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Archive for the ‘microscopiche apparizioni’ Category

E c’erano persone che senza sforzo continuavano con la loro presenza a disegnare lo sfondo della sua vita in quel quartiere, ormai cinque anni densi e lunghi proprio come un lustro. Mentre altri si erano inopinatamente avvicinati al centro della scena sotto forma di coinquilini sbagliati o amanti occasionali, invero pochissime, per poi essere catapultati all’indietro in un oblio di ritorno, spesso con sollievo, in pochi casi con rimpianto, c’era gente che continuava a ronzargli intorno a distanze irrisorie solo e soltanto perché uno sfaccettato catalogo di circostanze li aveva portati a vivere due case più in là, a lungo o breve termine. Le vecchiette, ovviamente le meno mattiniere, che al super gli chiedevano di prendergli il riso o i biscotti insapore dallo scaffale alto, con loro si erano sviluppati rudimenti di dialogo che gli alleggerivano il resto della giornata, e gli piaceva trasformarsi, appena varcata la soglia della Coop, in nipote istantaneo di una legione di garbate ottuagenarie. Dei vicini di pianerottolo aveva appreso nome e cognome per via del campanello, ma aveva limitato al minimo le conversazioni, cordiali saluti, che tempo fa, cordiali saluti, fin dalla prima settimana, notando che il capofamiglia rincasava invariabilmente con una copia de “Il Giornale” sottobraccio, quasi si trattasse di un accessorio del cappotto. Non a caso i dialoghi con costui si erano espansi come una macchia d’olio sotto una macchina vecchia solo in occasione di un paio di cene tra amici, da lui giudicate troppo rumorose. Era un fissato, e risultava evidente che uno scambio di vedute troppo prolungato era destinato inevitabilmente a concludersi in presenza dei carabinieri. Una vicina della porta accanto, stereotipo vivente, era carina da matti, ma aveva scoperto, anche in quel caso immediatamente, che non era cosa perché era una falsa giovane, venticinquenne alla vista, trentottenne all’anagrafe, e oltretutto piena di prole, tre marmocchi adorabili, incolpevoli di avere la mamma bona, che lui intratteneva sulla porta con gag improvvisate che li facevano molto ridere. In quella casa era sopravvissuto alla fine della triennale, alla specialistica, e provava ora a sopravvivere alla vita rovesciata del barista: eppure non aveva mai parlato con il custode del parcheggio notturno a una decina di civici di distanza. Non era l’unica figura del vicinato a essere passata sotto silenzio, ma dalla sua aveva la benedizione della notte, che li affratellava quando tornava esausto da quel pub di merda mentre il resto dell’umanità giaceva supina e senza sogni, in paziente attesa travestita da sonno dei loro lavori diurni. Poteva avere sessant’anni, i capelli ricci già imbiancati, qualche chilo in eccesso,  gli occhiali di chi altrimenti non vedrebbe nulla e l’aria di  essere ormai perfettamente ambientato agli antipodi del giorno. Probabilmente quel lavoro se lo portava dietro da tanto e ci sarebbe arrivato alla pensione, con infinita pazienza. Visto che al suo ritorno i coinquilini dormivano pesantemente o erano altrove, impegnati a fare mattina in modi più piacevoli, era lui l’unico barlume di presenza umana in quelle notti ingrate, l’unica persona che   riusciva a incrociare dopo la chiusura. Però non avevano parlato mai. Il custode restava lì a presidiare la sua cabina, non lo aveva mai visto fuori postazione, il volto illuminato dalla luce livida di un televisorino che lo aiutava a smaltire le ore, mentre lui era un passante, un passante ricorrente che a orario fisso transitava svuotato di fronte al parcheggio, ma pur sempre un passante, e nessuno dei due si era mai assunto la responsabilità di infrangere con una o più parole quella minima distanza che li separava. Era tutta condensata in pochi gesti, una mano appena sollevata in un saluto, un cenno del capo, negli ultimi tempi anche un tenue sorriso, la loro scarna comunicazione quotidiana. A inaugurare la consuetudine era stato il custode che, nella calma piatta della notte, l’aveva presto identificato come membro del vicinato. E lui, che normalmente si manteneva sveglio solo grazie al malumore che quel lavoraccio gli trasmetteva di default, apprezzava molto quella piccola cortesia, che non poteva da sola raddrizzargli la notte, ma che spiccava come un gabbiano di carta igienica a volo radente su un mare di merda. Il “bacio della buonanotte”, come fu ribattezzato da un coinquilino di quelli storti quando in un momento di inspiegabile confidenza gli raccontò la storia, effettivamente divenne per lui una sorta di lasciapassare per il sonno, un segnale convenuto di fine delle ostilità, e quell’infelice scelta di termini, anche se dettata da una volontà di scherno, era in ultima analisi azzeccata. Ciò non impedì comunque che il coinquilino venisse silurato quasi subito e all’unanimità per la reiterata tendenza a non tirare mai lo sciacquone del cesso. E quando passando davanti al garage non  trovava il guardiano, che doveva presumibilmente usufruire di giorni di ferie e permessi come tutti, il saluto gli restava impigliato nella mano sospesa a mezz’aria e appariva seduta stante un sottilissimo senso di delusione che lo accompagnava fino alla porta. Lo avrebbe invece sorpreso incontrarlo dove non se lo aspettava, cioè ovunque, sull’autobus, al supermercato, in posta, o a passeggio con la moglie in caso fosse sposato. Soprattutto, in un altro quartiere e in posizione eretta, visto che lo aveva sempre visto unicamente seduto. E ricordava come a sei anni lo sconcertasse incontrare la maestra in bicicletta per il paese, dando pacati segni di vita normale al di fuori dell’edificio scolastico. E presto si trovò a constatare che di quella persona che senza muovere un passo lo accompagnava  quasi quotidianamente al termine della notte,  evidentemente non conosceva il nome, e che i loro dialoghi muti e stenografici non gli avrebbero permesso di colmare quella lacuna, che il silenzio dirà pure un sacco di cose, ma le generalità non le declina. Chiedere è lecito, rispondere è cortesia, quanta verità, eppure non era mai riuscito a tradurre in pratica il limpido precetto. E quando se ne chiedeva il perché, era sempre perché no, e la cosa moriva lì. Troppo imbarazzante, per motivi al momento non specificabili, collidere senza annunciarsi contro la cabina per dare il via a una conversazione che non aveva mai avuto parole per cominciare. I suoi passi, nel loro insistito sovrapporsi, avevano delineato una specie di binario ineluttabile dal quale non riusciva a deviare. E percorrendolo una notte via l’altra, gli apparve chiaro che probabilmente l’unica possibilità era capovolgere la situazione, che fosse il custode a passargli vicino quando lui era al lavoro, in altre parole che in una sera libera, quel signore canuto decidesse di farsi una birretta nel pub dove lavorava lui, cosa improbabile considerando l’abituale clientela di universitari con accentuata quota Erasmus. Ma nel pensiero si forgiano cazzate ben peggiori. E dunque, uscito dalla sua nicchia teleilluminata, mostrandosi tridimensionale ai suoi occhi, doveva semplicemente sganciarsi dal gruppo di amici col quale ipoteticamente si era presentato, e che per mancanza di definizione lasciava confuso sullo sfondo, e dirigersi verso il bancone, dove lo avrebbe trovato attentissimo alla volontà dei clienti. E forse riconoscendolo, o forse no, il custode avrebbe fatto la sua ordinazione e solo allora, ignorando l’imperfetta simmetria della domanda avrebbe potuto rispondergli: “Ma adesso che lei mi ha chiesto una birra piccola posso finalmente chiederle, per cortesia, come si chiama?”

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Succede che le cose si fanno irreperibili quando ha fretta di uscire, e la casa diventa leggermente ostile perché resta inerte senza sputare il maltolto. Ma come potrebbe fare diversamente? E’ mentre cerca, a colpi di sguardi improvvisi, a forza di oggetti spostati con irruenza inutile, che matura il ritardo che lo porterà a destinazione col fiato corto, le palle storte, una scusa stiracchiata. I movimenti si fanno scatti, e alla risposta che non arriva

“Eccolo qui!”

si sostituiscono imprecazioni, bestemmie nei giorni di luna crescente, e la lacerante constatazione che:

“È tardissimo.”

Poi, a piacere: “A quest’ora dovrei già essere a metà strada”; “Non arriverò mai in tempo”; “Ci mancava solo questa”.

L’urgenza, sembrerebbe, lo rende oggettivo fino all’iperrealismo. E al tempo stesso, non gli permette di abbandonare la ridicola pretesa che gli oggetti escano da soli allo scoperto. È una contraddizione stridente.

Ma non è tutto: le cose spariscono comunque, anche nei pomeriggi di quiete, nelle domeniche stiracchiate, col calcio in streaming che balena dal computer, il pigiama saldamente addosso, i movimenti di formica in corpo di uomo. È curioso osservarlo così prossimo al letargo quando dal lunedì al venerdì quasi lo vedi rimbalzare da una parete all’altra. E lo mortifica ugualmente, coi suoi infiniti giri a vuoto, la sensazione di tempo perso in giorno neutro, dieci minuti scavati dentro ore di sacra inerzia, per recuperare una cosa acquisita.

Gli occhiali da lettura, le forbicine per le unghie, una bolletta della luce che brilla per esosità: visto che le cose si perdono sia nella calma che nella fretta, le varianti sono sostanzialmente infinite. Esiste tuttavia una parziale eccezione, da quando è stata inventata: il cellulare. Perdere il cellulare tra mura amiche è un sottile privilegio. Perderlo fuori casa, a quanto ne ho capito, può avere due nomi diversi: furto o coglionaggine. O perlomeno, queste erano le parole che ha usato quando è successo a qualche suo amico. È un avvenimento frequente. Ma in casa, in casa è facile. Non perde nemmeno le staffe, si dirige calmo e a larghi passi verso il telefono fisso, che ormai giace lì abbandonato come suo nonno negli ultimi lunghi mesi,

e chiama il suo numero.

A domanda, risposta, a stimolo, reazione: il cellulare comincia a squillare e lui resta un momento a fiutare l’aria per saggiare la consistenza del Nokia tune, la sua intensità, il timbro, e capire quindi dove cazzo è. Anche in questo caso, le possibilità non scarseggiano: sopra la mensola del bagno, in cucina, mimetizzato nell’anarchia delle stoviglie fuori posto,  nella tasca di un pantalone che aspetta il suo turno nella cesta della biancheria: questo è un luogo nel luogo, e per fortuna se ne è sempre accorto prima della lavatrice, sennò non ti racconto le crepe nell’aria che sarebbero scaturite da ingiurie contundenti. O sì, posso anche raccontarle: come quelle di prima, ma più feroci nel tono, più fantasiose nell’assortimento. Ma tutto è bene quel che finisce bene.

Il problema che ho osservato ogni volta che uno di noi non è momentaneamente raggiungibile nell’improvvisa profondità delle stanze, è che questa prassi del cellulare è dilagata a dismisura fino a contagiare tutti gli altri oggetti a cui non si potrebbe applicare. L’ho visto un sacco di volte lanciato verso il telefono come uno stupido, determinato a ritrovare, mettiamo, le chiavi di casa con una chiamata risolutiva. E il lettore mp3, e un libro della biblioteca indietro con la restituzione, e una stilografica, e uno shampoo, e questo e quello, sempre verso il telefono. A onor del vero, che mi risulti, è arrivato a alzare la cornetta solo una volta, ma in tutti gli altri casi potevo riconoscere quel passo falso di troppo che tradiva il ragionamento viziato: “adesso mi chiamo e lo trovo”. Brutte bestie, i riflessi condizionati, fai il minimo gesto e loro ti azzannano subito alla gola.

Ecco quindi quello che faceva, o era incamminato a fare: cercare l’interruttore di una candela, una scorciatoia sbagliata. Chiamare tutte le cose, come un Adamo centralinista che telefona a tutte le creazioni dell’onnipotente per conoscerne la posizione nel creato: dopo avergli dato un nome è ora di dare loro, a tutte indistintamente, anche un numero.

Ma non è così facile, si vede obbligato a appiattirsi sulla tradizionale ricerca a tentoni che ha cercato di evitare imboccando, l’ho già detto, una scorciatoia sbagliata. E come una indiscutibile ammissione di colpa, a volte l’ho sentito sbuffare, ispirato da una velenosa pigrizia:

“Cazzo, col cellulare è molto più facile”.

E spesso mi è anche capitato di esserci quando ritrova l’oggetto, specialmente quando l’oggetto è lì in bella vista, sul tavolo dello studio, eclissato da un’agnosia selettiva e temporanea, e sentirlo sbottare:

“Era lì che mi guardava”.

Come se gli oggetti potessero guardarlo, come se potessero perdersi per volontà propria, cosa che invece alle persone riesce spesso e bene. Ma a ben vedere, c’è questa clemenza, questa disponibilità a concedere alle cose che spariscono un briciolo d’anima, sennò come farebbero a sparire, anche se lui è terribilmente sbadato e ha sufficienti dosi di autocritica per ammetterlo? Lo capisco, nonostante i suoi difetti non può fare tutto da solo, ha bisogno di un aiuto esterno. Eccoci qua.

E quindi, se a me e ai miei attribuisce così facilmente prerogative che non ci sono proprie, come la capacità di imboscarci nell’ambiente o osservarlo con sufficienza quando sbalordito e scazzato finalmente ci ritrova, perché non arrogarmi la facoltà, che pure mi è preclusa, di descrivere con bello stile le situazioni in cui io, portacenere di vetro abitualmente sul mobiletto all’ingresso, vicino al telefono, sono immerso? Come cosa tra le cose che capitano, è un diritto che mi spetterebbe. È la mia vita, che mi concede solo a intermittenza attraverso pallide licenze verbali. E so bene, nei meandri di questo ragionamento che forse non mi appartiene, che questa capacità potrei averla solo se lui me la attribuisse. Evidentemente, deve averci pensato, qualche volta, altrimenti non sarei qui a descriverlo da osservatore poco clemente. Non lo so, non posso saperlo. Ma in questi momenti penso, per poi dimenticarlo categoricamente, come cosa inanimata, che vorrei che ci perdesse più spesso per riuscire a sentire, improvvisamente intorno a me, il peso inusuale di una piccola porzione di realtà. Forse a tempo pieno non mi piacerebbe affatto, ma così, così, andrebbe benissimo.

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Proprio stamattina, che ho in testa un nido di passeri squassato dalla tempesta, la porta della sua stanza sembra non volersi aprire. Suppongo si tratti dell’energumeno che ho incrociato mentre andavo a pisciare e che mi ha fatto temere per l’incolumità della sua figura esile e minuta. Sono cose che capitano e sono pure contento per lei, ma mi sto annoiando.

Normalmente la trovo in cucina, di spalle al mondo, mentre contempla con dedizione l’ebollizione del latte o del caffè. Con lo scorrere delle mattinate, indirizzate sempre più fredde verso un inverno di neve, ha perfezionato una maniera di salutarmi sufficientemente espressiva da instaurare una comunicazione senza però interrompere lo studio scientifico della colazione in divenire. Io, da parte mia, ho imparato a non interferire col suo quotidiano esperimento, e restituisco il saluto in un soffio, mentre prelevo i biscotti dalla credenza. Ormai so che in cucina le vedrò soltanto la nuca. I nostri sguardi si incrociano solo a tavola. È lì che cominciamo a parlare, visto che ci siamo già salutati.

Intorno a noi, a colazione, si è creato un ecosistema di perfetta solitudine. Gli orari degli altri, tra chi esce all’alba e chi dorme della grossa perché ha fatto la notte, regalano all’appartamento una calma placida della quale siamo gli unici testimoni. Non dobbiamo neppure litigare per la doccia perché lei entra al lavoro mezz’ora dopo. Si sveglia prima perché le piace farsi la rassegna stampa su internet prima di uscire. Io, fossi in lei, cazzo, dormirei. Mi lascerei da solo. Invece lei, alla fine, mi fa compagnia quasi tutte le mattine da qualche mese. E quando esco dalla doccia mi regala anche qualche notizia fresca.

E allora, parliamo. Lei estrae argomenti. Può essere per esempio la seconda stagione di una serie che non ho neanche sentito nominare e di cui all’improvviso mi trovo a apprendere convulse porzioni di trama in medias res. Se solo potessi ricordare le sue concitate indicazioni, sicuramente ci farei bella figura coi miei amici leggermente nerd. A inizio mese, normalmente, parliamo soprattutto dei fondi neri che sotto forma di affitto stanziamo al signor Stefani, che li usa per finanziare estemporanei, meravigliosi, finesettimana nelle più belle città europee, comprando con poco preavviso biglietti aerei dalle solite due o tre compagnie a basso costo. Per ragioni che siamo riusciti a ricondurre unicamente a una mescola grezza di arroganza e sottile sadismo, ‘sto stronzo ci manda pure le cartoline. A noi, i suoi affittuari. E scrive soltanto “Saluti”. L’odio per il nostro aguzzino è un tema elettrizzante, ma dobbiamo osservare moderazione, sennò ci va il sangue in fiele. E’ importante non uscire di casa incazzati, tanto fuori troverai sempre moltiplicatori d’ira ad ogni angolo di strada. Gli ingorghi, per esempio. Questo dice lei. A volte mi chiede come va con Nostra Signora della Nevrastenia, ma è un altro argomento che la mattina sarebbe meglio evitare. Quando si ferma a dormire qui, evito scientemente di fare colazione in tre.

Una delle prime mattine, osservando i miei capelli -una collezione disarmonica di ciuffi casuali- con lo stesso piglio scientifico che riserva alla colazione, ha cominciato a raccontarmi il sogno che secondo lei avrebbe potuto determinare il casino appollaiato sulla mia testa. Perché per svegliarti così conciato, disse, minimo hai sognato la rivoluzione francese. Certo, quando portavo i capelli cortissimi queste cose non sarebbero potute succedere comunque. Così, ho gradualmente scoperto in lei il talento, vividissimo, dell’affabulazione. Lei si rifugia nella deformazione professionale, assicurandomi che scrivere contenuti per siti internet è la prima linea della scrittura coatta, specie quel biennio abbondante in cui lo stipendio le derivava dalle fiorite e trepidanti descrizioni di agriturismi per una pagina di turismo rurale. I sogni, mi ha detto una volta, sono argilla nelle nostre mani. E dopo tutto il letame degli agriturismi…

E poi, il caso vuole che a pochi civici da casa ci sia una parrucchiera per signora. Stella, dal nome della titolare. Ci passo sempre davanti, mentre vado alla fermata, quando facciamo rifornimento dal pachistano, sempre. Potrei evitarla soltanto paracadutandomi dall’alto. Ogni volta che mi sveglio spettinato, lei ripete che dovrei offrirmi come volontario, per il beneficio della tricologia e della balistica, finanche. Io le faccio presente con gentilezza che la signora Stella non tosa i maschietti, e lei mi risponde che sotto il profilo scientifico si tratta di un dettaglio irrilevante, che mica devo farmi la permanente. Una notte, tornando da un concerto, lei si ferma a guardare l’insegna e mi dice, Oh, ma se le proponessimo di cambiare nome? Tipo “Le acconciature dei tuoi sogni”? Poi le mandiamo una foto tua alle otto di mattina…

Ovviamente molte notti, la maggior parte, trascorrono senza storia, ma quando i miei capelli ci lanciano il giusto segnale, lei mi racconta quello che avrei potuto sognare. A volte si affida alle mie ricostruzioni, immediatamente sfumate e lacunose, ma nella maggior parte dei casi inventa di sana pianta, setacciando con gli occhi la stanza che ci accoglie, risaputa, alla ricerca di dettagli manipolabili. Io, mio malgrado, in prossimità del risveglio, rimuovo tutto molto in fretta. Curiosamente, i suoi racconti improvvisati, tendono a sparire dalla mia memoria cosciente con la stessa velocità dei sogni, o presunti tali, che mi hanno spettinato, come se il coprifuoco onirico non fosse ancora terminato. Quando scendo in strada, le sue parole sono già incamminate verso la rimozione, ma proprio come accade per certi sogni, ne resta per tutto il giorno un’impronta flebile, una specie di direzione che potrei seguire a occhi chiusi. Un’atmosfera respirabile, direi, e ho sempre l’impressione di guadagnarci nel cambio. Questo talento per l’oblio mattutino, che mi ha fatto irrazionalmente desiderare che ogni delusione e dolore futuri si posizionino spontaneamente tra le 7.30 e le 9.00 AM, mi è valso anche un alterego, il famoso mnemonista russo Peshirossov, accento sulla I. Sulle prime, la battuta, non l’avevo manco capita, e sono stato a guardarla con tangibile perplessità per quei dieci secondi buoni. Lei mi ha sorriso e ha detto solo, Dai, il contrario degli elefanti. Strana logica.

Colazione finita. Porta ancora chiusa. Potrei scattarmi una foto col cellulare, per tramandare i capelli alla posterità e mostrarglieli stasera, ma sarebbe pedante. Potrei scattarmi una foto e portarla alla parrucchiera Stella, che tanto ci passerei comunque. Ma credo che non farò un tubo. Qualunque cosa faccia, probabilmente stasera me ne sarei scordato o ne conserverei soltanto un vago sentore. Tanto vale non sbilanciarsi e uscire con calma dalla zona risveglio. Speriamo che oggi al lavoro sia una giornata tosta, dai.

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Nell’assenza quasi totale di sonno degli ultimi due giorni, il corpo ha perso il ritmo e forse no, forse sono tre. Il giorno e la notte non li sa più. Se guarda fuori, la luce e il buio sono dati oggettivi aneddotici che gli suggeriscono con buona approssimazione cosa starà facendo, dormendo, lavorando, la maggioranza, ma non gli forniscono nessuna indicazione troppo significativa su cosa dovrebbe fare lui. Quindi fa un po’ qualsiasi cosa o non fa nulla, e la differenza è minima, quella pure aneddotica. Becca qualcuno in casa: è un coinquilino, ma la sagoma è sfuocata e pulsa leggermente come una stella cadente in agosto, appena prima di buttarsi lungo il cielo. Fuori c’è luce: è giorno, lui gli spiega cosa succede e l’altro si stringe nelle spalle. Forse vuol dire che accetta, che almeno un po’ capisce, ma oltre un certo punto, si direbbe, si rifiuta di andare: potrebbe essere perché lui invece ha cose da fare, pronto per uscire come sembra. Vorrebbe fuggire, potrebbe essere a fine colazione, quella è una fetta biscottata smangiucchiata, prima che la sua disoccupazione lo contagi. Scappa l’autobus. Scappa. Vai. E’ rimasto di nuovo in casa da solo, probabilmente. Guarda il muro, di un bianco accecante perché ha gli occhi appannati. La pancia gli dice che potrebbe avere fame, ma ha perso il filo, si stringe, si avvita in una nausea. Cerca di ricordare se ha voglia di mangiare, ma nello sforzo, incongruo, gli spunta un ricordo fuori tema, come un’ernia, un altro, un altro ancora, altri sei, ora tutti senza sforzo, una donna, un’altra donna, il muro continua a accecarlo. Siamo andati al mare, poi mi ha lasciato, andavamo al mare e mi comprava il gelato, l’anno delle vacanze di quinta, andavamo in spiaggia a sbagliare l’approccio con tedesche che ignorandoci ci compativano perfettamente. Il recinto è aperto, scappano le vacche, ma il loro numero è infinito, i confini dei loro corpi labili, sono macchie continue, forse soltanto le loro ombre e quanti minuti sono passati mentre le cose si richiamavano l’una con  l’altra non saprebbe, nota invece di sapere perfettamente quanti anni si sono sostituiti a partire da ogni singola scintilla nella memoria. Pensa una cazzata, ha il pregio di farlo ridere: il rumore della risata lo stordisce, mentre non pensa più ad altro. È un disco che si incanta, un ingrandimento, sconvolto si immerge nel dettaglio che subito dopo dimenticherà, e in tutto questo saranno passati anche venti secondi. E in un eclissi del contesto, per questi presunti venti secondi, dimentica da quanto non dorme bene, la stanchezza che lo schiaccia curvandogli le spalle. Poi, come volevasi dimostrare, smarrisce improvvisamente le ragioni di quell’ilarità sproporzionata, si fa serio ritrovandosi nel silenzio e come una slavina avverte di nuovo quel peso, tutto intero. Resta tramortito per un po’, vai a sapere quanto, poi una deviazione, uno scarto, un’osservazione più puntigliosa del bianco immoto del muro lo riporta a casa, in prigione, senza passare dal via. Per cambiare aria fugge lentissimo in cucina, evitando per timore reverenziale lo specchio del corridoio. Lasciar perdere, e rendersi conto che lo sta facendo troppo bene, capillarmente. Dice qualunque cosa al lavello e ai due piatti, al coltello, che giacciono lì dentro in abbandono: tutto e niente. Insieme, eh? In uno squarcio di ragionevolezza, che intuisce casuale come quasi ogni ragionamento da quando versa in quello stato, cerca di capire o ricordare, o un’attività ibrida, in che momento, per che ragioni, questo è un ripasso, tutto innervato di una sottilissima commiserazione, è andato a farsi benedire il sonno. Nei giorni, due o tre che non ricorda, ha dormito alcune poche ore, casuali, ma è stato come cadere in un buco, e i sogni, laboriosi, hanno lasciato una traccia di fatica che gli ha permesso, da sveglio, di ritrovare immediatamente la stanchezza. Oltre il fondo che aveva già cominciato a scavare, puntualmente alcuni centimetri più in basso. La disoccupazione è una causa epidermica valida, pensa con penosa fatica, ma non troppo incisiva: il sonno è dei giusti e lui, non sapendo mai come sentirsi, ma comunque spesso abbastanza scomodo, dormiva male già da ragazzino. Sarebbe invece  consolatorio poter pensare che è solo la paura oggettiva di ritrovarsi, troppo presto, senza sapere dove sbattere la testa. Improvvisamente la constatazione che, ridotto così, qualunque cosa da fare, qualunque incombenza, anche fattibile, è un ostacolo, ancor più se urgente. Ha un colloquio, oggi, stando al calendario. Potrebbe essere un punto fermo, più tardi, per riconciliarsi con i giorni, riprendere a frazionarli, a riconoscerli, vediamo cosa si può fare, ma poi no, non è niente, torna a casa e il colloquio ha fatto schifo, nonostante la sua aderenza al ruolo di candidato, ai protocolli dell’intervista e soprattutto all’ora del giorno, fosse ragionevole: ma era tutto simulato. L’orologio, freddo e fedele, fa il punto della situazione, in tutto ciò sono passate circa tre ore, ma non c’è direzione verso la quale il tempo cammini. Ricorda di avere avuto  la nausea ore prima, si acuisce fino alla soglia del vomito: Le ore si sono accartocciate di nuovo. Non gli dispiacerebbe poter peggiorare ulteriormente la sua situazione, per pura coerenza. Qualcuno ha dei sonniferi? È ancora da solo in casa. Era una domanda retorica. Accende la tele, per la compagnia che un dialogo tra sordi può offrire in simili circostanze. Un canale sportivo gli offre la caduta rovinosa di un ciclista su pista. Per analogia nel disastro, ricorda la scena di un film, che è probabilmente media aritmetica di una decina di scene simili, nulla è nuovo sotto il sole, sicuramente un western per l’asprezza dei dettagli scenografici e forse anche per i cappelli e i cavalli, in cui un cattivo di mezza tacca è disarcionato dalla sua bestia, imbizzarrita dal rumore sferzante di proiettili insistiti, ma rimane col piede fatalmente impigliato nella staffa. E mentre l’equino fugge scomposto verso un silenzio dove potere calmarsi, lo sgherro, agganciato suo malgrado alla corsa, rimbalza sempre più disfatto, slabbrato, sul sentiero di polvere, che si innalza accecante. Non ricorda, non riesce, se a un certo punto si staccava. Ma era già morto. Spegne la televisione su un fotogramma dei soccorsi al ciclista. Torna in camera. Si butta sul letto. Spegne tutto. Aspetta.

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Mi sono fritto tre patate o mi sono fatto un aglio e olio, poi mi chiama qualcuno per una birra improvvisata, normalmente Frank, con il quale c’è consuetudine millenaria, e mi scopro d’improvviso ad annusarmi i vestiti, il fiato, nell’irragionevole terrore di essere impresentabile per uno straordinario incontro fortuito. Se mi chiamano con sufficiente preavviso, evito superstiziosamente perfino la cipolla, cruda o cotta. E tornano alla mente per contrasto le pizze al gorgonzola, le marinare, mangiate prima di molti baci, con quella pacata sicurezza che ti dà la vita di coppia, come un feudo acquisito. Ma nel cammino di ritorno verso il segreto dominio dell’amore, senza neppure un sentiero in vista, mi metto a calcolare variabili imprevedibili, mi rovino con le mie mani: invento dal nulla esigenze di decoro formale che normalmente non mi appartengono. Poi una televisione sintonizzata su Sky trasforma il pub pseudofigo in un bar sport e non cerco più segrete promesse negli occhi di nessuno, perché vedo solo occhi di tifoso tracimanti smania e quelli di ragazza, beh, al massimo è la loro ragazza. O in assenza di pretesti esterni ci lanciamo in discussioni talmente animate da dimenticare pure le sedie su cui siamo seduti. Poi torno a casa, uscendo dai massimi sistemi, e improvvisamente ricordo la sottile aspettativa che mi percorreva prima di uscire di casa: sarà per un’altra volta. La statistica, che senza pretese di completezza mi trovo a ripassare mentalmente prima di quasi ogni uscita, mi suggerisce di darmi una calmata, visto che il pericolo è davvero minimo. Gli amici, accoppiati con la mano a stringere quella dell’amata, o solidali perché invischiati nelle stesse menate, assicurano che le cose succedono quando meno te lo aspetti. Già. Mio fratello mi dice che se da un paio di mesi vivo in questa allerta è che forse sto cominciando a smaltire la relazione con Barbara, e che per il momento mi devo accontentare di questo timido slancio perché cinque anni son cinque anni, la verità in questi casi sta tutta, pesantissima, nella ripetizione, e poi mi tira fuori una similitudine non perfettamente calibrata col suo infortunio al menisco di quando giocava in interregionale. Avesse un matrimonio fallito alle spalle potrei almeno annuire meccanicamente mentre lo guardo scomporsi all’improvviso sullo schermo di Skype, ma un mese fa mi ha annunciato che sarò zio di nuovo, ed è straordinario, perché non mi sforzo nemmeno ed è già la terza volta che ci riesco. Poi, mentre parliamo delle mie lune storte, irrompono i primi due con le novità della loro vita agli esordi e mi raccontano la scuolina, i cartoni della giornata o i gattini appena nati della vicina, che con i loro occhietti chiusi non li possono vedere mentre loro li guardano pieni di meraviglia. In quel momento, la modesta difesa psicologica che mi deriva dall’essere il fratello minore, e che ho mantenuto senza troppe giustificazioni anche in età adulta, si fa evanescente e il tempo intorno a me diventa, improvvisamente, urgentissimo. Richiamato dalle mie esigenze alle mie responsabilità, mi assento in modo forse troppo visibile dalla chiamata e di solito, dopo qualche minuto, se non mi estrae lui un nuovo argomento abbastanza strepitoso, gli dico con tutta sincerità che si sta facendo tardi. Gli lascio intendere che parlo di andare a mettermi il pigiama, ma penso all’autunno. E questo scoraggiamento, fuori misura, è forse il contrappeso alle proiezioni che vengono da sole a ipotizzare un futuro laddove ancora non c’è un tubo, per rifarsi lentamente un’idea di cose perdute. Ha ragione mio fratello. Ma il tempo trascorre al suo ritmo, che spesso non è il nostro, e che probabilmente sapremo come seguire soltanto quando ne saremo completamente fuori.

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E dunque, l’altro giorno, ho avuto la nettissima impressione di avere trovato la tabaccheria che cercano tutti quelli che escono un momento a comprare le sigarette per non tornare mai più. Ed io, umanamente, li capisco: fumare di nascosto dà più soddisfazione. Era apparsa d’improvviso, come un’associazione di idee imprevista, ed ovviamente non avevo a portata di mano elementi che potessero suffragare l’esattezza della mia folgorante intuizione. Anzi, di primo acchito, il suo aspetto anonimo lasciava all’immaginazione margini di manovra risibili: la consueta T blu, segnale stradale declassato, ad allertare senza strepiti i viandanti; visibile alla distanza, lo sgargiante assortimento di caramelle e gomme per recuperare l’alito ; gli accendini da poco disposti in buon ordine a anch’essi molto colorati; e, su tutto, la sensazione che il negozio, dell’estensione complessiva di un ripostiglio, si fosse ricavato il suo posticino tra la farmacia e l’orefice quasi intrufolandosi in uno spiraglio che l’uno e l’altro stabilimento avevano lasciato inspiegabilmente vacante. Tutto in regola, eppure… Scorgevo già, o così mi sembrava, sigarette di marca  ignota, che immaginavo importate nottetempo da porti remoti, il cui nome avrei potuto articolare solo a costo di sforzi considerevoli. Una vertigine sottile mi percorreva tutto. Ma non riuscivo a prendere coraggio, e capivo che la mia esitazione non era giustificabile: non avevo davanti a me la vetrina smisurata di una concessionaria di lusso col suo abbagliante parco vetture. Non c’era niente lì dentro che gli altri passanti potessero considerare meritevole di una sosta devota, e avevo l’impressione non adeguatamente spiegabile che per loro, anche per il nutrito sottoinsieme dei passanti fumatori, quelle sigarette affascinanti non rivestissero il benché minimo interesse. Davo così le spalle alla tabaccheria e alle sue appena intraviste meraviglie, cercando sull’altro lato della strada motivi per giustificare il mio indugio: ma c’erano solo quattro macchine parcheggiate come una brutta natura morta e neanche uno straccio di ragione per fingere di essere il proprietario di una delle quattro. Se proprio avessi dovuto cambiare il disco orario, avrei attraversato la strada e basta: e invece sembravo sul ciglio di un fosso, riluttante a prendere lo slancio per saltare. Decisi allora di entrare col modesto proposito di comprare un pacchetto di Marlboro per poi cambiare idea e dirottarmi senza troppe spiegazioni su una delle marche meno note. Appena sulla soglia, puntuale, il ricordo di quando, sedicenne, andavo a comprare le riviste vietate sperando che l’edicolante si lasciasse ingannare: e immediatamente i troppi Diabolik letti senza interesse in quegli appiccicosi pomeriggi d’estate per un ultimo fatale tentennamento… Quando un paio di minuti dopo mi sono ritrovato fuori dalla tabaccheria con una ricarica telefonica da venti euro e il cuore in gola, ho percepito che forse tutti gli anni trascorsi da allora, per un totale di ventisette, non erano serviti a niente. Mi sono ricomposto, allontanato di dieci o venti passi e ho chiamato Teresa. Le ho detto, nonostante le mie incertezze, di non aspettarmi a cena, di lasciare le cotolette in frigo e di mettere a letto Susanna, che qua ce n’era ancora per molto. Ho chiuso la chiamata con un paio di frasi di circostanza ancora troppo sincere e sono tornato penosamente sui miei passi, in un diluvio di idee contrastanti, non ultima una velleità ridicola di smettere di fumare di punto in bianco, considerando con amarazza che, alla fin fine, le vetrine delle tabaccherie sono una terra di nessuno dove non si sa mai che cosa mettere.

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(this one, somehow, goes out to Natalia and all the people I met in Poland. I wish I could translate it all)

Ciao.

Stavo pensando, giusto prima di iniziare a scriverti, che puo anche darsi che questa mail tu non la legga nemmeno. No, no, non sto pensando al cestino, un immotivata fiducia mi porta a credere che, almeno per curiosita, finirai per dare un occhiata a queste quattro parole impreviste. Il problema e un altro: chi mi garantisce che in tutto questo tempo tu non abbia cambiato indirizzo? E se il messaggio mi torna al mittente senza colpo ferire? Vabbe, io provo comunque a tirare il sasso: prometto da subito di non tirare indietro la mano.

Senti, vado al sodo: ti scrivo dopo tutto questo tempo perche ogni tanto vengono a farmi visita i fantasmi.  Metaforicamente parlando, si intende, credo di non essermi ancora rincoglionito del tutto. Per tutta una serie di motivi e coincidenze che non ho la minima intenzione di spiegarti senza prima aver ricevuto una tua risposta, me ne sono andato dall italia. Da pochino, eh? Chissa se qualcuno ti ha raccontato, magari ti e giunta voce, cosi, di rimbalzo, magari io sono qui a scriverti e senza saperlo mi e gia andato a puttane l effetto sorpresa 🙂 Ma facciamo finta di no. Allora, io faro un po il misterioso, ti diro che sono in un paese relativamente lontano, dove non conosco ancora nessuno e dove non capisco un cazzo, o meglio, dove non conosco nessuno anche perche non capisco un cazzo (e inglese ne masticano pochino). Soltanto scrivere con sta tastiera misteriosa, oracolare, con gli accenti nascosti chissa dove, e una mezza impresa (si, poi per uno come me, che anche i messaggini del cellulare li scrive a piena punteggiatura… lasciamo perdere, vah, speriamo che mi aggiustino in fretta il portatile).

E allora, siccome sono qua, da solo,  (ancora) esiliato nell incomunicabilita nonostante i corsi di lingua gratuiti, vengono a trovarmi i fantasmi (mi rendo conto di aver perso un po il filo, scusa). Pur di ritrovare qualcosa di familiare intorno a me, vedo e sento cose che, lo so benissimo, non ci sono. Che poi credo succeda cosi a tutti quelli che di punto in bianco si trovano in un ecosistema estraneo. Tipo, l altro giorno ero in una botteguccia di alimentari, cercavo di decifrare un ortaggio tanto verde quanto misterioso quando all improvviso e apparsa Marcella in fila alla cassa con appena una retina di cipolle. Ovviamente non era lei, fino a prova contraria so dove abita, ma come ti dicevo, il mio cervello non si e ancora riavuto dallo spaesamento massiccio a cui l ho sottoposto e cerca di raccapezzarsi come puo, seminando, per quel che puo servire, dettagli risaputi in questo infinito mare di ignoto. Domenica, anche: stavo tornando in treno da una specie di gita fuori porta che ero andato a fare per i cazzi miei, e mentre scendo dal treno, in tutto il casino di gente che c-e a quell ora della sera, sento la voce dell annunciatrice che dice, al di sopra di ogni sospetto, “Casalecchio, stazione di Casalecchio”. Credo si commenti da solo. E d accordo che a Casalecchio ci sono andato per tanti anni, ma da quando io e Claudia ci siamo lasciati, non ci ho più rimesso piede, mi e ragionevolmente mancato un motivo forte per spararmi a cuor leggero tutti quei chilometri…

E niente, ti volevo solo dire che in tutto questo viavai immateriale di cose e persone, forse, forse, mi sono ricordato anche di te, di quel famoso viaggio in Irlanda e della tua scrupolosa opera di classificazione delle innumerevoli birre locali 🙂 Allora ho cercato di ricostruire perche non ci parliamo da anni, e mi e sembrato un lavoro da archeologi, mentre invece ricordo perfettamente l irlanda o, per dirne una, tutte le sere passate a sudare in sala prove 🙂 Non so, forse la distanza, nello spazio piu ancora che nel tempo, ha azzerato tutti i conti in sospeso che credevo di avere ancora. Forse adesso che sono qua, mantenere un contegno offeso mi sembra perfettamente inutile. E per questo che ho fatto il tentativo: nel caso tu non mi risponda, io non ho niente da perderci, non ci saranno tragici contraccolpi per il mio orgoglio ferito, perche tutto quello che e successo per me, ormai, e materiale d archivio.

Allora senti, io la butto la: aspetto una tua risposta, anche sintetica, e se ti va bene, poi ti mando una cartolina con la più splendente vista della citta che riesco a trovare, cosi ti puoi fare un idea. Qualche giorno di vacanza puoi prendertelo? O pensi che sia tutto troppo improvviso? Comunque ti dico subito, qua non arrivano tutte le compagnie aeree dell universo, ma qualcosa a un prezzo piu che ragionevole si trova.

Vabbe, basta cosi, l ho tirata per le lunghe come al solito. Abbi pazienza e stammi bene

M.

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