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Archive for the ‘politica’ Category

Mentre lavoravo all’ultimo post sulla questione catalana, spulciando tra le fonti, ho deciso di recuperare una notizia apparsa sulla stampa spagnola quasi due mesi orsono e dedicarle un post. I problemi che questa storia solleva, come vedrete, sono quantomeno annosi, e trascendono lo specifico della politica spagnola e catalana. Si tratta, anzi, di una questione praticamente universale, come quasi universale è la diffusione dei social media nelle nostre società, e si presta a un parallelo interessante con la situazione italiana.

Questi i fatti: a inizio settembre, Inés Arrimadas, capo dell’opposizione al parlamento catalano e figura di spicco del partito di destra liberale Ciutadans/Ciudadanos, fortemente schierato contro l’indipendenza della Catalogna, ha annunciato l’intenzione di sporgere denuncia contro una donna di simpatie indipendentiste, che le aveva rivolto pesanti insulti di carattere sessuale in un post su Facebook. Come si può vedere in questo link, l’Arrimadas ha deciso di non occultare il nome dell’autrice. Il testo tradotto suona all’incirca così:

“So che mi pioveranno addosso critiche da tutte le parti, so che quello che sto per dire è maschilista e tutto quello che volete, ma ascoltando l’Arrimadas al dibattito di Telecinco, posso solo augurarle che stasera, all’uscita, la violentino in gruppo, perché non si merita altro, una simile cagna schifosa.”

Credo che abbiate capito a cosa mi riferivo quando parlavo di parallelismi con l’Italia. Ma andiamo con ordine. Poche ore dopo, la responsabile del commento è stata licenziata da Tinsa, la società di tassazioni immobiliari per la quale lavorava a tempo determinato, che ha pubblicato un breve comunicato di solidarietà con la deputata. Prevedibilmente, la rete non si è risparmiata, travolgendo la donna con una valanga di insulti. Il giornalista Juan Soto Ivars, dalle colonne di El Confidencial ha argomentato che l’Arrimadas ha peccato di irresponsabilità, esponendo la sua detrattrice al giudizio sommario dell’opinione pubblica internettiana, pur difendendo pienamente il suo diritto di adire le vie legali e dissociandosi totalmente dal contenuto del post incriminato. Anche Marina Estévez Torreblanca di El Diario ha sollevato perplessità con un articolo intitolato È legale licenziare un lavoratore per avere insultato un personaggio pubblico su Facebook?che riportava tra gli altri le opinioni di alcuni giuslavoristi e sindacalisti. Una testata online che non conoscevo, Es Diario (no, non è un refuso, i due nomi sono quasi uguali), ha risposto col polemico titolo Incolpano Tinsa e l’Arrimadas di aver rovinato la vita di chi le aveva augurato uno stupro. In un precedente articolo, la redazione riferiva di un tentativo di comunicazione con la lavoratrice licenziata, che aveva però rifiutato di rilasciare dichiarazioni. Un’altra testata a me precedentemente ignota, Alerta Digital, nello stesso periodo ha rincarato la dose col seguente titolo: Licenziano questa cosa,  [nome e cognome], l’indipendentista che ha augurato all’Arrimadas di essere stuprata. Sì, la definiscono “cosa”. E i commenti a fine articolo, seguono la stessa linea, lanciandosi in un body shaming sfrenato. Quelli però, non ho voglia di tradurveli. È qui che, secondo me, sta il senso amaro di questa vicenda: il commento originale è ripugnante e ingiustificabile, senza dubbio, ma possiamo definire legittimi gli insulti con i quali una testata giornalistica e i suoi lettori hanno bersagliato una donna che aveva già pagato il suo errore perdendo il lavoro? Superata dalla giurisprudenza delle moderne democrazie, la legge del taglione è tornata a prosperare su Internet. E poi, come si chiede la giornalista di El Diario: è giusto che la donna sia stata licenziata? Gli interpellati, in assenza di informazioni dettagliate sul caso, non si sbilanciano, l’articolo è pieno di condizionali. E bisognerebbe anche sapere se Tinsa possiede un codice etico interno e, in caso affermativo, se la lavoratrice ne fosse a conoscenza. Quel che è sicuro è che la linea editoriale di Es Diario e Alerta Digital è improntata a un unionismo dai toni molto accesi, mentre il post che ha originato tutto, come dicevo più sopra, è opera di un’indipendentista convinta: in altre parole, si tratta di un conflitto ideologico trasceso immediatamente sul piano degli insulti personali. Sì, di questi tempi può succedere, purtroppo.

Ma veniamo finalmente all’Italia: avrete pensato tutti alla presidente della Camera Laura Boldrini, che da anni è oggetto delle asfissianti attenzioni di migliaia di leoni da tastiera (espressione che, pensandoci bene, non ha un vero equivalente nell’ecosistema internettiano spagnolo). Comunque, no, non sono qui ad argomentare che la Spagna è meglio dell’Italia perché stiamo paragonando un caso apparentemente isolato agli insulti reiterati di un gran numero di persone: sarebbe troppo semplicistico, anche perché su internet si possono comunque trovare svariati commenti osceni all’indirizzo dell’Arrimadas. No, questa differenza di scala, pur rivelandoci indirettamente qualcosa sull’opinione pubblica dei due paesi, è interessante soprattutto per le sue conseguenze pratiche: perché se da una parte la mosca bianca può essere facilmente individuata e neutralizzata, dall’altra i singoli che formano questa moltitudine delocalizzata e atomizzata dietro agli schermi dei computer, possono trarre dalla loro preponderanza numerica una distorta impressione di legittimità. Non a caso, anche quando la Boldrini ha annunciato in agosto che avrebbe cominciato a denunciare gli insulti più gravi, la marea di fango non ha accennato a fermarsi: se leggete tra i commenti riportati da questo articolo, potrete scorgere l’insofferenza di chi si sente limitato nell’esercizio di un suo diritto democratico. E su testate come “Il Fatto Quotidiano”, molto frequentata dai detrattori della Boldrini, la musica in questi ultimi mesi non è cambiata minimamente. Ma d’altronde, quando è lo stesso leader di un movimento a aizzare la sua base, come fece Beppe Grillo nel 2014, diventa difficilissimo sovvertire la convinzione che ingiurie strettamente personali siano ascrivibili al diritto di critica. Un diritto che, per esempio, applica questo articolo di Massimo Mantellini del febbraio 2017, che rivolge alla presidente della Camera osservazioni argomentate riguardo al controllo della violenza verbale su internet. Non è importante specificare se mi trovi d’accordo o meno, quanto piuttosto che le categorie di “accordo” e “disaccordo” si possono applicare solo in presenza di ragionamenti, e i vaffanculo, semplicemente, non lo sono.

Concludendo: se in Italia tutte le persone che hanno rivolto alla Boldrini insulti a sfondo sessuale fossero state licenziate dai rispettivi datori di lavoro, avremmo assistito a un calo di alcuni decimi nelle statistiche d’occupazione. Poi potremmo dire che certi colleghi sarebbe meglio perderli che trovarli, ma questo piccolo esempio dimostra per assurdo che l’articolo di Marina Estévez Torreblanca non è affatto privo di fondamento, e che la decisione di licenziare un lavoratore per simili motivi possa definirsi quantomeno controversa. Certo, come penso sia chiaro, non ritengo che la situazione italiana e quella spagnola siano esattamente equiparabili. L’impressione è che la Spagna, che ha cercato di contrastare l’atavica piaga sociale della violenza di genere con una legge in materia già nel 2004, presenti una situazione migliore rispetto al nostro paese. E più nello specifico, benché il caso che ho discusso oggi veda protagonista proprio un’indipentista, esistono legami tra il movimento secessionista catalano e quelli femministi, soprattutto all’estrema sinistra dello schieramento, ma non solo. Ed è importante non trattare per compartimenti stagni queste due tematiche, l‘hatespeech internettiano e la violenza di genere, perché è purtroppo evidente che l’odio degli internauti tenda a sessualizzarsi molto più facilmente quando l’obiettivo è una donna. Perché un maschio che finisce nel mirino dei leoni da tastiera (e anche delle leonesse, suvvia), diventa immediatamente un imbecille, un coglione, uno stronzo, ma quasi mai un cane o un puttano. Questo è il punto.

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Tra le varie definizioni adottate dai mezzi di comunicazione spagnoli per descrivere il conflitto istituzionale tra governo regionale catalano e governo centrale, una delle più fortunate è sicuramente choque de trenes, “scontro di treni”. Altamente iconica e assai più neutra di quel desafío soberanista (“sfida sovranista”) gettonatissimo tra le voci avverse all’indipendentismo, l’azzeccata metafora ferroviaria ha visto negli ultimi giorni una moltiplicazione esponenziale del suo impiego a fronte di una situazione progressivamente sempre più tesa; questo fino alla giornata di ieri, che ha sancito in modo irrefutabile l’avvenuta collisione. In un concitato botta e risposta consumatosi nello spazio di un’ora, il Parlament di Barcellona ha approvato con maggiornaza assoluta (e voto segreto) la Dichiarazione Unilaterale d’Indipendenza (DUI), mentre a Madrid il senato ha ratificato l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione per la sospensione dell’autogoverno catalano, già approvata dal consiglio dei ministri lo scorso sabato; insomma, da una parte festeggiamenti per la nascita della nuova repubblica catalana, dall’altra l’annuncio di nuove elezioni regionali per il prossimo 21 dicembre, previa la rimozione dall’incarico di varie importanti cariche delle istituzioni catalane, tra cui il presidente della Generalitat Puigdemont. Questi importantissimi sviluppi erano stati preceduti, il giorno prima, da un fallito tentativo di mediazione, a quanto pare con i buoni uffici del presidente della comunità basca Iñigo Urkullu, che aveva visto lo stesso Puigdemont a un passo dal convocare autonomamente nuove elezioni, rinunciando così alla DUI, in cambio del ritiro del 155.

Sarò diretto: personalmente, trovo che si tratti di uno dei peggiori scenari possibili. Ho osservato con freddezza i festeggiamenti via social di vari amici e conoscenti indepe, alcuni dei quali italiani, e pur non sentendomi pienamente autorizzato a guastare le altrui feste, ho lasciato cadere un paio di commenti critici o sarcastici. Ma conosco le loro ragioni, Posso comprendere il fatalismo di alcuni di fronte alle possibilità di riforma dell’ordinamento spagnolo, o la convinzione che la dichiarazione d’indipendenza apra un orizzonte di nuove possibilità politiche. Ma la mia estraneità alla loro gioia è totale. Assoluta. Il choque de trenes pare avere azzerato lo spazio per le sfumature, per le obiezioni costruttive, per le faticose distinzioni che aveva cercato di portare avanti chi come me, a partire da posizioni apertamente di sinistra, non si identificava né con gli uni né con gli altri, in nome di una Spagna plurale e repubblicana. Anche a costo di esporsi a dolorose contraddizioni, come è successo lo scorso venerdì a Barcelona en Comú, formazione che appoggia la sindaca Ada Colau al comune di Barcellona, il cui voto contrario ha affossato una mozione della CUP per dichiarare il re Felipe VI, che pure era stato aspramente criticato dalla stessa Colau per il suo discorso di inizio ottobre, persona non grata in città. Ad ogni modo, quanti proclamavano ni DUI ni 155, si sono ritrovati in piena terra di nessuno; sospesi tra un potere centrale impassibile esecutore di una legalità repressiva che non ha esitato a ricorrere nuovamente a polemici arresti dalla forte connotazione politica e una coalizione indipendentista decisa a usare una risicatissima maggioranza nel parlamento locale per approvare un’indipendenza che, a queste condizioni, non può che essere sfacciatamente di parte. Via, l’ho detto.

I margini per il dialogo erano da tempo estremamente esigui, ne sono cosciente. E come argomentavo nel precedente post sulla questione catalana, le forze politiche egemoni nel resto della Spagna non hanno il benché minimo interesse a intraprendere una riforma costituzionale profonda abbastanza da favorirlo. A posteriori, anche l’invito al dialogo di Puigdemont dopo la dichiarazione d’indipendenza sospesa del 10 ottobre può apparire come una mera manovra interlocutoria dovuta a una posizione di relativa debolezza strategica. Ma ora, di fatto, ci ritroviamo in una Catalogna paradossale, che è allo stesso tempo indipendente e sottoposta al governo diretto di Madrid, e ci aspetta un futuro prossimo di difficile decifrazione. Quali che siano le evoluzioni più immediate, è altamente improbabile che allo stato attuale delle cose venga abbandonata la logica di scontro frontale che stiamo testimoniando in queste ore. E forse si tratta dell’eredità più amara che ci lascia una giornata realmente storica.

 

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Dal primo ottobre scorso, giorno del referendum di autodeterminazione catalano, gli eventi si sono succeduti a ritmo furibondo: uno sciopero generale che ha interessato tutta la Catalogna; un discorso del re Felipe VI sbilanciatissimo verso le posizioni del Partido Popular; il repentino cambio di sede legale di numerose banche e imprese catalane e spagnole; manifetazioni per il dialogo; manifestazioni per l’unità della Spagna; fino ad arrivare alla dichiarazione d’indipendenza di martedì, sospesa dopo otto secondi netti dal presidente catalano Carles Puigdemont nel tentativo di aprire una finestra di dialogo sia con Madrid che con l’Europa. Mossa sibillina, che è riuscita a scontentare gran parte del fronte indipendentista, con in testa la sinistra anticapitalista della CUP, suscitando al tempo stesso reazioni velenose nella fazione opposta (lo stesso Partido Popular e la destra liberale di Ciutadans), che argomenta che la rottura c’è comunque stata. E anche se una dichiarazione d’indipendenza è poi stata firmata dalla maggioranza indipendentista al Parlament catalano, per il momento è completamente priva di valore fattuale (qui un riassunto encomiabile in italiano). Finora, un movimentatissimo nulla di fatto, che copre parzialmente la carenza di progettualità che mi sento di imputare agli indipendentisti. Sui gruppi di italiani residenti a Barcellona, la valutazione più gettonata è che Puigdemont abbia rinverdito i fasti della supercazzola tognazziana. E per una volta non mi sento di dare torto al micidiale, acefalo, nutritissimo, partito dell’aperitivo che infesta pagine di questo tipo. Sapete come si dice, anche gli orologi rotti…

Il presidente del consiglio Rajoy ha risposto il giorno successivo richiedendo ufficialmente al governo locale catalano di precisare se la dichiarazione d’indipendenza c’è stata o no. Per quanto possa sembrare una mossa di impareggiabile inanità, ha il pregio strategico di cercare di stanare Puigdemont e il suo stato maggiore dalle posizioni difensive sulle quali si sono arroccati, rinviando a scenari più definiti l’applicazione del discusso articolo 155 della costituzione, finora rimasto inapplicato, oggetto misterioso che permetterebbe di revocare le competenze di autogoverno di una qualsiasi delle diciassette comunità autonome spagnole. A stretto giro il leader del partito socialista spagnolo, Pedro Sánchez, ha annunciato un accordo con Rajoy per una riforma costituzionale nel giro di sei mesi in cambio dell’appoggio parlamentare per l’applicazione del 155.

E qui sta il nocciolo della questione: la Costituzione del ’78, menzionata sia da Puigdemont nel suo discorso che da Anna Gabriel della CUP nelle successive repliche delle altre forze politiche, è la pietra angolare dell’anomalia spagnola. Una costituzione che molte voci critiche nella Spagna attuale considerano conseguenza diretta del cosiddetto pacto del olvido che ha di fatto sancito la continuità delle istituzioni democratiche con i trentasei anni di regime franchista che, vale la pena ricordarlo, morì di morte naturale insieme al suo leader. Da qui, tra le altre conseguenze, la sopravvivenza dell’istituzione monarchica, che nell’attuale crisi catalana prima ha brillato per assenza e poi per partigianeria, e l’istituzione dell’Audiencia Nacional, nata sulle ceneri del Tribunal de Orden Público franchista, e per questo considerata dai detrattori soggetta al potere politico. L’instaurazione di un bipartitismo fortemente polarizzato, che ha retto sostanzialmente fino alla recente irruzione di Podemos e Ciutadans/Ciudadanos nell’agone politico, ha di fatto favorito una cristallizazione dello status quo e una lettura, per così dire, il più possibile centralista di un ordinamento statale che avrebbe dovuto favorire la decentralizzazione dei poteri e il riconoscimento delle specificità locali (come è stato poi solo in parte). In questo senso, molti hanno identificato l’inizio dell’attuale crisi catalana nel 2010, con la cosiddetta “sforbiciata” dello statuto d’autonomia catalano, a opera del Tribunale Costituzionale spagnolo su istanza del Partido Popular. Uno statuto previamente approvato dal parlamento catalano e poi sottoposto al voto di conferma dei cittadini della regione.

Ora, una proposta di riforma costituzionale da parte di un partito come il PSOE, che nonostante l’inopinata presenza dei vocaboli “socialista” e “operaio” nella sua denominazione ufficiale si è di fatto trasformato in fedele guardiano della monarchia costituzionale post 1978, fa pensare a scenari gattopardeschi, a cambi minimi e mirati unicamente a disinnescare l’emergenza catalana, più che a un radicale ripensamento di una democrazia nata senza ripudiare i trentasei anni di fascismo che l’hanno preceduta. In questo senso, è estremamente emblematico che in alcune manifestazioni unioniste di questi giorni, ma a onor del vero non in quella di domenica 8 ottobre a Barcellona, abbia fatto capolino a più riprese la bandiera della Spagna franchista, poi sostituita da quella attualmente in vigore. Ed è beffardamente ironico che l’estrema destra spagnola in questi giorni etichetti come “golpe” le aspirazioni separatiste catalane, quando il regime sulle cui fondamenta si regge l’attuale ordinamento statale, nacque a seguito di una guerra civile originata a sua volta da una sollevazione militare. Insomma, e lo dico da non indpendentista, un doppiopesismo vergognoso, e la prova che i momenti di tensione che stiamo vivendo siano stati ben sfruttati da gruppi esplicitamente fascisti per alzare la testa. Bastino a conferma i disordini di ieri nel centro di Barcellona in occasione del Día de la Hispanidad, festività da sempre accolta polemicamente in Catalogna.

POSTILLA: il mio precedente post sulla situazione catalana dava estrema preponderanza, a partire dal titolo, al numero di feriti dell’uno ottobre. Ovviamente, questa cifra è stata al centro di vorticose polemiche, tentativi di minimizzazione e anche puntualizzazione. In ultima istanza sembra che il numero si riferisca con buona sicurezza alle persone che hanno richiesto assistenza medica, anche per attacchi d’ansia, nel corso della giornata, mentre il numero di feriti gravi sembra per fortuna molto esiguo. Le cifre, come è noto sono scivolose, quando non apertamente manipolabili. Per sfuggire a questo rischio, in passato avevo descritto lo sciopero del 14 novembre 2012 evitando qualunque tipo di dato numerico. In questo caso non ho saputo o voluto mantenere la stessa freddezza. Dopo attenta riflessione ho deciso di non modificare in alcun modo il post del 2 ottobre, sia perché la cifra era riportata da molteplici fonti come effettivi feriti sia perché non ho alcuna intenzione di minimizzare una condotta delle forze dell’ordine che era e rimane vergognosa. Considero sufficiente aggiungere questa piccola contestualizzazione ex post.

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Il nocciolo della questione, che a mio avviso permette di sospendere anche le obiezioni più sensate, sta soprattutto nella cifra che potete leggere qui sopra: il referendum autoconvocato per l’indipendenza della Catalogna svoltosi ieri si chiude con questi numeri, che per la società civile locale sono tanto rilevanti quanto i voti a favore di un distacco da Madrid (circa due milioni, pari al 90% delle schede scrutinate, al netto di quelle requisite). Le azioni della Guardia Civil e della Policia Nacional, immortalate in numerosi video, hanno suscitato l’indignazione, la rabbia e il dolore di moltissimi cittadini, anche tra coloro che erano critici sui tempi e i modi della consulta, cominciando dal sottoscritto.

L’idea di patria mi lascia irrimediabilmente freddo e le narrazioni nazionaliste mi sono sempre sembrate semplificazioni di comodo, ma il comportamento dei catalani nella giornata di ieri è stato un esempio straordinario di disobbedienza civile e resistenza non violenta. Il referendum era tecnicamente illegale, e la legge che lo scorso otto settembre ha creato la possibilità di una dichiarazione unilaterale d’indipendenza (la cosiddetta llei de transitorietat) è stata approvata dal parlamento regionale catalano a colpi di maggioranza; ma la cecità dello stato centrale, col suo imponente schieramento di forze, non ha fatto altro che aggravare la divaricazione esistente tra la regione e il resto del paese. Senza dimenticare i macroscopici errori degli indipendentisti e anzi, criticandone con durezza le battaglie, personalmente non ho dubbi su che cosa scegliere tra le schede e le urne dei votanti “illegittimi” e i manganelli della legalità costituzionale, che non hanno avuto remore di sorta nel colpire centinaia di persone indifese, vecchiette incluse, e tutto questo per arrivare a chiudere solo una piccola parte dei seggi predisposti dagli organizzatori del referendum. Per tacere del fatto che questa situazione di presidio del territorio si protrae ormai da una decina di giorni, da quando cioè Madrid ha ordinato l’arresto di quattordici persone, tra i quali un deputato e vari funzionari della Generalitat catalana, coinvolte nell’approntamento della consultazione.

Il futuro ora è incerto. La possibilità di una dichiarazione unilaterale di indipendenza pare per il momento rinviata, ma la tensione resta alta. Chi come me spera che questa crisi possa sancire l’avvio di una riforma costituzionale dello stato spagnolo in senso repubblicano e federale, sa di non poter nutrire eccessive speranze, vista la predominanza assoluta dei due nazionalismi nell’opinione pubblica. Anche l’ipotesi di un referendum concordato sulla falsariga della Scozia pare, oggi come oggi, improbabile. Certamente, spero che la solidarietà e la disponibilità al dialogo che ho potuto apprezzare ieri al seggio di Drassanes, dove mi sono trovato ieri, quasi per caso, a chiacchierare con quattro volontari, possa essere di buon auspicio per una popolazione che nel corso degli anni ha dimostrato una predilezione incrollabile per le vie pacifiche.

Chiudo con alcune osservazioni su due paradossi generati dallo stato d’eccezione catalano. 1) È stato confermato che un uomo ieri è stato colpito a un occhio da un proiettile di gomma sparato dalla Policia Nacional spagnola. Il fatto è gravissimo perché l’uso di queste armi è stato proibito in Catalogna nel 2014, al termine di una battaglia politica condotta dalle associazioni Stop Bales de Goma! e Ojo con tu Ojo, che aveva messo fine a una  striscia sanguinante di casi analoghi. In quel caso, a esercitare il monopolio della violenza autorizzata erano i Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana. 2) Gli stessi Mossos che ieri  sono stati criticati da Madrid per la loro sostanziale passività, e che in alcuni casi hanno difeso i votanti. Ecco, ricordando coloro che hanno perso un occhio in modo totalmente arbitrario, e anche i manifestanti sloggiati a mazzate dall’acampada di Plaça Catalunya nel 2011, non sarò certo io ad abbandonarmi a svenevoli elogi per un corpo di polizia il cui curriculum è tutt’altro che immacolato. Anzi, mi sembra un monito eccellente contro i pericoli di tutte le retoriche nazionaliste, senza eccezioni.

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La vicenda Calderoli-Kyenge è facilissima da inquadrare perché abbondano i precedenti sull’una e sull’altra sponda del contenzioso: Calderoli ha la dialettica e il curriculum che gli conosciamo, entrambi orgogliosamente rivendicati, mentre il ministro dell’integrazione, a tre mesi scarsi dal suo insediamento, ha già dovuto far fronte a più attacchi sostanzialmente speculari (Borghezio e Valandro, per ricordare solo i più eclatanti), ai quali ha finora risposto con un autocontrollo ammirevole. Copione tristemente noto e ritrito: insulti schiettamente personali, poco o nulla attinenti al merito dell’agenda politica che il ministro sta faticosamente cercando di portare avanti e che rappresentano l’alto di gamma, l’intollerabile upgrade istituzionale, del mare di merda che sciaborda minaccioso nei social network da che il governo, e con esso il ministro, è entrato in carica. E c’è da rammaricarsi che queste figure variamente istituzionali rappresentino così splendidamente, simmetricamente, gli umori di una bella fetta di elettorato, che siano o meno votanti leghisti: siamo di fronte a un’espressione calzante dell’impreparazione totale del paese davanti a temi vitali per il suo futuro, quali lo ius soli, appunto perché il rifiuto si ferma molto prima del terreno delle idee, concentrandosi sulla figura stessa del ministro e accanendosi minuziosamente drammaticamente su note a margine della sua biografia, per esempio i trentotto fratelli, spesso branditi a mo’ di prova etnologica della sua incompatibilità con la brava gente italiana: i trent’anni di vita nel nostro paese rivestono, nell’ambito di queste pseudo-argomentazioni, una importanza assai più limitata.

Calderoli, non c’è bisogno di ricordarlo, è quello del Porcellum, l’autore reo confesso della “porcata” che ha abilmente manomesso a favore del centrodestra le ultime tre consultazioni politiche nazionali: non è nuovo quindi a collusioni improprie, chiamiamole così, col mondo animale, e definendo “orango” una persona di colore non ha certo brillato per originalità d’invettiva, anzi, si è accontentato dell’usato sicuro in materia di insulto razzista, una roba vecchia come il cucco e piena così di distorti echi pseudo-darwiniani. E qui, mentre scivolo leggermente ma elegantemente off-topic, si apre un altro problema, inerente la natura stessa del linguaggio: sono ormai calcificati nel nostro parlare quotidiano giri idiomatici in quantità, metafore e similitudini che attingono la loro forza espressiva dalla comparazione con gli animali: bastano pochi secondi di mente locale per trovare esempi significativi. Si è molto parlato dei condizionamenti patriarcali del nostro repertorio lessicale, e sappiamo tutti fin troppo bene che in lingua italiana si spalanca un abisso vertiginoso tra un buon uomo e una buona donna, ma non si riflette mai adeguatamente sul carico d’ingiurie che, a fronte di un paio di striminzite lusinghe –forte come un toro e via disquisendo- riserviamo sugli incolpevoli animali, i cui variegati linguaggi, peraltro, ci risultano largamente incomprensibili. Certo, è cosa da nulla rispetto al trattamento che troppe bestiole ricevono quotidianamente negli allevamenti intensivi -argomento sul quale, anche solo tangenzialmente, dovrei decidermi a scrivere su queste colonne- e d’altra parte non vedo di buon’occhio un’opera di inutile sterilizzazione linguistica portata avanti a colpi di politically correct, proprio perché la maggior parte di queste espressioni si sono ampiamente idiomatizzate e nell’uso quotidiano ci appaiono così lontane dal loro referente oggettivo che a volte, per rendercene conto, occorre uno sforzo d’astrazione. No, non credo che mi priverò del sottile e forse discutibile piacere di dare del cane a un calciatore deludente, soprattutto nel caso spiacevole che si trovi a vestire i miei colori prediletti, ma leggendo le esternazioni di Calderoli e le repliche giustamente sdegnate di vari internauti, tra Facebook e Repubblca, mi sono ritrovato a pensare che paragonarlo a un variopinto serraglio di animali non grati, come ho visto fare in più di un caso, è un mancare totalmente il bersaglio e seguire meccanicamente uno schema occhio per occhio che dialetticamente non nobilita più di tanto chi ne fa uso.

Di Calderoli si possono dire tante cose pienamente ingiuriose e non necessariamente volgari anche restando nella sfera dell’umano troppo umano. A me, per esempio, il colorito rubizzo e lo sguardo esemplarmente vitreo hanno sempre dato l’idea di un avvinazzato, e qualora mi sbagli, forse, ci sono già gli estremi per una denuncia per diffamazione. Ad ogni modo, l’ubriachezza molesta, ne sia affetto o no Calderoli, è prerogativa schietta della nostra specie, tanto per ribadire il concetto: il nocciolo della questione non sarebbe comunque l’eventuale attaccamento alla bottiglia di uno o più esponenti del Carroccio, quanto piuttosto la feroce determinazione del movimento nel suo insieme a non innalzare mai il livello della propria riflessione politica al di sopra delle chiacchiere, da bar o da osteria che dir si voglia. Forse ripetuti cicchetti aiutano in questo senso, ma non ne abbiamo prove documentate: l’inaccettabilità delle loro argomentazioni invece ce la dimostrano quotidianamente, con incrollabile perseveranza, da circa vent’anni.  

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La rielezione di Napolitano è un esempio inarrivabile di grottesca melina istituzionale. Come molti stanno facendo, si potrebbe anche chiamare “inciucio”, una di quelle parole che insieme a “cialtrone”, “buonista” e una manciata d’altre descrive tutta una categoria dello spirito italico con una accuratezza tale da essere antropologicamente intraducibile in altre lingue, ma personalmente ho delle riserve, perché nel fotografare la situazione sacrifica troppe sfumature. Nella monocromia del tutti uguali tutti uguali non si apprezzano dettagli abbastanza macroscopici, come ad esempio la rovinosa esplosione di un partito intero, che secondo me ci azzecca poco con la paciarotta sinergia di un inciucio, diciamo, liscio. E’ dai tempi della bicamerale dalemiana che ci tocca convivere con la dolorosa evidenza che tutto un settore del centrosinistra nelle larghe intese ci sguazza, e il primo settennato di Napolitano, migliorista inscalfibile, ne è stato una riprova squisita. Ma il percorso che ha portato a questo mandato di stallo, che è biologicamente improbabile che arrivi a conclusione, mi sembra troppo tortuoso e casuale per considerarlo risultato di  cinico machiavellismo o addirittura di strategie coscientemente adottate, almeno da parte del partito neoesploso di cui sopra: alla candidatura di Marini, investito col caloroso beneplacito di Berlusconi è infatti seguita quella di Prodi, che del cavaliere è stato per due volte la nemesi, ragionevolmente nel tentativo di mitigare gli umori di una base inferocita e farci en passant bella figura in Europa. In altre parole, si è navigato a vista mentre l’equipaggio si ammutinava con geometrie variabili a ogni votazione. Il ricorso all’usato garantito è soprattutto conseguenza della drammatica inadeguatezza del PD, che ha preferito fare un passo indietro prima di inoltrarsi in un tunnel potenzialmente lunghissimo di candidati bruciati e esperimenti di coesione in diretta destinati a un fallimento annunciato. Questa crisi istituzionale discende direttamente da quella identitaria di uno dei soggetti in campo, incapace per le contraddizioni che ne hanno minato ininterrottamente la breve storia di andare aldilà di un pallido adeguamento all’esistente. Berlusconi, che la sua stella polare, salvarsi il culo, non l’ha mai persa di vista un momento, è stato ben contento di avallare il passo indietro del PD, mentre Bersani, che ha lanciato Marini dopo aver impostato la sua linea politica post-elezioni sul rifiuto del governissimo, è apparso irrimediabilmente in stato confusionale. Ora, al rieletto presidente non resta altro da fare che inaugurare i suoi tempi supplementari con un governo di teorica concordia nazionale che riprenderà a occhi chiusi il filo rosso dell’austerity montiana ma che forse non avrà nemmeno il respiro per modificare una volta per tutte il porcellum. Dire che era tutto studiato come fa Padellaro mi sembra difficilmente difendibile ma, e qui do ragione agli “inciucisti”, era improbabile che questa classe politica autoreferenziale e scevra di ogni progettualità  potesse arrivare a soluzioni molto più elaborate che un prolungamento dello status quo. Saranno anche puntini sulle I, ma hanno la loro importanza.

D’altra parte, mi sembra di ravvisare molti elementi di casualità anche nei meccanismi che hanno portato alla “candidatura popolare” di Stefano Rodotà per il Movimento 5 Stelle. Mi spiego: se è vero che Grillo e i suoi hanno avuto la chiarezza di precisare da subito che non avrebbero scelto un candidato interno, con l’intenzione di rappresentare così la volontà di vasti settori della società civile, d’altra parte, bisogna rilevare che le cosiddette Quirinarie si sono svolte in un contesto di elevata opacità e che voti e percentuali dei singoli candidati non sono mai stati resi noti, in evidente contraddizione coi principi del Movimento. No, non credo che ci siano stati chissà quali brogli, ma è sensato credere che il nome di Rodotà, indicato solo dopo la rinuncia incrociata della coppia di testa Gabanelli-Strada, che era facile immaginare in cima alle preferenze dei circa 48.000 votanti, abbia ottenuto un risultato tutto sommato modesto rispetto a chi lo aveva preceduto: posso ipotizzare che si sia deciso da subito non rendere pubbliche le cifre nell’eventualità poi verificatasi che le prime scelte rifiutassero gentilmente, così da non delegittimare sul nascere la candidatura del terzo incomodo. In tutto ciò, Rodotà sarebbe stato una scelta eccellente, anche in virtù del suo elevatissimo profilo istituzionale, ma la sua storia personale fa a pugni con il proposito grillino di designare un candidato estraneo alla politica tradizionale. Le mie perplessità di fondo sui grillini restano tutte in piedi anche se  va loro riconosciuto il pregio di aver agito coerentemente con la linea inizialmente stabilita.

Sono portato a credere che, in caso di elezione, Grillo sarebbe riuscito a prendersela pure col “suo” candidato, ma è un dato di fatto che, aldilà dei gravi limiti procedurali che ho ricordato prima, il Movimento 5 Stelle ha espresso una candidatura pienamente autorevole, gradita a una parte importante di opinione pubblica estranea al suo elettorato, e che la volontà di sostenere Rodotà sia categoricamente mancata proprio nell’area politica che a lui doveva essere naturalmente affine (con l’eccezione di SEL). Un’ennesima conferma che, nel suo dibattersi quasi casuale, ciò che resta del PD è lontanissimo dalla strada maestra che i suoi simpatizzanti avrebbero voluto che percorresse. Adesso sembra che ci toccherà una riedizione del Dottor Sottile al governo. Festival dello sconforto.

AGGIORNAMENTO 23/04/2013: sono stati resi pubblici i dati delle Quirinarie, e i risultati smentirebbero l’ipotesi che avevo avanzato più sopra. Resterebbe da determinare perché si è atteso così a lungo prima di diramare i risultati dettagliati.

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Durante la campagna elettorale avevo adottato coscientemente una strategia: non dare eco in nessun modo a parole & opere di Berlusconi Silvio, io che in passato ho scritto tanto di lui su queste colonne, io che tanta bile (fortunatamente solo figurata) ho sputato, che tanto mi ci sono rotto il capo. Vedete, è che mi ero rotto il cazzo di essere solo antiberlusconianodi affermare i miei sofferti, sudati, certamente perfettibili valori personali solo come affannosa presa di distanza da quel teatrino dello sfacelo che è stata l’Italia berlusconiana e mai come autoaffermazione e proposta . Non volevo più raccogliere la provocazione che ci voleva tutti riuniti contro il feticcio di Arcore e altrimenti smarriti, orfani, incapaci di articolare un pensiero autonomo purchessia. I rigori del governo tecnico commissariato mi avevano poi convinto che quella fase buffonesca della nostra storia fosse ormai alle battute finali e che la sospensione della democrazia determinata dalla nomina di Monti avrebbe poi dettato il canovaccio di ogni futuro governo di centrodestra o centrosinistra che non volesse essere soffocato dalle improvvise ma mai casuali impennate dello spread. Dai bagordi all’austerity, in buona sostanza.

Quindi, dopo aver speso tante energie della mia gioventù alle prese con le sue porcate, avevo deciso di considerare Berlusconi postumo così da accelerarne nel mio piccolo il definitivo, agognatissimo, trapasso politico (che con la trista mietitrice si metta d’accordo lui). E la valanga di commenti, perlopiù irridenti che hanno accompagnato l’ennesima campagna elettorale da piazzista fuoriclasse mi inquietava, perché avevo l’impressione che lui traesse nuova linfa da ogni nostra pernacchia e che in realtà di vecchi e nuovi gonzi da abbindolare con un ultimo vigoroso colpo di reni propagandistico ce ne fossero ancora troppi.

La realtà si è rivelata, come spesso accade, iperrealista. Che la leadership di Alfano, per quello che è durata, fosse puramente nominale lo sapevano anche i sassi, che in quei giorni il centrodestra stesse agonizzando in una guerra di bande idem, quello che non avrei potuto credere anche solo tre mesi fa è che l’ennesima minestra riscaldata sarebbe stata trangugiata di buon grado da un 30% da quella mensa dei poveri (di spirito, beninteso) che è l’elettorato italiano. E invece, eccoci a una terrificante riproposizione dello scrutinio del 2006, con strisciante rimonta a partire dai soliti exit poll farlocchi. E ancora una volta, differenza di uno sputo al fotofinish. Vi chiedo pietà.

E in tutto ciò, intatto, il potere disgregante del Porcellum di Calderoli, che ridendo e scherzando è arrivato a essere legge elettorale di tre-consultazioni-tre senza che nemmeno si provasse a disinnescarlo. E il vecchio gioco di prestigio del senato con premio di maggioranza regionale che durante lo spoglio stava consegnando al centrodestra la maggioranza relativa nonostante un numero assoluto di voti più basso rispetto al centrosinistra. Film già visto, agli Oscar non si sarebbe potuto ricandidare. Che la Lega abbia perso quasi la metà dei voti, che parte del PdL abbia intrapreso una curiosa migrazione statica, prima fuoriuscendone e poi rialleandosi con la casa madre, importa in fin dei conti veramente poco. Silvio vive.

Quello che invece ci aspettavamo tutti era l’affermazione del Movimento 5 Stelle, che però a bocce ferme assume i contorni di un autentico trionfo (primo partito alla camera). I numeri parlano molto eloquentemente da soli, eppure soprattutto da parte del centrosinistra si continua a minimizzare il risultato, tirando in ballo la tiritera del voto di protesta, che banalizza le ragioni di un quarto dell’elettorato totale, quando invece sarebbe più onesto parlare di voto di rottura, visto che probabilmente con questo tornata elettorale si è definitivamente infranto il bipolarismo indotto che ha caratterizzato tutta la seconda repubblica, con le sue alleanze stipulate a calcolatrice, le rendite di posizione, i ministeri a Mastella. Il progetto di transizione verso un sistema all’americana mi è sempre sembrato un tentativo di ingegneria politica poco aderente alla realtà italiana, e non lo rimpiangerò nemmeno un po’. Fatto sta che attualmente, in parlamento non sembra che si  possa coagulare una maggioranza di nessun tipo. Grillo ha già dichiarato anatema contro l’ipotesi di governissimo e dettato le sue condizioni, nessuno spiraglio d’alleanza con chicchessia, con l’inflessibilità e lo sprezzo dell’avversario che gli sono tipiche. E potrei capire, anche se non lo condivido, il rifiuto categorico a collaborare con la presente classe politica sulla base dell’inconfutabile considerazione che si tratta perlopiù di un branco di mezzeseghe. Ma sospetto che la postura di Grillo sia figlia di una refrattarietà al dialogo e al confronto che ha radici ben più profonde della volontà di evitare le imboscate della vecchia politica. L’unica opzione che sembra concedere agli elettori è seguire la sua linea, non negoziabile in quanto già strutturata in forma di programma e di regolamento, o andarsene (essere mandati) affanculo. E anche se i confronti con Mussolini, che in questi giorni si sono sprecati a sinistra, mi sembrano forzati (e poi non avevamo già passato tutto un decennio a paragonare la mascella del duce al ghigno del pifferaio di Arcore?) ma mi sembra evidente che Grillo muove a partire da un substrato autoritario la cui intransigenza rischia di sabotare un programma che ha varie frecce al suo arco (e che in teoria è il risultato delle riunioni di base dei vecchi meetup), e che può trovare fertile terreno di dialogo con altre forze politiche e la simpatia dei loro elettori: un esempio su tutti, il reddito di cittadinanza. Si spera che almeno si possa arrivare a un dialogo nel merito delle proposte.

Deludente invece il risultato di Mario Monti, caso curioso di tecnocrate designato che per ultimare l’applicazione della sua agenda scende al compromesso del confronto elettorale con le altre forze politiche a capo di una lista tirata su alla bell’e meglio (che detta così sembra il riassunto di un film su Tv Sorrisi e Canzoni, ma ci siamo capiti). Scelta Civica doveva essere ago della bilancia in caso di alleanza col centrosinistra e ispiratore non troppo occulto della linea economica di un PD disposto a offrire gentilmente la sua ingente massa critica di parlamentari per soddisfare le direttive europee. Non sapremo mai quanto di vero ci fosse nella machiavellica ipotesi perché i risultati sotto le aspettative e la travolgente affermazione di Grillo hanno privato Monti del peso specifico che gli si attribuiva alla vigilia. Dal canto suo il PD si conferma partito intrinsecamente sfigato, in perenne emorragia di voti dall’inizio della sua breve storia, forse perché progettato come macchina da governo a prescindere dai contenuti, sempre tenuemente delineati, in ossequio alla chimera di raggiungere quel mitologico elettorato moderato la cui volontà di votarli non è, credo io, mai stata scientificamente dimostrabile.

Molte lacrime per la malinconica sorte della sinistra, che anche questa volta è riuscita nella pregiata impresa di non contare un cazzo. SEL, che neanche due anni fa, diciamo all’altezza della vittoria di Pisapia a Milano, sembrava destinata a un futuro scintillante si è progressivamente affievolita nella sua coscienziosa adesione all’alleanza di centrosinistra. Il “profumo di sinistra” auspicato da Vendola all’indomani delle primarie, così meravigliosamente parodiabile, era un’autoammissione di marginalità in piena regola. Certo, in virtù dell’alleanza col PD, che è criticabile ma almeno non è frutto di una convergenza estemporanea, SEL spedirà in parlamento un buon numero di parlamentari, che quel benedetto profumo potrebbero/dovrebbero contribuire a diffonderlo in prima persona. Rivoluzione Civile, nata come movimento di base su presupposti lodevoli, è stata costruita giocoforza frettolosamente e subito brutalizzata da una lottizzazione selvaggia e a porte chiuse con una serie di mezze figure in cerca di rilancio personale. E il risultato è stato un eloquente nulla di fatto. L’adesione o meno a un governo destinato a una probabile macelleria sociale per tranquillizzare l’Europa e i mercati non era tema di poco conto e tuttavia la campagna elettorale ha assunto i toni sconsolanti di una faida tra chi agitava il talismano del voto utile e chi lo esorcizzava. Il separato naufragio è stato quasi totale perché alla fine l’elettorato dei due movimenti era grossomodo lo stesso. È in quest’area martoriata, questo quasi 6% spezzato, che si è mossa la mia intenzione di voto, non importa specificare se alla fine sia caduta di qua e di là, conta poco in ogni caso.

In questo momento non ho le energie per riflettere sulle complesse alchimie, gli appoggi esterni, i rimbalzi, le convergenze parallele che potrebbero dotare il paese di un esecutivo. Il rischio di ritorno al voto immediato, col Porcellum per la quarta volta ai nastri di partenza, pare per il momento scongiurato. Il PD esclude il governissimo ipotizzato da un ammiccante Berlusconi. Queste elezioni curiose, come nessun’altra consultazione in passato, hanno visto convivere le novità più dirompenti e le conferme più insospettabili, mi riferisco evidentemente alla resurrezione in extremis del Cavaliere. Il risultato parlamentare che ne è derivato è prevedibilmente indecifrabile. E nonostante il successo del 5 Stelle, che in teoria avrebbe dovuto riportare alle urne legioni di elettori disaffezionati, l’affluenza complessiva è calata di circa cinque punti rispetto al 2008. Grande è la confusione sotto il cielo e nell’aula.

P.S. Se avessi dovuto votare un candidato solo e soltanto per la faccia, Oscar Giannino tutta la vita.

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