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Archive for the ‘dischi’ Category

Sì, come è risaputo le idee improvvise della notte, in questo caso la coda di un venerdì sera particolarmente mite in cui avevo parlato di tutt’altro, spesso non passano lo scrutinio della luce. Ma in questo caso non ho neanche dovuto aspettare l’alba per vedere in qualche modo ridimensionata l’intuizione, perché ho deciso di usare Google contro di me. Ad ogni modo, con le spalle strette, lo sguardo improntato a una sospettosa umiltà, mi appresto a sviluppare in questo post l’ideuzza di cui sopra, mettendo ripetutamente le mani avanti nel paragrafo a seguire.

Quindi, se cercate su Google, per esempio, “bands named after real people”  o ancor meglio “bands with the name of real people”, che suona meno elegante ma sorprendentemente garantisce un paio di risultati pertinenti in più, troverete in genere gli stessi esempi riciclati ad libitum, a cominciare dai Pink Floyd, che però sono l’unione del nome di due persone, come pure Marilyn Manson, ai Dead Kennedys, che però esibiscono un aggettivo fortemente connotativo, passando per i Lynyrd Skynyrd, che sono in realtà la deformazione di un nome realmente esistente. E no, io non volevo andare in quella direzione. Jethro Tull era l’unico risultato rilevante, alla fine. Poi però mi sono imbattuto in una spoglia lista su Rate Your Music, neanche una parola ma un’immaginetta a gruppo, il contrario di quello che farò io, insomma, che oltre a menzionare vari degli esempi che mi erano venuti in mente, ne aggiungeva una carrettata che ignoravo bellamente. Certo, poi alcuni di questi suonano dancehall, e in parte mi spiego la lacuna, ma il senso di sconfitta mi ha fatto discretamente compagnia mentre mi trasferivo al giaciglio. Al risveglio però ho deciso che frega un cazzo, e che con le giustificazioni avrei vergato un paragrafo. Questo qui.

Ricapitolando: come detto, non valgono i nomi vagamente deformati, per quanto brillanti, quindi niente Dandy Wharols, i Franz Ferdinand non vanno bene in quanto traduzione inglese di un nome proprio di cognome sprovvisto, i Cocteau Twins per la stessa ragione dei Dead Kennedys. Fuori anche i giochi di parole con scambio di lettere, come Com Truise e Wevie Stonder, che pure è un nome meraviglioso. Sui Crustina Aguilera nemmeno mi pronuncio. Non valgono neanche i cognomi da soli (fuori quindi sia gli Adorno che gli Heisenberg) e nemmeno i personaggi fittizi, pertanto niente Bruce Banner, nome in borghese dell’Incredibile Hulk, che ha fornito ragione sociale a un gruppo grindcore svedese, né Kent Brockmann, personaggio dei Simpson che ha ispirato un gruppo powerviolence tedesco. Ma da quelle parti si transiterà spesso, perché nell’underground violento i nomi discutibili possono essere ragione di vanto e rivestirsi di una minuscola particella di meritata gloria. A fine rassegna aggiungerò una manciata di  altre eccezioni e menate che mi si sono palesate mentre mi facevo le pulci da solo, ma per quanto riguarda il post vero e proprio mi orienterò su nomi e cognomi completi, lasciando spazio giusto ai diminutivi, se in questa forma l’ispiratore del gruppetto di turno era noto non già all’anagrafe ma al grande pubblico o anche solo ai suoi famigliari. Prima di cominciare ringrazio di nuovo Bastonate, che ai tempi, con la sua rubrica “Gruppi con nomi stupidi”, che avevo già omaggiato su queste colonne, mi ha garantito un bel leggere e un bel ridere.

Abe Vigoda: all’anagrafe Abraham Charles, Vigoda, morto a inizio 2016, ha interpretato in vita un buon numero di pellicole, tra cui, nel ruolo di Salvatore Tessio, i primi due capitoli della triologia del Padrino. E qui cominciamo subito malissimo, perché la maggior parte dei nomi a seguire appartiene al mondo del cinema, al quale,  per ragioni  che non vale la pena analizzare in questa sede, ho dedicato in vita mia pochissime energie. Quindi, mentre ammetto con candore di non parlare con cognizione di causa, spendo lacrime per un gruppo che ho amato come pochi, e del quale avevo pure parlato mille anni fa qui sul Divano. Il dibattito su che genere suonassero esattamente fino a un disco dallo scioglimento potrebbe essere tanto faticoso quanto improduttivo: alla fine ci si era più o meno messi d’accordo su tropical punk, che diceva tutto  e niente, ma in qualche modo rendeva conto delle percussioni arrembanti e così poco rock che facevano viaggiare le canzoni, sempre concise, sui binari stortissimi di una frenetica euforia. Non ho ancora capito bene se la voce che accompagnava questo bel dimenarsi abbia mai azzeccato una-nota-una, ma era comunque al posto giusto nel momento giusto. Discorso a parte per l’ultimo “Crush”, che mi piacque anche sinceramente, ma era dark-wave pura, nella quale delle frenesie passate restava poco, delle chitarre stilizzate e imprendibili idem. Pure la voce, pur rimanendo quella di un non-cantante reo confesso, appariva normalizzata. Un singolo bellissimo, ok, ma se domani decidessi di autoesiliarmi su Marte, con me porterei “Skeleton”, il loro penultimo. Wikipedia li dà sciolti nel 2014.

Antònia Font: caso particolare, perché l’ispiratrice del nome di questo gruppo pop maiorchino che scoprii pochi mesi dopo l’arrivo a Barcellona non è persona minimamente famosa ma una compagna d’università dei cinque membri, tutti uomini, che trovavano divertente l’idea di una denominazione fuorviante. Ma ai tempi (2006) non si sapeva  ancora con chiarezza, e avevo letto su internet anche ipotesi abbastanza truci a base di un cameratismo maschile che vi lascio immaginare. Il mistero si è risolto definitivamente solo nel 2013, praticamente alla vigilia dello scioglimento, quando un programma della televisione catalana ha invitato la vera Antònia Font, che vedete nella fotina di questo link, che si è dichiarata molto lusingata. Agli Antònia Font vorrò sempre bene, perché il loro pop allegro e vagamente surreale con testi strabordanti di riferimenti astronomici e fantascientifici, pur non essendo esattamente la mia tazza di té, mi diede l’impulso decisivo per intraprendere lo studio della lingua catalana. Scoprii immediatamente che la variante maiorchina usata nei testi presenta una rigogliosa selva di varianti e eccezioni rispetto al catalano standard, sia a livello di articoli che di pronomi e di forme verbali, per non parlare della pronuncia, ma ormai il dado era tratto e portai a termine il compito, che in catalano si dice tasca, senza esitazioni. Varie canzoni le so ancora a memoria e ogni tanto mi trovo a canticchiarle mentre cucino o rassetto.

Carlos Dunga: da Firenze con la Viola nel cuore (ed ecco spiegato in quattro e quattr’otto il nome), i nostri si dedicano da una decina d’anni a questa parte a un hardcore punk vecchia scuola con generose concessioni al thrash metal dei bei tempi e tanto di assoli di taglio vagamente più classicheggiante. Preferisco le parti più tipicamente hc a rotta di collo, ma il tutto è estremamente genuino e ben fatto. Grande attenzione all’aspetto grafico, dove calcio, punk e Iron Maiden, peraltro omaggiati anche nei testi, si mescolano con risultati esilaranti. Bravi.

Carl Sagan: da Buenos Aires, due demo di hardcore straight edge cantati in spagnolo, che nonostante il mio amore spropositato per il genere (che su queste colonne non ho esposto più di tanto, ma ok), non riesco a definire altrimenti che scrausi. La voce è deficitaria e manca il tiro, quell’impulso primordiale che ti spinge al circle pit nello spazio ristretto della cameretta anche se quei riff li hai sentiti più o meno mille milioni di volte. Mi dispiace anche dirlo, perché è bello che questa scena e questa attitudine non muoiano, ma nei parametri ristretti del genere ho sentito di molto meglio. La scelta del nome resta curiosa ma inspiegata, visto che nei testi mancano totalmente riferimenti all’astronomia o alla fantascienza, anche se l’immagine dello scienziato americano campeggia sulla testata del loro Bandcamp.

Charles Bronson: provenienti dall’Illinois, in attività dal 1994 al 1997, hanno ispirato un casino di brutta gente a fare la stessa cosa loro, contribuendo in modo abbastanza cruciale alla definizione dell’ennesimo stile a base di batterie insensatamente veloci edurata media dei pezzi saldamente ancorata intorno ai 30-40 secondi, il cosiddetto powerviolence. A condire, pletore di campionamenti assurdi in apertura e in chiusura di molte tracce, titoli corrosivi e chilometrici (il mio preferito resta ” Let’s start another war so I can sing about stopping it”), polemiche intra-scena a ogni piè sospinto affidate alla voce esagitata di Mark McCoy, che sbraiterà poi in un lungo elenco di gruppi simili e più o meno parimenti effimeri, che gradisco senza eccezioni. Il Charles Bronson raffigurato sulle copertine è, coerentemente, quello dei vari giustizieri della notte, ma non mi è dato sapere se fosse contento, o anche solo a conoscenza, dell’omaggio. Un paio di gruppi di questa lista riprende in modo quasi calligrafico le rovinose coordinate tracciate da McCoy e i suoi.

Chuck Norris: per esempio, questi brasiliani. Bandcamp li dà attivi discograficamente tra il 2004 e il 2005, ma le informazioni sul loro conto scarseggiano, anche se per un periodo ricordo che nei vari music blog dedicati al genere saltavano fuori abbastanza spesso. Vista la mitologia, internettiana e no, generatasi intorno al nome dell’uomo passato dal farsi prendere a calci da Bruce Lee a scandire i pomeriggi di mia nonna con le repliche di “Walker Texas Ranger” su Rete 4, un gruppo a lui ispirato era semplicemente doveroso.

Elio Petri: arriviamo in Italia col progetto del romano Emiliano Angelelli, stilizzato anche come elio p(e)tri, che con le atmosfere del regista di “La classe operaia va in paradiso” e “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” o con le relative colonne sonore dell’allora onnipresente Morricone, almeno a livello epidermico, sembra avere però veramente poco a che spartire. Dei due dischi all’attivo conosco solo il secondo datato 2013, “Il bello e il cattivo tempo” (ma su Youtube si trova anche il precedente “Non è morto nessuno”), che si muove sulle coordinate di un indie rock cantautoriale ma all’occorrenza anche noiseggiante, assecondato da arrangiamenti ecclettici e intelligenti. Voce non proprio memorabile, ma i testi ermetici contribuiscono sicuramente al fascino del risultato finale. Ai tempi “Ti farò soffrire” l’avevo ascoltata parecchio. Ospiti Theo Teardo e Marco Parente.

George Harrison: moscoviti, su Youtube li trovate anche come GxHx. Attivi, sempre secondo Discogs, tra 2003 e 2005, erano talmente organici alla scena di riferimento da citare addirittura l’artwork di un disco dei Charles Bronson (e la gag fa pure ridere) e coverizzare lo STESSO pezzo dei Negative Approach (“Why be something that you’re not?”) già ripreso a suo tempo da McCoy e compagnia scalciante. Non c’è bisogno che vi dica che digitando su Google il loro nome senza ulteriori aggiunte troverete musica diversa. Ma con “powerviolence” o “thrashcore” sono tutti per voi.

Harvey Milk: li inserisco in lista con un certo senso di colpa, perché, francamente, non li avevo mai ascoltati prima di scrivere questo pippone che state leggendo. Li sapevo, eh? Nel gioco esoterico dei nomi che si accumulano senza requie come le figu dei calciatori nessuno mi avrebbe preso di sorpresa. Ma poi niente, non un disco in mp3 né un ascolto fugace su Youtube. E mi ero perso qualcosa. Noise-rock sfatto e irregolare, vengono in mente i Melvins (anche Wikipedia dice che è inevitabile), ma c’è anche un forte tocco stoner e southern (sono di Athens, Georgia, me la cavo con poco) e la sensazione che l’estro del momento possa portarli ad arrangiamenti bizzarri. Recupererò. E c’è bisogno di dire che il film biografico con Sean Penn l’avevo scaricato ai tempi ma poi, chissà perché, non l’ho mai visto? Ma è comunque molto bello che abbiano scelto di chiamarsi così.

Henry Fonda: ancora ultraviolenza con questi berlinesi che hanno pubblicato un disco nuovo da circa due mesi. Rispetto ai gruppi precedenti, la letale mistura in offerta prevede dosi più massicce di grindcore, e non sarò certo io a lamentarmene, visto che il livello qualitativo è sopraffino, anche se a mio parere il precedente “Deutschland, du Täter” del 2013 resta imbattuto. Le registrazioni presenti su Youtube danno però l’impressione che la vera dimensione del quintetto, o almeno la dimensione più figa, sia il live, come si può apprezzare per esempio in questa mezz’oretta di massacro al Fluff Fest ceco del 2015, quindi speriamo che si decidano a scendere più a sud. Ma sto andando fuori tema: perché il nome del protagonista di Furore? Boh.

Marcel Duchamp: la mia teoria è che in questo caso il nome scelto dai tre cileni calzasse a pennello solo per una fase molto embrionale del loro sviluppo. Sul loro Bandcamp ci sono cinque minuti di musica e rotti di musica, a titolo “Experience”, risalenti al 2000, con tanto di improbabile logo black/death, strutturati in 11 frammenti dai titoli ammiccanti alle teorie e pratiche del dada, il tutto registrato peggio che al cesso. Già dalle uscite immediatamente successive, dove alcuni di quei primordiali bozzetti vengono ripresi, emerge con prepotenza un suono hardcore-punk tiratissimo ma mai monocorde, che si aprirà progressivamente a soluzioni post-hardcore, il tutto suonato col cuore in mano e accompagnato da ragionati testi politici totalmente agli antipodi rispetto a quella fugace ispirazione iniziale. Ma il nome è rimasto. Credo purtroppo che in Europa non siano mai venuti a suonare.

Paul Newman: aspettate tutti, qui sembra esserci uno scambio di persona. Il Paul Newman di cui sopra non sarebbe chi pensiamo tutti, ma semplicemente il bassista del gruppo stesso. E no, non è un progetto solista, quindi ai fini di questo post va benssimo. Nati nel 1995, questi texani, col loro post-rock dalle inclinazioni fortemente matematiche, prevalentemente strumentale anche se non totalmente allergico alle incursioni vocali, sono una specie di bignami vivente di un suono e un’attitudine che in quello stesso periodo stava trovando nell’underground statunitense validi e numerosi interpreti. Aldilà del loro valore esemplare nell’incarnare uno stile non li consiglierei insistentemente al neofita o curioso del caso, ma le partiture flessuose e articolate di un disco come “Machine is not broken” (2000) meritano sicuramente un posticino nell’archivio di tutti gli adepti del genere.

Tristan Tzara: se cercate su Youtube il nome del grande dadaista senza specficare altro, “Omorina nad Evropom”, disco d’esordio di questo gruppo di Dortmund è il secondo risultato in assoluto. E tra i commenti troverete uno che si incazza perché è finito nel posto sbagliato, e un totale di 102 risposte e controrisposte con fuoco pirotecnico di insulti e polemiche. Ma non mi sono soffermato a leggere tutto. Nome di culto della scena screamo europea, i nostri durarono pochissimo (2000-2002) anche per gli standard del genere, lasciando una mezz’oretta scarsa di musica che a quindici anni di distanza ha mantenuto intatta un’aura di malessere quasi insostenibile. Le urla belluine, le sincopi furibonde (e anche un pochino le pose, diciamolo) vengono in linea retta dagli Orchid di “Chaos is me” e “Dance tonight revolution tomorrow” e anche qui, a volte, si ha la sensazione di ascoltare del black metal geneticamente modificato. Io  da parte mia, posso dire che, fossi stato in loro, vista la proposta musicale, avrei scelto piuttosto il nome di un’esistenzialista. Ah, e poi ci sarebbe da spiegare il perché dei titoli in serbocroato (Il mini successivo si intitola “Da ne zaboraviš”), una faccenda curiosa della quale sono riuscito a venire a capo solo in tempi recenti, ma il post è già troppo lungo così.

Altri tre nomi che stavano quasi per entrare in lista:

LOUISxARMSTRONG: Bandcamp mente, sono di Barcellona e fanno powerviolence pure loro. Uno dei vari gruppi (gli altri sono Dissäpte, Addenda, Mandanga) del buon Josep, pilastro della scena locale, col suo cappellino e un amore viscerale per gli Spazz. Dagli torto. Sicuramente un personaggio di cui ho grande stima.

Peter Mangalore: ha già detto tutto qualcun altro. Sempre loro.

Vanessa Van Basten: post-rock da Genova. Ero convinto fino all’ultimo di doverli includere ma poi ho scoperto che le figlie del Cigno di Utrecht si chiamano in realtà Deborah e Rebecca. E sì, forse nei Paesi Bassi esiste comunque qualcuno che si chiama così, ma dentro di me sento che la maratona è terminata.

E… anche se non li usa mai nessuno, qui sotto ci sono i commenti, ok? La lista è tutt’altro che completa e i suggerimenti sono benvenuti. La pianto qua.

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Quando nel marzo dell’anno scorso è uscito “Austerità” ho improvvisamente ma forse tardivamente deciso, di fronte all’evidenza inoppugnabile di un disco pubblicato, che gli spettacoli che Max Collini stava tenendo in giro per lo stivale con Jukka Reverberi (quello dei Giardini di Mirò, ok, ma anche quello che strappava i biglietti del cinema in “Piccola Pietroburgo”) erano a tutti gli effetti diventati concerti. Il leggero slittamento semantico era drastico e liberatorio: Spartiti non era più un progetto ed era diventato un nuovo gruppo. Perché poi attribuissi tale importanza alle esibizioni dal vivo, visto che ero e sono tuttora in Spagna, a una distanza spesso insormontabile dai tour italiani, non saprei dirlo: ma tant’è.

Forse, trovandomi di fronte a un gruppo (e un gruppo fa concerti, lo sanno tutti) potevo sperare di ritrovare i racconti di Collini in una dimensione che mantenesse la giusta continuità con quello che gli Offlaga Disco Pax avevano rappresentato per me e proseguire un percorso d’ascolto che la morte di Enrico Fontanelli sembrava avere interrotto in modo inappellabile e traumatico. E ritrovando quella voce e quelle storie (e poi altre, e di altri, e questa era la novità) ho constatato per l’ennesima volta la persistenza del mio cronico migliorismo, e ho ascoltato il disco decine di volte, felice como solo di fronte a un’amicizia ritrovata.

Poi sono passato dall’Italia, una fugace vacanza domestica, e per grata coincidenza, gli Spartiti suonavano a Bologna in quei giorni. Inizio di giugno, domenica sera, la città bella come nemmeno nei miei ricordi più indulgenti. Un caro amico era addirittura sceso apposta da Torino. E il concerto mi è parso fantastico, e io lì a chiedermi con un leggero senso di colpa perché quell’unica, remota esibizione degli Offlaga all’Estragon alla quale avevo assistito in tempi remoti (2005?) mi fosse sembrata un mezzo disastro.

È stato in quell’occasione che ho ascoltato per la prima volta i pezzi di “Servizio d’Ordine”, o almeno la maggior parte. E in effetti questo mini, che a dirla tutta supera agevolmente la mezz’ora, nasce con l’intento di compilare brani che facevano ormai parte in pianta stabile del repertorio live: è la dialettica abituale tra dischi e concerti che è normale per tutti i gruppi.

In effetti la cover di “Qualcosa sulla vita” dei Massimo Volume è registrata proprio dal vivo, e chiude il disco così come abitualmente chiude i concerti, con una dilatazione strumentale che non appartiene all’originale ma che certamente non lo snatura. E forse è bene partire proprio da questa cover, perché qui, a conti fatti, Collini scrive solo due testi su cinque. La title-track è tratta da un romanzo di Marco Philopat , la narrazione partigiana di “Ida e Augusta” è opera di quell’Arturo Bertoldi già dietro a “Sendero Luminoso” sul disco d’esordio, e come detto, la chiusura del programma spetta alle parole di Emidio Clementi. A Collini appartengono la terza (“Elena e i Nirvana”) e la quarta traccia (“Borghesia”) e il cambio di registro si avverte immediatamente, ma non è traumatico perché ormai si intravede chiaramante che l’unità di fondo del… hum… progetto, sta soprattutto nella voce narrante, nel ritmo e nel tono che impartisce alle storie, laddove negli Offlaga era qualcosa di più organicamente collegato all’universo narrativo evocato ricordo dopo ricordo. Per questo le parole di altri finiscono per non stonare (anche se alcune delle sortite esterne di “Austerità” non mi avevano convinto pienamente), mentre si definisce una continuità tra le tracce che può essere di volta in volta “ideologica”, come in “Servizio d’ordine”, geografica, perché il reggiano continua a essere il centro indiscusso di un cosmo che pure in qualche modo si è ampliato, o anche solo dettata da affinità a prima vista meno visibili.

Alle musiche il compito non facile di variare registro assecondando le narrazioni, senza rubare la scena alle parole e senza restarne schiacciata. Già in “Austerità” si apprezzava una varietà di spunti e intuizioni notevole con una piacevole interazione e/o alternanza tra partiture chitarristiche mai meramente “descrittive” e campionamenti tagliati con perizia.  E se il post-rock ad alto lirismo di “Ida e Augusta” è in linea con la storia musicale di Reverberi e finisce per fare spontaneamente il paio con la rilettura dei Massimo Volume, “Servizio d’ordine” è tesa, plumbea, incalzanteI languidi affondi lounge di “Borghesia” reggono alla perfezione una storia deliziosamente ingannevole, ma il meglio arriva con “Elena e i Nirvana”, che con Kurt Cobain non c’entra un tubo (e neppure coi Diaframma, George Micheal, Lisa Stanfield e Rick Astley, citati nel testo) e che arriva a suggerire di straforo un’imprevista somiglianza tra le strade provinciali percorse da Collini con la sua utilitaria scassata e le luminose Autobahn di un certo famoso quartetto tedesco. E sì, anche a me pare un’iperbole, ma gli ascolti accumulati sembrano confermarla con discrezione.

E qui terminerei questa non-recensione che non avrei saputo scrivere mantenendo concisione e obiettività, ma che non volevo lasciare nell’immateriale cimitero dei post non scritti solo perché il disco in oggetto è già vecchio di tre settimane. Su queste colonne il tempo è un concetto relativo e non è il caso di formalizzarsi.

Le info del caso, qui.

 

 

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Uno spunto di partenza: se parliamo di metal, l’apporto di strumenti diversi dal classico impianto rock è tendenzialmente episodico e irrilevante, e a ben vedere, quei tre benedetti strumenti sono poi gli stessi che usavano gli Oasis, anche se al servizio di una vocazione decisamente meno massimalista. Unica eccezione significativa, le tastiere, prevedibilmente cardine del prog metal, terminale ideale per vocazioni sinfoniche di ogni indole e specie, e oggetto di una vera e propria guerra di… hem, religione, nell’emisfero black. Poi esistono piacevoli eccezioni, per dirne solo una il violino dei My Dying Bride che ha striato di malinconia la poco decorosa adolescenza del sottoscritto, ma la sostanza cambia di poco. Quelli sono gli strumenti, e al centro di tutto, virtuosissime, plebiscitarie, tautologiche, le schitarrate. Perché il metallo è landa di dannati, ma anche e soprattutto di riccardoni.

Ecco quindi l’assioma di partenza degli Ottone Pesante: fare metallo rinunciando quasi completamente ai ferri del mestiere tradizionali. C’è la batteria, martoriata da Simone Cavina, e fin qui tutto regolare, poi la tromba di Paolo Rainieri (i due suonano insieme anche negli ottimi Junkfood) e il trombone di Francesco Bucci: nient’altro, e un impianto interamente strumentale, perché il fiato a disposizione finisce tutto convogliato nei due ottoni. Ma è metal, e vuole esserlo, e da qui giunge in aiuto l’inevitabile, ma piacevolmente esplicativa definizione del caso: heavy brass metal (che poi, rovistando su Google sono venuto a sapere di un gruppo canadese che già l’aveva coniata, ma che poi nella pratica… Ma valutate voi).

L’idea trainante potrebbe sembrare estemporanea, ma gli ingredenti per metterla felicemente in pratica sono pochissimi e infallibili: songwriting tanto solido quanto tirato e un interplay rigoroso. L’immaginario siderurgico che fa da contorno è un piacevole complemento che ribadisce visivamente quello che la musica spiega già benissimo, ma come dicevamo qui le chiacchiere stanno a zero: Cinque pezzi, sedici minuti, e tanti cari saluti, ma resta la voglia di ascoltarne ancora e al più presto. C’è tanto thrash, che forse inizialmente passa un po’ sotto traccia per mera mancanza d’abitudine a questo approccio, ci sono i Meshuggah, chiaramente udibili negli entusiasmanti staccato di “Blood Casting” che sembrano uscire dalle session di “Destroy Erase Improve”, e fuori dall’ambito di osservanza del metallo, qualcosa dei Ruins di Tatsuya Yoshida, ovviamente nella versione con sassofono. C’è soprattutto una personalità forte, che va molto oltre le inusuali scelte di partenza, e la sensazione che il trio abbia appena cominciato a esplorare lo spettro delle sue potenzialità, come sembrano confermare gli estratti live: personalmente vedrei con favore esperimenti coi registri plumbei del doom, particolarmente adatti alle caratteristiche del trombone.

Per il momento ho finito i complimenti. Mi limito a notare che, ancora una volta, si reitera e riproduce il paradosso cardine di tutta la galassia metal, cioè l’eterna dialettica tra ortodossia, ossessione atavica di troppi fan e anche alcuni musicisti, e continue contaminazioni, che mantengono in vita un genere che se fosse per i Manowar… mi fermo prima dell’editto di scomunica e resto fiducioso in attesa del bis.

(postilla campanilista: sono romagnoli! Non solo clarinetto!)

Bandcamp (e ulteriore postilla: l’EP è una coproduzione tra B.R.ASS, SoloMacello e Toomi Labs. Sapevatelo!)

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Che poi alla fine mi sorge il dubbio che, dei numerosi fan degli Offlaga Disco Pax, relativamente pochi sapessero chi, nell’equilibrio sonoro del trio, facesse davvero cosa. Il sottoscritto compreso. Certo, Collini ci metteva la voce, il più delle volte pacatissima, e poi la faccia, invero assai facciosa. E fin qui, tutto facile: le narrazioni, spesso intessute di aforismi forse anche involontari, con la loro “ideologia a bassa intensità” e l’accento reggiano sempre spontaneamente esposto, in buona sostanza una manciata di cazzi propri in perenne dialogo con l’angoletto di mondo che gli fa da sfondo, si potevano ricondurre immediatamente al loro autore. Poi c’erano gli altri due: Carretti e Fontanelli, che facevano le musiche: Wikipedia dice che il primo si occupava delle chitarre e il secondo delle tastiere, del basso entrambi, io purtroppo li ho visti dal vivo solo una volta ai tempi del primo disco e ho ricordi sfuocati. Ma appunto, la natura stessa del progetto, con le musiche accuratamente disposte sotto e intorno agli spoken word, finiva per regalare a Collini una preponderanza, una sovraesposizione che pochissimo si sposa all’understatement del personaggio: lui parla e gli altri suonano. E però, quei background sonori, spesso frettolosamente etichettati come new wave, un bel modo di dire tutto e niente, anche se non potevano essere mandati a memoria dai fan con la stessa esattezza dei testi, e a dispetto della loro vocazione confessa di accompagnamento servivano a molto di più che a creare un’atmosfera, funzione per la quale sarebbero bastati un tavolino, alcune sedie e una bottiglia di brandy stravecchio. La padronanza di vari registri all’interno del cosmo composito delle musiche elettroniche (l’elettronica come musica folk di un mondo post ideologico in cui le Feste dell’Unità, o quel che ne resta, sono ancora sostanzialmente un prolungamento delle balere?), dall’elegantissima rivisitazione di stilemi synth pop, alle interferenze glitch, passando per pulsazioni di indole minimal, il gioco di intrecci e sovrapposizioni con figure chitarristiche la cui malinconica discrezione arriva dritta da certo post rock anni ’90, e infine la cura del dettaglio, evidente anche a un ascolto svogliato: tutto nei loro dischi dichiarava a chiare lettere che il progetto Offlaga Disco Pax era la somma di tre individualità notevoli e che la musica contribuiva alla forza emotiva del progetto in modo determinante.

Tutto questo per dire, e giustificare così il ripetuto uso dell’imperfetto, che Enrico Fontanelli, un terzo del gruppo e principale responsabile dell’impronta elettronica nelle loro composizioni, è venuto a mancare lo scorso venerdì a 37 anni in seguito a una breve malattia, e che è difficile immaginare un futuro per gli Offlaga, il cui delicatissimo equilibrio creativo, che aveva fruttato tre dischi straordinariamente vitali a dispetto dell’apparente autoreferenzialità delle fonti d’ispirazione, appare ora irreparabilmente incrinato. Qui trovate il comunicato con cui Collini e Carretti hanno reso nota la triste notizia. Quasi qualunque articolo reperibile sul web aggiungerà che Fontanelli era stato, tra l’altro, regista del bellissimo video di “Respinti all’uscio”, dal terzo disco degli Offlaga “Gioco di società”, e in tempi ancor più recenti, produttore del secondo album de I Cani, “Glamour”. La frase che fa da titolo al post l’ho estratta da uno dei moltissimi commenti apparsi su Youtube in calce ai video della band subito dopo la scomparsa, di cui ringrazio l’autrice: trovo che sia assolutamente in sintonia con l’immaginario dei nostri. Purtroppo non c’è altro da aggiungere.

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(disclaimer: ascolto gli EelST dal 1993, allora avevo 13 anni. Leggete le parole a seguire con un minimo d’indulgenza perché cercare di ragionare criticamente sull’amore di una vita non è cosa facile né tanto meno sensata. Ma ci si prova comunque, per amore e per amor di ragionamento) 

Forse il nocciolo della questione quando si parla di un disco nuovo degli Elii nel 2013 è che ormai da un bel po’ i nostri hanno smesso di essere il semplice complessino degli esordi per trasformarsi in intrattenitori a tutto tondo, e che nel lasso di tempo intercorso dall’ultimo “Studentessi” (già cinque annetti), la tendenza si è ulteriormente acuita, anche a forza di ospitate fisse dalla Dandini, dove i nostri hanno disseminato varie perle assolute senza comporre nel senso stretto del termine neppure un brano inedito, ma semplicemente assecondando lo smodato genio citazionista e l’attitudine al collage che li accompagna dagli esordi. In tutto questo, la qualità media di tutto ciò che è passato-per-le/uscito-dalle loro mani si è sempre mantenuto su standard qualitativi discreti-buoni-buonissimi secondo il caso, con punte di eccellenza assolute tipo il Dopofestival 2008, e i concerti non si sono certo diradati, ma sembra quasi che i dischi, che sarebbero poi il loro core business, si siano diluiti/dileguati nella grande fiumana di impegni e appuntamenti. E infatti l’album  finalmente esce e ci si accorge che su quindici tracce, al netto di tre tra intro e prologhi vari, ci sono i due pezzi dell’ultimo Sanremo, il “Complesso del primo maggio” che prima del lancio dell’album era già stato fagocitato nel calderone di San Giovanni (ci tornerò sopra più avanti) e un paio di pezzi, “Come gli Area” e “Enlarge your penis”, già abbondantemente presentati dal vivo -anzi, il secondo aveva fornito il titolo al tour estivo del 2012. Insomma, gli inediti assoluti sono solo sette, il che dà l’idea di una gestazione molto allungata, mentre alcuni pezzi che sarebbero poi finiti nell’album venivano abilmente spammati in contesti di grande risonanza mediatica, non so se scientemente o meno. Quando metti su ‘sto benedetto dischetto, alla fine ti suona già famigliare vecchio a seconda dei punti di vista.

Poi c’è un problema di ordine strettamente musicale, che mi spingeva a tenere la guardia alta: da alcuni album a questa parte  la plurisbandierata ispirazione zappiana è stata intaccata e corrosa da quella che mi piace chiamare sindrome dei Weather Report, l’incontinenza strumentale, la febbre del controtempo, la smania di dimostrare di essere dei manici, come se la cosa non fosse abbondantemente di pubblico dominio, a scapito proprio della tendenza zappiana allo zigzag tra i generi, alla gag song dove la tecnica serve soprattutto a tenere dritta la barra in contesti di grande imprevedibilità. La faccenda aveva raggiunto il suo punto critico nel 2003 appesantendo a morte “Cicciput” , che è forse il punto più basso della loro discografia, pieno così di seghe a due mani prog-fusion a bassissima digeribilità. Fortunatamente nel corso del decennio trascorso la tendenza si è ridotta a livelli ragionevoli, anche se pure a ‘sto giro non mancano i momenti un po’ rigonfi, tipo la stessa “Enlarge your penis”, che pure fa abbastanza ridere. L’unico episodio strumentale “Reggia (base per altezza)” si impantana su queste coordinate di ultravirtuosismo, ma è suonata, in segno di deferenza, dai membri degli Area, a preambolo del pezzo in loro omaggio, e francamente non rende il dovuto onore a una vicenda tra le più gloriose della musica nostra. L’omaggio vero e proprio invece è affettuoso e fa sorridere, e probabilmente potrebbe avere un notevole valore didattico per il grande pubblico italiano, che è ignorante (sì, lo so che lo sapete).

In tutto ciò, il disco suona abbastanza fresco e piacevolmente vivace, anche se tra i sette inediti totali non si annidano capolavori assoluti: ci sono però cose ottime come il ballatone anni ’50 “Una sera con gli amici”, che brilla per la relativa semplicità della struttura e per un testo delizioso, che dipinge con straordinario occhio clinico un universale della condizione umana: i pettegolezzi in compagnia sull’amico comune di turno. Spigliata e piacevole anche “Il ritmo della sala prove”, rock schietto appartenente al filone sempre più florido dei brani metamusicali, con una tenerissima descrizione, sicuramente autobiografica, del complessino alle prime armi con tanta voglia di fare casino. Fa centro anche la melliflua “Amore amorissimo”, sagra del superlativo superfluo che racconta una storia di stalking su un canovaccio musicale che sembra un Julio Iglesias di fine anni ’70, la bella canzone romantica (il cantato cita Modugno a più riprese) ibridata con movenze disco-funk in un matrimonio di per sé stomachevole ma giocato con grande arguzia parodistica. Leggermente sottotono, ma lungi dall’essere brutte “Lampo”, “Luigi pugilista” e “”Il tutor di Nerone” brani un po’ risaputi che sicuramente non lasceranno sgomenti i fan di lungo corso.  Il settimo brano sarebbe il già citato strumentale.

Poi, ovviamente, ci sono i pezzi già di dominio pubblico: e qui spezzo una lancia a favore di “Dannati forever”, che su un bell’arrangiamento orchestralone sanremese (si parla del diavolo…), sciorina uno dei loro testi più inventivi da molti anni a questa parte, con un incipit antologico (“Ieri andando a fare due passi in un percorso di fede”) e una valanga di trovate e nonsense che rivaleggia coi classicissimi del passato. E dispiace che non se lo sia cagato quasi nessuno, sacrificato sull’altare della “Canzone mononota”, che era il successone designato, il brano di rottura concettuale relativa, quello perfetto per sbancare l’Ariston, con le mummie in platea che applaudono a macchinetta quando Elio “fa finta che sia finita”. Ecco, “Dannati forever” non meritava quest’eclisse, anche se è comprensibile che il grosso delle attenzioni, nel bene e nel male, si sia indirizzato sul pezzo “sperimentale”. Per finire, “Complesso del primo maggio”, con l’intro “Piazza San Giovanni” affidata a Finardi, che fa Finardi e emoziona anche cantando vaccate, è semplicemente una delle messe in scena più riuscite della loro carriera. Non tanto per la ferocia delle critiche contro i bersagli designati, quanto per la straordinaria capacità di restituire perfettamente un’atmosfera e una situazione nel formato della parodia, con zapping frenetico tra generi e stili e idee musicali a pioggia, dalla strepitosa presa per il culo dei 99 Posse che funge da filo conduttore alla citazione di “Donatella” della Rettore con lo ska originale rimontato sulla base balcanica “che rompe i coglioni”. Da spellarsi le mani. Epperò, non avrebbero dovuto suonarla proprio nel contesto che tanto abilmente descrive, portando il vino dopo che gli organizzatori avevano offerto i tarallucci invitandoli a partecipare. Perché suonarla al concerto del primo maggio con i tipi a dorso nudo che ballano pavlovianamente sulle note della propria presa per il culo, anziché elevarla alla enne la azzera. A mio parere sarebbe stato più coerente fingerne l’attacco a più riprese e magari suonare “La Terra dei cachi” e tutti contenti. Ma non arriverei a farne una guerra di religione, ci stavo solo riflettendo sopra.

Alla fine della fiera non è un capolavoro, come non lo è stato nessuno dei loro album dai tempi di “Italyan, rum casusu çikti”, ma ce li restituisce vispi e in palla come forse mai lo erano stati nel nuovo millennio. Visto e considerato che spariranno per un altro lustro, impegnati in attività a alta visibilità mediatica (passi la contraddizione), io questo disco me lo ascolterò ben bene, prima di ripiegare inevitabilmente su “John Holmes” o “Il vitello dai piedi di balsa”. Ormai ho imparato a accettarlo: “la vita è così”.

(prima che lo rimuovano potete ascoltarlo qui, ma ricordate che se vi piace, dovrebbe scattare l’acquisto, una volta si usava così)

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La zona grigia che segue immediatamente il risveglio è l’unico momento (ok, a rigor di logica avrei dovuto scrivere luogo, ma la logica in questo post non avrà diritto di cittadinanza e poi siamo tutti a mollo nello spaziotempo, nel caro vecchio continuum, quindi glissiamo) in cui possiamo nutrire la speranza di trattenere i sogni esattamente come giureremmo di averli sognati. Poi però ci addentriamo nel risveglio, che altro non è che un quotidiano ritorno alla prospettiva spaziale dentro la quale facciamo le cose, e finisce che il sogno evapora, che forse ce lo ricordiamo ancora, ma che nelle parole suona inetto e piatto, anche se magari ne conserviamo vagamente il bandolo. Ebbene, da pochissimo ho scoperto empiricamente che questa labile facoltà mnemonica può valere non solo per il sogno fresco di nottata, ma anche per quelli d’archivio perché, in quel territorio cedevole, tra sogno e ricordo non passa troppa differenza.

La scoperta la devo allo smartphone, porco cazzo, perché da quando ne ho preso uno coi punti fedeltà accumulati a forza di fatture mensili, mi capita spesso di controllare la corrispondenza ancora spalmato sul letto, nel buio della stanza spenta, senza gli occhiali, e quindi in completa balia della miopia. E mentre cerco un ragionevole compromesso tra distanza di lettura -ho un’autonomia di 5-10 cm- e luminosità sparaflesciante dello schermo, comincio la giornata senza obbligarmi a uscire dalla zona grigia. Spesso dimentico il contenuto di una mail, o addirittura di averla letta, come se di cose sognate si trattasse. Ma in quei momenti, ripeto, ancora non ho recuperato lo spazio reale. Ed ecco quindi che sabato scorso mi sono trovato nella posta di Facebook questo link e l’ho seguito ancora mezzo dormiente.

(a questo punto dovreste avere cliccato tutti quanti. Su, che devo proseguire)

E mentre guardavo questa cosa meravigliosa vedendo pochissimo, per ineffabili sentieri, ho ritrovato perfettamente un sogno vecchio di mezza vita, che a parole avevo raccontato troppe volte senza mai poterle oltrepassare, le parole. E al cospetto di sì vivida epifania, in hoc signo vinces!, l’arcangelo mi ha ordinato di cavarne fuori un post, immediatamente! L’intensità pittorica di quelle sensazioni era sconvolgente.

Nel frattempo, sono passati tre giorni. L’arcangelo non mi è più apparso, ma probabilmente al prossimo giro lo farà solo per elargirmi un cazziatone superno, ammesso e non concesso che ne sia degno, e nella carovana dei giorni si è persa di nuovo la possibilità di superare le parole. Rieccomi quindi a raccontare il sogno senza poterne restituire il mistero, ma questa volta per iscritto.

In realtà c’entrano solo i Black Sabbath, Romina Power non ricordo di averla mai sognata, anche se il rappato di “Cara terra mia” è fatto sicuramente della stessa sostanza degli incubi. Ma ecco, era paro paro un matrimonio impuro tra i quattro di Birmingham e la galassia del nazionalpopolare nostro, come il video che avete appena visto. E, nella mia testa, è successo realmente. Mi rendo conto mentre scrivo che questa insistenza è parente stretta dell’assillo che tormentava le voci narranti dei racconti di Lovecraft, impegnate nell’elusiva descrizione di orrori ineffabili. Era l’aprile del ’96 e a ridosso dei sedici anni l’amore per la musica si stava facendo feroce. Il mio punto di partenza fu l’hard’n’heavy. Internet non ce l’avevo ancora e mi documentavo in cartaceo, riviste e libri sulla storia del genere, per capire quali dischi fosse urgentissimo reperire. E nel sogno questo spunto del vissuto si ripete. Stavo leggendo un libro di questo tipo, il capitolo sui Black Sabbath, che già conoscevo bene. Il gruppo si forma nel 1968. Un quartetto. Ozzy Osbourne alla voce, Tony Iommi alla chitarra, Geezer Butler al basso, Bill Ward alla batteria. Sì. Questa formazione incide dischi per tutti gli anni ’70, forgiando un nuovo linguaggio sonoro, pesante e oppressivo. Heavy Metal. Doom. Sì. Nel 1980 Ozzy Osbourne lascia il gruppo per inseguire una carriera solista. Ok, sarebbe 1979 e Wikipedia dice che Ozzy fu licenziato da Iommi, ma più o meno ci siamo. Entra Ronnie James Dio, ex Rainbow, e nel 1980 (diamogli tempo di scrivere le canzoni, per Giove) esce “Heaven and Hell”. No. No. Qui il sogno svicola, e nel gruppo entra, e io già ne ero al corrente, perché in quella realtà alternativa la cosa era evidentemente storia,

Lino Banfi.

La proiezione onirica si fa multimediale, forse il libro galeotto aveva una videocassetta allegata, e mi ritrovo a guardare immagini d’archivio, in tutto uguali ai pochi scampoli di video d’epoca sui quali avevo potuto mettere gli occhi allora, ma con

Lino Banfi alla voce,

con lunghi capelli lisci e corvini, inaspettatamente credibilissimi, e uno stile vocale vicinissimo a quello dell’illustre predecessore.  La corporatura era quella tozza dei classici film anni ’80, impietosamente fasciata nell’uniforme d’ordinanza da rocker fattone settantiano, pantalone scampanato, gilettino di pelle su camicia fantasiosamente decorata.Non ricordo che pezzo stessero suonando, vorrei con tutto il cuore che si trattasse di “War pigs , come per il ballo del qua qua. Accetterei in seconda battuta “Electric funeral” o “Iron man”, ma purtroppo non riesco a mettere a fuoco. Percepisco che si tratta di una visione ridicola, ho sulle labbra un sorrisetto sarcastico, ma la performance è cazzutissima e mi ritrovo ad ammettere compiaciuto, a voce alta: “Ah, però, allora Banfi non ha fatto solo quei film del cazzo”. Le mie visioni oniriche non erano ancora giunte all’odierna rivalutazione del filone del pecoreccio all’italiana. Su questa considerazione, per quanto mi è dato di rimembrare, il sogno si interrompe.

Al risveglio scoppiai a ridere. Nel percorso tra la stazione e il liceo,  subito consapevole della prestazione maiusciola del mio inconscio, raccontai il sogno a un’amica. A partire da quel giorno, era pronto per essere snocciolato sotto forma di gustoso aneddoto ogni qual volta si citasse nella conversazione una delle parti in causa. Sono disposto a credere che una buona fetta dei miei interlocutori tenda a credere che di storiella inventata si tratti, e probabilmente succederà anche questa volta che sto, per così dire, dettando testamento. No, no, il sogno è stato. Ma appunto, nelle ripetizioni, nell’affabulazione si è fatto parola, ha smesso di essere un assurdo squarcio del subcosciente ed è diventato una storia. E mi rendo conto che a questo punto, che sia vera, per quanto lo ripeta, è un fatto accessorio. Vedere i Black Sabbath alle prese col ballo de qua qua mentre ancora mi trovavo nella presa del sonno mi ha restituito quel vecchio sogno che ormai era solo una sequenza di vocaboli, ho potuto visualizzare nuovamente quelle immagini nella loro corretta prospettiva spaziale. Perché, e qui mi ricollego all’inizio del post, lo spazio nelle manifestazioni oniriche è diverso, diverse le distanze, obliquo il punto di vista, anche quando il realismo sembra elevatissimo. E adesso, tre giorni dopo, con quella seconda visione ormai irrimediabilmente appannata, sono qui a cercare di aggirare quella barriera mentre vi parlo di una cazzata, o di più di una cazzata. Ho perso il conto.

Prima di sigillare questa peregrinazione nell’intangibile reame di Morfeo mi restano un paio di considerazioni da fare:

1) all’epoca del suo ingresso nei Black Sabbath solo all’interno dei miei sogni, Lino Banfi avrebbe avuto già quarantaquattro anni

(ok, d’accordo: in fila per sei col resto di due),

sei più di Ronnie James Dio e dodici più di Ozzy Osbourne, e aveva pubblicato alcuni 45 giri (per esempio, questo). Sarebbe bellissimo partire dal realismo brutale di questa considerazione per lanciarsi a testa bassa in una narrazione complessa, orgogliosamente fittizia, puntigliosamente dettagliata delle circostanze che avrebbero potuto portare alla situazione del mio miraggio notturno e poi allargare di nuovo le maglie del racconto fino a elaborarne uno scioglimento naturale. Bellissimo, sarebbe. Ma vi dico subito che se negli anni che mi restano (una cinquantina?) dovessi scrivere un solo romanzo e uno solo

NON sarebbe questo.

2) seguendo queste premesse, potremmo anche aprire un infruttuoso dibattito sull’interpretazione dei sogni. No, Freud non l’ho letto, neanche nell’edizione 100 pagine 1000 lire, ma ricordo a questo proposito che in un giorno lontano, mentre lavoravo in una piccola biblioteca comunale della bassa Romagna, venne una ragazzina sui sedici anni a chiedermi con sicurezza “L’interpretazione dei sogni”. Sicuro pure io, andai a scaffale e recuperai Sigmund Freud nella già citata edizione economica, con in copertina quello che doveva essere un De Chirico. L’utente sfogliò il libretto, poi, delusa, mi fece presente che lei voleva qualcosa tipo un dizionario, uno o più significati simbolici per elemento sognato e poche pippe, poca psiche. Tipo, cosa vuol dire se sogno un gatto, questo mi disse. Anni dopo, già in Spagna, recuperai gratuitamente nella biblioteca in cui lavoravo allora un libro come lo avrebbe voluto la mia giovane lettrice di allora, lo cito anche in un vecchio post, e constatai di persona, come già sospettavo,  che un’opera concepita in quei termini non poteva essere altro che una cagata pazzesca. Ora: anche se indubbiamente una parte dei nostro sogni è proiezione limpida e quasi letterale delle nostre aspirazioni, pulsioni e paure, è davvero pensabile impastoiarli a colpi di definizioni? E soprattutto è auspicabile? Sono già oltre le legittime curiosità da sedicenne di quella sedicenne o l’interpretazione dei sogni come da tradizione folklorica che, nelle parole delle due nonne, mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Mi chiedo più in generale se, una volta decifrato ciò che può essere utile a capire noi stessi, abbiamo una reale urgenza di sbarazzarci della forza mitopoietica del nostro mondo onirico, che a volte, in assenza di messaggi in codice, si diverte semplicemente a raccontarci storie che con ogni probabilità, da svegli, guidati dal pensiero associativo, non saremmo mai stati in grado di forgiare e che semplicemente non sono spiegabili perché sprovviste di senso nel senso spicciolo del quotidiano. Questo mi preme: al netto degli incubi, qualcuno di voi rinuncerebbe davvero a questa ineffabile e imponderabile libertà assoluta in cambio di spiegazioni?

Nel corso degli anni, e questa sarebbe l’improvvisa conclusione, il mio gusto musicale ha poi conosciuto evoluzioni bizzarre, che non è qui il caso di riassumere. Parte di tutto ciò si riflette nelle recensioni che di tanto in tanto pubblico su queste colonne. Ma i Black Sabbath sparirono presto dall’orizzonte della musica ascoltata, restando confinati insieme ai Deep Purple, ai Led Zeppelin e agli Uriah Heep, il grande quadrilatero dell’hard rock britannico, al ruolo di onorati protagonisti della mia cosmogonia musicale. Rovistando nel mio archivio di mp3, trovo solo “Paranoid”, riscaricato in tempi recenti per una breve fiammata di nostalgia, e posso constatare come negli ultimi dieci anni abbia ascoltato molto di più (in ordine alfabetico) Black Dice, Black Eyes, Black Flag o Black Pus (per tacere dei Godspeed You! Black Emperor) di quanto non abbia fatto con i poveri Black Sabbath, che pure mi insegnarono alle medie che potevamo emanciparci dagli 883, se solo lo volevamo. “Heaven and Hell”, che ai tempi del sogno non avevo ascoltato, l’ho recuperato distrattamente solo molti anni dopo su Youtube, e neanche per intero. I Black Sabbath me li sono portati nell’età adulta solo come oggetto di una valutazione critica che ne riconosce decisamente l’importanza fondativa nel panorama bla bla bla. Se ripenso ai Black Sabbath a occhi chiusi come da stereotipo, rivedo solo il piccolo mondo antico del caso, verifiche di matematica temutissime, pile di fumetti, mia sorella microscopica e buffissima, la bicicletta come mezzo di trasporto unico, le giornate di primavera, gli ormoni a tamburo battente e sì, sì, quegli splendidi dischi in vinile appartenenti al padre del mio vicino. Ozzy Osbourne e Tony Iommi sono rimasti intrappolati in quella Romagna che ho mandato a memoria come storia della mia vita, e nemmeno lo sospettano.

(se qualcuno volesse suggerirmi dei numeri da giocare al lotto basati su questo sogno, mi piacerebbe tentare la sorte. Sarebbe forse un unicum, ma denso di significati)

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Vari annetti di amicizia sempre più appassionata -si lo so, è un aggettivo che di solito si usa per l’amore- e ora un singoletto di otto minuti meno un secondo a suggellare il tutto. Gli X-Mary e i Camillas, due dei meglio gruppi dell’odierna scena indie italiana, si vogliono tanto bene, in modo più o meno estemporaneo avevano già suonato in formazione allargata e finalmente si sono decisi a lasciare prove meno volatili dei loro reciproci sentimenti (ulteriori spiegazioni qui). Ovviamente, molti sono i punti di contatto tra loro: l’idea di musica leggera come punto di partenza per uno zapping stilistico apparentemente scriteriato, l’approccio apertamente ludico, l’attitudine scanzonata e la propensione al nonsense, caratteristiche che sono valse a entrambi un’approssimativa affiliazione alle file del rock demenziale (non che sia un demerito, ovviamente, ma catalogarli così perché fanno ridere è un piccolo errore di prospettiva). A me piace vederli come fulgidi esempi di gruppi che vorresti che fossero amici tuoi per poter andare impunemente a vederli cazzeggiare in sala prove, e devono averlo pensato anche loro gli uni degli altri, altrimenti non staremmo qui a parlare di questo dischetto, che in effetti è un po’ lo stato dell’arte della jam session tra amici. I brani in scaletta sono cinque, suonati tutti insieme perché appunto non si tratta di uno split, e conoscendo le rispettive produzioni non è troppo difficile capire caso per caso chi ha avanzato l’idea grossa o il grosso delle idee che ha portato al brano finito: se volete fare la prova, basta fare attenzione a chi toccano le main vocals di volta in volta. Ma è un esercizio che serve più che altro a soddisfare la curiosità, sia perché in fin dei conti  siamo davanti a un inno a più voci alla fratellanza umana e artistica, sia perché il risultato finale suona molto coeso e coerente, con arrangiamenti e intuizioni che pescano dal meglio del repertorio di entrambi. Forse manca la propensione danzereccia di certe cose dei Camillas, forse tende a prevalere leggermente l’impianto strumentale degli X-Mary, che sono in quattro mentre i colleghi sono solo un duo, ma forse è anche il caso di non stare a menarsela troppo: il 45 fila via che è un piacere, i numerosi coretti sono autenticamente micidiali, l’allegria è contagiosa e la tentazione al repeat compulsivo quasi irresistibile. A questo punto la speranza è che le prossime rimpatriate, oltre alle abbondanti libagioni del caso, prevedano un salto in studio di registrazione: se i nostri si fanno prendere la mano chissà che non ci scappi un bell’album intero…

Il disco è il risultato di una coproduzione tra un numero esorbitante di etichette indie italiane: Charity PressDinotte RecordsI Dischi di PlasticaFooltribeIl Verso del CinghialeLe Arti MalandrineMangiarebene DischiNoisevilleNufabricTafuzzy RecordsWallace Records. Se volete acquistarne una copia, potete rivolgervi a una qualunque di esse. Chi come me volesse comprarlo in download su Bandcamp deve tenere duro ancora un po’ -no, non saprei dirvi quanto, ma se lo può comunque ascoltare in streaming. Niente CD, fatevene una ragione. Qui trovate gli X-Mary. I Camillas invece sono qui.

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