catalane, quando il regime sulle cui fondamenta si regge l’attuale ordinamento statale, nacque a seguito di una guerra civile originata a sua volta da una sollevazione militare. Insomma, e lo dico da non indpendentista, un doppiopesismo vergognoso, e la prova che i momenti di tensione che stiamo vivendo siano stati ben sfruttati da gruppi esplicitamente fascisti per alzare la testa. Bastino a conferma i disordini di ieri nel centro di Barcellona in occasione del Día de la Hispanidad, festività da sempre accolta polemicamente in Catalogna.

POSTILLA: il mio precedente post sulla situazione catalana dava estrema preponderanza, a partire dal titolo, al numero di feriti dell’uno ottobre. Ovviamente, questa cifra è stata al centro di vorticose polemiche, tentativi di minimizzazione e anche puntualizzazione. In ultima istanza sembra che il numero si riferisca con buona sicurezza alle persone che hanno richiesto assistenza medica, anche per attacchi d’ansia, nel corso della giornata, mentre il numero di feriti gravi sembra per fortuna molto esiguo. Le cifre, come è noto sono scivolose, quando non apertamente manipolabili. Per sfuggire a questo rischio, in passato avevo descritto lo sciopero del 14 novembre 2012 evitando qualunque tipo di dato numerico. In questo caso non ho saputo o voluto mantenere la stessa freddezza. Dopo attenta riflessione ho deciso di non modificare in alcun modo il post del 2 ottobre, sia perché la cifra era riportata da molteplici fonti come effettivi feriti sia perché non ho alcuna intenzione di minimizzare una condotta delle forze dell’ordine che era e rimane vergognosa. Considero sufficiente aggiungere questa piccola contestualizzazione ex post.

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Esibizione mestissima in termini di riscontri di pubblico per questa calata barcellonese del quartetto di Baltimora, una quindicina di paganti sparpagliati che fanno sembrare sterminato lo spazio ristretto del Begood: un esempio da manuale di perle ai pochi. Ok, a poche strade di distanza, in una delle sale del Razzmatazz si esibiva Princess Nokia, ma il rischio di sovrapposizione tra i due pubblici mi pare pressoché nullo. Insomma, non se li sarebbe filati nessuno comunque, e dispiace.

Cinquanta minuti di musica strumentale senza bis e senza pause, con l’ultimo “Interventions”, uscito lo scorso anno, a fornire la maggior parte dei (pochi) brani suonati, ed esecuzioni millimetricamente identiche alle versioni da studio. Si tratta di un canovaccio sonoro di non facile assimilazione: superficialmente ci sono somiglianze col math rock del tempo che fu (mi vengono in mente Sleeping People e Sweep the Leg Johnny, depurati però della componente hardcore), nei brani più estesi e frenetici si materializzano corposi fantasmi krautrock, ma a monte ci sono indubbiamente gli studi accademici dei quattro, che rendono conto di un rigore formale affine a quello del minimalismo storico e dei complessi incastri poliritmici che vedono impegnati il batterista Sam Haberman e il percussionista Andrew Bernstein; quest’ultimo impegnato anche al sassofono, col quale dà vita anche a un intervento solista che parte in chiave drone e si conclude in contorsioni e avvitamenti che possono rimandare a parte della produzione di Colin Stetson. Un frammento in solitario anche per il chitarista Owen Gardner, la cui sei corde straniata e imprendibile dialoga col basso di Max Elibacher in parallelo alle evoluzioni ritmiche degli altri due membri. Rispetto ai dischi, restano fuori solo le sperimentazioni elettroniche dello stesso Elibacher, che fungono di raccordo tra le composizioni “corali”.

L’equilibrio finale non è miracoloso solo e soltanto perché è il risultato lampante di un lavoro meticolosissimo, che nulla lascia al caso: e anche i frangenti più ossessivi e convulsi mantengono un ineffabile compostezza di fondo, un piglio astratto che lascia vagamente sgomenti. Ripeto, è un peccato che tutto questo sia stato patrimonio di quindici persone. Tutte soddisfattissime, ci mancherebbe, ma con numeri simili non mi sorprenderei se Barcellona sparisse dalle date del loro prossimo tour. E sarebbe un piccolo delitto.

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Il nocciolo della questione, che a mio avviso permette di sospendere anche le obiezioni più sensate, sta soprattutto nella cifra che potete leggere qui sopra: il referendum autoconvocato per l’indipendenza della Catalogna svoltosi ieri si chiude con questi numeri, che per la società civile locale sono tanto rilevanti quanto i voti a favore di un distacco da Madrid (circa due milioni, pari al 90% delle schede scrutinate, al netto di quelle requisite). Le azioni della Guardia Civil e della Policia Nacional, immortalate in numerosi video, hanno suscitato l’indignazione, la rabbia e il dolore di moltissimi cittadini, anche tra coloro che erano critici sui tempi e i modi della consulta, cominciando dal sottoscritto.

L’idea di patria mi lascia irrimediabilmente freddo e le narrazioni nazionaliste mi sono sempre sembrate semplificazioni di comodo, ma il comportamento dei catalani nella giornata di ieri è stato un esempio straordinario di disobbedienza civile e resistenza non violenta. Il referendum era tecnicamente illegale, e la legge che lo scorso otto settembre ha creato la possibilità di una dichiarazione unilaterale d’indipendenza (la cosiddetta llei de transitorietat) è stata approvata dal parlamento regionale catalano a colpi di maggioranza; ma la cecità dello stato centrale, col suo imponente schieramento di forze, non ha fatto altro che aggravare la divaricazione esistente tra la regione e il resto del paese. Senza dimenticare i macroscopici errori degli indipendentisti, personalmente non ho dubbi su che cosa scegliere tra le schede e le urne dei votanti “illegittimi” e i manganelli della legalità costituzionale, che non hanno avuto remore di sorta nel colpire centinaia di persone indifese, vecchiette incluse, e tutto questo per arrivare a chiudere solo una piccola parte dei seggi predisposti dagli organizzatori del referendum. Per tacere del fatto che questa situazione di presidio del territorio si protrae ormai da una decina di giorni, da quando cioè Madrid ha ordinato l’arresto di quattordici persone, tra i quali un deputato e vari funzionari della Generalitat catalana, coinvolte nell’approntamento della consultazione.

Il futuro ora è incerto. La possibilità di una dichiarazione unilaterale di indipendenza pare per il momento rinviata, ma la tensione resta alta. Chi come me spera che questa crisi possa sancire l’avvio di una riforma costituzionale dello stato spagnolo in senso repubblicano e federale, sa di non poter nutrire eccessive speranze, vista la predominanza assoluta dei due nazionalismi nell’opinione pubblica. Anche l’ipotesi di un referendum concordato sulla falsariga della Scozia pare, oggi come oggi, improbabile. Certamente, spero che la solidarietà e la disponibilità al dialogo che ho potuto apprezzare ieri al seggio di Drassanes, dove mi sono trovato ieri, quasi per caso, a chiacchierare con quattro volontari, possa essere di buon auspicio per una popolazione che nel corso degli anni ha dimostrato una predilezione incrollabile per le vie pacifiche.

Chiudo con alcune osservazioni su due paradossi generati dallo stato d’eccezione catalano. 1) È stato confermato che un uomo ieri è stato colpito a un occhio da un proiettile di gomma sparato dalla Policia Nacional spagnola. Il fatto è gravissimo perché l’uso di queste armi è stato proibito in Catalogna nel 2014, al termine di una battaglia politica condotta dalle associazioni Stop Bales de Goma! e Ojo con tu Ojo, che aveva messo fine a una  striscia sanguinante di casi analoghi. In quel caso, a esercitare il monopolio della violenza autorizzata erano i Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana. 2) Gli stessi Mossos che ieri  sono stati criticati da Madrid per la loro sostanziale passività, e che in alcuni casi hanno difeso i votanti. Ecco, ricordando coloro che hanno perso un occhio in modo totalmente arbitrario, e anche i manifestanti sloggiati a mazzate dall’acampada di Plaça Catalunya nel 2011, non sarò certo io ad abbandonarmi a svenevoli elogi per un corpo di polizia il cui curriculum è tutt’altro che immacolato. Anzi, mi sembra un monito eccellente contro i pericoli di tutte le retoriche nazionaliste, senza eccezioni.

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Al momento dell’attentato, intorno alle 17:30, ero in ufficio. E in quello spazio protetto e tutto sommato confortevole ho trascorso la successiva ora e mezza, mentre le notizie dal mondo esterno si facevano via via più abnormi e la mia capacità di concentrarazione precipitava, comprensibilmente, ai minimi termini. Al momento di attraversare la soglia e uscire in strada, il numero dei decessi si era già stabilizzato a tredici. Nel frattempo, molte persone mi avevano cercato per sincerarsi del mio stato di salute e io non mi ero mosso dalla scrivania.

L’interruzione forzata del servizio su due linee della metropolitana, la rossa e la verde, quelle che uso abitualmente per tornare a casa e che si incrociano proprio a Plaça Catalunya, mi obbliga a scegliere un percorso alternativo. Benché la linea gialla sia relativamente vicina mi perdo, e quel frustrato vagare  mi restituisce l’immagine di una città, o perlomeno di un quartiere, nel pieno esercizio della sua normalità: capannelli copiosi nei tavolini all’aperto dei bar, le solite birrette, turisti che cenano troppo presto. Non mi aspettavo scenari apocalittici, sapevo che la zona interessata dall’attentato era tutto sommato una minuscola porzione del centro più centro, lontano da dove mi trovo, ma non posso evitare di osservare con incredulità quelle scene risapute. Uno strato di densa ordinarietà pare avvolgere cose e persone, e per quanto i miei occhi cerchino di scrutare oltre, non c’è nessun segreto da carpire. Non immaginavo coreografiche rappresentazioni di lutto, ma nella testa mi si agitava l’idea, sicuramente letteraria, probabilmente estetizzante, che il corpo ferito della città dovesse in qualche modo contrarsi sotto la spinta del dolore. Forse sarebbe bastato percepire negli occhi che incrociavo una parte di quello smarrimento che pensavo si potesse leggere nei miei.

Dopo avere attraversato mezza Barcellona con la linea sbagliata, mi trovo relativamente lontano da casa ma col centro irrevocabilmente alle spalle. Unico segno visibile della situazione d’emergenza, il treno che salta la fermata nella centralissima stazione di Passeig de Gràcia, a cinque minuti a piedi da Plaça Catalunya. Ad attendermi, altre copiose dosi di normalità: un gruppo di turisti che cerca di orientarsi, uno che mangia un panino su una panchina, cose di questo genere. Io stesso mi sono fermato a comprare una lampadina in un bazar cinese, sostituendola a quella bruciata immediatamente dopo il rientro. Nel frattempo, mi arrivano messaggi di gente che dal centro è dovuta passare per forza, per esempio alcuni colleghi. Vengo a sapere così, nel modo più inatteso, dove vive chiunque. Le scene che mi descrivono sono diamentralmente opposte all’ordinaria amministrazione che si è dipanata davanti a me a perdita d’occhio: grappoli di poliziotti, turiste isteriche, gruppi estemporanei costretti a cercare rifugio in ristoranti o altri esercizi pubblici. Davanti al computer, dopo lunga incertezza, decido di guardare alcuni filmati dell’attentato. Le autorità hanno chiesto pubblicamente di non divulgare video, eppure il sito di El País pubblica con noncuranza un paio di brevi frammenti: la Rambla è inconfondibile, ma allo spettacolo quotidiano e poco decoroso del turismo di massa si sostituiscono corpi sparsi in pose scomposte, ripresi in movimento nel contesto di inquadrature poco meno che casuali. Rimpiango immediatamente di aver voluto guardare qualcosa che il caso, o meglio, le probabilità mi avevano risparmiato.

Nel frattempo,  affastello messaggi su messaggi, cercando di rispondere a tutti quelli che mi hanno cercato. Registro note vocali scandite da un respiro affannoso. Mi meraviglia constatare il perdurare della sensazione di emergenza che si staglia sulla mia persona, benché non sia mai stato neanche lontanamente in pericolo. Persiste anche un leggero desiderio di sfogare in pianto la tensione che mi accompagna fin dall’ufficio. Non se ne fa nulla perché contemporaneamente avverto una fastidiosa necessità di ridere, che immagino dettata dai nervi, e rimango in bilico, con l’unica certezza che dormire sarà difficilissimo.

Penso a Parigi, Londra, Berlino, dove per coincidenza mi appresto ad andare (tornare) in vacanza. Bruxelles mi viene in mente solo in un secondo momento. Sento l’abisso che separa le mie reazioni passate, non certo improntate all’indifferenza, dal vivido malessere di questa sera. Come per il riso e il pianto, non riesco a determinare se devo autogiustificarmi o accumulare sensi di colpa. Mentre comunico contemporaneamente con più persone, abbozzo qualche analisi socio-geo-qualcos-politica, giocando la carta, a me cara, del franchising del terrorismo. L’Isis ha lanciato un modello che viene ripreso liberamente da molti cani sciolti etc. etc. Blah blah. Ora, mentre scrivo, mi rendo conto che, senza smettere di essere ammiccante e compiaciuta, forse terrorismo open source è una definizione più accurata. Al tempo stesso, non riesco a risolvere la sensazione di insofferenza che mi viene dal teorizzare a vuoto.

Ho scritto e parlato per varie ore. La plateale inadeguatezza delle parole, quelle parole per le quali sono solito nutrire un amore smisurato, consiglierebbe di mantenere il silenzio. Eppure sono qui a scrivere di nuovo, tendenzialmente di getto. Forse per la prima volta in assoluto mi sento totalmente esente dal desiderio di capire o spiegare un oggetto. Mi sto fermando alla descrizione, nella speranza che la precisione possa smorzare l’urgenza. Ecco, questo è ciò che mi è passato per la testa. Non è un esempio di nulla, ma so che deve uscire da lì. Lascio tutto in questo spazio, aperto a un’ipotesi di condivisione. Grazie per avere ascoltato.

 

 

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Stavo lì tra il pubblico del Razzmatazz per questa penultima data del tour europeo “Yes we can’t”, in questa città già di per sé piena, ripiena, ricolma di italiani, e a un rapido colpo d’occhio eravamo tutti, sì, esattamente, italiani, tranne una manciata di consorti di gente che conoscevo, che non so quanto avranno colto dell’andazzo. Non che mi aspettassi altro, anzi, a un certo punto, all´ennesimo amico o conoscente rivisto dopo tempo immemore, ce n’era pure uno che credevo in un altro continente, ero talmente organico alla faccenda che ho quasi sperato che l’inizio si facesse attendere ancora un quarto d’ora. Non avrei salutato tante persone nemmeno per le stradine natie in occasione  della festa del patrono, e mi sono reso conto che in fin dei conti le circostanze erano profondamente simili, salvo la mancanza incontestabile di aria aperta e la presenza di un’unica bancarella, cioè, ovviamente, il banchetto del mercandising: l’orchestrina, per l’occasione travestita da complessino, stava per salire sul palco anche se, come detto, avevo improvvisamente voglia di prendermela comodissima. Intendiamoci, per capiente e gremita che fosse la sala, circa 900 unità a quanto mi dicono, i connazionali stabilmente residenti qua sono evidentemente molte migliaia in più, ma avevo la sensazione, che probabilmente non sarebbe stata in grado di superare un’analisi scrupolosa, di trovarmi nel bel mezzo di un campione rappresentativo. L’estrema arbitrarietà delle sensazioni (campione de che? qui si rischia di fare la fine della tremenda rubrica del Fatto Quotidiano) mi vieta di addentrarmi nella descrizione, ma forse valeva comunque la pena dilungarsi un po’ sul contesto, perché i concerti degli EelST  fuori dalla madre patria sono una circostanza poco frequente, mentre è abbastanza risaputo come suonano: l’unica variabile rilevante poteva venire dalla scelta del repertorio.

E qui, saltando a pie pari la frustrante dialettica tra aspettative individuali e scaletta unica per 900 paganti (cosa ci vuoi fare), passo a un tentativo di riassunto in ordine sparso, temendo comunque che la memoria mi faccia cilecca : saltato praticamente a piè pari l’ultimo “Figgatta de blanc”, che dopo due ascolti ho saltato a mia volta, la spigolatura di brani presentata ha  privilegiato “Eat the Phikys”, con ben cinque estratti, e sacrificato senza rimpianti i motivetti sanremesi, regalando comunque classiconi a piene mani (“John Holmes”, “Servi della gleba”, “Supergiovane”,”Mio cuggino”, “Disco Music”, “Parco Sempione”, “Tapparella”, naturalmente in chiusura). Inusuale l’accoppiata d’apertura con “Lo stato A, lo stato B” e “Ocio ocio”, che avrebbe fatto presagire più variazioni sul tema, mentre alla fine le unche altre sorprese relative saranno”Psichedelia” e “T.V.U.M.D.B”, che lascia spazio in abbondanza alla voce dell’ospite fissa Paola Folli. Poi ci sono brani come “Milza”, “Pagàno” e “Ritmo sbilenco”, unico estratto del succitato ultimo disco bruttino,  che permettono ai nostri di dare libero sfogo al loro riccardonismo militante, suonando a dieci o più dita mentre si sparano le pose più funzionali a una migliore esecuzione. Intendiamoci, “Milza” per me è un capolavoro assoluto, ma risale a un periodo in cui il culto della perizia tecnica, malattia leggermente senile dei nostri, non era ancora arrivato al punto di accompagnare i tempi dispari con umorismo sui tempi dispari come nel caso più recente. L’umorismo metamusicale, favorito dal funambolismo manifesto è sempre stato nelle loro corde, ma come vado dicendo da un po’, a un certo punto della storia si è fatto ipertrofico, e io “ne soffro un po’”. È anche per questo che l’assolo di batteria di Meyer a pratiche ormai avanzate piace molto alla platea ma mi lascia un po’ freddino e a braccia conserte. Scusate se mi ripeto, ma la famosa “indole zappiana” che è da tempo luogo comune del discorso critico sulla musica dei nostri, ormai se l’è parzialmente divotata la vena prog-fusion galoppante che stasera, per mia fortuna, alla fine si è vista relativamente poco.

Ma in realtà poco sopra mentivo sapendo di mentire, perché un’altra variabile rilevante c’era eccome: sicuramente non l’architetto Mangoni, imperturbabilmente uguale a se stesso (e ci mancherebbe), che si è anche prodigato in uno stage diving,  ma Vittorio Cosma sul lato sinistro del palco al posto di Rocco Tanica, novità che in Italia stanno assimilando da un annetto scarso. Lo spaesamento è relativo, perché Cosma è uno di famiglia, appare in un modo o nell’altro sui dischi degli EelST da quando esistono i dischi degli EelST e aveva già sostituito il pianolista titolare in alcuni tour passati, ma fa comunque impressione pensare al complessino che suona in giro senza uno dei suoi pilastri, ormai concentrato sui soli album in studio. La paura però passa presto, perché Cosma, qui ribattezzato Carmelo, fa le veci del grande assente in assoluta scioltezza, sia per la musica che per la messa in scena, giocandosi anche tutto il repertorio di gag a base di effetti vocali ai quali ci aveva abituato Tanica. Il personaggio di Carmelo, al quale “piace il cazzo” mi sembra vagamente triviale, ma Cosma passa a pieni voti senza fare la figura del clone o dell’usurpatore.

In totale, a occhio e croce, due ore di musica. Mi ritrovo svociato ed esultante, perché alla fine, sfogato lo spirito critico e attraversati gli inevitabili momenti di disamore, resto un fan del cazzo che si fa prestare 20 euro per la maglietta (quella vintage) perché ha scordato di fare bancomat. I soldi li ho già restituiti a chi di dovere, eh? Forza Panino, per sempre.

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(Este breve texto es el resultado de una improvisación. Ya había publicado otro por el estilo hace años, y en este caso también la ocasión fue la “Poetry Slam”de Steven Fifty y Peter Fish que, tras abandonar el histórico Bar Pastís sigue en marcha en el Absenta del Raval. Estuve escribiendo durante la primera mitad del espectáculo y luego salí a leer esperando entender mi propia letra. Esta vez no llegamos a grabar nada. Como siempre pasa, lo que podéis leer a continuación es ligeramente distinto de lo que recité en el escenario, ya que no podemos bañarnos dos veces en el mismo río)

Estoy leyendo una lista de la compra.

Una lista de la compra de hace seis meses, o por lo menos eso creo, por el mero hecho de que acaba de salir de donde la olvidé (un bolsillo, obvio). Antes de tirarla a la basura, me apetecía ver qué compré en esa ocasión que ni siquiera sabría ubicar bien.

Pero conforme la voy mirando, entiendo que, pasada la situación que la ocasionó, todo lo que queda por leer está entre líneas, bien cómodo, como si estuviera en su casa, y yo no recuerdo la dirección. Allí se queda, vagamente deslumbrado por la tinta de un boli que la palmaría no mucho más tarde. Era un boli rojo.

El mensaje, finalmente, no resulta tan claro, y me entra como una suerte de mareo, porque al parecer es un talento que tengo, o bien porque esos intervalos blancos definidos por palabras intrascendentes me atraen violentamente a si, como una invitación que no se puede rechazar, una oferta telefónica que te pilla desprevenido al salir de la ducha, esa operadora era una auténtica jodienda pero no conseguí decirle que no.

Muevo los ojos entre el ajo y el chocolate y la presencia (¿o presencias?) entre las líneas sigue moviéndose, ahora con la energía furiosa de alguien  que vea alejarse el último autobús al otro lado de la plaza, y lo único que consigo recordar completamente es cuánto me costó todo lo que compré, y yo, en ese todo tan frustrante sólo me quiero cagar.

No hay manera. Al parecer lo que está allí entre líneas es un límite temporalmente infranqueable, y no tengo herramientas para que se me manifieste en los próximos veinte minutos al menos. Me tocará esperar fingiendo que me importa lo que haga mientras tanto, para tener por fin el poder de matar este discurso que estoy entreteniendo conmigo mismo, y con él todo otro discurso, y poder anunciarme, aliviado:

“Ya, claro, justo eso te quería decir”.

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