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Archive for the ‘microscopiche apparizioni’ Category

Non si faceva sentire da alcuni giorni. Parlandone con gli altri ho poi avuto la conferma che nessuno ne sapeva nulla. Ho cominciato a sospettare qualcosa quando ho visto che si connetteva a Whatsapp molto più sporadicamente del solito, come se dovesse elemosinare la connessione in giro, e a orari inconsueti. Quel paio di messaggi che gli avevo scritto nel frattempo, estemporanei, cose di birra e pallone, erano caduti nel vuoto. Non dico che stessi cominciando a preoccuparmi, ma percepivo nella situazione un’anomalia che non avrei saputo dire, che non sarei riuscito a immaginare.

Poi però, dopo circa una settimana, mi ha fatto sapere lui, via mail. Era andato a cercare lavoro in Cina.

Ma tu non sai il cinese, stronzo!, ho pensato, immediatamente colto da un sentimento oppressivo che lì per lì mi ha sorpreso, ma che a un’analisi più attenta si è rivelato essere una poco sofisticata, schiettissima invidia. Poi ho pensato che poteva rivolgersi alle molte multinazionali che immaginavo presenti in loco e la supposizione, per qualche motivo, ha contribuito a tranquillizzarmi, tenendo a bada lo sgomento.

“Mi basta una connessione”. Proseguiva lui. E quasi immaginando la mia successiva obiezione, aggiungeva che “avendo poco tempo a disposizione, cercava comunque di connettersi a Whatsapp il meno possibile”. Ok, quindi per il momento è soltanto un sopralluogo. Torna a salutarci, almeno. Il messaggio terminava poco oltre, dopo alcune frasi di circostanza e scambi di saluti.

Non avevo nulla da obiettare: la decisione sembrava drastica e il primo contatto con quell’universo indecifrabile doveva assorbirlo completamente. Il suo comportamento, da un certo momento in poi, era perfettamente spiegabile. Ma mi inquietava non riuscire a riscontrare nel passato recente segni di quella svolta, premonizioni, tracce, sintomi, neanche lasciando spazio a tutte le forzature della più comoda analisi a posteriori. Per quanto ne sapevo, nei due mesi che erano trascorsi da quando aveva perso l’ultimo lavoro, evento che aveva accolto con disappunto, non certo con disperazione, non aveva mai lasciato capire di volersene andare; e se si era visto un po’ meno in giro per il paese, era facile pensare che fosse più per la necessità di risparmiare che per una qualsiasi forma di depressione, neppure delle più leggere e passeggere. Era laureato in ingegneria informatica, nessuno pensava che davanti a lui stessero per spalancarsi le fauci crudeli della disoccupazione a vita. Male che gli fosse andata, avrebbe trovato qualcosa di sottoqualificato. Almeno così pensavamo noi tre-quattro del gruppetto di amici abituali con una laurea umanistica, per i quali la sottoqualificazione era una certezza terminale.

Gli ho risposto immediatamente, forse con troppa enfasi, con troppe domande, ma contenere la curiosità mi risultava difficile e non necessariamente meno decoroso che fingere un contegno distaccato. Probabilmente proprio grazie a questo interesse, la risposta ha impiegato solo un paio di giorni ad arrivare, senza però perdere il tono di messaggio di servizio scritto nei ritagli di tempo, plausibile nella sua condizione.

“Ho spedito anche un paio di curriculum a Milano, uno a Firenze, ma in generale, sto cercando soprattutto in zona, dalle nostre parti”, mi spiegava.

E allora che cazzo ci fai in Cina, scusa? La resistenza dell’ambiente, argomentava, lo stimolava a non poltrire: nessun divano reperibile all’interno dei vasti confini della Repubblica Popolare poteva aderire alle pieghe del suo corpo con la precisione millimetrica che quello di casa aveva progressivamente acquisito nel corso degli anni. Il fatto di non capire assolutamente nulla dell’ambiente circostante lo incentivava a fare in fretta, mentre le strade del paese, al contrario, gli trasmettevano la pericolosa sensazione che avrebbero continuato a fagocitarlo con indifferenza, per anni, con o senza un impiego decente. “È complicato restare a lungo in un posto dove non puoi scambiare nemmeno due parole coi negozianti”, puntualizzava. “Mi basta un’ora per essere stanco morto, è troppo complicato capire cosa mi sta succedendo intorno, e allora torno dentro e riesco a concentrarmi su quello che devo fare. A casa non ci riuscirei.”

Non mi raccontava dove stesse alloggiando, se si trattasse di un ostello della gioventù o di un appartamento turistico (esistono anche in Cina, no?) e a dirla tutta, neppure in quale città si trovasse esattamente. Ad ogni modo, le nostre conoscenze non andavano oltre Pechino e Shangai: toccavamo finalmente con mano l’ignoranza che ci impediva di razionalizzare la situazione.

Parlandone tra di noi era poi emerso, con mia grande sorpresa, che ero l’unico intermediario accreditato di tutto il gruppo. Quelle due mail erano state l’unico contatto con la truppa dal momento della partenza. Mi sembrava implicito dover agire da messaggero: il tono delle sue risposte non aveva le modalità circospette del segreto da divulgare in un secondo tempo, e probabilmente, i ritmi della ricerca e la distanza gli impedivano di scrivere individualmente a ognuno di noi. Prima o poi sarebbe tornato, ci avrebbe radunato nella stessa stanza e avrebbe spiegato tutto a tutti, senza fretta e con abbondanza di dettagli. Non vedevamo l’ora, ma così come non sapevamo nulla della partenza, brancolavamo nel buio sui tempi e i modi del ritorno. C’era solo quel fugace accenno nel primo messaggio a farci sperare di non dover attendere stagioni intere. Ci guardavamo intensamente, come volendo corroborare la speranza di averci azzeccato. Una sera, mentre ne discutevamo, Alex aveva insinuato che per lui poteva anche essere tutto uno scherzo, che potesse semplicemente trovarsi dai parenti in Sicilia e che si fosse inventato tutta la storia per annoiarsi un po’ meno. Ma nessuno si era preso la briga di rispondergli.

Qualche giorno dopo mi ha riscritto, dandomi per la prima volta l’impressione di essersi seduto con calma davanti al computer, come se avesse spedito tutti i curriculum di giornata e potesse concedersi la lentezza del racconto. Parlava della Cina in modo circostanziato, le sue parole riecheggiavano improvvisamente di dettagli minuziosi, impressioni e colori. Troppa precisione per lo scetticismo di Alex.

Cercava di raccontarmi i contorni confusi di quello che vedeva, a cominciare dal cibo: tornava a casa con quantità errate di frutta, spesso molta più di quella che avrebbe realmente voluto; andava frequentemente in ristoranti economici e non riusciva quasi mai a capire fino in fondo cos’aveva mangiato, escludendo forme familiari come ravioli e tagliolini. Mi aveva mandato anche un paio di foto: scritte che aveva visto per strada, insegne di negozi, che lo avevano colpito più per la loro natura di “disegni mancati” che per il loro imperscrutabile, anche se probabilmente banale, significato. Sarebbe stato bello sottoporre queste immagini al vaglio dei cinesi del negozio di pelletteria appena fuori dal paese e comprare qualcosa come scusa per chiedere una traduzione, ma il timore irrazionale che potesse trattarsi di parole offensive era troppo grande. Una volta di più mi rendevo conto che è difficilissimo parlare quando non si sa di cosa si sta parlando.

Al pub ho poi mostrato ai ragazzi le prove che avevo ricevuto via posta elettronica: tutti tendevano a trattarle come preziose reliquie, soltanto Alex sgranava gli occhi senza dire nulla. In qualcuno si era fatta strada l’esigenza di fornire argomenti a suffragio di ciò che solo ora appariva evidente, e non riuscivo a capire se si trattasse di futili dietrologie o di prove che curiosamente ci erano capitate per le mani al momento giusto. Carlo riferiva di un ipotetico dialogo avvenuto proprio qui, alla presenza di suo fratello e giusto all’indomani del licenziamento. Dal coro degli stronzi al bancone, massa informe unita da un istintivo amore per le opinioni approssimative, si sarebbero levate queste parole:

“Adesso hai tutto il tempo che vuoi, potresti anche andare in Cina, però devi cercare lavoro”, che il nostro amico si era limitato ad accogliere con un’alzata di spalle.

Mentre Alex continuava a non dire nulla, forse mortificato più del dovuto dal suo precedente eccesso di diffidenza, gli altri si erano lanciati con entusiasmo sulla rivelazione, elaborando opinioni che a me parevano troppo istintive: andare in Cina sarebbe quindi stata una reazione a una battuta del cazzo, una specie di dimostrazione indirizzata a persone delle quali aveva un’opinione bassissima. Ma questa tesi si scontrava apertamente  con la segretezza che aveva contraddistinto il viaggio fin dal primo momento. “E se invece fosse stato allo scherzo?” No, scusa, in che senso? “Voglio dire: potrebbe anche essere che quella frase gli sia rimasta in testa e abbia poi deciso di provare a metterla in pratica perché gli sembrava divertente”.

Eppure qualcosa, per me, continuava a non tornare: mi risultava difficile credere che una semplice battuta potesse avere realmente scatenato conseguenze così mastodontiche come un viaggio di varie settimane in un altro continente. D’altra parte, se non avessimo preso per buona quest’ipotesi, ci saremmo ritrovati ancora al punto di partenza. Non potevo biasimare gli altri per la loro necessità di certezze.

Anche nel messaggio successivo continuavano a mancare indizi utili a orientarci. In un paio di frasi traspariva una fiducia granitica nel futuro, o meglio nel corretto dispiegarsi degli eventi. Sembrava non preoccuparlo l’evenienza di ricevere una chiamata mentre si trovava ancora in Cina, e  neppure la possibilità di tornare a casa in anticipo sul ritmo di maturazione delle cose, con altri mesi sacrificati a una frustrante attesa. Appariva sicuro. Sembrava quasi aver cercato e valutato coscientemente la distanza necessaria per prendere meglio la mira, una distanza che a me pareva semplicemente abissale, e sembrava sapere quando tornare seguendo la traiettoria degli strali che aveva lanciato sotto forma di curriculum. Ma la mia domanda su quel presunto dialogo avvenuto al pub è rimasta senza risposta, come se per lui non avesse avuto senso parlare di cosa succedeva da queste parti senza trovarsi fisicamente sul posto.

Col passare dei giorni, però, la storiella che sembrava avere convinto definitivamente gli altri, mi sembrava progressivamente sempre più improbabile, perché profondamente in contrasto con i comportamenti che aveva mantenuto in un paio di decenni di frequentazione e reciproca sopportazione: in vita sua, o almeno in quella larga porzione che si era dipanata anche sotto i miei occhi, non aveva mai lasciato la prima scelta all’istinto, e i due mesi che erano intercorsi tra il licenziamento e la partenza sarebbero stati, secondo le sue tempistiche abituali, una breve pausa di riflessione e nulla più, del tutto insufficiente a prendere decisioni del tipo che preferiva: attentamente ponderate ma nette, definite, in linea di principio non reversibili. Covava a lungo e poi tirava dritto, insomma. Avrei voluto sapere quali imperscrutabili criteri lo avevano animato a spostarsi senza essere trattenuto almeno all’ultimo momento dal sospetto di essersi consegnato mani e piedi a un errore madornale: ma anche se fossimo voluti andare a prenderlo, non sapevamo dove si trovava, e quell’unica indicazione geografica di quattro lettere, C-I-N-A, non ci garantiva grosse possibilità di successo, eufemisticamente parlando. Potevamo solamente aspettarlo, farci trovare al solito posto.

In quell’ultima mail comunque assicurava che tra non molto sarebbe tornato, che la Cina stava poco a poco esaurendo la sua funzione nei tempi che aveva pronosticato e che spendere altri soldi per cercare lavoro sarebbe stato quasi controproducente, anche se in quella situazione sembravano consumarsi a una velocità diversa, meno minacciosa del solito.  Ancora una volta quel senso di sicurezza mi lasciava spaesato, ancora una volta mi sembrava perfettamente ragionevole, e dovevo limitarmi a constatare che forse non conoscevo il mio amico così bene come sarei stato pronto a giurare.

Nel frattempo sono passati altri tre giorni, e più di venti dalla sua partenza. È di nuovo sabato e siamo tutti qui, tranne lui. Come sempre negli ultimi incontri, vorremmo parlare esclusivamente della suo imponderabile viaggio, ma questa volta, dopo avere analizzato per circa quaranta minuti le possibili date del ritorno, ci siamo arenati. In assenza di spunti validi nella direzione che ci interessava, la conversazione ha ripreso le rotte abituali per riempire le ore che ci restano prima di andare a casa.

Fuori dal pub fa freschino, perché come ogni anno l’estate finisce per arrendersi, e come spesso succede, restiamo lì a parlare appoggiati alle macchine anche se da un po’ avremmo deciso che per questa sera basta così. Alex fuma appoggiato alla portiera chiusa, e guarda dritto nel buio davanti a sé, dove si intuiscono appena le fronde di alberi che sono lì anche di giorno. Si direbbe che stia cercando di evitare che il paesaggio approfitti della notte per modificare suoi contorni. Ci troviamo tutti con gli occhi puntati nella stessa direzione, senza interrompere il discorso che ci trattiene lì come una scusa qualsiasi. Da quell’avamposto improvvisato fatto di macchine parcheggiate scrutiamo a fondo l’orizzonte per meglio immaginare le cose che non sappiamo. Poi finiscono tutte le sigarette accese, perché l’esempio di Alex lo avevano seguito anche altri, e l’aria non cessa di farsi più pungente. Ci salutiamo. Attraverso il parcheggio, e tiro fuori le chiavi. Accendo la macchina e me ne vado.

 

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Martedì, dopo il lavoro, sono venuto a trovarti e mi hai parlato dei tuoi amanti. Seduti in camera tua, la schiena appoggiata al letto, una dozzina di poster alle pareti, quasi tutti in bianco e nero, dei tuoi film preferiti che in parte sono anche i miei e in parte assolutamente no, passavi nel racconto da un uomo all’altro con tale imponderabile rapidità che finivano per confondersi tutti, e non riuscivo neanche a trovare le energie per chiedermi dove tu trovassi le energie per mantenerli tutti in riga in quel valzerino. E un disco dei Ramones in repeat ogni mezz’ora, one, two, three, four, identico a quando lo ascoltavamo a quindici anni, e che sarebbe suonato identico anche mettendo su uno degli altri quattro-cinque che stavano sullo scaffale: e ripetersi e ripeterti, postilla incoerente tra i tuoi racconti erotici, che alla fine non ne sono mai andato matto. Mercoledì ho consultato le pagine gialle, quelle cartacee, non lo facevo da secoli, in cerca di uno specialista in podologia per mamma, che soffre di spina calcaneare, o tallonite. Ne ho chiamati tre e mi sono trovato a spiegare, rendendomene conto per la prima volta, che in famiglia abbiamo una specie di tradizione in materia, dall’alluce valgo della nonna ai piedi piatti di papà, che gli hanno di fatto permesso di evitare il servizio militare sopportando in cambio il modesto contrappeso di quel disonore generico che all’epoca marchiava ancora, via via più tenuemente, gli inabili alla leva. Quando la segretaria dell’ultimo dei tre mi ha spiegato che i risultati non erano scontati, che anche dopo la terapia era comunque necessario tenere i piedi per terra, le ho risposto che i guerci bisognerebbe trattarli con un occhio di riguardo, e senza aspettare una sua qualsiasi reazione le ho detto che forse l’avrei richiamata, ho ringraziato e riattaccato. Giovedì ho visto il frigo vuoto e mi sono seduto a comporre una lista della spesa, nella quale volevo sottointendere due o tre ricette, perché la vicinanza in un elenco a volte suggerisce relazioni tra i suoi elementi per forza di mera vicinanza: funghi, piselli, panna, boscaiola. Almeno a casa nostra, per mano di mamma.  Quando non mi veniva in mente niente scrutavo la parente bianca o la televisione spenta. Poi a fare la spesa ci sono andato, e al super ho incontrato Claudio e la signora Canali, e perdendomi in chiacchiere ho poi dimenticato le uova, le olive verdi, il detersivo per i piatti. Che a dire il vero non erano neanche in lista, ma forse, se fossi stato concentrato, presente al dovere della scelta, mi sarebbero tornati in mente vedendoli tra gli scaffali. E invece mi sono perso a guardare nel banco gastronomia le lasagne al forno, le salse strane, i contorni fantasia, pensando che comunque non avevo voglia di cucinare. Lunedì e venerdì non è successo letteralmente un tubo, non ho nemmeno visto Alessandra perché i giorni dispari ha yoga, e appena tornato a casa mi sono tolto le scarpe, ho acceso la radio, mi sono steso sul letto e sono rimasto a guardare il soffitto nella vana speranza che migliorasse la musica, finché il soffitto non ha cominciato a cambiare impercettibilmente colore sfumando in nero, segno che mi si erano chiusi gli occhi, in uno di quei pisolini di venti minuti confusi, pieni di realtà che filtrava dai rumori della casa, e che poi ti complicano il sonno dei giusti. E praticamente quelle immagini squagliate che potremmo chiamare sogni si assomigliavano come due pozzanghere piene di gocce d’acqua sputate le une alla altre, sia lunedì che venerdì, un po’ perché le radio hanno smarrito la virtù di variare la programmazione e un po’ perché in un call center i giorni di lavoro sono un po’ tutti fotocopiati, la stanchezza cambia solo in virtù dell’accumulazione e il venerdì è in effetti lievemente peggiore, ma ad ogni buon conto anche le pennichelle che ti induce possono assomigliarsi moltissimo. E il sabato era partito con una giudiziosa lista di cose da fare, che però ha smarrito immediatamente tutta la sua oculatezza mescolando svago e faccende, perché come ti avevo scritto quella volta in una mail pensando che la frase valesse la pena, il sabato e la domenica sono il solaio incasinato di tutto ciò che non trova spazio nella settimana lavorativa. Ma la tua assenza di commenti mi aveva persuaso che era una mezza cagata. Poi man mano che fai le cose cancelli le voci dell’elenco -mi piace accanirmi contro la carta, rendere compatto il nero o il blu che coprono la cosa fatta- finisci per constatare che tre ore dopo hai grossomodo dimenticato l’obiettivo raggiunto e la cancellatura può arrivare a fine giornata con la dignità di piccolo mistero. A te succede mai? Poi capita che fatte quelle due cazzate –ma quali?- nel solaio comincia a esserci un po’ di posto, e si fa complesso capire se la pigrizia è un sintomo, un alibi o un diritto per il quale generazioni passate hanno sovvertito l’inerzia crudele della storia. E sbadiglio, mortalmente avvinghiato al sito della Gazzetta, alle quasi sempre erronee illazioni sulle probabili formazioni. Se Alessandra è al telefono con sua madre, sento specularmente il diritto di perdere il tempo, sopraffatto dal dato di fatto che solo ora, non prima, ora, c’è tempo da perdere. E non finisce così tutte le settimane, ma è incredibile come a volte io e lei, ma alla fine tutti, riusciamo ad accanirci a usare il tempo per nessun scopo, e non sapremmo poi dire che ne è stato, senza nemmeno la giustificazione della cancellatura su un foglio. Ci rincoglioniamo con le serie, ma avrei bisogno di un pretesto per rievocare i dettagli della trama: saprei dirti però che oggi a colazione, colazione tardiva, abbiamo visionato la Santa Messa su Rete 4, perché Alessandra voleva controllare “se era ancora uguale a quando ci andava da bambina”, e spalmare la marmellata si era trasfigurato per emulazione in un atto liturgico. Ma poco altro, credo si possa dire che eravamo stanchi perché sì, perché alla fine ci autoconsegnamo alla vecchiaia ammettendo mesti che non abbiamo più vent’anni, ma so che adesso esigerò alla settimana di passare lesta, e a sua volta senza storia, per essere all’altezza di me stesso e di lei, altezza arbitrariamente fissata non saprei quando, al prossimo cazzo di weekend.  Non siamo nemmeno riusciti a toglierci le mutande in tutto il fine settimana e adesso che tutto sta per trasformarsi irreparabilmente in lunedì non possiamo evitare una punta d’acredine nella parole, anche se poi continuo ad annusare nell’aria il privilegio di stare bene in sua compagnia senza che le circostanze esterne siano anche solo minimamente interessanti: ascolto contemporaneamente i risultati delle partite e il suo silenzio tutto sommato collaborativo e deduco che c’è tutta una casistica di cose che potrebbero andare peggio ma per ora sembrano astenersi dal farlo. E quindi evito di scriverti una lista di buoni propositi prima di spegnere il computer: cominciamo col mandare tutto a memoria. Per sgranchirci, per sgranchirci. Buonanotte.

 

 

 

 

 

 

 

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Mentre entro nell’ascensore cercando di decidere cosa leggerò nei prossimi due mesi senza scaffale alla mano, perché la fretta maligna me ne ha allontanato, trovo un mocio abbandonato ad aspettarmi, paziente nel suo secchio: senza volerlo è venuto a prendermi al terzo piano. Piacevole cortesia, deve averlo lasciato lì la signora Evelyn con l’idea di cambiare pianerottolo, e ora sicuramente lo starà cercando. Per sdebitarmi potrei fermarmi a un piano qualsiasi e dare una passata al pavimento, ma ho già detto di avere fretta e c’è pure il rischio di ripetere un lavoro già fatto. Spero di trovarmela al pianterreno, che aspetta il mocio prodigo per riprendere coscienziosamente le sue mansioni, ma c’è solo la Bressan del quinto con le borse sotto gli occhi e quelle della spesa sotto braccio, che si porta dietro il sonno arretrato come il cane che non ha mai avuto. Buongiorno, le dico, scrutando dietro di lei il portone del palazzo che si apre rivelando la presenza di Federici del quarto, che il cane ce l’ha sul serio, e lo riporta pisciato e sereno nel cuore della tranquillità domestica. Saluto anche lui mentre cerco di impedire meccanicamente che il portone si richiuda, quale passaggio dimensionale che mi concederebbe il diritto di prendere un autobus invece del successivo, e mi ritrovo fuori. Mentre accelero verso la fermata, mi rendo conto di non avere il cellulare per avvisare Francesco del ritardo, e lasciando una bestemmia a mezz’aria torno sui miei passi. L’ascensore è ancora fermo al quinto, la Bressan e Federici devono essere saliti insieme e sicuramente avranno approfittato dell’occasione per approfondire un silenzio già importante. Arriva l’ascensore e c’è ancora il mocio dentro il secchio, che nessuno pare intenzionato a recuperare. Altruisticamente decido di farmela a scale nella speranza di incrociare la signora Evelyn e farle presente che il mocio, col suo silenzio, chiede di lei, ma non la trovo, e perdo altri due minuti, che spero anche Francesco stia simmetricamente perdendo in qualunque altro modo. Dentro casa mi fermo allo scaffale per confermare le mie ipotesi di lettura, e mentre rimugino vado più o meno spedito verso camera mia, dove trovo il cellulare che, approfittando dello scampolo di tempo extra che gli ho concesso per errore, si è ricaricato completamente. Scrivo che arrivo, dato vago e sufficiente a mantenere acceso il fuoco tenue delle buone maniere e chiamo l’ascensore al terzo perché anche basta scendere a piedi. Mi trovo davanti Viola, con quegli occhi sempre spalancati che congiurano contro il mio equilibrio e lo zaino pieno di chi sta seguendo almeno tre corsi. Mi chiede come sto, le dico che di fretta, che magari ci becchiamo tutti dopo cena per una birra. Lei sorride, e inizia senza ragione apparente a parlarmi dell’esame di estetica, ma non posso guardare in faccia a nessuno e ho già derogato alla regola, le dico dopo mi racconti e mentre entro inciampo nel mocio, ma stavolta non posso bestemmiare. Parte dell’acqua schiumosa, già sporca ma ancora impregnata dell’odore asettico del detergente investe la superficie gommata del pavimento dell’ascensore peggiorando vagamente le cose. Si chiude la porta e ancora parla e mi dispiace lasciarla lì, e concludo che dovrò ripendere io il discorso, portando le birre alla loro porta in segno di pace, sperando che mi apra lei e non Fabio o quel coglione di Salerno. Mentre scendo e appoggio accidentalmente il piede sul bagnato ricordo che in frigo ci sono ancora lattine avanzate dall’ultima festa. Esco finalmente di casa. Poi ci sarebbero le due Peroni che ha portato Paola passando da casa nostra mentre ero in biblioteca, ma mi spiacerebbe farle fuori, perché lei sapeva che non ero in casa, ma io so che le dispiacerebbe se se le bevessero Gaetano o uno a caso dei vicini, perché probabilmente quelle birre volevano essere solo una scusa per scendere al pachistano a prenderne altre due, nell’unità di tempo di una lattina a testa ci sta a stento uno qualsiasi dei discorsi che vorremmo fare. Certo, non puoi ritrovarti due birre sottomano come un biglietto dell’autobus nel portafoglio e venire a quell’ora sapendo di andare a vuoto, ma non credo di poterle rimproverare il diritto di comunicare con me per errori. Non risponde quando le scrivo e viene quando non ci sono, e in questo modo ci siamo già detti un paio di cose, ma così non finiamo un discorso. Se tengo quelle due Peroni e lei ripassa con altre due tra qualche giorno forse ce la facciamo, sperando che a quell’ora non ci sia una festicciola informale coi vicini, con Salerno che a beneficio di tutti ripete ruttando le due pagine studiate in giornata e Viola che fuma appoggiata alla finestra imitando coscientemente Nanni Moretti, mentre Gaetano cerca invano di deviare l’attenzione di tutti sulla musica che sceglie da Spotify. Non è quello il tempo e il modo, come l’ascensore non è il posto del mocio e invece stava lì e non capisco il perché. Dove cazzo era la signora Evelyn, e come stanno i pavimenti di tutti i pianerottoli se lei è irreperibile e il mocio fa la spola tra i piani? Intanto arrivo alla fermata. Pancaldi del sesto ama ripetere che la donna delle pulizie non sa pronunciare la zeta perché è nata in Sudamerica e, a suo parere, questa è ragione sufficiente per chiedere all’amministratore di licenziarla, ma lui è di vicino Bologna e dà del cornuto all’asino. Non vorrei che scendendo e salendo le scale si sia ritrovata all’ottavo piano scoprendo che non esiste, come in quella vecchia puntata di, mi pare, “Ai confini della realtà” perché allora Pancaldi l’avrebbe vinta, e anche se noi in subaffitto non partecipiamo alle riunioni di condominio, pensiamo comunque che non sia giusto dare ragione agli stronzi. È un’opinione generica, ma alla fin fine molto meno delle sue, che dal sesto riecheggiano continuamente a pioggia sui piani più bassi. Riscrivo a Francesco, che nel frattempo mi ha mandato un messaggio di insulti, e mentre frugo nelle tasche mi rendo conto di avere scordato le chiavi di casa sul tavolo di camera mia mentre prendevo il cellulare. Dovrò stare fuori almeno fino all’ora di cena e anticipare con Francesco, anche solo per sdebitarmi, le birre che potrei prendere con gli altri in serata. In questo modo, anche Paola dovrà aspettare di sicuro almeno un giorno in più, anche se non credo che oggi avesse intenzione di passare. Fuori dal finestrino del bus non c’è niente da guardare e quindi mi pare il caso di concentrarmi in quella direzione.

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Ormai facevamo schifo da troppo tempo: le ripetizioni sfiancavano la conversazione, con quell’andamento penosamente sfilacciato e le maglie progressivamente sempre più larghe, a perfetta imitazione di quelle della vecchia tovaglia, sulla quale lasciavamo cadere impunemente grandiose semplificazioni, flagranti stereotipi, intere mezze frasi colme di brutture che tanti altri riuscivano a pronunciare con una convinzione che ci era totalmente ignota. Quelle impuni generalizzazioni erano piacevoli, ragionevoli cuscini per teste affrante dal ragionamento, dal giogo della contraddizione, dalla voragine tra teoria e pratica che a occhio non eravamo mai capaci di valutare correttamente. Già da alcuni mesi, il giovedì sera, quando la stanchezza ci dava le giuste energie per parlare un po’ a vuoto, a mo’ di minuto prologo al fine settimana senza lavoro, io e Paolo ci riunivamo e per un’ora, un’ora e mezza al massimo, mollavamo gli ormeggi. Ci sedevamo lì, parlavamo deliberatamente in quel modo per entrambi orribile, e lasciavamo atterrare gli oggetti con una noncuranza che non volevamo sminuita dalla più vaga parvenza d’ordine: una patina fine di grattatura di parmigiano e tabacco da rollare, angoli di polvere compatta come circoscritte pezze di deserto, scontrini archeologici, una rivista del supermercato con ricette di stagione ormai a puntino per l’altro emisfero, tappi di sughero, una barchetta di carta schiacciata ricavata da una pagina della Gazzetta, gusci e bucce di noccioline, sacchetti di patatine spolpati del contenuto, tenaci macchie di coca cola.

E l’accordo era: quella zona, quel tavolo a ridosso del muro, non si tocca, perché ci serve un habitat adeguato. E poi alla fin fine la casa era la mia, e la decisione ultima spettava a me. Tutto intorno pulivo col mio rigore solito, con scrupolo, energici colpi di straccio, mi chinavo sotto al tavolo, strofinavo il pavimento con l’agonismo grintoso che aveva caratterizzato la vita da casalinga che aveva consumato mia madre. Soltanto, lasciavo il tavolo tale e quale, una giudiziosa sospensione di quella proliferazione casuale che aveva tempi e modi puntigliosamente scanditi. Era stato difficile giustificare quello spettacolo a parenti di passaggio, amici altri da Paolo, tecnici della caldaia: la discrepanza era vistosa, e quel rettangolo di disordine finiva per mettere ancor più in risalto il nitore del resto della stanza, della casa intera. Dopo qualche tentativo di argomentazione molto poco convincente, ero riparato in una studiata noncuranza, una cecità selettiva e ostinata che incuteva negli avventori quella giusta soggezione che li spingeva ad abbandonare domande tutto sommato ragionevoli. Pensassero quel che pensassero, optavano per non verbalizzarlo. Corretto. 

In quel contesto le parole, come prevedibile, erano l’unica cosa che in realtà non lasciava segno: era per questo che ci serviva tutto il resto, avevamo un bisogno lucido di tracce e promemoria, per seguire meglio il filo del nostro esercizio. Poteva tranquillamente succedere che ci vedessimo in altri giorni della settimana, ma in quei casi usavamo la pattumiera senza remore, e le nostre chiacchiere, come posso dire?, seguivano un andamento più ponderato, benché in realtà, come nel caso del nostro esperimento, dicessimo né più né meno quello che ci veniva in mente alla prima. Ma forse, inconsciamente, con quel lento addestramento, la nostra mente aveva preso a selezionare e separare gli input, come se si trattasse di raccolta differenziata. C’era da essere contenti che il tempo che ci eravamo destinati fosse perfettamente sufficiente ai nostri scopi. Ne eravamo soddisfatti e sollevati.

Il giovedì sera quindi ci serviva a quello che quasi tutte le persone che conoscevamo non avevano avuto l’accortezza di regolamentare. Ci piaceva credere che il resto delle nostre vite, al netto dell’ora e rotti d’esercizio, avesse l’aspetto curato di un giardino all’inglese, mentre tendevamo a vedere le loro come pascoli selvatici a maggioranza d’erbacce. Esattamente come loro, avevamo tutto lo spazio possibile per quella grandiosa, nociva irrilevanza, ma avevamo concordato subito che era decisamente troppo.

A volte tenevamo accesa la tele, a volte c’era il computer con liste di riproduzione casuali scelte su Youtube scartando quelle musicali, che lasciavamo andare come un microonde senza più il panino dentro, permettendo alle altre parole di intralciare liberamente le nostre, di ispirarle, confonderle, farle fermentare a piacimento. La scelta si era rivelata feconda, perché in linea di principio non volevamo che il silenzio prendesse il sopravvento e quel rumore di fondo era uno sprone brillante ai discorsi che desideravamo perseguire. In un primo momento avevamo anche pensato di registrarci, ma due considerazioni ci avevano spinto a scartare l’idea: la vergogna di un eventuale riascolto, certamente, ma anche il timore che quell’artificio potesse migliorare involontariamente i nostri dialoghi. Inoltre, ci eravamo resi conto che un’eventuale registrazione avrebbe tolto il giusto valore a tutto ciò che finiva sul tavolo. Un’altra scelta oculata.

Avevamo pianificato tutto con cura perché l’esperimento non si bruciasse subito, ma eravamo coscienti che in un qualche momento del futuro, che ci eravamo trattenuti dal provare a indovinare, si sarebbe esaurito spontaneamente. O forse… Può essere “spontaneamente” la parola giusta? Ad ogni modo, il momento si è presentato ieri sera, dopo circa tre quarti d’ora di sessione: un pacchetto di sigarette è scivolato fuori dal perimetro con un rumore per nulla degno di nota. Vedendolo al suolo, ci siamo scambiati uno sguardo che ci ha portati a considerare l’entità di quanto accumulato. Paolo si è alzato mentre distoglievo gli occhi come in cerca di riposo, ed è tornato con la scopa. Abbiamo sollevato l’esausta tovaglia mentre altri oggetti fluttuavano, rotolavano, precipitavano sul pavimento. Istintivamente Paolo si è inclinato a raccogliere alcuni gherigli di noce che ha poi soppesato con perplessità; io ho dato un calcetto privo di rabbia o più in generale di significato a una lattina di té alla pesca. Abbiamo agito con la meticolosità che considero corretta per questo genere di compiti, guidandoci istintivamente con gli occhi, senza proferire parola. Dopo pochi minuti, ho spento la televisione, non più necessaria, arenata su una corposa sosta pubblicitaria. Mi sono allontanato per prendere sacchi della spazzatura, cercando di determinare se uno sarebbe bastato o se invece fosse meglio abbondare. Mano a mano che le operazioni proseguivano, l’iniziale tensione ha lasciato spazio a un senso di sollievo che mi sembrava di percepire nella lunghezza dei nostri respiri. Il sacco grande che avevo portato si è rivelato sufficiente a raccogliere tutto.

Restava da determinare se l’esercizio poteva considerarsi pienamente concluso o se invece sarebbe stato necessario ripeterlo, e se sì, con quali tempi, con quali modalità. Sapevamo però entrambi che quella non era la sede e che bisognava lasciare che quel ciclo terminasse senza pressioni. Definitivamente cancellata la zona anomala, Paolo è andato a prendere la giacca. Mi ha salutato, ci saremmo risentiti presto, e io gli ho chiesto se per favore poteva lasciare la spazzatura nel cassonetto di fronte. Mi ha risposto che non c’era problema e, afferrato il sacco, ha chiuso la porta dietro di sé.

 

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Una volta, il cielo lo si pregava. Ora, più urbanamente, ma anche in linea con l’irrefrenabile secolarizzazione che ci ha disgiunto quelle mani un tempo così pie, ora, ci si limita a chiedergli informazioni. E quindi lui, ancorato al cortiletto di erba stentata, guardava in alto, chiedendo alla volta celeste quando si sarebbe finalmente fatto buio in quella giornata così aspra, e lei, con una risposta lunga, pensosa, solo apparentemente esitante, finiva col lasciarlo in un’oscurità così convincente che avrebbe fatto fatica a ritrovarsi le stringhe delle scarpe. A domanda risposta, ma lui, quasi timoroso di un ripensamento, indugiava coi piedi aderenti a quei quattro ciuffi di un verde penoso, perché nonostante tutto gli permaneva dentro un rancore dello stesso colore della notte, che non avrebbe saputo come mimetizzare altrimenti. C’era qualcosa di intollerabile, di oltraggioso, in quel ritmo perenne di un giorno al giorno, un’offesa all’urgenza che lo soffocava, un bisogno febbrile di ovattare certuni sentimenti acuminati con un sacco pieno di tempo già digerito. In assenza di nuove, di appunti a margine, di rettifiche, di note di colore a fatti ormai sbiaditi e definitivamente incompiuti, davvero, non c’era motivo che il tempo fosse così disperatamente analitico. E il trascorrere di un paio di stagioni tumefatte dal dolore era una soluzione in cui i ricordi si diluivano senza che i problemi si risolvessero. E l’avanti veloce dei vecchi filmini di famiglia, salvifico nell’accorciare la ripetizione di una noia prima vissuta poi registrata, non era opzione disponibile. Ma in un capriccio di cui scorgeva benissimo il carattere infantile, avrebbe voluto che una forza aliena, dispotica, lo pervadesse senza preavviso e ne accelerasse i movimenti in quello stesso modo meccanico, comprimendo in pochi spiccioli di giornata i tempi morti che lo opprimevano e depositandolo al momento desiderato, quando cioè sarebbe valsa la pena di fermarsi a guardarsi vivere, una volta guadato il male. Ma non erano contemplati sconti di pena, salvo quelli che sarebbe stato capace di accordarsi camminando a velocità normale. Al momento, indubbiamente, nessuno.

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Pieni di ammirazione abbiamo appena finito di contemplare le anatre nello stagno del parco, quando un prurito dentro il respiro mi avvisa che ci risiamo. La luce estiva mi ha sempre suggerito starnuti, da che ne ho memoria. Riprendiamo la passeggiata, il camminare ci è lieve, con questo tepore che circonda senza assalire. Jacopo mi scruta con fare da grande empirista, issandosi in tutta la statura che i suoi cinque anni gli permettono e ipotizza con parole sue che se da quella distanza il sole mi fa starnutire così spesso, se non fosse solo quella pallina gialla nel cielo che lui sa disegnare benissimo, se fosse significativamente più vicino a noi, forse io avrei il raffreddore per tutto l’anno. Il piccolo non sa ancora chi è Icaro, allora gli spiego che se le cose stessero davvero così faremmo tutti la fine del gelato quando non si sbriga a mangiarlo. Immaginandoci come gelati, lui gusto fragola, e il suo amichetto Mamadou sicuramente al cioccolato, comincia a ridere, gli occhi che gli brillano, poi di colpo si ferma, perplesso, come se avesse confusamente intuito il grado di minaccia insito in un simile destino. E mentre alzo il naso verso il sole come un radar, scivolando spontaneamente da un’idea all’altra, finisco per chiedermi se nell’ora estrema, immediatamente prima di rivedere tutta la vita in poche battute come dicono che succede, la fine si lasci captare con un solletico nelle narici o altri segni d’avvertimento: al posto dello starnuto le luci che si spengono, e buonanotte ai suonatori. Ma non ci è dato sapere. Jacopo però ha già ricominciato a parlare delle anatre e io gli seguo docilmente il discorso: hai visto mamma anatra che beECCIÙ.

Oh, era ora. Torniamo a casa, Jacopo, sennò qua finisce che lo zio, un raffreddore, se lo prende sul serio.

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E c’erano persone che senza sforzo continuavano con la loro presenza a disegnare lo sfondo della sua vita in quel quartiere, ormai cinque anni densi e lunghi proprio come un lustro. Mentre altri si erano inopinatamente avvicinati al centro della scena sotto forma di coinquilini sbagliati o amanti occasionali, invero pochissime, per poi essere catapultati all’indietro in un oblio di ritorno, spesso con sollievo, in pochi casi con rimpianto, c’era gente che continuava a ronzargli intorno a distanze irrisorie solo e soltanto perché uno sfaccettato catalogo di circostanze li aveva portati a vivere due case più in là, a lungo o breve termine. Le vecchiette, ovviamente le meno mattiniere, che al super gli chiedevano di prendergli il riso o i biscotti insapore dallo scaffale alto, con loro si erano sviluppati rudimenti di dialogo che gli alleggerivano il resto della giornata, e gli piaceva trasformarsi, appena varcata la soglia della Coop, in nipote istantaneo di una legione di garbate ottuagenarie. Dei vicini di pianerottolo aveva appreso nome e cognome per via del campanello, ma aveva limitato al minimo le conversazioni, cordiali saluti, che tempo fa, cordiali saluti, fin dalla prima settimana, notando che il capofamiglia rincasava invariabilmente con una copia de “Il Giornale” sottobraccio, quasi si trattasse di un accessorio del cappotto. Non a caso i dialoghi con costui si erano espansi come una macchia d’olio sotto una macchina vecchia solo in occasione di un paio di cene tra amici, da lui giudicate troppo rumorose. Era un fissato, e risultava evidente che uno scambio di vedute troppo prolungato era destinato inevitabilmente a concludersi in presenza dei carabinieri. Una vicina della porta accanto, stereotipo vivente, era carina da matti, ma aveva scoperto anche in quel caso immediatamente, che non era cosa perché era una falsa giovane, venticinquenne alla vista, trentottenne all’anagrafe, e oltretutto piena di prole, tre marmocchi adorabili, incolpevoli di avere la mamma bona, che lui intratteneva sulla porta con gag improvvisate che li facevano molto ridere. In quella casa era sopravvissuto alla fine della triennale, alla specialistica, e provava ora a sopravvivere alla vita rovesciata del barista: eppure non aveva mai parlato con il custode del parcheggio notturno a una decina di civici di distanza. Non era l’unica figura del vicinato a essere passata sotto silenzio, ma dalla sua aveva la benedizione della notte, che li affratellava quando tornava esausto da quel pub di merda mentre il resto dell’umanità giaceva supina e senza sogni, in paziente attesa travestita da sonno, dei loro lavori diurni. Poteva avere sessant’anni, i capelli ricci già imbiancati, qualche chilo in eccesso,  gli occhiali di chi altrimenti non vedrebbe nulla e l’aria di  essere ormai perfettamente ambientato agli antipodi del giorno. Probabilmente quel lavoro se lo portava dietro da tanto e ci sarebbe arrivato alla pensione, con infinita pazienza. Visto che al suo ritorno i coinquilini dormivano pesantemente o erano altrove, impegnati a fare mattina in modi più piacevoli, era lui l’unico barlume di presenza umana in quelle notti ingrate, l’unica persona che   riusciva a incrociare dopo la chiusura. Però non avevano parlato mai. Il custode restava lì a presidiare la sua cabina, non lo aveva mai visto fuori postazione, il volto illuminato dalla luce livida di un televisorino che lo aiutava a smaltire le ore, mentre lui era un passante, un passante ricorrente che a orario fisso transitava svuotato di fronte al parcheggio, ma pur sempre un passante, e nessuno dei due si era mai assunto la responsabilità di infrangere con una o più parole quella minima distanza che li separava. Era tutta condensata in pochi gesti, una mano appena sollevata in un saluto, un cenno del capo, negli ultimi tempi anche un tenue sorriso, la loro scarna comunicazione quotidiana. A inaugurare la consuetudine era stato il custode che, nella calma piatta della notte, l’aveva presto identificato come membro del vicinato. E lui, che normalmente si manteneva sveglio solo grazie al malumore che quel lavoraccio gli trasmetteva di default, apprezzava molto quella piccola cortesia, che non poteva da sola raddrizzargli la notte, ma che spiccava come un gabbiano di carta igienica a volo radente su un mare di merda. Il “bacio della buonanotte”, come fu ribattezzato da un coinquilino di quelli storti quando in un momento di inspiegabile confidenza gli raccontò la storia, effettivamente divenne per lui una sorta di lasciapassare per il sonno, un segnale convenuto di fine delle ostilità, e quell’infelice scelta di termini, anche se dettata da una volontà di scherno, era in ultima analisi azzeccata. Ciò non impedì comunque che il coinquilino venisse silurato quasi subito e all’unanimità per la reiterata tendenza a non tirare mai lo sciacquone del cesso. E quando passando davanti al garage non  trovava il guardiano, che doveva presumibilmente usufruire di giorni di ferie e permessi come tutti, il saluto gli restava impigliato nella mano sospesa a mezz’aria e appariva seduta stante un sottilissimo senso di delusione che lo accompagnava fino alla porta. Lo avrebbe invece sorpreso incontrarlo dove non se lo aspettava, cioè ovunque, sull’autobus, al supermercato, in posta, o a passeggio con la moglie nel caso fosse sposato. Soprattutto, in un altro quartiere e in posizione eretta, visto che lo aveva sempre visto unicamente seduto. E ricordava come a sei anni lo sconcertasse incontrare la maestra in bicicletta per il paese, dando pacati segni di vita normale al di fuori dell’edificio scolastico. E presto si trovò a constatare che di quella persona che senza muovere un passo lo accompagnava  quasi quotidianamente al termine della notte,  evidentemente non conosceva il nome, e che i loro dialoghi muti e stenografici non gli avrebbero permesso di colmare quella lacuna, che il silenzio dirà pure un sacco di cose, ma le generalità non le declina. Chiedere è lecito, rispondere è cortesia, quanta verità, eppure non era mai riuscito a tradurre in pratica il limpido precetto. E quando se ne chiedeva il perché, era sempre perché no, e la cosa moriva lì. Troppo imbarazzante, per motivi al momento non specificabili, collidere senza annunciarsi contro la cabina per dare il via a una conversazione che non aveva mai avuto parole per cominciare. I suoi passi, nel loro insistito sovrapporsi, avevano delineato una specie di binario ineluttabile dal quale non riusciva a deviare. E percorrendolo una notte via l’altra, gli apparve chiaro che probabilmente l’unica possibilità era capovolgere la situazione, che fosse il custode a passargli vicino quando lui era al lavoro, in altre parole che in una sera libera, quel signore canuto decidesse di farsi una birretta nel pub dove lavorava lui, cosa improbabile considerando l’abituale clientela di universitari con accentuata quota Erasmus. Ma nel pensiero si forgiano cazzate ben peggiori. E dunque, uscito dalla sua nicchia teleilluminata, mostrandosi tridimensionale ai suoi occhi, doveva semplicemente sganciarsi dal gruppo di amici col quale ipoteticamente si era presentato, e che per mancanza di definizione lasciava confuso sullo sfondo, e dirigersi verso il bancone, dove lo avrebbe trovato attentissimo alla volontà dei clienti. E forse riconoscendolo, o forse no, il custode avrebbe fatto la sua ordinazione e solo allora, ignorando l’imperfetta simmetria della domanda avrebbe potuto rispondergli: “Ma adesso che lei mi ha chiesto una birra piccola posso finalmente chiederle, per cortesia, come si chiama?”

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