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Archive for the ‘frammenti dall’accampamento’ Category

Il mio braccio malconcio sta guarendo, ragion per cui sono tornato a praticare dal lunedì al venerdì quella forma di pendolarismo estremo che sarebbe poi il mio altrimenti invidiabile lavoro, e, beh, l’unica cosa che ricordo di tutta la settimana è una persistente sensazione di asfissia. In questi giorni non sono riuscito a fare nemmeno un salto all’acampada, tutto assorbito nel ritorno alle antiche usanze salariate, e le uniche notizie che potrei darvi sono al livello di una mera rassegna stampa. L’accampamento, questo è certo, prosegue per decreto di una larga maggioranza, ha sopportato stoicamente un paio di acquazzoni dopo il meraviglioso clima (quasi) estivo che ne aveva benedetto l’edificazione, ed è alla ricerca di un metodo efficace per trasferire lotta ed elaborazione politica al livello capillare  dei quartieri (le prime assemblee sono cominciate quasi subito) prima di smobilitare, con il possibile rischio di dissipare prematuramente l’eredità di questa esperienza. D’altro canto è certo che il movimento non può insediarsi permanentemente nella piazza e, pur senza scartare l’ipotesi di future occupazioni, a Plaça Catalunya o altrove, dovrebbe trovare il coraggio di abbandonare la sua incubatrice, il suo referente simbolico, e proporsi con risolutezza l’entrata in una nuova fase. Credo che i mezzi per farlo ci siano tutti e, come molti, sono dell’idea che i fatti di queste ultime settimane rappresentino uno spartiacque che sarà impossibile ignorare anche quando lo spazio pubblico sarà restituito al valzer inesauribile dei passanti.

Una prova di quanto detto potrebbe essere il comportamento esemplare tenuto dai manifestanti sabato scorso mentre intorno alla piazza infuriava la guerriglia tra quei Mossos d’Esquadra che soltanto il giorno prima li avevano brutalmente randellati, e uno sparuto assortimento di teste di merda -francesismo- che ad ogni vittoria del Barça ci mette tutto l’impegno del mondo per trasformare il centro città in zona di guerra. Sulla partita nulla da dire, il Barça ha giocato un calcio vorticoso e sopraffino, e anche chi come me ha delle riserve sul clima di teocrazia blaugrana che si respira a queste latitudini non ha difficoltà ad ammetterlo: il problema, appunto, sono i successivi festeggiamenti. Arrivato in centro dopo una comoda visione domestica a casa di amici, ho trovato una situazione di tranquilla effervescenza, uno sproposito di magliette di Messi e compagnia che pascolavano, rumorose ma tutto sommato pacifiche, nei paraggi: già circolavano voci poco rassicuranti di scontri incombenti, ma l’ambiente era ancora perfettamente agibile. Gli indignati, che dopo una votazione nel pomeriggio avevano deciso di rimanere al loro posto, avevano organizzato presidi pacifici ai quattro angoli della piazza, così da regolamentare l’accesso della fiumana di tifosi, e senza proibire a nessuno il passaggio, invitavano chi era diretto ai festeggiamenti presso la Font de Canaletes (vedere qui) a fare il giro senza attraversare l’accampamento. Scenetta curiosa, a ben vedere, perché i volontari, peraltro gentilissimi nei modi, si sono visti costretti ad applicare un criterio, per così dire, di discriminazione razziale,  rivolgendosi solo a chi indossava la maglietta del Barça, senza fare troppo caso a chi invece era, hum, in abiti civili. Il punto è che non erano pochi gli indignati calciofili, solidali con la causa del movimento, o addirittura accampati, e al contempo gasati per la vittoria e quindi, spesso, le spiegazioni/esortazioni del servizio d’ordine si rivelavano superflue. Due ragazzi particolarmente lungimiranti avevano deciso di aggirare l’inconveniente appiccicandosi alla divisa un cartellino che li qualificava appunto come culé indignados.

Fino alle tre di notte, anche se le forze di polizia erano schierate sulla Rambla, si udivano di tanto in tanto spari in lontananza e il solito elicottero dei Mossos sorvolava l’accampamento, tutto è filato più che liscio e moltissimi ragazzi occupavano il centro della piazza facendosi i cazzi loro in assoluta tranquillità. Poi gli scontri si sono progressivamente avvicinati all’acampada e il panico ha iniziato a serpeggiare fra i presenti. Mi risulta francamente difficile ricostruire gli eventi: in più di un’occasione è parso che, nonostante la presenza dei manifestanti, i Mossos volessero spingere i facinorosi verso il centro della piazza, come da manovra ampiamente collaudata in circostanze meno eccezionali, cosa che alla fine, fortunatamente, non si è verificata.  Qualche gruppetto di tifosi, sporadicamente, bucava il cordone di sicurezza degli accampati e attraversava correndo la piazza; in altri casi erano i manifestanti stessi a fuggire spaventati verso il centro sotto la pressione della polizia in avvicinamento. Ai quattro punti di accesso, gruppetti di indignati con le palle quadrate sorvegliavano la situazione, armati unicamente di striscioni che incitavano alla nonviolenza, parlamentando con gli ultrà, mandandoli a cagare in coro (scena impagabile) e invitandoli a non provocare la polizia. All’interno, ragazzi del movimento muniti di megafono spiegavano il da farsi a quanti erano rimasti loro malgrado ostaggio della situazione. Poco prima delle cinque, sconfitto dal sonno, mi sono steso a dormire usando la borsa a mo’ di cuscino, mentre la situazione intorno alla piazza continuava a ribollire. Dopo, credo, venti minuti di pseudosonno i miei amici mi hanno riscattato e il nostro tentativo di uscire dalla piazza e raggiungere la metro è andato a buon fine senza particolari complicazioni. Treni e binari ridotti a porcile, ma per fortuna perfettamente integri. Alle cinque e mezza ero a casa. Quando la sera dopo sono riuscito a passare di sfuggita dalla piazza, nulla sembrava essere accaduto e l’accampamento era immerso nella consueta assemblea serale, apparentemente indenne ai casini degli ultimi giorni. La speranza è che questo spirito non vada perduto, punto.

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Ieri mattina, senza previo avviso, alcuni corpi antisommossa dei Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana,  e della Guàrdia Urbana di Barcellona hanno tentato lo sgombero dell’accampamento degli indignati. Qualcosa da eccepire ci sarebbe sui metodi utilizzati, come potete vedere coi vostri occhi: purtroppo non dispongo di dati esatti sul numero dei feriti, le ultime stime parlano di circa 140 paersone. Il colpo di mano, che indubbiamente ha sorpreso molti per rapidità e violenza, non era comunque al di sopra di ogni sospetto. Facciamo un salutare passo indietro. 

Qui a Barcellona, era ormai opinione diffusa che l’imminente finale di Champions League, in programma tra pocho più di un’ora a Londra, avrebbe fornito alla polizia un pretesto ghiottissimo per tentare lo sgombero dell’acampada. Senza indugiare troppo in teorie cospirazioniste, all’indomani della vittoria, il neoeletto Xavier Trias aveva offerto al sindaco uscente Hereu la massima disponibilità per favorire lo sgombero di Plaça Catalunya; inoltre,  il tradizionale punto di ritrovo dei tifosi blaugrana, la Font de Canaletes, si trova in pienissimo centro, sul tratto iniziale della Rambla, a distanza praticamente nulla dall’accampamento degli indignati, ed è dunque facilissimo immaginare una situazione tesa in caso di vittoria del Barcellona, anche perché i frequenti festeggiamenti degli ultimi anni hanno sempre avuto strascichi violenti, in un botta e risposta tra facinorosi (pochi, in realtà) e polizia di cui spesso hanno fatto le spese degli innocenti. In realtà non ci sono ragioni convincenti per credere che gli accampati, dopo dodici giorni di protesta assolutamente pacifica, avessero intenzione di cambiare registro e passare a una cruenta dialettica di matrice black bloc; al limite si può apportare la debole argomentazione che gli sparuti gruppetti di ultrà violenti avrebbero trovato nell’accampamento un utile ricettacolo di materiale da lancio e da sfascio (c’erano addirittura vari computer, regolarmente funzionanti), ma in questo caso i contestatori sarebbero stati a loro volta parte lesa… E in effetti, la linea di difesa adottata da varie alte cariche del corpo di polizia (vedere ancora il link a inizio articolo) allega come ragioni del blitz la volontà di tirare a lucido la piazza in vista della finale e la riduzione dei fattori di rischio che un simile evento implica: di sgombero, non se ne parla, anche se le immagini dell’azione, immediatamente diffuse via internet e in televisione, stridono drammaticamente con dichiarazioni così apertamente concilianti. L’impressione, mia e di molti, è che le autorità competenti non abbiano avuto troppi scrupoli davanti alla possibilità di sacrificare il corpo estraneo di una protesta così insolitamente strutturata e pacifica sull’altare dei circenses, giudicandola più pericolosa e indesiderabile del consueto codazzo di devastazioni del mobiliario urbano che fa da corollario alle vittorie blaugrana (come detto, a opera di pochi pezzi di merda, ma tant’è).

La situazione ha però avuto sviluppi imprevisti: poco prima delle dodici, ora in cui sono arrivato in centro, la piazza era praticamente sgombra e presidiata su ogni lato da un cordone di polizia che impediva l’accesso a un congruo numero di contestatori pacifici, che esprimevano il loro dissenso a forza di canzoni e cori, questi sì non esattamente concilianti. Un elicottero sorvolava minacciosamente l’area. La tensione è poi gradualmente cresciuta senza che la situazione arrivasse a degenerare,  in un equilibrio precario che si è improvvisamente rotto intorno alle tredici quando, dopo un paio di accenni di carica ai manifestanti, i Mossos si sono ritirati sparando, vorrei sperare in aria, vari colpi. L’uscita di scena della polizia è stata salutata da uno scroscio di applausi: i manifestanti hanno ripreso pacificamente controllo della piazza, in un clima di euforia generalizzata. Nel giro di dieci minuti, erano già all’opera per pulire il territorio riconquistato, prima attraverso una raccolta rifiuti collettiva e poi, letteralmente, con una generosa passata di straccio. Intorno alle tre del pomeriggio l’accampamento era già in piena ricostruzione. Ecco, a mio parere, la scena incredibile di queste improvvisate pulizie di primavera dà la misura del livello di autocoscienza di un movimento che, anche nei momenti più critici, di fronte a manganellate ampiamente ingiustificate, è riuscito a non cadere nella provocazione della violenza, mantenendosi fedele allo spirito costruttivo che lo aveva guidato nei dodici giorni precedenti.

Alle sette di sera, la piazza è stata teatro di una partecipatissima contestazione contro Felip Puig, “ministro degli interni” del governo regionale di Artur Mas, e responsabile diretto (mandante, verrebbe da scrivere lasciando perdere il self control per un attimo) del raid. La pagina Facebook immediatamente lanciata per chiedere le dimissioni del conseller  ha già superato le 25000 adesioni. La serata  e la nottata sono trascorse senza incidenti, in un ritrovato clima di festa: ma la finale ormai incombe e probabilmente già a partire da domani mattina ci sarà molto altro da raccontare.

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Vista dall’interno, la Plaça Catalunya degli indignati , non cerca in nessun modo di nascondere la sua natura selvatica e spontanea di accampamento: ma, per intenderci,  è qualcosa più affine a un festival rock che alla zingaropoli edificata a tempo record (grandi opere…) dalla propaganda PDL in quel di Milano. In ogni caso, uno spettacolo che sconsiglierei a chi cerca decoro a chiare lettere tra le righe di un programma elettorale. Su un lato della piazza, a un tiro di sputo lungo dal famoso Hard Rock Café, hanno portato qualche giorno fa una decina di cessi chimici e un paio di orinatoi in plastica, curiosi oggetti invero, che fanno ora compagnia a una più antica avanguardia di sanitari, alcune cabine più spostate verso il centro commerciale El Corte Inglés, a due passi da una statua sopraelevata il cui alto basamento è stato utilizzato dalla gente come bacheca di contestazione creativa: una lettura affascinante, non fosse per l’odore greve, come di piscio umano, che impregna gli immediati paraggi. Quando soffia il vento, alcuni dei  post-it lì appesi si arrendono e terminano malinconicamente a terra, abdicando al loro compito di denuncia e testimonianza. Ci sono comunque servizi igienici anche sull’altro versante della piazza, e la situazione igienica è perfettamente sotto controllo. Gli acampados, anzi, rifiutano con decisione, e direi con ottime ragioni, le accuse di chi (i supporters del decoro di cui sopra) li dipinge come vandali. Si sprecano i cartelli che spronano a un uso responsabile delle strutture (“Siate puliti” è l’esortazione più ricorrente).

Anche se il livello medio di entropia è abbastanza superiore a quello di una qualunque località svizzera (ma questo è poi vero per tutta la città), basta infatti una passeggiata distratta per rendersi conto che disordine non è sinonimo di disorganizzazione e che, al contrario, la capacità di autogestione dei contestatori è sorprendente e il restyling urbanistico a cui la piazza è stata sottoposta è felicemente ispirato a principi di condivisione e apertura dello spazio pubblico che sarebbero degni di applicazione su più vasta scala. Un’occhiata alla mappa dell’accampamento (purtroppo non sono riuscito a trovare immagini più aggiornate) vale più di molte parole: servizi igienici alle quattro estremità della piazza, le tredici “commissioni” disposte circolarmente intorno ai tre spazi centrali Tahrir -come la piazza simbolo della protesta egiziana-, Islanda -paese la cui rivoluzione incruenta ha ricevuto una copertura mediatica pressoché nulla- e Palestina, gli spazi dove in serata si siedono, per terra, sia ben chiaro, i partecipanti all’assemblea. Ciascuno dei tre spazi ha pure un suo cartello, di cartoncino marrone, con scritta a pennarello, che lo qualifica come “piazza”. All’osservatore italiano non può non tornare in mente la placca di Piazza Alimonda a Genova, riveduta e corretta per omaggiare a caldo lo scomparso Carlo Giuliani. Ah, e c’è pure una sala studio sempre aperta, perché gli studenti sono fra gli attori principali della rivoluzione spagnola.

L’organizzazione dell’accampamento si tocca con mano anche presso lo stand della Commissione Diffusione, dove sono disponibili depliant informativi e foglietti volanti di carattere informativo e rivendicativo, oltre a un opuscolo di quaranta pagine sulle “dinamiche assembleari”. Il ventaglio di attività coperte nel corso delle ventiquattro ore del giorno è insospettabilmente ampio, come testimonia il programma della giornata, a sua volta reperibile presso lo stand. Citando a caso dal programma di lunedì 23 maggio, possiamo trovare oltre alle varie assemblee di commissione,  un’ora di yoga a inaugurare la giornata, un cineforum con tanto di dibattito col regista, un laboratorio di tango, attività infantili, e addirittura, e il dizionario catalano sembrerebbe confermarmi che non ho preso un abbaglio, un corso per insegnare a fare le trecce (sì, come quelle bionde della “Canzone del sole”).

Purtroppo non so pressoché nulla dell’accampamento di Sol a Madrid, di cui si raccontano cose straordinarie e che ha già fatto circolare un documento con varie proposte politiche, e meno ancora delle molte altre acampadas che punteggiano il territorio statale, ma la mia impressione da Barcellona è che la Spagna si sia improvvisamente riempita di tante micronazioni, prive dei caratteri di velleitarietà ed eccentricità che normalmente si accompagnano al termine, la eredità delle quali segnerà molto oltre la loro prevedibile scomparsa l’esperienza politica antagonista del paese intero.

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A Barcellona si sono da poco chiuse le urne con un risultato tanto prevedibile quanto storico, che vede i socialsti del PSOE perdere la poltrona di primo cittadino dopo 32 anni di egemonia a favore dei conservatori catalanisti di Convergència i Unió, giá trionfatori alle “regionali” dello scorso novembre. Nelle stesse ore, gli indignati di Plaça Catalunya, che hanno superato incolumi quella che a molti sembrava la loro naturale data di scadenza, decidevano il futuro dl loro movimento, nell’ormai abituale, partecipatissima, assemblea serale -al funzionamento della quale vorrei dedicare quanto prima un post- puntando con decisione su due obiettivi: il prolungamento indefinito della autogestione pacifica della piazza simbolo della città e una mobilitazione generale del movimento, data probabile il 15 giugno prossimo. Con realismo, nell’assemblea di oggi si è anche affrontato il tema di come dare il cambio agli “accampati anziani”, che da una settimana esatta sono lontani da casa, senza togliere continuità alla protesta, chiedendo esplicitamente il supporto di chi ancora non ha srotolato il sacco a pelo. Nella consueta raffica di interventi brevissimi, regola sacra dei procedimenti degli accampati, le notizie dal mondo lontanissimo della politica ufficiale hanno avuto poco spazio, la conferma della vittoria di Trias  ha fatto capolino solo nelle parole scoraggiate ma bellicose di una delle intervenute, ma l’impressione personale è che il risveglio democratico degli insorti del 15-M considerasse il risultato elettorale di oggi una variabile secondaria e tutto sommato ininfluente di uno status quo che in fondo non li rappresenta.

Ora, nonostante le mie evidenti simpatie per le istanze di autodeterminazione del movimento e gli altrettanto evidenti segni d’usura del modello di potere socialista, a livello cittadino, regionale, nazionale, la vittoria dei conservatori mi prospetta scenari di cazzi amarissimi,  che mi avrebbero fatto preferire una poco entusiasmante continuità, e d’altronde i primi mesi di governo regionale di quelli di CiU sono stati all’insegna di tagli feroci ai bastioni della sanità e dell’istruzione. A livello aneddotico, sabato sera mi sono quasi rotto un braccio in una caduta ridicola a due passi da casa, e i muri del vicino pronto soccorso erano non a caso tappezzati di volantini, manifesti, comunicazioni interne contro le retallades della sanità pubblica. Anzi, all’ingresso stesso del pronto soccorso, che mi appariva come un miraggio improbabile tra fitte di dolore quasi psichedeliche, campeggiava uno striscione assai visibile che denunciava senza troppi giri di parole il deplorevole stato delle cose. Come a dire: avete poco da sperare, voi che entrate. Due infermiere, mentre il mio braccio sinistro spariva sotto una fasciatura ragguardevole, non hanno fatto mistero di solidarizzare con gli indignati di Plaça Catalunya. Tutto questo per dire che, anche se i socialisti hanno responsabilità macroscopiche, le forze che sono uscite vincitrici dalle urne (in varie regioni hanno trionfato i popolari di Mariano Rajoy, cattolici, centralisti, liberisti, criptofranchisti) sono forse le più patologicamente incapaci di accettare e comprendere le ragioni di chi da una settimana ci sta dicendo, senza rompere manco una vetrina, di averne le palle piene. E secondo me, anche se la distanza della democrazia rappresentativa dai cittadini è sempre più siderale e il giochetto poco meno che rottamabile, un governo socialista e uno conservatore sono forse entrambi una merda, ma non la stessa merda. Spero, ma temo di no, che i manifestanti possano metabolizzare questo principio. E questo vale, tornando in Italia anche per l’illuminato überpolitico Grillo, per il quale Moratti e Pisapia pari son. Vedete un po’ voi. Vado a riposare il braccio fasciato, che sono pure mancino.

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L’inizio é ovviamente in medias res, forse è il caso di irrompere in scena senza nemmeno dipingere i fondali, perché le cose si succedono convulse e le parole invecchiano più rapidamente del solito: e non solo la notizia si è già diffusa in Italia, ma si è addirittura moltiplicata sul nostro territorio. Qualche giornale ne parla già e L’Unità addirittura la preferisce in homepage al soliloquio bielorusso del solito ignobile. In Spagna, da poco meno di una settimana, una moltitudine sempre meno inquadrabile ha invaso le piazze del paese, protesta pacificamente, cucina, mangia, dorme, e cerca di sviluppare alternative politiche en plein air, mentre incombe una tornata elettorale (comunali e regionali, per comodità del lettore italiano), i cui contenuti sono stati radicalmente ridsegnati dall’improvvisa sterzata degli eventi. Il futuro è incerto ma è insolitamente dolce cercare di indovinare cosa si delinea all’orizzonte: molti di noi si sentono improvvisamente parte in causa in questa primavera inoltrata.

Ora, sarebbe mia intenzione, fallibile ma sincera, raccontare a chi vuol sentire quello che si vede e si ascolta a Barcellona, dove domenica si elegge il sindaco, con taglio molto impressionistico e poco o punto giornalistico, senza troppo correggere difetti di vista o errori di inquadratura: un realismo svelto, soggettivo, limitato. Non chiedetemi, ad esempio, cosa è successo mercoledì, perché ero moribondo nel lettino a pagar dazio a una influenza tardiva: ma giovedì sera ho visto una Plaça Catalunya riconoscibilissima eppure inedita isolarsi spontaneamente dal traffico, dall’assedio distratto del turismo, dalla sua vitaccia abituale di centro città, per concentrarsi sui ritmi metallici del pentolame percosso dai manifestanti, sui silenzi attenti e gli interventi arruffati dell’assemblea, sulle dinamiche di questo esperimento sociale in fieri che le ha cambiato il volto. Spostatomi di poche decine di metri per prendere la metro, ho ritrovato la città abituale e questo salto qualitativo, previsto ma fortissimo, mi ha riempito la testa di parole: queste sono le prime, altre ne seguiranno.

(Il titolo del post potrebbe sembrarvi una trombonata, e forse lo è ma è a sua volta autobiografico: appena atterrato nel centro dell’isola Catalunya, dopo un rapido valzer di sguardi, una prima panoramica d’insieme, le mie sinapsi hanno puntato con decisione su Demetrio Stratos e i suoi: e per pochi secondi ho intonato: “il mio mitra è un contrabbasso…”  E il titolo si è imposto fermamente come una prima scelta irrevocabile)

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