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Archive for the ‘concerti’ Category

Stavo lì tra il pubblico del Razzmatazz per questa penultima data del tour europeo “Yes we can’t”, in questa città già di per sé piena, ripiena, ricolma di italiani, e a un rapido colpo d’occhio eravamo tutti, sì, esattamente, italiani, tranne una manciata di consorti di gente che conoscevo, che non so quanto avranno colto dell’andazzo. Non che mi aspettassi altro, anzi, a un certo punto, all´ennesimo amico o conoscente rivisto dopo tempo immemore, ce n’era pure uno che credevo in un altro continente, ero talmente organico alla faccenda che ho quasi sperato che l’inizio si facesse attendere ancora un quarto d’ora. Non avrei salutato tante persone nemmeno per le stradine natie in occasione  della festa del patrono, e mi sono reso conto che in fin dei conti le circostanze erano profondamente simili, salvo la mancanza incontestabile di aria aperta e la presenza di un’unica bancarella, cioè, ovviamente, il banchetto del mercandising: l’orchestrina, per l’occasione travestita da complessino, stava per salire sul palco anche se, come detto, avevo improvvisamente voglia di prendermela comodissima. Intendiamoci, per capiente e gremita che fosse la sala, circa 900 unità a quanto mi dicono, i connazionali stabilmente residenti qua sono evidentemente molte migliaia in più, ma avevo la sensazione, che probabilmente non sarebbe stata in grado di superare un’analisi scrupolosa, di trovarmi nel bel mezzo di un campione rappresentativo. L’estrema arbitrarietà delle sensazioni (campione de che? qui si rischia di fare la fine della tremenda rubrica del Fatto Quotidiano) mi vieta di addentrarmi nella descrizione, ma forse valeva comunque la pena dilungarsi un po’ sul contesto, perché i concerti degli EelST  fuori dalla madre patria sono una circostanza poco frequente, mentre è abbastanza risaputo come suonano: l’unica variabile rilevante poteva venire dalla scelta del repertorio.

E qui, saltando a pie pari la frustrante dialettica tra aspettative individuali e scaletta unica per 900 paganti (cosa ci vuoi fare), passo a un tentativo di riassunto in ordine sparso, temendo comunque che la memoria mi faccia cilecca : saltato praticamente a piè pari l’ultimo “Figgatta de blanc”, che dopo due ascolti ho saltato a mia volta, la spigolatura di brani presentata ha  privilegiato “Eat the Phikys”, con ben cinque estratti, e sacrificato senza rimpianti i motivetti sanremesi, regalando comunque classiconi a piene mani (“John Holmes”, “Servi della gleba”, “Supergiovane”,”Mio cuggino”, “Disco Music”, “Parco Sempione”, “Tapparella”, naturalmente in chiusura). Inusuale l’accoppiata d’apertura con “Lo stato A, lo stato B” e “Ocio ocio”, che avrebbe fatto presagire più variazioni sul tema, mentre alla fine le unche altre sorprese relative saranno”Psichedelia” e “T.V.U.M.D.B”, che lascia spazio in abbondanza alla voce dell’ospite fissa Paola Folli. Poi ci sono brani come “Milza”, “Pagàno” e “Ritmo sbilenco”, unico estratto del succitato ultimo disco bruttino,  che permettono ai nostri di dare libero sfogo al loro riccardonismo militante, suonando a dieci o più dita mentre si sparano le pose più funzionali a una migliore esecuzione. Intendiamoci, “Milza” per me è un capolavoro assoluto, ma risale a un periodo in cui il culto della perizia tecnica, malattia leggermente senile dei nostri, non era ancora arrivato al punto di accompagnare i tempi dispari con umorismo sui tempi dispari come nel caso più recente. L’umorismo metamusicale, favorito dal funambolismo manifesto è sempre stato nelle loro corde, ma come vado dicendo da un po’, a un certo punto della storia si è fatto ipertrofico, e io “ne soffro un po’”. È anche per questo che l’assolo di batteria di Meyer a pratiche ormai avanzate piace molto alla platea ma mi lascia un po’ freddino e a braccia conserte. Scusate se mi ripeto, ma la famosa “indole zappiana” che è da tempo luogo comune del discorso critico sulla musica dei nostri, ormai se l’è parzialmente divotata la vena prog-fusion galoppante che stasera, per mia fortuna, alla fine si è vista relativamente poco.

Ma in realtà poco sopra mentivo sapendo di mentire, perché un’altra variabile rilevante c’era eccome: sicuramente non l’architetto Mangoni, imperturbabilmente uguale a se stesso (e ci mancherebbe), che si è anche prodigato in uno stage diving,  ma Vittorio Cosma sul lato sinistro del palco al posto di Rocco Tanica, novità che in Italia stanno assimilando da un annetto scarso. Lo spaesamento è relativo, perché Cosma è uno di famiglia, appare in un modo o nell’altro sui dischi degli EelST da quando esistono i dischi degli EelST e aveva già sostituito il pianolista titolare in alcuni tour passati, ma fa comunque impressione pensare al complessino che suona in giro senza uno dei suoi pilastri, ormai concentrato sui soli album in studio. La paura però passa presto, perché Cosma, qui ribattezzato Carmelo, fa le veci del grande assente in assoluta scioltezza, sia per la musica che per la messa in scena, giocandosi anche tutto il repertorio di gag a base di effetti vocali ai quali ci aveva abituato Tanica. Il personaggio di Carmelo, al quale “piace il cazzo” mi sembra vagamente triviale, ma Cosma passa a pieni voti senza fare la figura del clone o dell’usurpatore.

In totale, a occhio e croce, due ore di musica. Mi ritrovo svociato ed esultante, perché alla fine, sfogato lo spirito critico e attraversati gli inevitabili momenti di disamore, resto un fan del cazzo che si fa prestare 20 euro per la maglietta (quella vintage) perché ha scordato di fare bancomat. I soldi li ho già restituiti a chi di dovere, eh? Forza Panino, per sempre.

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Quando nel marzo dell’anno scorso è uscito “Austerità” ho improvvisamente ma forse tardivamente deciso, di fronte all’evidenza inoppugnabile di un disco pubblicato, che gli spettacoli che Max Collini stava tenendo in giro per lo stivale con Jukka Reverberi (quello dei Giardini di Mirò, ok, ma anche quello che strappava i biglietti del cinema in “Piccola Pietroburgo”) erano a tutti gli effetti diventati concerti. Il leggero slittamento semantico era drastico e liberatorio: Spartiti non era più un progetto ed era diventato un nuovo gruppo. Perché poi attribuissi tale importanza alle esibizioni dal vivo, visto che ero e sono tuttora in Spagna, a una distanza spesso insormontabile dai tour italiani, non saprei dirlo: ma tant’è.

Forse, trovandomi di fronte a un gruppo (e un gruppo fa concerti, lo sanno tutti) potevo sperare di ritrovare i racconti di Collini in una dimensione che mantenesse la giusta continuità con quello che gli Offlaga Disco Pax avevano rappresentato per me e proseguire un percorso d’ascolto che la morte di Enrico Fontanelli sembrava avere interrotto in modo inappellabile e traumatico. E ritrovando quella voce e quelle storie (e poi altre, e di altri, e questa era la novità) ho constatato per l’ennesima volta la persistenza del mio cronico migliorismo, e ho ascoltato il disco decine di volte, felice como solo di fronte a un’amicizia ritrovata.

Poi sono passato dall’Italia, una fugace vacanza domestica, e per grata coincidenza, gli Spartiti suonavano a Bologna in quei giorni. Inizio di giugno, domenica sera, la città bella come nemmeno nei miei ricordi più indulgenti. Un caro amico era addirittura sceso apposta da Torino. E il concerto mi è parso fantastico, e io lì a chiedermi con un leggero senso di colpa perché quell’unica, remota esibizione degli Offlaga all’Estragon alla quale avevo assistito in tempi remoti (2005?) mi fosse sembrata un mezzo disastro.

È stato in quell’occasione che ho ascoltato per la prima volta i pezzi di “Servizio d’Ordine”, o almeno la maggior parte. E in effetti questo mini, che a dirla tutta supera agevolmente la mezz’ora, nasce con l’intento di compilare brani che facevano ormai parte in pianta stabile del repertorio live: è la dialettica abituale tra dischi e concerti che è normale per tutti i gruppi.

In effetti la cover di “Qualcosa sulla vita” dei Massimo Volume è registrata proprio dal vivo, e chiude il disco così come abitualmente chiude i concerti, con una dilatazione strumentale che non appartiene all’originale ma che certamente non lo snatura. E forse è bene partire proprio da questa cover, perché qui, a conti fatti, Collini scrive solo due testi su cinque. La title-track è tratta da un romanzo di Marco Philopat , la narrazione partigiana di “Ida e Augusta” è opera di quell’Arturo Bertoldi già dietro a “Sendero Luminoso” sul disco d’esordio, e come detto, la chiusura del programma spetta alle parole di Emidio Clementi. A Collini appartengono la terza (“Elena e i Nirvana”) e la quarta traccia (“Borghesia”) e il cambio di registro si avverte immediatamente, ma non è traumatico perché ormai si intravede chiaramante che l’unità di fondo del… hum… progetto, sta soprattutto nella voce narrante, nel ritmo e nel tono che impartisce alle storie, laddove negli Offlaga era qualcosa di più organicamente collegato all’universo narrativo evocato ricordo dopo ricordo. Per questo le parole di altri finiscono per non stonare (anche se alcune delle sortite esterne di “Austerità” non mi avevano convinto pienamente), mentre si definisce una continuità tra le tracce che può essere di volta in volta “ideologica”, come in “Servizio d’ordine”, geografica, perché il reggiano continua a essere il centro indiscusso di un cosmo che pure in qualche modo si è ampliato, o anche solo dettata da affinità a prima vista meno visibili.

Alle musiche il compito non facile di variare registro assecondando le narrazioni, senza rubare la scena alle parole e senza restarne schiacciata. Già in “Austerità” si apprezzava una varietà di spunti e intuizioni notevole con una piacevole interazione e/o alternanza tra partiture chitarristiche mai meramente “descrittive” e campionamenti tagliati con perizia.  E se il post-rock ad alto lirismo di “Ida e Augusta” è in linea con la storia musicale di Reverberi e finisce per fare spontaneamente il paio con la rilettura dei Massimo Volume, “Servizio d’ordine” è tesa, plumbea, incalzanteI languidi affondi lounge di “Borghesia” reggono alla perfezione una storia deliziosamente ingannevole, ma il meglio arriva con “Elena e i Nirvana”, che con Kurt Cobain non c’entra un tubo (e neppure coi Diaframma, George Micheal, Lisa Stanfield e Rick Astley, citati nel testo) e che arriva a suggerire di straforo un’imprevista somiglianza tra le strade provinciali percorse da Collini con la sua utilitaria scassata e le luminose Autobahn di un certo famoso quartetto tedesco. E sì, anche a me pare un’iperbole, ma gli ascolti accumulati sembrano confermarla con discrezione.

E qui terminerei questa non-recensione che non avrei saputo scrivere mantenendo concisione e obiettività, ma che non volevo lasciare nell’immateriale cimitero dei post non scritti solo perché il disco in oggetto è già vecchio di tre settimane. Su queste colonne il tempo è un concetto relativo e non è il caso di formalizzarsi.

Le info del caso, qui.

 

 

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I due gruppi della serata hanno appena pubblicato un disco collaborativo, un po’ perché evidentemente si vogliono bene e questo è già il secondo tour che fanno insieme, e un po’ perché questa prassi operativa risulta abbastanza congeniale a entrambi (i Full of Hell hanno licenziato una collaborazione addirittura con Merzbow, The Body, tentacolari, con altri quattro gruppi). E io mi chiedo, pur tormentandomi l’interrogativo solo fino a un certo punto, se suoneranno qualcosa in coabitazione, se almeno ci sara un volemose male in conclusione, perché volendo ci sarebbe materiale da suonare apposta, e poi ci troviamo pur sempre in Spagna, il paese in cui i comunicati stampa devono ossessivamente ripetere che gli artisti stanno presentando su nuevo disco, come se non potesse esistere tour senza supporto da rivendere e presentare pezzo per pezzo. E alla fin fine nulla, il concerto sarà il più normale degli split, prima gli uni e poi gli altri, e non me ne lamento, e l’unico momento di condivisione vedrà i sei membri dei due gruppi cazzeggiare a un tavolino fuori dal locale giusto prima dell’inizio, tra calzini di spugna orgogliosamente esibiti e magliette vintage di gruppi death metal. Bello comunque a vedersi, se non per l’estetica sicuramente per lo spirito.

Il Sidecar (pronuncia spagnola invariabile: Sidecár) rimane il luogo dove nel 2006 ho visto il mio primo concerto in terra catalana, e da allora non è cambiato minimamente: una lunga e stretta galleria sotterranea con l’arcuato soffitto non molto sopra le teste dei più alti e una refrattarietà esemplare ai segnali telefonici. Il palco è montato in fondo, nel culo tappato del tunnel, e per gruppi come questi, rovinosamente caotici, non è l’ideale, per andare di eufemismi. Senza minimamente cercarlo, mi ritrovo in primissima fila a due minuti dall’inizio.

Coi Full of Hell, a dirla tutta, non ero mai andato oltre un paio di ascolti di prova su Youtube, ma ero ben disposto a rivedere il mio scetticismo. Il concerto procede sistematicamente per fasi successive di tensione e rilascio, con compressissimi assalti grind assai metallosi che cedono il passo a rovinose pause noise del triplo della durata. Il cantante Dylan Walker abbandona spesso il microfono e si piazza dietro una microconsolle montata a centro palco dalla quale estrapola strati di feedback mentre gli altri assecondano la deriva maltrattando gli strumenti in modi apparentemente casuali. A mo’ di variazioni sul programma qualche mid-tempo e pure, se le orecchie non mi ingannano, un paio di breakdown. Walker convince (e spaventa) per duttilità vocale e riserva di fiato, anche se il suo stile a volte mi pare troppo vicino a certi vocalist deathcore (UO-UO-UO) per i quali decisamente non stravedo; il batterista David Bland dal canto suo picchia come da programma tantissimo, ma con un tocco leggermente free e sbilanciato che lo rende meno prevedibile e che si apprezza pienamente in un paio di frangenti direi improvvisati durante gli svarioni rumoristici: bravo davvero. Nell’impasto di suoni risulta penalizzato il lavoro di basso e chitarra, anche se affiora di tanto in tanto qualche riff notevole. E tutto è violento e malsano, e tangibile l’intenzione di fare da ponte tra versanti diversi dell’estremismo sonoro, ma qualcosa nell’insieme continua a suonarmi fatalmente asettico e formale, e me ne renderò conto ancora meglio al momento del cambio palco.

Che è il momento di The Body. Lee Buford indossa un’adorabile maglietta stravecchia di Chaos A.D. dei Sepultura con tanto di buco sotto l’ascella sinistra, come noteremo tutti mentre percuote le pelli: Chip King, in maglietta smanicata con l’illeggibile logo death-black di prammatica, si sistema di sghimbescio a un’estremità del palco, con una valigetta piena di distorsori montata su un trespolo a altezza torace che trasmetterà per tutto il concerto la sensazione ingannevole che stia fissando un monitor: è un ciccione ragguardevole.Non ci sono voci femminili campionate, non ci sono gli inattesi beat che infettano piacevolmente l’ultimo, a sua volta, recentissimo “No one deserves happiness”: francamente non riconosco un pezzo che sia uno, sembra che non stiano affatto presentando su nuevo album, ma non me ne frega un cazzo in assoluto, perché il loro suono è lì, tangibile, e noi, atterriti, indifesi, possiamo solo testimoniare. Ho paura di sconfinare nel trionfalismo gratuito, ho sospetti fondati sull’inefficacia delle parole, delle etichette di genere che te lo dico a fare, ma un tentativo di verbalizzazione devo provare a farlo: è stato svuotante. Poi potremmo parlare di doom-sludge, di esasperante lentezza o di feedback soverchiante, ma potremmo farlo anche per decine di altri gruppi e staremmo soltanto appiattendo i termini della questione. Le risorse stilistiche in uso possono essere fino a un certo punto (solo fino a un certo punto, perché loro di arrangiamenti e intuizioni non ortodosse ne sciorinano in abbondanza da sempre) comuni a un fottiliardo di altri gruppi, e così è, ma alla resa dei conti quel senso di annichilente sfacelo, di terrore paralizzante l’ho sentito evocare in modo così credibile solo da questi due. Infatti riuscivo unicamente a restare in piedi immobile mentre dietro di me si sviluppava un poco coeso, ondeggiante, improbabile accenno di pogo. E osservavo Buford, coi suoi pattern ritmici semplicissimi, inesorabili, cercando di decifrare quell’elemento ineffabile che li rende così obliqui; osservavo Chip King tormentare la chitarra e soprattutto urlare in quel modo insostenibilmente acuto e mi chiedevo quando e perché gli fosse venuta per la prima volta l’idea di aprire la bocca per emettere QUEI suoni (l’unico esempio che riesco a avvicinargli è quello di Jeff Smith dei Jeromes Dream, prima o poi dovrò decidermi a parlarne). E mentre tutto questo succedeva continuavo a pensare, cercando un modo di contestualizzare l’iperbole, di attutirne il valore sloganistico, che The Body sono forse l’esperienza più totalizzante accaduta nei vasti confini della musica estrema da vari anni a questa parte, almeno fino a dove sono arrivate le mie orecchie.

Con la necessaria ritrosia ho detto quello che dovevo. Fine. Grazie per l’attenzione.

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Quando il locale è basso e gli stagediver arrivano comodamente a puntare i piedi sul soffitto mentre intanto infuria il pogo ci sono ottime premesse per una piacevole seratina, e così è stato. Atmosfera intima, suono ottundente e temperature proibitive. Ne sono uscito tutto contento. Lo trovate qui.

Aprono i madrileni Teething, che avevo visto tre anni fa intruppati nel plotone di gruppi spalla di una delle frequenti discese catalane dei Napalm Death, e francamente, qui l’amore non vuol sbocciare. Grindcore metalleggiante dall’animo velenoso, batterista dalla notevole potenza di fuoco, poderosi rallentamenti, cantante in botta, tentativi ponderati di variare il canovaccio senza ridurre troppo le legnate pro capite: tutto a regola d’arte, ma alla fine della fiera il risultato mi pare un esercizio di stile, un grindcoraccio di fine fattura dove però smarrisco l’efferata insensatezza che cerco come condizione imprescindibile in questa roba. Ma tutti gli altri apprezzano e non posso esattamente dire che stiano prendendo un abbaglio. Dovrò giocarmi la carta del terzo tentativo.

A seguire, da Denver, CO, i Primitive Man, portatori sani di un nome senza dubbio orripilante. Per affinità concettuale mi sovvengono i pionieri powerviolence Neanderthal, che però, in virtù di una scelta di termini più accurata, suggerendo un concetto simile, suonavano profondamente evocativi, e faranno per tutta l’eternità una meglio figura nei brulicanti annali della musica ringhiante. I nostri eroi invece sarebbero stati perfetti per l’indimenticata rubrica di Bastonate gruppi con nomi stupidi. Ma tant’è. Schiacciato tra due band grindcore, il trio si prende senza tanti complimenti tutto lo spazio necessario a sviluppare il suo malsano linguaggio sludge spesso e volentieri imbastardito da altre grammatiche estreme: un paio di accelerazioni che li portano di peso in disastrati terreni black metal, una sporcizia sonora che sa di punk al servizio del culto viscerale delle vibrazioni, qualche inattesa pennellata alla Earth ultima maniera. E poi c’è quel barrito deforme a sovrastare l’insistente trascinarsi (bam bam bam) della musica, perché il nome brutto alla fine non se lo sono mica scelto a caso: il tutto suona convintamente ottuso, profondamente doloroso, finanche svuotante. Per quanto mi riguarda approvo senza riserve, ma vedo parte del pubblico bigiare. Cercherò di tenerli sott’occhio.

Poi arrivano i Magrudergrind (sempre a proposito di nomi stupidi, leggete un po’ qua). Riassunto delle puntate precedenti: hanno un disco nuovo appena uscito, non pubblicavano nulla da sei anni, è la prima cosa che esce senza Chris Moore alla batteria, sostituito nel 2014 da Casey Moore, che non sembra suo parente e non dovrebbe esserlo, e nel frattempo non hanno mai smesso di suonare in giro. E insomma, nell’economia di un gruppo di tre membri che si regge sui blast beat e praticamente vive in un tour bus, un cambio di batterista è forse un evento più rilevante della pubblicazione di un album, per molte primavere che passino (e hey, il disco nuovo l’ho appena comprato). Potrei tessere articolate similitudini col motore di una vettura da Formula 1, ma mi soverchiano vergogna e stanchezza anche solo a pensarci: diamola per spiegata e proseguiamo. Per mesi ho cercato su Youtube video (spesso interi, venti minuti e avanti il prossimo) dei loro concerti più recenti, immagini sfuocate, i suoni che un cellulare può catturare in uno scantinato, con gli occhi puntati su Casey Moore, che aveva il gravoso compito di non mandare in vacca tale perfetto ingranaggio punitivo, un’interpretazione del genere così rigorosa, efficace, essenziale, micidiale, da farmeli considerare il miglior gruppo espresso dalla scena tutta dal 2000 in avanti. E il ragazzo si è applicato, fortunatamente all’oscuro di pirla come il sottoscritto che gli stilavano le pagelle a distanza, e stasera la gente pogava, volavano i corpi senza requie, e io, vedova contrita di Chris Moore con un mal di schiena invalidante, capivo con sollievo di trovarmi a presenziare un concerto dei Magrudergrind senza se e senza ma, con la compattezza, le urla, i riff che volevo ascoltare da secoli, e i cazzo di blast beat a tenere su la baracca a dovere. Poi potrei cominciare col triste ritornello del “però non li ho mai visti con quella formazione”, ma perché farlo dopo aver ascoltato “Black banner” (tre minuti e mezzo, per loro quasi una suite, come lo fu “Bridge burner”) con la certezza di trovarmi di fronte a un classico inamovibile delle scalette future? Vaffanculo, ci siamo, ci siamo, teniamoci il presente, teniamoci queste legnate fino al prossimo giro.

 

 

 

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La mia tendenza a perdere i gruppi spalla sta sconfinando nella patologia, e dunque, della mezz’oretta concessa ai Dead Rat Orchestra vedo solo la metà, e il concerto dei tre inglesi è comunque poco rappresentativo perché stasera sono solo in due: ad ogni modo il loro folk viscerale e vibrante, poco cantato ma molto comunicativo, convince appieno, e incanta il violino così squisitamente Dirty Three che impreziosisce l’ultima traccia. Una conferma del risaputo buon gusto dei Godspeed You! Black Emperor nella scelta degli apripista dopo il personale colpo di fulmine con Colin Stetson e le sue sperimentazioni per sax solo in occasione dello scorso tour.

Già, perché dall’ultima visita dei GY!BE a Barcellona non sono passati nemmeno due anni: era il ventinove gennaio 2011, ancora all’Apolo, e il collettivo si era da poco riattivato dopo un letargo di sette anni. Teoricamente, questo nuovo tour dovrebbe invece servire a promuovere il recentissimo “Allelujah! Don’t bend! Ascend!”, primo disco da dieci anni a questa parte, peraltro strepitoso, ma i canadesi sembrano abbastanza refrattari a questa tradizionale dinamica causa-effetto, riflesso condizionato di quando ancora esisteva il mercato discografico: l’album, infatti,  altro non è che l’incisione definitiva di pezzi che, sotto altro titolo, circolavano in versione bootleg già da vari annetti, e alla fine l’unico estratto della serata sarà quella “Mladic” un tempo conosciuta come “Albanian”, che suonarono  anche nel 2011, mentre quasi metà del concerto sarà appannaggio di un mastodontico pezzo nuovo, “Behemoth”, di quasi 45 minuti e ancora ufficialmente inedito, ma già reperibile con buona qualità audio su Youtube.  Slittamenti curiosi, che dicono molto sull’attitudine del gruppo, ma che non alterano minimamente la resa di un concerto dalla dinamica fluviale che, proprio per la lunga durata dei brani, punta più sull’impatto complessivo che sulla forza dei singoli numeri. In questo senso, i brevi interludi registrati posizionati tra un brano e l’altro hanno lo scopo di non interrompere nemmeno per un momento il fluire del suono.

Parte del fascino di un’esibizione dei GY!BE risiede proprio nell’osservazione del suono, della sua scrupolosa costruzione in diretta, che è forse più avvincente dei pur evocativi visuals proiettati a ciclo continuo. La band entra in scena in modo graduale, e comincia a suonare attorno all’asfissiante drone che per dieci lunghissimi minuti prende d’assedio il pubblico, calamitando gli sguardi verso il palco ancora enigmaticamente vuoto. La dissolvenza è laboriosa, e la già citata “Mladic” non entra a pieni giri fino a che tutti gli otto membri  non prendono posizione (a memoria, direi che l’ultimo a entrare è Efrim Menuck, con l’inconfondibile chioma riccioluta). A partire da qui si può apprezzare pienamente (e iniziare a decifrare) la complessità del suono  del gruppo come risultato di un elaboratissimo dialogo tra musicisti coi controcazzi, presumibilmente acquisito attraverso svariati milioni di ore di sala prove anche la domenica pomeriggio. L’asse portante sono le tre chitarre, e mentre ascolto e ne osservo gli incastri, cercando di capire chi suona cosa per arrivare a quella maestosa nebbia elettrica che con le sue volute eleva le composizioni, mi scopro improvvisamente, episodicamente, nerd dello strumento intrappolato a un concerto degli Iron Maiden, e rido beffardamente di me stesso. La doppia sezione ritmica, due bassi, uno dei quali a volte sostituito dal contrabbasso, batteria e percussioni, con Aidan Girt e il nuovo entrato Tim Herzog che si scambiano spesso di posto e si cercano incessantemente con gli occhi mentre percuotono le pelli, è francamente imponente, e decisiva nei momenti di crescendo (su tutti, l’ormai classico primo movimento di “Storm”), anche se sarà proprio Girt a rendersi responsabile dell’unica sbavatura del set, proprio in dirittura d’arrivo. Al violino di Sophie Trudeau è lasciata una certa libertà d’azione e, anche se sarebbe assai improprio parlare di strumento solista, è un fatto che le svisate inattese e i ricami pregiati che costituiscono l’unica brillante licenza alla riproduzione miracolosamente millimetrica dei brani, sono tutte a suo carico. Ecco, forse i GY!BE rientrano nel ristrettissimo novero -datemi tempo per pensare a qualche altro nome- di gruppi in ambito rock il cui sound possa essere definito ragionevolmente “sinfonico” evitando di gettare nel vuoto l’aggettivo sull’onda di vaghe suggestioni classiche o classicheggianti, e mentre lo affermo, vorrei immediatamente dissuadere chiunque dal credere che io li abbia appena classificati come “rock sinfonico”, definizione raccapricciante e sconcertante se c’è n’è una; ancor più della generica e comodissima etichetta “post-rock”, che in mancanza di meglio ho usato spesso anche io, ma che mi pare più adatta a gruppi di imitatori tipo Explosions in the Sky, arrivati a cadavere freddo, che a coloro per i quali era stata originariamente pensata. Cosa frustrante, le dispute terminologiche, uno non vorrebbe, e invece ci si incappa sempre sistematicamente, come merda di cane e scarpe nuove.

Finisce il concerto, due ore tonde ma sembrerebbe meno, segno che in fin dei conti, nonostante qualche divagazione, i brani occupano per davvero lo spazio della loro durata, e i fan si avvicinano ai membri del gruppo, che sul palco si stanno smontando da soli gli strumenti. Da parte loro si intravvede volontà di dialogo, ma i buttafuori si mettono in mezzo e pressano i paganti, perché sono le undici e mezza della notte di Halloween e bisogna sbolognare gli esuberanti canadesi per fare spazio a una redditizia serata danzereccia, l’ennesimo anno con le ragazze vestite da vampire sexy, gli zombi col trucco professionale perché si sono scaricati tutti “The Walking Dead” e via banalizzando. E l’ennesimo capitolo dell’incruenta guerra fredda tra chi va a vedere il concerto presto e chi va a ballare il rock all’ora giusta, dove i primi escono sempre sconfitti e i secondi non si rendono conto di nulla. Malinconia.

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Cominciamo con un passo falso, o un problema in meno: i gruppi spalla non li ho proprio visti e, come diceva quello, di ciò che non si conosce si deve tacere, più o meno. Aggiungo solo, a mo’ di giustificazione innecessaria, che i biglietti in prevendita si comprano solo e soltanto allo scopo di dimenticarli comodamente a casa e vivacizzare il preconcerto con problemi di logistica che arrivano a mettere a repentaglio la partecipazione al concerto stesso. Ad ogni buon conto, i nomi degli apripista non erano riportati né sul biglietto d’ingresso né sul sito del Razzmatazz, forse in nome (o forse no) di una finissima strategia di marketing che punta a promuovere i gruppi locali attraverso il meccanismo dei pacchi sorpresa. I secondi comunque erano i Moksha, che avevo visto vari anni fa senza rimanerne fulminato, mentre dei primi nulla mi è dato di sapere.

Ciò detto, parlare della reunion dei Refused senza mettere tra parentesi l’evidente contraddittorietà dell’operazione rischia di trasformarsi in un esercizio inquisitorio, un processo alle intenzioni che potrebbe relegare l’ora e rotti di ottimo concerto di cui siamo stati testimoni a mera nota a margine di una lunga tirata tra l’astioso e il contrariato. Si tratterebbe oltretutto di un anatema abbastanza peloso, visto che ho pogato ininterrottamente dal secondo pezzo al penultimo, ma sento comunque l’esigenza di rompere un po’ i coglioni. Perché, anche ai tempi nostri, in cui la reunion è ormai fenomeno endemico, forse ennesima stimmate della nostra postmodernità o forse solo un segno dell’invecchiamento della cultura pop, gli svedesi erano gli unici che non avrebbero dovuto giocarsi questa carta mai e poi mai. Forse qualunque gruppo o gruppetto che abbia potuto aspirare a una classicità d’ultranicchia e che possa vantare l’uso dell’aggettivo seminale in almeno una dozzina di recensioni, ma loro no, non loro. Perché i Refused hanno sputato sulla loro stessa tomba mentre ancora se la stavano scavando, concependo la loro morte come gesto di scherno al music business, intitolando una canzone, nonché l’ultima uscita postuma Refused are fuckin’ dead e pubblicando un manifesto dove, con spreco di marxismi roboanti e un tono acido da gastrite ideologica permanente, intimavano di bruciare tutte le loro foto per evitare la creazione di mitopoiesi fasulle. Sticazzi. Ma avevano da poco pubblicato uno dei dischi più belli della storia della musica registrata (ATTENZIONE: iperbole consapevole), pieno di una veemenza politica autentica oltre che di millemila idee musicali strepitose, e si poteva forse chiudere un occhio.

Non c’è bisogno di ricordare che il comunicato della reunion è infinitamente più dimesso, che i nostri minimizzano, quasi quasi la buttano in caciara, seguendo perfettamente la trita e ritrita logica del cattivo giornalismo secondo la quale le accuse vanno sparate in prima pagina a sei colonne mentre le smentite stipate in un anonimo trafiletto abbandonato quasi casualmente a pagina ventuno. Ma l’ammissione di colpa, quel ci siamo cascati pieno di understatement è molto più umano e ameno del furore ideologicamente corretto che aveva segnato la loro polemica uscita di scena.

Alla fine della fiera, quello che è successo è che dai due versanti della società dello spettacolo le parti in causa, cioè il pubblico e la band, la domanda e l’offerta, si sono avvicinate fino a trovare un punto d’accordo fissato in ventidue euro di prezzo del biglietto più costi di prevendita, per un concerto di 65 minuti in un discotecone da cinque sale, a poco più di quattro mesi dall’apparizione nel cartellone del Primavera Sound. In tutto ciò non c’è nulla di illegale, io al Primavera non vado per scelta e facevo i salti di gioia all’idea di vedere finalmente uno dei miei gruppi (hem…) mito, anche se in un posto di merda e dopo aver comprato il biglietto in un’agenzia di viaggi (scherzi della grande distribuzione). Però, per esempio, i Fugazi, che provengono dalla capitale del più grande stato capitalista del mondo (no, non sono cinesi), hanno suonato a prezzo politico per tutta la loro lunga e onorata carriera senza dilungarsi più di tanto in tronfi proclami. La contraddizione esiste, in loro e in me che ne critico la decisione poi apro felice il portafoglio:  forse c’è solo bisogno di approcciarla con un minimo di morbidezza e flessibilità in più per non naufragarci contro come novello Titanic. In questo senso, i discorsi con cui un visibilmente entusiasta Dennis Lyxzén intervallava le canzoni, anche se non esenti dal vizietto ideologico del manifesto finale, lasciavano trapelare una sincerità e un coinvolgimento nei valori fondanti dell’hardcore e del punk tali da superare anche lo scetticismo più spietato e i limiti strutturali della pessima location.

Ma forse dovrei parlare almeno un po’ di musica, visto che mi è pure piaciuta. Il concerto era praticamente una scusa per ascoltare dal vivo i pezzi di “The shape of punk to come”, apice imprevisto e smisurato di una carriera breve e non troppo prolifica, al punto che quasi si sarebbe potuto organizzare uno di quei tour “monografici” dove si suona la scaletta di un disco dal primo all’ultimo pezzo, come fecero i Sonic Youth per “Daydream nation”. Il primo album è stato totalmente messo tra parentesi, e in effetti di disco trascurabilissimo si tratta, mentre i quattro-cinque estratti dal secondo “Songs to fan the flames of discontent” sono stati la vera sorpresa della serata, una gran botta di hardcore teso, scarno e potentissimo, perfetto per la resa live anche in un localone con acustica di merda come il Razzmatazz: sugli scudi, prevedibilmente, una viscerale “Rather be dead”. E poi ovviamente ci sono i pezzi di “Shape”, presentati in ordine sparso e suonati con buona convinzione davanti a un pubblico in visibilio che poga violentemente e canta i testi a squarciagola. Si perde qualche dettaglio degli arrangiamenti, ma le esecuzioni sono ottime e molto vitali, e restituiscono fedelmente l’urgenza e l’approccio sperimentale che aveva fatto esondare il disco fuori dai confini della sua scena di riferimento fino a trasformarlo in termine di paragone per la musica indipendente tutta. Ottima anche la prova vocale di Lyxzén che urla alla grande e canta bene alla bisogna, facendosi anche interamente carico dell’aspetto scenico e, mentre i suoi quattro sodali rimangono concentrati sui rispettivi strumenti, sfoggia tutto quel repertorio, poco hardcore ma molto coinvolgente, di spaccate, capriole, giochini con l’asta del microfono e colpi di karate riconvertiti in passi di danza che gli avevo visto una decina d’anni fa, ai tempi degli International Noise Conspiracy. Quando, già in dirittura d’arrivo, parte “New noise” tra gli spalti non si capisce più un cazzo e un folle nelle prime file poga con un braccio teso verso l’alto per immortalare la band col suo smartphone. Il gran finale è affidato a “Tannhäuser/Derivè”, in una versione lenta e dilatata, sottilmente psichedelica, che non solo per la posizione conclusiva richiama la doorsiana “The end”, con Lixzén nei panni discinti di un efebico e tatuatissimo Morrison. Poi tutti a casa. E anche se nel discorso finale non vengono scartate sporadiche rimpatriate future, forse adesso i Refused potrebbero anche riposare in pace. Anzi, fuckin’ riposare in pace.

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Il problema, se così vogliamo definirlo, di un concerto di Daniel Johnston è che la sua massiccia figura è talmente ingombrante, non soltanto in un senso sgraziatamente letterale, da relegare in secondo piano ogni altro dettaglio intorno a sé. Il locale innanzitutto, un postaccio anonimo con qualche velleità di troppo ospitato all’interno di un centro commerciale. O il pubblico che lo gremiva all’inverosimile, rendendolo quasi impraticabile.  O ancora i gruppi di supporto: The Missing Leech non li ho proprio visti, di Esperit ho sentito grossomodo quattro canzoni, all’insegna di un anti-folk vorrei ma non posso con testi in catalano e inglese zeppi di riferimenti culturali a uso e consumo dei più incalliti indie nerd in platea. Parzialmente oscurata pure  la band di tre elementi che accompagna Johnston nella maggior parte dei pezzi: diligente nel seguire le sbandate del suo ineffabile frontman, fa la sua parte ma finisce per sortire un effetto spiacevolmente normalizzante sulla scrittura miracolosamente sbilenca del nostro, che ne esce un po’ appiattita, assumendo spesso le forme di un pop-rock normalizzato e quasi generalista. D’altra parte va detto che i primi tre brani, con Johnston in solitaria, munito di chitarrina faticosamente strimpellata, trasmettono un senso di fragilità, di precarietà, che stringe il cuore. L’impressione, soverchiante per tutti la durata del set, è che possa rimanerci in quaunque momento: il braccio sinistro abbandonato a quel tremito incontrollato che avevo già riscontrato in vari video delle sue esibizioni live, il volto trasfigurato nello sforzo -evidentemente dolorosissimo- dell’interpretazione, le stonature ancora più palesi che su disco. Eppure, tra un pezzo e l’altro, nei dialoghi surreali col pubblico che lo sta idolatrando senza condizioni, emergeva dal dolore quell’ingenuità infantile, quella purezza che, dai tempi delle cassettine registrate in garage, sa trasmettere alle sue composizioni e che le fa amare molto aldilà delle loro evidenti lacune formali. Disarmante ad esempio quando indice un estemporaneo angolo delle richieste e attacca a cantare a cappella “Speeding motorcycle” mezzo secondo dopo la richiesta a pieni polmoni del mio amico Paolo, inseguito con leggero affanno dalla band. L’osservazione attonita del fanciullino intrappolato in quel corpo sgraziato, in quella mente segnata dalla depressione e dagli psicofarmaci, devia parzialmente la mia attenzione dalla musica: più che un caso umano, ad ogni buon conto, sembra un’epifania, e sono felice di avervi presenziato prima che fosse troppo tardi, ma le canzoni mi hanno restituito solo in parte la commozione o l’allegria ingovernabili che normalmente mi assalgono ad ogni ascolto domestico. La fragilissima magia johnstoniana traspare dalla spostatissima figura del suo autore ma sembra non passare completamente alle canzoni e viene da chiedersi se, date le condizioni del nostro, sia davvero possibile. E però, mi ripeto, è bello esserci e ascoltare tutto quello che ti aspetteresti da lui: oltre alla già citata “Speeding motorcycle”, tre pezzi da “Fear yourself”, e un sacco dalle incisioni pionieristiche degli ottanta, da “Walking the cow” a “The Beatles”: bis e chiusura inevitabilmente affidati a “True love will find you in the end”, il messaggio che instancabilmente ripete all’umanità da oltre venticinque anni. Ascoltatelo anche voi e non abbiate paura.

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