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Archive for the ‘pesci fuor d’acqua’ Category

(Este breve texto es el resultado de una improvisación. Ya había publicado otro por el estilo hace años, y en este caso también la ocasión fue la “Poetry Slam”de Steven Fifty y Peter Fish que, tras abandonar el histórico Bar Pastís sigue en marcha en el Absenta del Raval. Estuve escribiendo durante la primera mitad del espectáculo y luego salí a leer esperando entender mi propia letra. Esta vez no llegamos a grabar nada. Como siempre pasa, lo que podéis leer a continuación es ligeramente distinto de lo que recité en el escenario, ya que no podemos bañarnos dos veces en el mismo río)

Estoy leyendo una lista de la compra.

Una lista de la compra de hace seis meses, o por lo menos eso creo, por el mero hecho de que acaba de salir de donde la olvidé (un bolsillo, obvio). Antes de tirarla a la basura, me apetecía ver qué compré en esa ocasión que ni siquiera sabría ubicar bien.

Pero conforme la voy mirando, entiendo que, pasada la situación que la ocasionó, todo lo que queda por leer está entre líneas, bien cómodo, como si estuviera en su casa, y yo no recuerdo la dirección. Allí se queda, vagamente deslumbrado por la tinta de un boli que la palmaría no mucho más tarde. Era un boli rojo.

El mensaje, finalmente, no resulta tan claro, y me entra como una suerte de mareo, porque al parecer es un talento que tengo, o bien porque esos intervalos blancos definidos por palabras intrascendentes me atraen violentamente a si, como una invitación que no se puede rechazar, una oferta telefónica que te pilla desprevenido al salir de la ducha, esa operadora era una auténtica jodienda pero no conseguí decirle que no.

Muevo los ojos entre el ajo y el chocolate y la presencia (¿o presencias?) entre las líneas sigue moviéndose, ahora con la energía furiosa de alguien  que vea alejarse el último autobús al otro lado de la plaza, y lo único que consigo recordar completamente es cuánto me costó todo lo que compré, y yo, en ese todo tan frustrante sólo me quiero cagar.

No hay manera. Al parecer lo que está allí entre líneas es un límite temporalmente infranqueable, y no tengo herramientas para que se me manifieste en los próximos veinte minutos al menos. Me tocará esperar fingiendo que me importa lo que haga mientras tanto, para tener por fin el poder de matar este discurso que estoy entreteniendo conmigo mismo, y con él todo otro discurso, y poder anunciarme, aliviado:

“Ya, claro, justo eso te quería decir”.

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La lotta contro l’entropia (nello specifico quella dell’internetto) è nata persa, ma col ritmo di chi non ha lettori abituali da accontentare con contenuti frequenti, anche questo blog poverello ha raggiunto i 100 post. Volevo cogliere l’occasione per straparlare un po’ con lo sguardo tra assorto e drogato di chi elucubra profondamente a voce alta e addirittura per provare a chiedere un paio di cose a chi leggerà questo di-scor-so-di-scor-so non richiesto. Stavo scrivendo “lettori occasionali” poi mi sono reso conto che moltissimi di quei pochi fanno anche il piacere di tornare da queste parti, e che di occasionale qui c’è solo la cadenza di pubblicazione dei post.

Vado per punti, come se si trattasse di estratti di un’intervista più lunga. Esprimermi per stralci presenta due indubbi vantaggi: 1) non devo preoccuparmi eccessivamente della coerenza interna del post 2) evito oculatamente di marzullizzarmi, facendomi le domande e dandomi le risposte. Anche perché Marzullo limitava la dose a un solo quesito, e non vorrei spararmi qualche viaggio brutto inscenando un’autointervista tutta intera.

Il numero cento in sé e per sé: mi sono chiesto per veramente molto tempo cos’avrei fatto in occasione del post numero 100, sospinto dall’obbligo implicito di fare lo sborone, anche quando ne mancavano la metà e quando smettevo per anni interi di postare, e volevo preparare qualcosa di profondamente speciale. Lì per lì avevo pensato a un racconto pieno di allusivi riferimenti al numero in oggetto, ambientato in provincia di Ferrara in tempo di carnevale, o comunque contenente riferimenti a quella landa: non vi dico perché, sennò smette di essere un’allusione. Quest’idea faceva però schifo, mi sembra di capire ora. Avevo in animo di chiedere a Google se avesse curiosità numerologiche da offrirmi. Poi non l’ho mai fatto, e alla fine è giusto così: cosa ci sarebbe stato di speciale nello scrivere un racconto allusivo, visto che quasi tutti i miei microparti narrativi vivono di non detto? E visto anche che alcuni cercano di essere sagacemente metanarrativi? Quindi mi sono baloccato invano con quest’idea, e alla fine niente, come certe occasioni in cui cominciavo a chiedermi con quattro mesi d’anticipo come avrei festeggiato il compleanno trovandomi al dunque così sfibrato dalle congetture da non fare letteralmente nulla. Anche perché tutto il rimuginare non teneva molto in conto fattori oggettivi come l’eventuale carenza di pecunia. Arrivato alcuni giorni fa al post novantanove mi sono consigliato di scrivere sostanzialmente le prime cose che mi venivano in mente abbassando in modo illimitato il livello delle autopretese, a ruota libera come non faccio mai; superare lo scoglio simbolico e poi ripredere con la prassi usuale del cagare parole lentissimamente. Perché alla fine, mi sembra di aver intuito, l’unica cosa che potevo veramente fare con la ricorrenza era levarmela dai coglioni e approfittarne per dire due-tre cose che nei post usuali non hanno cittadinanza.

Colori deludenti: da bambino leggevo tonnellate di fumetti, ai quali devo il merito di un alfabetizzazione di successo, anche e soprattutto funzionale. I libri sono arrivati dopo, forse tardivamente, e insomma, la mia proprietà lessicale, che tra i coetanei bagnacavallesi pareva essere merce rara, veniva in linea retta dal consumo vorace di nuvolette. Gli edicolanti del paese mi conoscevano tutti e nutrivano per me un sentimento di sincera lealtà, per via delle frequentissime iniezioni di microcredito, non sempre oculatissime, che riservavo alle loro attività. Nella fattispecie, poco prima dei dieci anni cominciai a leggere copiosamente bonelliani: penso tuttora che i fumetti Bonelli siano un elemento quintessenziale della cultura popolare italiana, quasi quanto il Festivàl di Sanremo, anche se la loro penetrazione nell’immaginario collettivo è stata indubbiamente più, vediamo…, subliminale, perché nemmeno le grandi tirature del passato potevano nulla in confronto al potere obnubilante dello schermo domestico. E poi, alla fine, moltissimi non collegano i personaggi al nome della casa editrice che li pubblica. Ma sto divagando. Per secoli, la Sergio Bonelli Editore, fiero avamposto del bianco e nero popolare, si concedeva la botta di vita del colore solo per le ricorrenze, numeri 100 e multipli. Attendevo quelle occasioni in modo febbrile, perché un bambino che passa minuti interi a leggere i titoli degli albi arretrati nell’apposito spazio è senz’altro in possesso del giusto entusiasmo per i traguardi di serie nate molto prima di lui. Ma la malinconia intrinseca dei risultati, quei colori piattissimi che sembravano tradire tutta la diffidenza di chi aveva misteriosamente avallato quegli strappi alla regola, mi facevano poi sperare in un rapido ritorno all’ordine che, tempo un mese, mi trovavo puntualmente scodellato in edicola. L’inadeguatezza complessiva di quegli albi mi lasciava stupefatto già a dodici-tredici anni, e lontanissimi erano i tempi in cui da Via Buonarroti sarebbe uscita una serie interamente a colori e per di più visivamente soddisfacenti. Tutta la menata voleva servire, oltre al piacere autoconclusivo dell’amarcord, a spiegare in qualche modo perché sia stato così lungamente ossessionato dal post numero 100 e poi alla fine non abbia combinato un cazzo. Una storia di aspettative fraintese. Poi c’è il fattore compulsività, certamente, ma non ho in programma di analizzarlo qui.

Le pause: ne ho già parlato altre volte, negli occasionali post di servizio, e non ho voglia di andare a cercare i precedenti. Il Divano Marziano è un blog che è morto d’interruzioni più d’una volta, al punto che anche quando sto scrivendo un post, nello stesso esatto momento, mi chiedo seriamente se considerarlo ancora uno spazio attivo. Anche ma non solo per questo, negli ultimi titubanti anni sono improvvisamente spariti gli interventi di attualità e si sono intensificati i raccontini, che per definizione non scadono, che sopportano meglio le mie elefantiache gestazioni (con risultati che, almeno in termini di dimensioni, sono sempre dei topolini). Scrivere per me resta una specie di battaglia di posizione col silenzio, che riesco a vincere solo per brevi e interlocutori momenti. Ma preferisco che sia così invece di lasciare per iscritto un diluvio di cazzate, meglio scrivere così di scavo che non farlo affatto. A ogni post terminato torno a percepire quello svuotamento euforico che accompagnava gli esami all’università. Anche la durata di questo effetto collaterale (sei-otto ore) è simile. I blog propriamente detti hanno ritmi vitali che qui non si sono mai nemmeno lontanamente sfiorati: per un centinaio di post, tecnicamente, sono sufficienti tre-quattro mesi, ma anche in presenza di metabolismi meno accelerati, qualsiasi lasso di tempo fino ai due anni (un post a settimana, via) è un intervallo di senso compiuto: io ci ho impiegato poco più di una legislatura e mezza, col ritmo di un post al mese. 1,041, a voler spaccare il capello. Se per i prossimi cento impiegassi anche solo sei anni ci sarebbero gli estremi per parlare di un travolgente miglioramento. Ma come scrivevo più su, non so se considerare questo spazio veramente in attività. Mi sento come quei gruppi che fanno reunion per concerti estemporanei e frequenti, senza arrivare mai alla strutturazione di un tour propriamente detto. Si finisce per suonare spesso nei paraggi, e i miei paraggi sono i raccontini.

Le microscopiche: ho la sensazione di averlo già detto (e nessuna voglia di controllare, oggi buona la prima), ma voglio ribadire che le Microscopiche apparizioni sono in assoluto la mia categoria preferita di tutto il blog. Non le avevo in programma quando ho aperto baracca, sono arrivate per conto loro circa sei mesi dopo, e mi spiaciucchiano così tanto perché nel tempo hanno assunto una fisionomia riconoscibile, sono il risultato di un insieme di regole mediamente coerenti e libere il giusto che si sono definite per i cazzi loro e che sostanzialmente funzionano anche se (o perché?) non mi sono mai preso il disturbo di formalizzarle in un canone. Semplicemente, si tratta dell’unico modo in cui riesco a far filtrare sul blog certi spunti di riflessione che emergono dall’infruttuoso esercizio quotidiano della vita senza parlare apertamente dei cazzi miei, spesso sprovvisti del necessario interesse. Aderire ai fatti non mi garantirebbe automaticamente risultati decenti, anzi. E alla fine della fiera, degli estemporanei personaggi che popolano i raccontini, continuo a sapere pochissimo anche a fine stesura, e in generale noto che hanno abitudini che non coincidono con le mie. Ammetto però di fare una fatica terrificante a decidere come si chiama questo o quello, perché loro non me lo dicono direttamente, e a volte mi sono trovato a fare ricerche nell’archivio dei post per scoprire se un certo nome di persona era già stato usato. Spero di continuare a scrivere questi testi perché mi diverte il metodo e perché alla fine si tratta dell’elemento più caratterizzante di questo spazio. A volte sogno anche di pubblicarli in separata sede, via.

La parte dell’occhio: sul perché in questo blog non ci siano le figure ho scritto pure un foglio illustrativo. È una scelta perfetta per non essere letti, lo so, e alla fine ne assumo le conseguenze, perché d’altra parte non so neanche quando scriverò effettivamente, quindi mi pare coerente cercare di respingere gli avventori casuali togliendo loro il salvagente del colpo d’occhio. No, non è elitismo, anzi, mi piacerebbe che alcuni testi raggiungessero un’improbabilissima diffusione virale, ma in qualche modo bisogna guadagnarsela. Forse è un modo di riconoscere che anche se sono otto anni che ho aperto un blog non sono mai stato un blogger neanche di striscio, non so. A volte però penso di cambiare le carte in tavola, cestinare la summenzionata spiegazione e cominciare a fare come tutti. per i dischi andrebbe benissimo, con copertine e link di Youtube a portata di clic, ma poi resta il problema che i racconti rifiutano violentemente qualsiasi tipo di àncora visiva, e finiscono per dettare legge sul resto delle categorie. E alla fine mi va bene che il Divano resti questo limbo strano, e chiamo io la gente quando ci succede qualcosa. Lungi dall’essere ideale, mi pare una soluzione onesta.

Saluto tutti quelli che non mi conoscono: il risultato di questa gestione invero pigra e umorale della cosa blog è che, sostanzialmente, lo leggono i miei amici. La pagina Facebook del Divano, che segue specularmente le fasi di morte prolungata della casa madre, ha 146 fan. Secondo Facebook, 134 sono amici miei: “amici”, ovviamente, nel senso che il social network attribuisce al termine: almeno un paio sono miei parenti, altri sono all’atto pratico conoscenti. Grazie a tutti, un giorno potremmo organizzare un ritrovo informale. Ma ecco, io però volevo ringraziare sentitamente quella dozzina di persone, dalla quale credo non mi dividano comunque più di due gradi di separazione, che a volte legge i post senza avermi mai incrociato nella vita reale, perché sono lì nonostante la mia scarsa brillantezza gestionale. Lo stesso discorso vale per 8 dei miei 13 follower su WordPress, uno dei quali si è aggiunto al gruppetto solo ieri. Ricordo che se per caso leggete e visualizzate i post e avete voglia di commentarli, io ne sarò lietissimo. Scrivo soprattutto per me stesso, ma se aborrissi davvero ogni possibile forma di feedback, anche le più sfuocate e remote, non appiccicherei i testi su questo spazio.

Progetti per il futuro, o Parole grosse: per uno che è arrivato a quindici mesi e dieci giorni consecutivi senza l’ombra di un post (10 febbraio 2010-20 maggio 2011), o al ragguardevole risultato di 2 post 2 a interrompere una narcosi che altrimenti sarebbe proseguita ininterrotta tra luglio 2013 e dicembre 2015, per uno così, dicevo, parlare di progetti per il futuro ha i connotati chiarissimi dell’autopresa per il culo, o del wishful thinking più sfrenato. Non ho la minima idea di quanto spesso mi farò rivedere da queste parti, quindi facciamo, come dicevo prima, che come sempre vi chiamo io. Però, oltre alla prosecuzione delle Microscopiche… No, va’, meglio non azzardare nulla di preciso. Direi dischi e concerti col solito criterio aleatorio, ma devo ammettere che mi piacerebbe scrivere alcuni post di carattere musicale dal respiro più generale, che rifugga dalle circostanze anguste dell’evento (pubblicazione o esibizione che sia): qualcosa sulla musica catalana, della quale in italiano si è scritto relativamente poco, qualche pezzo a tema che potrebbe sfruttare a suo vantaggio il principio internettiano dei listoni (dieci pezzi che…), però con un minimo di scrittura potabile intorno. Ho accarezzato per anni il proposito di scrivere una specie di microsaggio sul tema del servizio militare nei testi dei gruppi hardcore italiani degli anni ’80, che pare una boutanade ma non lo è: alla fine però non ho mai buttato giù neanche una lista di massima di pezzi da analizzare, e ce ne sarebbero. Avrei colto l’occasione anche per documentarmi su quel curiosissimo vocabolo, naja, che oltre a essere notevole per la rarissima I lunga intervocalica, porta in sé la carica simbolica sconfinata di una nefasta pratica sociale, quella della leva obbligatoria, ormai totalmente sconosciuta, quasi come il termine stesso, alle nuovissime, hem, leve. Ma poi non so, io sono stato riformato, e più in generale appartengo a una generazione che se l’è cavata a buon mercato con un po’ di servizio civile. Altre cose non me ne vengono in mente, perché ho sempre navigato a vista. Sui post di politica, confesso di stare attraversando una fase in cui l’introspezione va fatalmente a braccetto con la disinformazione, e anche se naturalmente cerco di nutrire idee sullo stato del mondo, mi manca quel piccolo residuo di sicurezza, di fondatezza, che mi portava a farlo qui sul blog.

Via al televoto: quindi, o voi che state leggendo, ripeto a voce alta: se avete idee, suggerimenti, commenti, saluti, sailcazzo assortiti da affidare a queste colonne, fatelo ora. Approfittate della festicciola. se così vi pare. Ma se non lo fate, vi si vorrà bene uguale, ché una community bisogna meritarsela. Comunque, ancora una volta: grazie per aver letto.

 

 

 

 

 

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Quello che leggerete più avanti, alla fine dei vari pipponi, è un remix. Non è indispensabile, ma potrebbe esservi di qualche utilità leggere o rileggere la traccia originale. Eccola:

Cercando di approdare finalmente a casa mentre il venerdì sera già si staglia minaccioso su di lui, pensa solo e soltanto al momento in cui potrà togliersi le scarpe per poi lasciarle in un angolo per conto loro a puzzare piano piano. In quella, nel viavai degli umani sul marciapiede, gli appare una ragazza carina che si ravvia i capelli osservandosi nello specchietto di un motorino parcheggiato. Senza fermarsi, si scopre ad osservarla: deduce rapidamente che il motorino non deve appartenerle perché di sicuro le manca un casco e forse, qui si rende conto di sconfinare nell’indimostrabile, perfino l’apposito patentino. Mentre si volta per non lasciarla uscire dal modesto palcoscenico del suo campo visivo, la vede ripartire in direzione opposta alla sua, nessuna variazione di rilievo nell’acconciatura, pronta a portare verso un obiettivo imperscrutabile quella bellezza, evidente, che ha appena sentito il bisogno di ispezionare. Lei si dissolve fra la gente, Il motorino immobile a mezza via, e lui, in mancanza di ulteriori distrazioni, ricomincia meccanicamente a pensare alle sue scarpe.

Trattasi di I pit stop della bellezza, testo assai vecchiotto, che tenne a battesimo nell’ottobre del 2008 la categoria delle Microscopiche apparizioni, che personalmente ritengo una delle più vitali e peculiari di tutto il blog. Per i più precisini, categoria nella quale mi includerei a pieno diritto, ecco qui il link originale.

Non saprei ricordare se quando scrissi questo testo mi ruzzolava già per il capo l’idea che cercherò di mettere in pratica nello spazio di questo post. Ad ogni modo, al momento giusto, sapevo che l’estrema brevità e la densità semantica ne facevano una cavia ideale per l’esperimento. Poi sono un bradipo, e nel frattempo siamo già nel 2013.

Ebbene, ho sempre avuto un’attrazione morbosa per i traduttori automatici, mi ha sempre soggiogato la loro sovrannaturale capacità di generare ciecamente poesia tanto limpida quanto arbitraria a partire dall’inosservanza e/o dalla violazione reiterata dei costrutti e della sintassi di una lingua, dei nessi semantici di un testo, di quel senso del contesto che è il valore aggiunto di un bravo traduttore. Suvvia sono macchinette, direte voi, per parole sfuse vanno anche abbastanza bene, non imbastirci sopra fantastiche divagazioni (cit.). D’accordo, ma sarebbe bello capire come e perché una macchinetta che non sa apprezzare peso, forma e sapore delle parole, nella sua sistematica distruzione dei significati lasci dietro di sé motti imprevisti e purissimi, sentenze vorticose, o semplicemente cazzate esilaranti. È qualcosa di stupendo. Qualcuno potrebbe spiegarmelo in termini di algoritmi, di programmazione, senza che mi perda nella nebbia a metà della seconda frase?

L’idea, quindi, era sottoporre un testo a radicale riscrittura dopo averlo esposto a uno sfibrante ciclo di traduzioni e ritraduzioni fin quasi al punto di cancellarne integralmente le sembianze di partenza. La lingua di rimbalzo doveva inizialmente essere l’inglese, un po’ perché è stata la prima a farmi assaporare da fanciullo la gioia delle deformazioni maccheroniche e un po’ perché alla fin fine le differenze strutturali con l’italiano sono abbastanza pronunciate da permettere alla macchinetta di operare lacerazioni di senso ad ogni piè sospinto. Sì, sarebbe successo anche col tedesco, ma non mi suonava famigliare.

A quel punto, il parallelo musicale, pur non essendo io un fanatico della remixology aveva già preso il sopravvento, avallato da qualche esempio illuminante della strada che avrei voluto percorrere. Si trattava, in realtà, di una suggestione o poco più, visto che delle reali tecniche di remix musicale ho tuttora una cognizione straordinariamente vaga. In aggiunta, avevo visto usare il termine da Aldo Nove per certi suoi rimaneggiamenti di Nanni Balestrini, e siccome la prosa di Nove mi ha sempre suscitato stupefatta deferenza, due più due, quattro. Forse nel mio caso, per quello che avevo in mente, sarebbe stato più congruo parlare di plastica testuale di un testo sfigurato dal traduttore automatico. Ma in realtà questa definizione mi è venuta in mente appena tre ore fa: remix era e remix è rimasto.

L’idea l’avevo poi lungamente abbandonata, anche perché la sua attuazione si presentava eccessivamente laboriosa al mio cervello perennemente deconcentrato. Dal nulla, ho ricominciato a lavorarci un paio di giorni fa, senza motivi particolari, in un momento di svagato cazzeggio. Ho cominciato così a allestire un elenco di prime traduzioni de I pit stop, la vittima designata, attingendo un po’ a caso dal menù di lingue del traduttore di Google. Ho incluso mie vecchie fissazioni, tipo il finlandese, le esotiche lingue materne di qualche caro/a amico/a, come il lituano, varie asiatiche perché doveva per forza nascerne qualcosa di interessante, e alcune altre di cui neppure conoscevo il nome, ma che a naso attribuivo all’India Misteriosa, che è pur sempre Asia, ma fa storia a sé. Ho finito per escludere tutti i parenti stretti dell’italiano, strutturalmente troppo simili, e alcuni pesi massimi come inglese, guarda un po’ , e tedesco. Ho fatto una ventina di  tentativi e in corso d’opera ho evidenziato le frasi più assurde per orientarmi nella scelta. Se volete, potete scaricare il documento. A seguire, trovate comunque una selezione delle frasi più… belle? deformi? assurde? impreviste? che mi ha riservato la fase preparatoria. Tenete in conto che il testo di partenza è quello riportato all’inizio e che in ogni caso ho applicato una volta sola il processo di traduzione e ritraduzione. Mi limito a una dozzina di esempi:

Bengalese: “infine, il Venerdì sera a casa quando stava già cercando incombe minacciosamente sulla terra…”

Esperanto: “fino a quando non si lascia il tempo per uscire dalla fase di modesta della sua visione che la vede ancora una volta nella direzione opposta…”

Goergiano: “egli brucia la gente, ancora strada a metà strada…”

Indonesiano: “cercando di atterrare finalmente a casa nella notte di Venerdì, minacciando telai su di esso già…”

Islandese“…pensando solo ed esclusivamente nel momento in cui si può prendere il via le scarpe e poi spostarli in un angolo del proprio essere risolto…”

Kannada: “…l’odore di loro, già si profila minacciosamente su di lui come, in ultima analisi, ma il tempo che mi sento come cercare di terra”

Latino: “in questo paese, in mezzo a uomini in marmi…”

Lituano: “…e solo quando lui può togliersi le scarpe e lasciarle in un angolo del tuo respiro lentamente”

Svedese: “…pronto a guidare verso un obiettivo di bellezza insondabile, naturalmente, ha appena sentito il bisogno di controllare”

Telugu: “che nel centro del lato degli esseri umani…”

Ungherese: “fino a quando non lascia il tempo alla sezione poveri della vostra visione…”

Vietnamita: “…subito dedotto che il motore non appartiene a lei perché non è sicuro e può essere un casco…”

Al termine di una dolorosa selezione, scartata l’idea di scegliere a priori una lingua esotica in quanto tale, mi sono pronunciato per il grande isolato linguistico della penisola iberica, il basco. Varie considerazioni hanno motivato la scelta: innanzitutto il miracoloso magnetismo di alcune frasi partorite dalla macchinetta. In secondo luogo, un fattore determinante per la rielaborazione narrativa: nella ritraduzione basca è risultata inspiegabilmente soppressa la protagonista della storiella originale, quella ragazza carina che, generalmente riconvertita in bella ragazza appariva saldamente nel resto delle rielaborazioni. Inoltre, in basco è sopravvissuta la parola palcoscenico, trasformata in palco e scomparsa negli altri diciannove casi. Proprio a partire da quel palco, che nel testo originale aveva una funzione puramente metaforica, ho organizzato la riscrittura. Prima di proseguire, conviene però dare un’occhiata al materiale grezzo:

Infine, il Venerdì pomeriggio a casa, mentre la terra Telai minacciosamente su di lui cercando, credo, e solo nel momento in cui si tolse le scarpe e poi, lentamente, lasciare che l’odore del luogo. In mezzo al marciapiede di esseri umani, a quanto pare, come uno specchio, che fissa i capelli in un rispetto motorino parcheggiato. Senza fermarsi, si gira per vedere: i suoi membri in fretta alla conclusione che il motore non era al sicuro e, forse, a causa della mancanza di un casco, qui è a conoscenza di sconfinare licenze nell’indimostrabile e speciale. Anche se non si vuole lasciare, prendere tempo per moderare le loro vista sul palco, lo fa ancora una volta nella direzione opposta del cambiamento non è nell’acconciatura significativo, pronto a muoversi in direzione di un obiettivo, la bellezza imperscrutabile dell’ovvio, semplicemente non sentire il bisogno di essere ispezionati. La gente per sciogliere il motore ancora a metà strada, e ogni mancanza di distrazioni, comincia a pensare meccanicamente delle sue scarpe.

Alla fine, nel tentativo di dare almeno una parvenza di spontaneità narrativa al remix, non sono riuscito a mantenere integre proprio le frasi che più mi avevano colpito. Individuata una linea guida, ho lavorato quasi a forza di parole singole, cercando di ridurre al minimo l’inserimento di vocaboli estranei alla fonte. Alla fine, prevedibilmente, ho pisciato lungo, perché il testo riscritto è esattamente il doppio di quello originale. Non serve specificare che se avessi dovuto concepirlo autonomamente non ci sarei mai riuscito e che lavorare con regole autoimposte di questo tipo limita al minimo quelli che, in ossequio a un muffito idealismo duro a morire, potremmo chiamare voli pindarici, colpi di genio, illuminazioni. Scrivere a queste condizioni è come comporre un puzzle con pezzi appena riemersi da uno scavo archeologico. Però mi emoziona constatare che la nuova versione non c’entra assolutamente, assolutamente, un cazzo, con la vecchia, pur avendo in comune con lei un notevole bagaglio lessicale.

Evviva. Eccovi finalmente il testo riscritto, che ho ribattezzato Edertasun Remix perché a quanto pare  tale termine, in euskara, significa proprio bellezzaRisparmio al prodotto finito l’inutile diffidenza del corsivo sistematico. Se voleste cimentarvi voi nel giochino, con questo o altri racconti del blog, potrei pubblicare gli elaborati sulla pagina Facebook del Divano. Per il momento, silenzio in sala.

I pit stop della bellezza – Edertasun Remix

Nel bel mezzo del marciapiede, evidente ostacolo al viavai di esseri umani del venerdì pomeriggio, uno scooter parcheggiato, che però sembra abbandonato come se il motore si fosse fuso a metà strada. Non è molto sicuro, ma la posizione è strategica, proprio di fronte all’ingresso del teatro, quasi con l’intenzione di spingere i membri di quella folla anonima a cambiare direzione e prendere tempo, fiutare l’odore del luogo e poi entrare lentamente. Appena dentro, si chiede al pubblico pagante di togliersi le scarpe: quasi tutti acconsentono ma nell’atrio, senza fermarsi, sentono il bisogno di girarsi per vedere che cosa hanno intenzione di farci, con le loro scarpe. Altri guadagnano la sala a passi felpati, spinti dall’indimostrabile sospetto che i loro movimenti vengano ispezionati. Finiscono di sedersi, meccanicamente, e si apre il sipario. Sul palco, telai, motori smontati d’automobili, e sullo sfondo uno specchio che rimanda alla platea, dietro il riflesso prossimo delle macchine, una serie di teste tagliate il cui sguardo perplesso fissa l’immagine dei propri capelli. A distrarli dall’osservazione di quella distesa di acconciature poco significative, la constatazione che le calzature requisite, delle quali i più avvertono smoderatamente la mancanza, sono sistemate, in un ventaglio di direzioni opposte intorno alle macchine. E mentre da dietro le quinte appare il primo attore, in tuta da motociclista ma senza casco, con l’aria dimessa di chi ha l’unico obiettivo di non farsi notare, un signore in terza fila cerca  di ovviare alla comprensibile licenza di una crisi di riso nascondendosi dietro il vicino e sconfinando così nello spazio della sua poltroncina. L’attore si siede a uno dei telai e lo mette in azione. Una signora delle retrovie, i cui tratti delicati le conferiscono una speciale bellezza, si guarda intorno smarrita, alla ricerca di indizi sull’imperscrutabile conclusione dell’opera. Appare un secondo attore, con indosso una vestaglia da casa, e prende a provarsi metodicamente le scarpe degli spettatori, cercando di non alterarne la composizione geometrica. Dalla platea qualcuno esplode un colpo di tosse apparentemente non premeditato e il primo attore, fin lì intento a filare, stramazza al suolo come trafitto da un proiettile. Silenzio perplesso.

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(Este pequeño casi-monólogo nació como improvisación en una de las “Poetry Slams” que se celebran una vez al mes en el histórico Bar Pastis, en el barrio del Raval, en Barcelona. Esto es cosa reciente, fue la noche del 30/07/2012. En la guitarra y como “segunda voz”  me acompañaba Peter Fish, uno de los dos animadores de la velada, mientras el otro, Steven Fifty, estaba grabándolo todo con el móvil, por si salía algo. A partir de la grabación transcribí el texto y lo modifiqué bastante, con tal de eliminar repeticiones o desarrollar metáforas e ideas apenas esbozadas en el momento. Aquí podéis encontrar la grabación por si os apetece escucharla. Ésta en cambio es la noticia que contribuyó a ocasionarme estas reflexiones. Gracias como siempre al Pinche Wey por la valiosa revisión)

CHINOTTOREBEL: Estaba comentando el otro día con el señor de aquí (indica a Steven Fifty) que según cálculos de la “Plataforma de Afectados por la Hipoteca”, desde que empezó la crisis en 2008, en España, unas 400.000 familias se vieron afectadas, es decir que 400.000 familias han sido desahuciadas. Lo cual significa, en un lenguaje más plano, más entendedor, más de cada día, que han sido echadas de sus casas a patadas en el culo.

Y bueno, resulta, según estadísticas de la misma plataforma, que por ejemplo, la mayoría de estos hipotecados no tenía curro pero sí tenía hijos… pues mira, esa palabra “proletario”, que creíamos que ya había sido entregada a la historia de los conceptos, de repente, en los años diez del siglo veintiuno vuelve a tener algo de actualidad, de una manera que no hubiésemos podido anticipar. Pero ahora ya no quiero hablar de la gente, porque al final la peña nos tiene un poco podridos, estos dramas humanos, esto de no saber dónde dormir, dormir bajo un puente, como quien dice … a la larga tanta tragedia hasta puede cansar.

Hoy me quiero preocupar por la otra faceta del asunto, es decir, la mismísima hipoteca. La hipoteca, amigos: ¿qué siente una hipoteca?, ¿qué se siente ser una hipoteca? ¿Cuáles son los sentimientos de una hipoteca? ¿Tiene sentimientos una hipoteca? ¿Me sabéis contestar?

PETER FISH: Tampoco tiene que ser bonito, ¿no?

CHINOTTOREBEL: Sí, debe de ser difícil. Pero bueno. Ahora, no me he repasado la etimología de la palabra, pero en griego antiguo “hipo” quiere decir “abajo”, “debajo”, pues sugiere como la idea de algo bajo… un yugo, por ejemplo… sometido a una condición, digamos… hipotálamo, hipotenusa, hipopótamo… no bueno, la última es una falsa etimología no me hagáis caso.

Y entonces, una hipoteca… tras desahuciar a la gente lo único que quiere  es quedarse sola un tiempo con su potencialidad especulativa, antes de volver a vincularse a otros. Pero, ¿qué es de por sí una hipoteca sola? Es muy poco, nada más una trampa puntual… porque la hipoteca, para llegar a ser algo, necesita juntarse con sus parejos, es decir con otras hipotecas. Y muchas hipotecas juntas, allá vamos por fin, ¿qué hacen? Una hiperteca.

Pues, ¿qué es una hiperteca? Es un superorganismo, como… como los insectos, ¿no? Donde muchos seres más pequeños se comportan precisamente como si fueran partes de un conjunto, de una única entidad. Precisamente eso, la hiperteca es un ser enorme hecho de casas vacías, como una inmensa colmena justamente, un superorganismo aparentemente inanimado expulsando a las abejas, escupiendo a los desahuciados, porque todos estos insectos estorbarían su hueca plenitud.

Y yo creo que se siente la mar de bien, así de vacía, estupendamente vacía, porque a veces, pues, lo que muchos queremos y llevamos a la práctica en nuestra vidas cotidianas, al fin y al cabo, es anularnos, nos echamos a la nada deseando únicamente que nos reciba, y bueno,  es exactamente lo que hace la hiperteca.  La hiperteca, al final, lo que quiere conseguir de una puta vez es dejar de sentir, tener un descanso.

Pero lo que tal vez no ha entendido es que así, juntándose todas las casas de todos los desahuciados de este país, lo que acabará habiendo sólo será un desierto edificado. Y cada vez que alguien, uno cualquiera de los desahuciados pasando por ahí dé un grito, aunque sea para llamarle a fulano al otro lado de la acera, éste va a retumbar, se va a desdoblar, miles y miles y miles de veces. ¿Os imagináis qué podría llegar a pasar si todos gritaran juntos?

Cada grito y cada eco un estremecimiento en el laberinto vacío de sus incontables habitaciones, un paso más lejos del anhelado silencio, y un grito, un grito, otro, un susurro, un estornudo, un silbido… Jamás, jamás, alcanzaría a dejar de sentir. Pero no se podría derribar sola. Y se quedaría allí, inútil, en su desgarrada solidez.

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(aperto flashback, esterno giorno, tavolino di un bar all’aperto, sguardo perso nel vuoto, testa leggermente inclinata verso l’alto. Parole lente e sospese. Nel bicchiere, un Chinotto quasi finito)

E allora avevo deciso, con buona convinzione, di essere un blogger: obiettivo, credo io, mai raggiunto, ma che mi ha portato a aprire un blog, che tuttora sussiste e si è dimostrato capace di superare interminabili fasi di animazione sospesa. Ciò che mi ha impedito di portare a casa il risultato che mi ero prefisso sono appunto queste pause abissali, queste voragini che sommate coprono circa la metà del tempo di vita di questo spazio. Per fare i blogger bisogna essere iperreattivi, aggiornare, aggiornare smodatamente. E io no, davvero, anche nei periodi propizi scrivo poco, rivendicando che ciò che importa è farlo bene, ma rodendomi sottilmente nei miei dietro le quinte. Ma poi, i blog, si leggono ancora?

Nella sua fase aurorale, il tentativo di essere blogger procedette per tentativi. Spulciare le varie piattaforme, soppesare, valutare, come è logico che sia. E due settimane prima di inaugurare il Divano, lanciai (nel vuoto) un altro blog, su Splinder, la cui cosa migliore, in assenza quasi totale di contenuti, rimane il titolo: Maestri del colore non giocate col mio cuore. Scrissi un brevissimo post di riscaldamento con citazione di Sandro Penna, ma poi cambiai subito idea. Mi piacerebbe millantare adesso che il nome era talmente bello che nessun contenuto avrebbe potuto fargli onore, e pertanto lo lasciai lì come splendida incompiuta, come spazio di meraviglie potenziali, ma no, probabilmente le ragioni furono più prosaiche, tanto che nemmeno le ricordo bene. Ogni tot mesi andavo a rileggermi quell’unico post, come una sorta di visita al cimitero, col vantaggio che avrei potuto resuscitare il caro estinto in qualunque momento: ma facevo fatica a tirare avanti il Divano, quindi…

Alla fine del 2011 si diffuse la notizia che Splinder era prossimo a chiudere i battenti, e mi sembrò una splendida ragione per scrivere un altro post dopo oltre tre anni, concludendo così un discorso neppure mai iniziato. Primo post, ultimo post, sparizione. Una parabola esemplare. Il secondo, assai più articolato del primo e scopertamente autobiografico, più di quanto non mi sia mai concesso su queste colonne, mi piace tuttora molto e mi diede lo slancio per estrarre il Divano dalla sua terza grande depressione. Ho quindi deciso di ristampare in unico post quelle quattro chiacchiere, per ricordare a voce alta ciò che non è stato e lasciarne prove, per quanto defilate, nella blogosfera. L’ennesima storia di assenze, di cui è costellata la mia carriera di blogger… no di blogger abbiamo detto di no, e di essere umano. Una delle più riuscite. Ecco quindi Maestri del colore non giocate col mio cuore.

24/03/2008. La vita…

…è ricordarsi di un risveglio, diceva qualcuno. Ma nei giorni feriali, soprattutto, è ricordarsi di svegliarsi. Scrivo queste parole motivato dall’amarezza di una Pasquetta già a strapiombo sul solito martedì che il copione prescrive. Fuori, la primavera. Ecco fatto, le prime parole. 

16/12/2011. Ridere i polli (una riflessione sui nazicazzi)

Subito dopo aver aperto questo spazio, decisi di migrare. Scavando nella memoria non ne recupero nemmeno le ragioni. Però, evidentemente, mi devo essere detto che qualcosa in quel tentativo non mi soddisfaceva appieno. Ragion per cui, migrai ad altri lidi, che con frequenza estremamente irregolare e generalmente intempestiva, torno a riempire di parole. Ma qui no, mai più. Quando seppi che Splinder era una piattaforma ormai prossima al pensionamento, ricordai che in un angoletto avevo buttato tre parole e mi venne voglia di controllare. C’erano ancora. Vi viene in mente un termine di paragone calzante? Per esempio un parco pubblico, le panchine di legno o gli alberi (di legno anch’essi, ma si intende) con le parole d’amore, le iniziali racchiuse nel cuore, progressivamente bruciate dal sole. O confusi proclami politici, generalmente sbilanciati verso una volgarità poco ideologica e parimenti poco propositiva. O una puttanata che ci faceva piacere, in quel momento, consegnare allo spazio pubblico, per omaggiare con una facezia chiunque avesse lo slancio di leggere. Io ad esempio, le panchine le leggo sempre. A volte penso che portandomi un libro al parco contribuisco in modo decisivo all’innescarsi di un conflitto di interessi tutto interno a me stesso, anche se si può leggere l’una e l’altra cosa, le panchine come poesia e poi un romanzo, saggistica, il giornale. Perfino altra poesia, quella “vera e propria”. In un parchetto del mio paese al quale non andavo poi molto spesso, essendo addirittura dall’altra parte dell’abitato, trovai, quattordicenne negli ultimi mesi delle medie, una scritta a pennarello che tuttora, quando la ricordo, mi fa ridere un sacco. Forse quando poco sopra scrivevo “confusi programmi politici” pensavo proprio a quella, anche se dubito che in fondo si potesse considerare una scritta dotata di un autentico nucleo politico. Era semplicemente una puttanata: il testo, lapidariamente, recitava “w i nazicazzi”. Per quella mia caratteristica tendenza a sovraccaricare di valori simbolici minutissimi episodi di vita capaci di muovermi al riso, i nazicazzi entrarono immediatamente a far parte del mio mondo interiore. Ma non interferirono in nessun modo con la mia nascente coscienza politica, un antifascismo personale in incubazione nel seno dell’antifascismo pubblico e condiviso del quale molte tracce si incontrano ancora in Romagna. No, i miei nazicazzi evidentemente assunsero i contorni, invero piuttosto indefiniti di figure caricaturali, una specie di Power Rangers neri e fallici, ma in fondo per nulla tetri, perché marchiati da una insuperabile ridicolaggine di fondo. Oppure Teletubbies, fossero esistiti allora i Teletubbies. Facevano insomma, i nazicazzi, ridere i polli.  Nella concatenazione di pensieri superflui che derivarono da quella piccola scoperta, dettaglio quest’ultimo che tradisce una certa propensione alla creazione narrativa o sailcazzo, almanaccai un florilegio di circostanze e motivazioni che potevano avere portato l’autore, probabilmente un compaesano, a vergare quelle parole, creando, questo piccolissimo mondo moderatamente antico sta tutto qui dentro, un neologismo zoppicante, casuale, appena delirante. Non ci sarebbe stato null’altro da aggiungere, appunto, se la mia immaginazione iperattiva, sospinta da una evidente fascinazione per il grottesco, non avesse voluto a tutti i costi accennare con un tratto di immaginazione, contesti improbabili. E questa sovrabbondanza della reazione davanti a un casus belli così insignificante, mi ha portato oggi a tornare su un blog nato morto, riassumendo lo pseudonimo che avevo usato solo una volta anni addietro e parlare a 17 anni e qualche mese da quel pomeriggio per vergare troppe parole su quegli ineffabili nazicazzi che fino ad allora e dopo di allora erano sicuramente esistiti solo e soltanto in quella scritta. Se non fosse che Splinder sta tirando le cuoia e che da troppo tempo non riesco a mettere in fila due parole due, probabilmente mi sarei vergognato di cogliere la palla al balzo. Ma questo spazio del web è inesplorato e in ultima analisi inoffensivo. E in estinzione. E dunque, viva la madonna.

Ho appena scoperto che cercando “nazicazzi” su Google, un risultato esiste, oltre a una piccola serie di false friends. Ma se volete andare a vedere, che non lo linkerò, constaterete che non ha nulla a che spartire col mio ricordo.

(chiuso flashback, si osserva un attimo le scarpe con fare meditativo, si alza di scatto dalla sedia, si allontana senza salutare, senza pagare)

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