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Archive for the ‘Barcellona’ Category

Stavo lì tra il pubblico del Razzmatazz per questa penultima data del tour europeo “Yes we can’t”, in questa città già di per sé piena, ripiena, ricolma di italiani, e a un rapido colpo d’occhio eravamo tutti, sì, esattamente, italiani, tranne una manciata di consorti di gente che conoscevo, che non so quanto avranno colto dell’andazzo. Non che mi aspettassi altro, anzi, a un certo punto, all´ennesimo amico o conoscente rivisto dopo tempo immemore, ce n’era pure uno che credevo in un altro continente, ero talmente organico alla faccenda che ho quasi sperato che l’inizio si facesse attendere ancora un quarto d’ora. Non avrei salutato tante persone nemmeno per le stradine natie in occasione  della festa del patrono, e mi sono reso conto che in fin dei conti le circostanze erano profondamente simili, salvo la mancanza incontestabile di aria aperta e la presenza di un’unica bancarella, cioè, ovviamente, il banchetto del mercandising: l’orchestrina, per l’occasione travestita da complessino, stava per salire sul palco anche se, come detto, avevo improvvisamente voglia di prendermela comodissima. Intendiamoci, per capiente e gremita che fosse la sala, circa 900 unità a quanto mi dicono, i connazionali stabilmente residenti qua sono evidentemente molte migliaia in più, ma avevo la sensazione, che probabilmente non sarebbe stata in grado di superare un’analisi scrupolosa, di trovarmi nel bel mezzo di un campione rappresentativo. L’estrema arbitrarietà delle sensazioni (campione de che? qui si rischia di fare la fine della tremenda rubrica del Fatto Quotidiano) mi vieta di addentrarmi nella descrizione, ma forse valeva comunque la pena dilungarsi un po’ sul contesto, perché i concerti degli EelST  fuori dalla madre patria sono una circostanza poco frequente, mentre è abbastanza risaputo come suonano: l’unica variabile rilevante poteva venire dalla scelta del repertorio.

E qui, saltando a pie pari la frustrante dialettica tra aspettative individuali e scaletta unica per 900 paganti (cosa ci vuoi fare), passo a un tentativo di riassunto in ordine sparso, temendo comunque che la memoria mi faccia cilecca : saltato praticamente a piè pari l’ultimo “Figgatta de blanc”, che dopo due ascolti ho saltato a mia volta, la spigolatura di brani presentata ha  privilegiato “Eat the Phikys”, con ben cinque estratti, e sacrificato senza rimpianti i motivetti sanremesi, regalando comunque classiconi a piene mani (“John Holmes”, “Servi della gleba”, “Supergiovane”,”Mio cuggino”, “Disco Music”, “Parco Sempione”, “Tapparella”, naturalmente in chiusura). Inusuale l’accoppiata d’apertura con “Lo stato A, lo stato B” e “Ocio ocio”, che avrebbe fatto presagire più variazioni sul tema, mentre alla fine le unche altre sorprese relative saranno”Psichedelia” e “T.V.U.M.D.B”, che lascia spazio in abbondanza alla voce dell’ospite fissa Paola Folli. Poi ci sono brani come “Milza”, “Pagàno” e “Ritmo sbilenco”, unico estratto del succitato ultimo disco bruttino,  che permettono ai nostri di dare libero sfogo al loro riccardonismo militante, suonando a dieci o più dita mentre si sparano le pose più funzionali a una migliore esecuzione. Intendiamoci, “Milza” per me è un capolavoro assoluto, ma risale a un periodo in cui il culto della perizia tecnica, malattia leggermente senile dei nostri, non era ancora arrivato al punto di accompagnare i tempi dispari con umorismo sui tempi dispari come nel caso più recente. L’umorismo metamusicale, favorito dal funambolismo manifesto è sempre stato nelle loro corde, ma come vado dicendo da un po’, a un certo punto della storia si è fatto ipertrofico, e io “ne soffro un po’”. È anche per questo che l’assolo di batteria di Meyer a pratiche ormai avanzate piace molto alla platea ma mi lascia un po’ freddino e a braccia conserte. Scusate se mi ripeto, ma la famosa “indole zappiana” che è da tempo luogo comune del discorso critico sulla musica dei nostri, ormai se l’è parzialmente divotata la vena prog-fusion galoppante che stasera, per mia fortuna, alla fine si è vista relativamente poco.

Ma in realtà poco sopra mentivo sapendo di mentire, perché un’altra variabile rilevante c’era eccome: sicuramente non l’architetto Mangoni, imperturbabilmente uguale a se stesso (e ci mancherebbe), che si è anche prodigato in uno stage diving,  ma Vittorio Cosma sul lato sinistro del palco al posto di Rocco Tanica, novità che in Italia stanno assimilando da un annetto scarso. Lo spaesamento è relativo, perché Cosma è uno di famiglia, appare in un modo o nell’altro sui dischi degli EelST da quando esistono i dischi degli EelST e aveva già sostituito il pianolista titolare in alcuni tour passati, ma fa comunque impressione pensare al complessino che suona in giro senza uno dei suoi pilastri, ormai concentrato sui soli album in studio. La paura però passa presto, perché Cosma, qui ribattezzato Carmelo, fa le veci del grande assente in assoluta scioltezza, sia per la musica che per la messa in scena, giocandosi anche tutto il repertorio di gag a base di effetti vocali ai quali ci aveva abituato Tanica. Il personaggio di Carmelo, al quale “piace il cazzo” mi sembra vagamente triviale, ma Cosma passa a pieni voti senza fare la figura del clone o dell’usurpatore.

In totale, a occhio e croce, due ore di musica. Mi ritrovo svociato ed esultante, perché alla fine, sfogato lo spirito critico e attraversati gli inevitabili momenti di disamore, resto un fan del cazzo che si fa prestare 20 euro per la maglietta (quella vintage) perché ha scordato di fare bancomat. I soldi li ho già restituiti a chi di dovere, eh? Forza Panino, per sempre.

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(Este breve texto es el resultado de una improvisación. Ya había publicado otro por el estilo hace años, y en este caso también la ocasión fue la “Poetry Slam”de Steven Fifty y Peter Fish que, tras abandonar el histórico Bar Pastís sigue en marcha en el Absenta del Raval. Estuve escribiendo durante la primera mitad del espectáculo y luego salí a leer esperando entender mi propia letra. Esta vez no llegamos a grabar nada. Como siempre pasa, lo que podéis leer a continuación es ligeramente distinto de lo que recité en el escenario, ya que no podemos bañarnos dos veces en el mismo río)

Estoy leyendo una lista de la compra.

Una lista de la compra de hace seis meses, o por lo menos eso creo, por el mero hecho de que acaba de salir de donde la olvidé (un bolsillo, obvio). Antes de tirarla a la basura, me apetecía ver qué compré en esa ocasión que ni siquiera sabría ubicar bien.

Pero conforme la voy mirando, entiendo que, pasada la situación que la ocasionó, todo lo que queda por leer está entre líneas, bien cómodo, como si estuviera en su casa, y yo no recuerdo la dirección. Allí se queda, vagamente deslumbrado por la tinta de un boli que la palmaría no mucho más tarde. Era un boli rojo.

El mensaje, finalmente, no resulta tan claro, y me entra como una suerte de mareo, porque al parecer es un talento que tengo, o bien porque esos intervalos blancos definidos por palabras intrascendentes me atraen violentamente a si, como una invitación que no se puede rechazar, una oferta telefónica que te pilla desprevenido al salir de la ducha, esa operadora era una auténtica jodienda pero no conseguí decirle que no.

Muevo los ojos entre el ajo y el chocolate y la presencia (¿o presencias?) entre las líneas sigue moviéndose, ahora con la energía furiosa de alguien  que vea alejarse el último autobús al otro lado de la plaza, y lo único que consigo recordar completamente es cuánto me costó todo lo que compré, y yo, en ese todo tan frustrante sólo me quiero cagar.

No hay manera. Al parecer lo que está allí entre líneas es un límite temporalmente infranqueable, y no tengo herramientas para que se me manifieste en los próximos veinte minutos al menos. Me tocará esperar fingiendo que me importa lo que haga mientras tanto, para tener por fin el poder de matar este discurso que estoy entreteniendo conmigo mismo, y con él todo otro discurso, y poder anunciarme, aliviado:

“Ya, claro, justo eso te quería decir”.

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I due gruppi della serata hanno appena pubblicato un disco collaborativo, un po’ perché evidentemente si vogliono bene e questo è già il secondo tour che fanno insieme, e un po’ perché questa prassi operativa risulta abbastanza congeniale a entrambi (i Full of Hell hanno licenziato una collaborazione addirittura con Merzbow, The Body, tentacolari, con altri quattro gruppi). E io mi chiedo, pur tormentandomi l’interrogativo solo fino a un certo punto, se suoneranno qualcosa in coabitazione, se almeno ci sara un volemose male in conclusione, perché volendo ci sarebbe materiale da suonare apposta, e poi ci troviamo pur sempre in Spagna, il paese in cui i comunicati stampa devono ossessivamente ripetere che gli artisti stanno presentando su nuevo disco, come se non potesse esistere tour senza supporto da rivendere e presentare pezzo per pezzo. E alla fin fine nulla, il concerto sarà il più normale degli split, prima gli uni e poi gli altri, e non me ne lamento, e l’unico momento di condivisione vedrà i sei membri dei due gruppi cazzeggiare a un tavolino fuori dal locale giusto prima dell’inizio, tra calzini di spugna orgogliosamente esibiti e magliette vintage di gruppi death metal. Bello comunque a vedersi, se non per l’estetica sicuramente per lo spirito.

Il Sidecar (pronuncia spagnola invariabile: Sidecár) rimane il luogo dove nel 2006 ho visto il mio primo concerto in terra catalana, e da allora non è cambiato minimamente: una lunga e stretta galleria sotterranea con l’arcuato soffitto non molto sopra le teste dei più alti e una refrattarietà esemplare ai segnali telefonici. Il palco è montato in fondo, nel culo tappato del tunnel, e per gruppi come questi, rovinosamente caotici, non è l’ideale, per andare di eufemismi. Senza minimamente cercarlo, mi ritrovo in primissima fila a due minuti dall’inizio.

Coi Full of Hell, a dirla tutta, non ero mai andato oltre un paio di ascolti di prova su Youtube, ma ero ben disposto a rivedere il mio scetticismo. Il concerto procede sistematicamente per fasi successive di tensione e rilascio, con compressissimi assalti grind assai metallosi che cedono il passo a rovinose pause noise del triplo della durata. Il cantante Dylan Walker abbandona spesso il microfono e si piazza dietro una microconsolle montata a centro palco dalla quale estrapola strati di feedback mentre gli altri assecondano la deriva maltrattando gli strumenti in modi apparentemente casuali. A mo’ di variazioni sul programma qualche mid-tempo e pure, se le orecchie non mi ingannano, un paio di breakdown. Walker convince (e spaventa) per duttilità vocale e riserva di fiato, anche se il suo stile a volte mi pare troppo vicino a certi vocalist deathcore (UO-UO-UO) per i quali decisamente non stravedo; il batterista David Bland dal canto suo picchia come da programma tantissimo, ma con un tocco leggermente free e sbilanciato che lo rende meno prevedibile e che si apprezza pienamente in un paio di frangenti direi improvvisati durante gli svarioni rumoristici: bravo davvero. Nell’impasto di suoni risulta penalizzato il lavoro di basso e chitarra, anche se affiora di tanto in tanto qualche riff notevole. E tutto è violento e malsano, e tangibile l’intenzione di fare da ponte tra versanti diversi dell’estremismo sonoro, ma qualcosa nell’insieme continua a suonarmi fatalmente asettico e formale, e me ne renderò conto ancora meglio al momento del cambio palco.

Che è il momento di The Body. Lee Buford indossa un’adorabile maglietta stravecchia di Chaos A.D. dei Sepultura con tanto di buco sotto l’ascella sinistra, come noteremo tutti mentre percuote le pelli: Chip King, in maglietta smanicata con l’illeggibile logo death-black di prammatica, si sistema di sghimbescio a un’estremità del palco, con una valigetta piena di distorsori montata su un trespolo a altezza torace che trasmetterà per tutto il concerto la sensazione ingannevole che stia fissando un monitor: è un ciccione ragguardevole.Non ci sono voci femminili campionate, non ci sono gli inattesi beat che infettano piacevolmente l’ultimo, a sua volta, recentissimo “No one deserves happiness”: francamente non riconosco un pezzo che sia uno, sembra che non stiano affatto presentando su nuevo album, ma non me ne frega un cazzo in assoluto, perché il loro suono è lì, tangibile, e noi, atterriti, indifesi, possiamo solo testimoniare. Ho paura di sconfinare nel trionfalismo gratuito, ho sospetti fondati sull’inefficacia delle parole, delle etichette di genere che te lo dico a fare, ma un tentativo di verbalizzazione devo provare a farlo: è stato svuotante. Poi potremmo parlare di doom-sludge, di esasperante lentezza o di feedback soverchiante, ma potremmo farlo anche per decine di altri gruppi e staremmo soltanto appiattendo i termini della questione. Le risorse stilistiche in uso possono essere fino a un certo punto (solo fino a un certo punto, perché loro di arrangiamenti e intuizioni non ortodosse ne sciorinano in abbondanza da sempre) comuni a un fottiliardo di altri gruppi, e così è, ma alla resa dei conti quel senso di annichilente sfacelo, di terrore paralizzante l’ho sentito evocare in modo così credibile solo da questi due. Infatti riuscivo unicamente a restare in piedi immobile mentre dietro di me si sviluppava un poco coeso, ondeggiante, improbabile accenno di pogo. E osservavo Buford, coi suoi pattern ritmici semplicissimi, inesorabili, cercando di decifrare quell’elemento ineffabile che li rende così obliqui; osservavo Chip King tormentare la chitarra e soprattutto urlare in quel modo insostenibilmente acuto e mi chiedevo quando e perché gli fosse venuta per la prima volta l’idea di aprire la bocca per emettere QUEI suoni (l’unico esempio che riesco a avvicinargli è quello di Jeff Smith dei Jeromes Dream, prima o poi dovrò decidermi a parlarne). E mentre tutto questo succedeva continuavo a pensare, cercando un modo di contestualizzare l’iperbole, di attutirne il valore sloganistico, che The Body sono forse l’esperienza più totalizzante accaduta nei vasti confini della musica estrema da vari anni a questa parte, almeno fino a dove sono arrivate le mie orecchie.

Con la necessaria ritrosia ho detto quello che dovevo. Fine. Grazie per l’attenzione.

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Quando il locale è basso e gli stagediver arrivano comodamente a puntare i piedi sul soffitto mentre intanto infuria il pogo ci sono ottime premesse per una piacevole seratina, e così è stato. Atmosfera intima, suono ottundente e temperature proibitive. Ne sono uscito tutto contento. Lo trovate qui.

Aprono i madrileni Teething, che avevo visto tre anni fa intruppati nel plotone di gruppi spalla di una delle frequenti discese catalane dei Napalm Death, e francamente, qui l’amore non vuol sbocciare. Grindcore metalleggiante dall’animo velenoso, batterista dalla notevole potenza di fuoco, poderosi rallentamenti, cantante in botta, tentativi ponderati di variare il canovaccio senza ridurre troppo le legnate pro capite: tutto a regola d’arte, ma alla fine della fiera il risultato mi pare un esercizio di stile, un grindcoraccio di fine fattura dove però smarrisco l’efferata insensatezza che cerco come condizione imprescindibile in questa roba. Ma tutti gli altri apprezzano e non posso esattamente dire che stiano prendendo un abbaglio. Dovrò giocarmi la carta del terzo tentativo.

A seguire, da Denver, CO, i Primitive Man, portatori sani di un nome senza dubbio orripilante. Per affinità concettuale mi sovvengono i pionieri powerviolence Neanderthal, che però, in virtù di una scelta di termini più accurata, suggerendo un concetto simile, suonavano profondamente evocativi, e faranno per tutta l’eternità una meglio figura nei brulicanti annali della musica ringhiante. I nostri eroi invece sarebbero stati perfetti per l’indimenticata rubrica di Bastonate gruppi con nomi stupidi. Ma tant’è. Schiacciato tra due band grindcore, il trio si prende senza tanti complimenti tutto lo spazio necessario a sviluppare il suo malsano linguaggio sludge spesso e volentieri imbastardito da altre grammatiche estreme: un paio di accelerazioni che li portano di peso in disastrati terreni black metal, una sporcizia sonora che sa di punk al servizio del culto viscerale delle vibrazioni, qualche inattesa pennellata alla Earth ultima maniera. E poi c’è quel barrito deforme a sovrastare l’insistente trascinarsi (bam bam bam) della musica, perché il nome brutto alla fine non se lo sono mica scelto a caso: il tutto suona convintamente ottuso, profondamente doloroso, finanche svuotante. Per quanto mi riguarda approvo senza riserve, ma vedo parte del pubblico bigiare. Cercherò di tenerli sott’occhio.

Poi arrivano i Magrudergrind (sempre a proposito di nomi stupidi, leggete un po’ qua). Riassunto delle puntate precedenti: hanno un disco nuovo appena uscito, non pubblicavano nulla da sei anni, è la prima cosa che esce senza Chris Moore alla batteria, sostituito nel 2014 da Casey Moore, che non sembra suo parente e non dovrebbe esserlo, e nel frattempo non hanno mai smesso di suonare in giro. E insomma, nell’economia di un gruppo di tre membri che si regge sui blast beat e praticamente vive in un tour bus, un cambio di batterista è forse un evento più rilevante della pubblicazione di un album, per molte primavere che passino (e hey, il disco nuovo l’ho appena comprato). Potrei tessere articolate similitudini col motore di una vettura da Formula 1, ma mi soverchiano vergogna e stanchezza anche solo a pensarci: diamola per spiegata e proseguiamo. Per mesi ho cercato su Youtube video (spesso interi, venti minuti e avanti il prossimo) dei loro concerti più recenti, immagini sfuocate, i suoni che un cellulare può catturare in uno scantinato, con gli occhi puntati su Casey Moore, che aveva il gravoso compito di non mandare in vacca tale perfetto ingranaggio punitivo, un’interpretazione del genere così rigorosa, efficace, essenziale, micidiale, da farmeli considerare il miglior gruppo espresso dalla scena tutta dal 2000 in avanti. E il ragazzo si è applicato, fortunatamente all’oscuro di pirla come il sottoscritto che gli stilavano le pagelle a distanza, e stasera la gente pogava, volavano i corpi senza requie, e io, vedova contrita di Chris Moore con un mal di schiena invalidante, capivo con sollievo di trovarmi a presenziare un concerto dei Magrudergrind senza se e senza ma, con la compattezza, le urla, i riff che volevo ascoltare da secoli, e i cazzo di blast beat a tenere su la baracca a dovere. Poi potrei cominciare col triste ritornello del “però non li ho mai visti con quella formazione”, ma perché farlo dopo aver ascoltato “Black banner” (tre minuti e mezzo, per loro quasi una suite, come lo fu “Bridge burner”) con la certezza di trovarmi di fronte a un classico inamovibile delle scalette future? Vaffanculo, ci siamo, ci siamo, teniamoci il presente, teniamoci queste legnate fino al prossimo giro.

 

 

 

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Il titolo è lì, bello referenziale, con la cadenza concitata del parlato, anche perché da quando è successa questa cosa, la notte tra il 22 e il 23 gennaio, non faccio altro che raccontarla agli amici e parenti del caso, tutti piacevolmente premurosi nella loro preoccupazione. La mettiamo agli atti anche qui sul blog, e poi la diamo per metabolizzata, che mi urge dedicarmi a cose diverse, soprattutto uscire da questa miseranda condizione di emergenza pratica. Ah, e serve anche, il titolo, a uccidere preventivamente ogni forma di suspense. Ai fini di questa storia, non serve.

La prima cosa che ho percepito confusamente tornando a casa è stata la presenza di un disordine diverso dal mio. Era tardi assai, e avevo sostanzialmente fretta di dormire, condizione nociva al sonno dei giusti come poche altre. E quel casino non mi quadrava, ma avevo fretta di archiviarlo: ero uscito di casa coi minuti contati ma quello che vedevo, quella parata di cassetti e ante aperte era eccessivo. C’erano addirittura trucchi della mia coinquilina buttati sul letto: perché cazzo era venuta a pittarsi in camera mia? E perché ricordavo di aver lasciato il computer in camera e invece non c’era? L’avevo lasciato in giro per casa anche se la memoria mi diceva il contrario? Torno in sala, emerge l’altro coinquilino con la faccia piallata da un sonno abbastanza profondo, e nel giro di due o tre frasi, capiamo finalmente che:

ci son venuti i ladri in casa.

E mi sembrava così assurda l’idea che in quei dieci minuti di esplorazione confusa nemmeno mi aveva sfiorato, nemmeno un solletico, mentre mi ero già incazzato preventivamente col mio sorprendente disordine e con la coinquilina che senza motivo apparente si trucca in stanze altrui oltretutto sprovviste di specchi. E invece, tutto quel casino era doloso e malevolo, e lo avevo visto millantamila volte attraverso la finestra dipinta della televisione e mi annoiava pure, in quanto stereotipo narrativo deprezzato delle storie gialle, nere, o comunque di quei colori lì. Due palle, dear friends. La ricerca dell’oggetto prezioso, del documento scottante, della formula segreta: avanti il prossimo, posso vivere senza tutto questo spionaggio innecessario. E ho scoperto che, fuor di fiction, quel tipo di disordine fa malissimo, ha tutti i crismi della profanazione. La ricerca fraudolenta di valori oggettivi, che in lingua comune si chiama più o meno furto, è una situazione che ignora e insulta contemporaneamente i criteri infinitamente soggettivi secondo i quali ognuno decide di organizzare, o no, il proprio spazio vitale:  i calzini qui, i documenti in questo cassetto, le letture del momento sul comodino, le scarpe a caso sotto il letto o in mezzo alle palle, pronte per inciamparci. Ecco, ai ladri di tutto ciò non frega un cazzo, loro aprono tutto, sbudellano la tua piccola logistica privata nella speranza che, da bravo coglione, tu abbia lasciato in un cassetto, per esempio in quello delle medicine, una banconota da cento in vista. E, cazzo, è puntualmente successo. Ripeterò anche qui che normalmente, contanti in casa non ne tengo mai. Ecco fatto.

Il passo successivo consiste nell’individuare nel disordine le cose mancanti: non trovarle e accettare che sono state trafugate, indi rassegnarsi. Non è facile trovare qualcosa che non c’è più in un insieme di cose fuori posto, e sicuramente non è gradevole. In tutto ciò tende a montare l’angoscia e anche le idee, per purissima osmosi si incasinano. Quando ho finalmente processato che avevo perso tendenzialmente solo cose recuperabili, certo a costo di una spesa che non ci voleva, mi sono improvvisamente tranquillizzato, collocandomi in una nicchia zen che mi pareva tanto comoda quanto insolita. I miei scritti, la musica, avevo una copia di quasi tutto, potevo ragionare con calma. Certo, ho sentito l’esigenza di riportare tutto sotto la mia giurisdizione, e ho richiuso tutti i cassetti, riposizionato gli oggetti. Mi hanno poi detto che non avrei dovuto, ma in quel momento mi serviva per capire che le cose stavano tornando nel seminato.

Arriva la polizia e abbiamo tutti una gran voglia di raccontare i fatti fino a lì faticosamente ricostruiti a partire da osservazioni macroscopiche come la totale assenza di effrazioni e uso della forza e l’assenza di impronte nonostante la pioggia battente della notte. Intuisco limpidamente l’eccezionalità della situazione visto che, a bocce ferme, due dei tre abitanti della casa, uno sono io, non credono minimamente all’adagio che vuole le forze dell’ordine dedite a servire e proteggere il cittadino. Ma nella casa derubata tutto gira vorticosamente e l’eccezione sorge spontanea. Facciamo l’inventario delle perdite, tre computer portatili su tre, soldini sfusi, il portafoglio della coinquilina, il vecchio cellulare del coinquilino (quando ha chiamato il suo numero gli hanno pure risposto), borse e zaini, probabilmente serviti a trasportare la refurtiva. Mi trovo a pensare, sulle orme di David Foster Wallace, che quasi quasi si tratta di una cosa divertente che non farò mai più. Mi autocensuro.

In una mattinata freddissima per gli standard barcellonesi, usciamo tutti e tre per il secondo round di formalità burocratiche. Tocca andare alla comisaría a inoltrare la denuncia vera e propria. La stanchezza mi acuisce l’ipotermia, il vento infuria, e quei dieci minuti di camminata si fanno eterni. Arrivati a destinazione, mi commuovo nel constatare che la sala d’attesa è riscaldata. Già, perché al momento del furto avevamo pure la caldaia rotta. I miei coinquilini sono prevedibilmente frastornati e scuri in volto: dopo tutto loro erano in casa, e il pensiero che i ladri siano entrati nelle loro stanze mentre dormivano non è di facilissima assimilazione. Io invece, dopato dall’assenza di sonno, ridacchio, improvviso monologhetti, sparo cazzate. Torno nei miei cenci giusto in tempo per l’atto solenne della denuncia.

Sulla via del ritorno, stesso freddo, stesso vento dell’andata, ma in direzione contraria, chiamo la padrona di casa per informarla dei fatti. La sicumera, l’arroganza quasi genetica che le derivano dalla comoda condizione di pluripossidente, la portano a affermare che in assenza di segni di scasso, i malandrini hanno fatto trionfale ingresso nella magione tramite copia delle chiavi, e che pertanto doveva trattarsi di un qualche ex inquilino o di un amico suo dedito a lavoretti sporchi. Sceglie dal mazzo degli abitanti passati dell’appartamento uno dei miei amici più cari, lasciando scivolare nel discorso che la sua nazionalità messicana è da sola una mezza prova. Fa sempre freddo, i minuti di insonnia si accumulano, e non sono in vena di disquisizioni eugenetiche e lombrosiane. Senza perdere l’aplomb consigliabile mi incazzo di brutto, la signora recepisce e cerca timidamente di metterci una pezza. Verrà poi nel pomeriggio a osservare coi suoi occhi la scena del crimine e ripresenterà come tesi incrollabile le stesse identiche stronzate, in versione appena mitigata. Mi si palesa improvvisamente la vastissima, inaffondabile sicurezza che il razzismo infonde nelle menti di chi, a vario titolo, finisce per crederci sul serio.

Ma manca ancora all’appello la visita della polizia scientifica, creatura mitologica che pensavo di vedere pure quella solo e soltanto in quella realtà sceneggiata e ristretta come il caffè che è la fiction. Ebbene, nonostante una voluminosa valigetta piena di affascinanti ferri del mestiere, erano dei tizi normalissimi, ma a ben vedere anche la nostra magione altro non è che uno sfigatissimo ma degno appartamento condiviso. Se hanno investigatori più conformi ai criteri di C.S.I., che a dire il vero non ho mai visto manco una puntata, sicuramente non li faranno scomodare per questi reati molto minori. Mentre almanacco tali fondamentali considerazioni, i due, un uomo e una donna come quelli di X-Files, che ero un ragazzino, ci sgridano. Perché, per fare gli Sherlock sulle nostre disgrazie (“Vedi? Questa finestra si apre bene anche da fuori! Sono arrivati qui in terrazzo e…”) avevamo toccato con le nostre manacce ogni possibile superficie impressionabile da impronte, tipo i cassetti di camera mia, rieccoli, e così facendo avevamo rotto tutte le impronte. E io sono rimasto incredibilmente affascinato dalla riconversione in tecnicismo di un termine così quotidiano e triviale. Per sdebitarmi, li ho portati a vedere il terrazzino di camera mia, dove poco prima avevo trovato una signora prova: un biglietto da visita del Divano Marziano che avevo fatto stampare in cinquanta copie così, per sport, tutto calpestato e fradicio di pioggia, sicuramente caduto dalla borsa che mi avevano trafugato: dovevano senz’altro essere scesi da lì! Ma tempo di arrivare, il vento, che è come la lontananza, se l’era portato via con sé. Alla fine della fiera, comunque, la scientifica ci conferma grossomodo le teorie alle quali eravamo pervenuti nella nostra imperdonabile grossolanità metodologica: entrati dalla terrazza, usciti dal balconcino di camera mia, senza cagarsi la porta manco di striscio. Mi piacerebbe convincerne la padrona di casa.

Verso sera scambio due parole col gentilissimo farmacista baffuto che esercita a due o tre civici da casa mia: ci si saluta spessissimo, e di fatto, anche se non vive lì, è praticamente un vicino. Mi conferma che in nottata più di una dimora del quartiere ha ricevuto visite, che tanti clienti gliene hanno parlato. Prende consistenza nella mia mente l’idea che il passaggio dei ladri da casa nostra sia stato sostanzialmente un evento fortuito nell’ambito una perlustrazione più vasta, dove altri dovevano necessariamente essere i pesci grossi. La finestra, così disponibile anche da fuori, deve averli convinti a tentare la sorte. Effettivamente, l’idea che fossero venuti solo e soltanto da noi, mi portava in ultima analisi a compatirli per la ristrettezza dei loro orizzonti. Potevano essere dilettanti, ma dovevano essere necessariamente capaci di puntare più in alto di casa nostra.

Questi i fatti: ora sarebbe forse utile disegnarne lo sfondo. Abito da sette anni, da quando sono arrivato a Barcellona, in questa stessa casa neosvaligiata, fatto più unico che raro tra gli stranieri. L’appartamento si trova nel quartiere di Vallcarca (i els Penitents), a cinque minuti di tesissima salita dal famoso Parc Güell. Le possibilità che nel corso della vostra visita a Barcellona siate passati a un tiro di sputo da casa mia sono altissime. Vallcarca è un quartiere strano, fondamentalmente residenziale, cerniera tra il brulicante barri di Gràcia, al cui distretto formalmente appartiene, e i tranquillissimi e non facilmente accessibili barris de la muntanya, eletto per ragioni che mi sono ignote a terra promessa degli okupas, gli squatter locali, che popolavano vari edifici sfitti. Ora, dopo un’epoca di bonifica portata avanti a forza di sloggi violenti -quante cazzo di camionette di prima mattina quasi sotto casa!- il loro numero si è ridotto, ma la loro presenza rimane in certo modo una costante del quartiere. Mi sono sparato un sacco di bei concertini punk e hardcore mettendo appena il naso fuori dalla porta. Anche se a qualche strada di distanza non mancano casette dal pedigree più spiccatamente altoborghese, non ho mai avuto l’impressione di vivere in una zona bene. Lo scarto con quartieri di veri ricchi, come Sarrià, raggiungibile a piedi in circa venti minuti, è abbastanza abissale.

E per quanto questa piccolissima vicenda criminale dove ho partecipato con un bel ruolo di parte lesa mi sembri destinata a rimanere una spiacevole anomalia nella storia del quartiere, ho osservato intorno a me che le eccezioni possono avere un feroce potere destabilizzante, che lo scarto tra mai e una volta nella vita può facilmente riempirsi di preoccupazioni tendenti al paranoico andante. In contesti con tassi di criminalità reale (e quindi percepita, of course) più alti, il passo verso la militarizzazione dei quartieri residenziali deve essere relativamente breve. E fatterelli come questo sono un’eccellente materia prima grezza per la costruzione di leggende nere e di redditizia propaganda elettorale. La granitica convinzione della padrona di casa che la nazionalità di un ex coinquilino spiegasse da sola la dinamica dei fatti sta lì a dimostrarlo. A Badalona, orrendo paesone dell’hinterland barcellonese, caratterizzato da alte percentuali di immigrazione scomoda, il popolare -nel senso del partito- Xavier García Albiol, ha vinto le municipali del 2011 con un’aggressiva campagna elettorale che avrebbe mandato in brodo di giuggiole quelli del carroccio. E il nefasto partitino Plataforma per Catalunya, che tra i pochi interlocutori internazionali ha proprio la Lega, ha ottenuto i suoi successi più significativi a Vic, città del presidente Josep Anglada e Catalogna profondissima, proprio scagliandosi contro gli immigrati irregolari. Ora, Vallcarca, è evidentemente un altro paio di maniche, anche se l’aggressività esibita contro gli squatter potrebbe facilmente rientrare nella più classica retorica della lotta al degrado. Eppure, soprattutto in personaggi relativamente esterni ai fatti ho percepito con sconforto che indulgere nel leghismo d’emergenza è più facile di quanto ottimisticamente pensassi. Da parte mia ho fatto il possibile per evitare di ragionare attraverso le lenti deformanti della paura, dello scoglionamento e dello sconforto. Mi sono limitato a chiamare il nostro tuttofare di fiducia perché montasse una chiusura nuova alla finestra galeotta. Per la visita del prossimo quinquennio, o settennio, se ci sarà, sono già preparatissimo. La chiudo qui, che mi sono dilungato anche troppo. Il mio fiacco poliziesco personale è giunto ingloriosamente al termine.

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Mercoledì scorso 14 novembre è stato giorno di sciopero generale in tutta l’area dei cosiddetti PIGS. Non mi prenderò ora la responsabilità di parlare dell’italia: in Spagna si è trattato di una replica a stretto giro della serrata del 29 marzo, in risposta a una china discendente che sembra impossibile capovolgere e a un confronto sociale sempre più aspro, aggravato in Catalogna da tensioni separatiste che troveranno probabile sfogo nelle imminenti elezioni regionali del 25 novembre. Questo post non vuole essere una cronaca della giornata barcellonese anche se un paio di scorci dal vero finirò per abbozzarli: vorrei girarci intorno, concentrandomi sull’indotto mediatico che lo sciopero finisce per stilizzarlo invece che descriverlo, perché l’operazione non è esente da una pericolosa ambiguità.

La narrazione a posteriori di uno sciopero inizia di solito dal botta e risposta sull’adesione. Organizzatori vs autorità competenti, ognuno con la sua messe di dati statistici prodigiosamente astratti, numeri complessivi, percentuali, con sfoggio di riduzioni ai minimi termini (“più di tre lavoratori su quattro”, “circa due lavoratori su tre”): nell’entità della forbice tra i dati degli uni e quelli degli altri, una possibile chiave di primissima lettura  sulla gravità del conflitto sociale in atto. A supporto dei numeri, fotografie più o meno aeree di moltitudini, che potrebbero fornire un riscontro vagamente più empirico ai calcoli, ma che forse, in un’epoca in cui le uniche immagini non alterabili con Photoshop sono quelle oniriche, servono soprattutto a rappresentare la protesta. Un classico intramontabile di tutte le manifestazioni, prima della partenza del corteo, durante la marcia, è la domanda oziosa al tipo a fianco Ma quanta gente ci sarà? in risposta alla quale si azzardano cifre che superano abbondantemente l’occhio e affaticano la mente.

Ai numeri assoluti seguono, in ordine variabile, la contabilità dei danni, il numero degli arresti e dei fermi e, proiettando una lunga ombra nera, i feriti. Il numero di vetrine infrante e di cassonetti bruciati sfociano in stime per danni di varie migliaia di euro, le immagini e i filmati sono chiamati a fornire un correlativo oggettivo, immediatamente iconico, all’importo del disastro. La qualità spesso deficitaria del girato e  l’audio cacofonico acuiscono la sensazione di crudezza, di urgenza. L’insieme di statistiche e riprese amatoriali è frequentemente catalogato alla voce “guerriglia”. Le cifre relative agli arresti e ai feriti, quest’ultima integrata da un inciso relativo alle forze dell’ordine, a loro volta accompagnati dalle rispettive immagini, sono assunti a termometro credibile della pericolosità sociale della contestazione in oggetto. Importante anche il dato retrospettivo sul numero complessivo di antisommossa schierati alla vigilia dell’evento come indicatore di pericolosità potenziale. Statistiche e immagini alternative, la cui diffusione è eminentemente virale, sono l’inevitabile contraltare e corollario al rendiconto ufficiale.

Da una parte lo sciopero si trasforma nell’accurata misurazione del suo impatto ambientale, per così dire, come se ne importassero esclusivamente gli aspetti quantitativamente apprezzabili: dall’altra, in un’epoca di deficit d’attenzione collettivo permanente, guardare le figure crea un’impronta emotiva istintiva che può facilitare o indirizzare l’interpretazione delle fredde cifre. Questo modus operandi dell’informazione di massa porta tendenzialmente a ovviare la carica argomentativa dello sciopero, i come e i perché della mobilitazione, col risultato che quello che viene mostrato dalla televisione è spesso, semplicemente, un gran casino decontestualizzato che suscita paura e sdegno.

Il lavoro incrociato su criteri statistici e immediati appigli emozionali vorrebbe garantire un compromesso ragionevole tra oggettività e immediatezza: ma se è vero che non possiamo prescindere da cifre e immagini nella descrizione di un evento così sfuggente e drammatico, bisogna riconoscere che le possibilità di utilizzo opportunistico e approssimativo dei materiali sono potenzialmente infinite. Ed è terribile, perché lo sciopero è un buco nero in cui i legami di causa e effetto tra le varie azioni si fanno inafferrabili o labilissimi e dove a volte l’interpretazione a caldo degli eventi si fa problematica. Mi sono trovato a scappare perché la gente intorno a me scappava, ho visto due camionette della Policía Nacional date alle fiamme sulla centralissima Via Laietana, ho visto con la coda dell’occhio i Mossos d’Esquadra sparare, fortunatamente non nella mia direzione, e ho assistito, senza decifrare la scena fino all’ultimo, all’inseguimento e arresto di un manifestante da parte di un gruppo di agenti in borghese. Avevo paura, e una spiacevole, opprimente, sensazione che potesse succedere e succedermi qualunque cosa.

Ecco, questo buco nero di arbitrarietà è proprio ciò che sfugge al modello informativo vigente, dove la combinazione di dati e filmati, che è in ultima analisi risultato di un processo di montaggio arbitrario, porta a suggerire l’attribuzione di colpe abbastanza nette e definite. Evidentemente esistono responsabilità oggettive, non mi nasconderò dietro al dito, ma io o chiunque altro avremmo potuto pagare conseguenze assolutamente sproporzionate rispetto al nostro ruolo di manifestanti inoffensivi e inermi. E infatti, anche questa volta, è successo, e ci siamo trovati per l’ennesima volta con la morte nel cuore a contemplare l’assoluta casualità nella distribuzione delle botte, delle pallottole, in ultima istanza delle colpe. Mentre l’informazione confezionata avalla surrettiziamente l’idea che i manifestanti in blocco se la vanno a cercare, ci vediamo costretti a denunciare ancora la violenza, l’incoscienza, l’assoluta non ottemperanza delle regole da parte degli agenti antisommossa che dovrebbero garantire il nostro diritto costituzionale a manifestare. Se avete seguito il filo dell’argomentazione finora, non mi chiederete informazioni, esempi ulteriori: andrete a cercarne perché, barriera linguistica permettendo, è relativamente facile trovarne, anche se il telegiornale della televisione pubblica catalana e La Vanguardia, in quota a CiU, il partito di maggioranza relativa che domenica punta a una riconferma schiacciante, hanno passato il tutto sotto silenzio. 

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La mia tendenza a perdere i gruppi spalla sta sconfinando nella patologia, e dunque, della mezz’oretta concessa ai Dead Rat Orchestra vedo solo la metà, e il concerto dei tre inglesi è comunque poco rappresentativo perché stasera sono solo in due: ad ogni modo il loro folk viscerale e vibrante, poco cantato ma molto comunicativo, convince appieno, e incanta il violino così squisitamente Dirty Three che impreziosisce l’ultima traccia. Una conferma del risaputo buon gusto dei Godspeed You! Black Emperor nella scelta degli apripista dopo il personale colpo di fulmine con Colin Stetson e le sue sperimentazioni per sax solo in occasione dello scorso tour.

Già, perché dall’ultima visita dei GY!BE a Barcellona non sono passati nemmeno due anni: era il ventinove gennaio 2011, ancora all’Apolo, e il collettivo si era da poco riattivato dopo un letargo di sette anni. Teoricamente, questo nuovo tour dovrebbe invece servire a promuovere il recentissimo “Allelujah! Don’t bend! Ascend!”, primo disco da dieci anni a questa parte, peraltro strepitoso, ma i canadesi sembrano abbastanza refrattari a questa tradizionale dinamica causa-effetto, riflesso condizionato di quando ancora esisteva il mercato discografico: l’album, infatti,  altro non è che l’incisione definitiva di pezzi che, sotto altro titolo, circolavano in versione bootleg già da vari annetti, e alla fine l’unico estratto della serata sarà quella “Mladic” un tempo conosciuta come “Albanian”, che suonarono  anche nel 2011, mentre quasi metà del concerto sarà appannaggio di un mastodontico pezzo nuovo, “Behemoth”, di quasi 45 minuti e ancora ufficialmente inedito, ma già reperibile con buona qualità audio su Youtube.  Slittamenti curiosi, che dicono molto sull’attitudine del gruppo, ma che non alterano minimamente la resa di un concerto dalla dinamica fluviale che, proprio per la lunga durata dei brani, punta più sull’impatto complessivo che sulla forza dei singoli numeri. In questo senso, i brevi interludi registrati posizionati tra un brano e l’altro hanno lo scopo di non interrompere nemmeno per un momento il fluire del suono.

Parte del fascino di un’esibizione dei GY!BE risiede proprio nell’osservazione del suono, della sua scrupolosa costruzione in diretta, che è forse più avvincente dei pur evocativi visuals proiettati a ciclo continuo. La band entra in scena in modo graduale, e comincia a suonare attorno all’asfissiante drone che per dieci lunghissimi minuti prende d’assedio il pubblico, calamitando gli sguardi verso il palco ancora enigmaticamente vuoto. La dissolvenza è laboriosa, e la già citata “Mladic” non entra a pieni giri fino a che tutti gli otto membri  non prendono posizione (a memoria, direi che l’ultimo a entrare è Efrim Menuck, con l’inconfondibile chioma riccioluta). A partire da qui si può apprezzare pienamente (e iniziare a decifrare) la complessità del suono  del gruppo come risultato di un elaboratissimo dialogo tra musicisti coi controcazzi, presumibilmente acquisito attraverso svariati milioni di ore di sala prove anche la domenica pomeriggio. L’asse portante sono le tre chitarre, e mentre ascolto e ne osservo gli incastri, cercando di capire chi suona cosa per arrivare a quella maestosa nebbia elettrica che con le sue volute eleva le composizioni, mi scopro improvvisamente, episodicamente, nerd dello strumento intrappolato a un concerto degli Iron Maiden, e rido beffardamente di me stesso. La doppia sezione ritmica, due bassi, uno dei quali a volte sostituito dal contrabbasso, batteria e percussioni, con Aidan Girt e il nuovo entrato Tim Herzog che si scambiano spesso di posto e si cercano incessantemente con gli occhi mentre percuotono le pelli, è francamente imponente, e decisiva nei momenti di crescendo (su tutti, l’ormai classico primo movimento di “Storm”), anche se sarà proprio Girt a rendersi responsabile dell’unica sbavatura del set, proprio in dirittura d’arrivo. Al violino di Sophie Trudeau è lasciata una certa libertà d’azione e, anche se sarebbe assai improprio parlare di strumento solista, è un fatto che le svisate inattese e i ricami pregiati che costituiscono l’unica brillante licenza alla riproduzione miracolosamente millimetrica dei brani, sono tutte a suo carico. Ecco, forse i GY!BE rientrano nel ristrettissimo novero -datemi tempo per pensare a qualche altro nome- di gruppi in ambito rock il cui sound possa essere definito ragionevolmente “sinfonico” evitando di gettare nel vuoto l’aggettivo sull’onda di vaghe suggestioni classiche o classicheggianti, e mentre lo affermo, vorrei immediatamente dissuadere chiunque dal credere che io li abbia appena classificati come “rock sinfonico”, definizione raccapricciante e sconcertante se c’è n’è una; ancor più della generica e comodissima etichetta “post-rock”, che in mancanza di meglio ho usato spesso anche io, ma che mi pare più adatta a gruppi di imitatori tipo Explosions in the Sky, arrivati a cadavere freddo, che a coloro per i quali era stata originariamente pensata. Cosa frustrante, le dispute terminologiche, uno non vorrebbe, e invece ci si incappa sempre sistematicamente, come merda di cane e scarpe nuove.

Finisce il concerto, due ore tonde ma sembrerebbe meno, segno che in fin dei conti, nonostante qualche divagazione, i brani occupano per davvero lo spazio della loro durata, e i fan si avvicinano ai membri del gruppo, che sul palco si stanno smontando da soli gli strumenti. Da parte loro si intravvede volontà di dialogo, ma i buttafuori si mettono in mezzo e pressano i paganti, perché sono le undici e mezza della notte di Halloween e bisogna sbolognare gli esuberanti canadesi per fare spazio a una redditizia serata danzereccia, l’ennesimo anno con le ragazze vestite da vampire sexy, gli zombi col trucco professionale perché si sono scaricati tutti “The Walking Dead” e via banalizzando. E l’ennesimo capitolo dell’incruenta guerra fredda tra chi va a vedere il concerto presto e chi va a ballare il rock all’ora giusta, dove i primi escono sempre sconfitti e i secondi non si rendono conto di nulla. Malinconia.

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