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Archive for the ‘politica’ Category

La vicenda Calderoli-Kyenge è facilissima da inquadrare perché abbondano i precedenti sull’una e sull’altra sponda del contenzioso: Calderoli ha la dialettica e il curriculum che gli conosciamo, entrambi orgogliosamente rivendicati, mentre il ministro dell’integrazione, a tre mesi scarsi dal suo insediamento, ha già dovuto far fronte a più attacchi sostanzialmente speculari (Borghezio e Valandro, per ricordare solo i più eclatanti), ai quali ha finora risposto con un autocontrollo ammirevole. Copione tristemente noto e ritrito: insulti schiettamente personali, poco o nulla attinenti al merito dell’agenda politica che il ministro sta faticosamente cercando di portare avanti e che rappresentano l’alto di gamma, l’intollerabile upgrade istituzionale, del mare di merda che sciaborda minaccioso nei social network da che il governo, e con esso il ministro, è entrato in carica. E c’è da rammaricarsi che queste figure variamente istituzionali rappresentino così splendidamente, simmetricamente, gli umori di una bella fetta di elettorato, che siano o meno votanti leghisti: siamo di fronte a un’espressione calzante dell’impreparazione totale del paese davanti a temi vitali per il suo futuro, quali lo ius soli, appunto perché il rifiuto si ferma molto prima del terreno delle idee, concentrandosi sulla figura stessa del ministro e accanendosi minuziosamente drammaticamente su note a margine della sua biografia, per esempio i trentotto fratelli, spesso branditi a mo’ di prova etnologica della sua incompatibilità con la brava gente italiana: i trent’anni di vita nel nostro paese rivestono, nell’ambito di queste pseudo-argomentazioni, una importanza assai più limitata.

Calderoli, non c’è bisogno di ricordarlo, è quello del Porcellum, l’autore reo confesso della “porcata” che ha abilmente manomesso a favore del centrodestra le ultime tre consultazioni politiche nazionali: non è nuovo quindi a collusioni improprie, chiamiamole così, col mondo animale, e definendo “orango” una persona di colore non ha certo brillato per originalità d’invettiva, anzi, si è accontentato dell’usato sicuro in materia di insulto razzista, una roba vecchia come il cucco e piena così di distorti echi pseudo-darwiniani. E qui, mentre scivolo leggermente ma elegantemente off-topic, si apre un altro problema, inerente la natura stessa del linguaggio: sono ormai calcificati nel nostro parlare quotidiano giri idiomatici in quantità, metafore e similitudini che attingono la loro forza espressiva dalla comparazione con gli animali: bastano pochi secondi di mente locale per trovare esempi significativi. Si è molto parlato dei condizionamenti patriarcali del nostro repertorio lessicale, e sappiamo tutti fin troppo bene che in lingua italiana si spalanca un abisso vertiginoso tra un buon uomo e una buona donna, ma non si riflette mai adeguatamente sul carico d’ingiurie che, a fronte di un paio di striminzite lusinghe –forte come un toro e via disquisendo- riserviamo sugli incolpevoli animali, i cui variegati linguaggi, peraltro, ci risultano largamente incomprensibili. Certo, è cosa da nulla rispetto al trattamento che troppe bestiole ricevono quotidianamente negli allevamenti intensivi -argomento sul quale, anche solo tangenzialmente, dovrei decidermi a scrivere su queste colonne- e d’altra parte non vedo di buon’occhio un’opera di inutile sterilizzazione linguistica portata avanti a colpi di politically correct, proprio perché la maggior parte di queste espressioni si sono ampiamente idiomatizzate e nell’uso quotidiano ci appaiono così lontane dal loro referente oggettivo che a volte, per rendercene conto, occorre uno sforzo d’astrazione. No, non credo che mi priverò del sottile e forse discutibile piacere di dare del cane a un calciatore deludente, soprattutto nel caso spiacevole che si trovi a vestire i miei colori prediletti, ma leggendo le esternazioni di Calderoli e le repliche giustamente sdegnate di vari internauti, tra Facebook e Repubblca, mi sono ritrovato a pensare che paragonarlo a un variopinto serraglio di animali non grati, come ho visto fare in più di un caso, è un mancare totalmente il bersaglio e seguire meccanicamente uno schema occhio per occhio che dialetticamente non nobilita più di tanto chi ne fa uso.

Di Calderoli si possono dire tante cose pienamente ingiuriose e non necessariamente volgari anche restando nella sfera dell’umano troppo umano. A me, per esempio, il colorito rubizzo e lo sguardo esemplarmente vitreo hanno sempre dato l’idea di un avvinazzato, e qualora mi sbagli, forse, ci sono già gli estremi per una denuncia per diffamazione. Ad ogni modo, l’ubriachezza molesta, ne sia affetto o no Calderoli, è prerogativa schietta della nostra specie, tanto per ribadire il concetto: il nocciolo della questione non sarebbe comunque l’eventuale attaccamento alla bottiglia di uno o più esponenti del Carroccio, quanto piuttosto la feroce determinazione del movimento nel suo insieme a non innalzare mai il livello della propria riflessione politica al di sopra delle chiacchiere, da bar o da osteria che dir si voglia. Forse ripetuti cicchetti aiutano in questo senso, ma non ne abbiamo prove documentate: l’inaccettabilità delle loro argomentazioni invece ce la dimostrano quotidianamente, con incrollabile perseveranza, da circa vent’anni.  

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La rielezione di Napolitano è un esempio inarrivabile di grottesca melina istituzionale. Come molti stanno facendo, si potrebbe anche chiamare “inciucio”, una di quelle parole che insieme a “cialtrone”, “buonista” e una manciata d’altre descrive tutta una categoria dello spirito italico con una accuratezza tale da essere antropologicamente intraducibile in altre lingue, ma personalmente ho delle riserve, perché nel fotografare la situazione sacrifica troppe sfumature. Nella monocromia del tutti uguali tutti uguali non si apprezzano dettagli abbastanza macroscopici, come ad esempio la rovinosa esplosione di un partito intero, che secondo me ci azzecca poco con la paciarotta sinergia di un inciucio, diciamo, liscio. E’ dai tempi della bicamerale dalemiana che ci tocca convivere con la dolorosa evidenza che tutto un settore del centrosinistra nelle larghe intese ci sguazza, e il primo settennato di Napolitano, migliorista inscalfibile, ne è stato una riprova squisita. Ma il percorso che ha portato a questo mandato di stallo, che è biologicamente improbabile che arrivi a conclusione, mi sembra troppo tortuoso e casuale per considerarlo risultato di  cinico machiavellismo o addirittura di strategie coscientemente adottate, almeno da parte del partito neoesploso di cui sopra: alla candidatura di Marini, investito col caloroso beneplacito di Berlusconi è infatti seguita quella di Prodi, che del cavaliere è stato per due volte la nemesi, ragionevolmente nel tentativo di mitigare gli umori di una base inferocita e farci en passant bella figura in Europa. In altre parole, si è navigato a vista mentre l’equipaggio si ammutinava con geometrie variabili a ogni votazione. Il ricorso all’usato garantito è soprattutto conseguenza della drammatica inadeguatezza del PD, che ha preferito fare un passo indietro prima di inoltrarsi in un tunnel potenzialmente lunghissimo di candidati bruciati e esperimenti di coesione in diretta destinati a un fallimento annunciato. Questa crisi istituzionale discende direttamente da quella identitaria di uno dei soggetti in campo, incapace per le contraddizioni che ne hanno minato ininterrottamente la breve storia di andare aldilà di un pallido adeguamento all’esistente. Berlusconi, che la sua stella polare, salvarsi il culo, non l’ha mai persa di vista un momento, è stato ben contento di avallare il passo indietro del PD, mentre Bersani, che ha lanciato Marini dopo aver impostato la sua linea politica post-elezioni sul rifiuto del governissimo, è apparso irrimediabilmente in stato confusionale. Ora, al rieletto presidente non resta altro da fare che inaugurare i suoi tempi supplementari con un governo di teorica concordia nazionale che riprenderà a occhi chiusi il filo rosso dell’austerity montiana ma che forse non avrà nemmeno il respiro per modificare una volta per tutte il porcellum. Dire che era tutto studiato come fa Padellaro mi sembra difficilmente difendibile ma, e qui do ragione agli “inciucisti”, era improbabile che questa classe politica autoreferenziale e scevra di ogni progettualità  potesse arrivare a soluzioni molto più elaborate che un prolungamento dello status quo. Saranno anche puntini sulle I, ma hanno la loro importanza.

D’altra parte, mi sembra di ravvisare molti elementi di casualità anche nei meccanismi che hanno portato alla “candidatura popolare” di Stefano Rodotà per il Movimento 5 Stelle. Mi spiego: se è vero che Grillo e i suoi hanno avuto la chiarezza di precisare da subito che non avrebbero scelto un candidato interno, con l’intenzione di rappresentare così la volontà di vasti settori della società civile, d’altra parte, bisogna rilevare che le cosiddette Quirinarie si sono svolte in un contesto di elevata opacità e che voti e percentuali dei singoli candidati non sono mai stati resi noti, in evidente contraddizione coi principi del Movimento. No, non credo che ci siano stati chissà quali brogli, ma è sensato credere che il nome di Rodotà, indicato solo dopo la rinuncia incrociata della coppia di testa Gabanelli-Strada, che era facile immaginare in cima alle preferenze dei circa 48.000 votanti, abbia ottenuto un risultato tutto sommato modesto rispetto a chi lo aveva preceduto: posso ipotizzare che si sia deciso da subito non rendere pubbliche le cifre nell’eventualità poi verificatasi che le prime scelte rifiutassero gentilmente, così da non delegittimare sul nascere la candidatura del terzo incomodo. In tutto ciò, Rodotà sarebbe stato una scelta eccellente, anche in virtù del suo elevatissimo profilo istituzionale, ma la sua storia personale fa a pugni con il proposito grillino di designare un candidato estraneo alla politica tradizionale. Le mie perplessità di fondo sui grillini restano tutte in piedi anche se  va loro riconosciuto il pregio di aver agito coerentemente con la linea inizialmente stabilita.

Sono portato a credere che, in caso di elezione, Grillo sarebbe riuscito a prendersela pure col “suo” candidato, ma è un dato di fatto che, aldilà dei gravi limiti procedurali che ho ricordato prima, il Movimento 5 Stelle ha espresso una candidatura pienamente autorevole, gradita a una parte importante di opinione pubblica estranea al suo elettorato, e che la volontà di sostenere Rodotà sia categoricamente mancata proprio nell’area politica che a lui doveva essere naturalmente affine (con l’eccezione di SEL). Un’ennesima conferma che, nel suo dibattersi quasi casuale, ciò che resta del PD è lontanissimo dalla strada maestra che i suoi simpatizzanti avrebbero voluto che percorresse. Adesso sembra che ci toccherà una riedizione del Dottor Sottile al governo. Festival dello sconforto.

AGGIORNAMENTO 23/04/2013: sono stati resi pubblici i dati delle Quirinarie, e i risultati smentirebbero l’ipotesi che avevo avanzato più sopra. Resterebbe da determinare perché si è atteso così a lungo prima di diramare i risultati dettagliati.

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Durante la campagna elettorale avevo adottato coscientemente una strategia: non dare eco in nessun modo a parole & opere di Berlusconi Silvio, io che in passato ho scritto tanto di lui su queste colonne, io che tanta bile (fortunatamente solo figurata) ho sputato, che tanto mi ci sono rotto il capo. Vedete, è che mi ero rotto il cazzo di essere solo antiberlusconianodi affermare i miei sofferti, sudati, certamente perfettibili valori personali solo come affannosa presa di distanza da quel teatrino dello sfacelo che è stata l’Italia berlusconiana e mai come autoaffermazione e proposta . Non volevo più raccogliere la provocazione che ci voleva tutti riuniti contro il feticcio di Arcore e altrimenti smarriti, orfani, incapaci di articolare un pensiero autonomo purchessia. I rigori del governo tecnico commissariato mi avevano poi convinto che quella fase buffonesca della nostra storia fosse ormai alle battute finali e che la sospensione della democrazia determinata dalla nomina di Monti avrebbe poi dettato il canovaccio di ogni futuro governo di centrodestra o centrosinistra che non volesse essere soffocato dalle improvvise ma mai casuali impennate dello spread. Dai bagordi all’austerity, in buona sostanza.

Quindi, dopo aver speso tante energie della mia gioventù alle prese con le sue porcate, avevo deciso di considerare Berlusconi postumo così da accelerarne nel mio piccolo il definitivo, agognatissimo, trapasso politico (che con la trista mietitrice si metta d’accordo lui). E la valanga di commenti, perlopiù irridenti che hanno accompagnato l’ennesima campagna elettorale da piazzista fuoriclasse mi inquietava, perché avevo l’impressione che lui traesse nuova linfa da ogni nostra pernacchia e che in realtà di vecchi e nuovi gonzi da abbindolare con un ultimo vigoroso colpo di reni propagandistico ce ne fossero ancora troppi.

La realtà si è rivelata, come spesso accade, iperrealista. Che la leadership di Alfano, per quello che è durata, fosse puramente nominale lo sapevano anche i sassi, che in quei giorni il centrodestra stesse agonizzando in una guerra di bande idem, quello che non avrei potuto credere anche solo tre mesi fa è che l’ennesima minestra riscaldata sarebbe stata trangugiata di buon grado da un 30% da quella mensa dei poveri (di spirito, beninteso) che è l’elettorato italiano. E invece, eccoci a una terrificante riproposizione dello scrutinio del 2006, con strisciante rimonta a partire dai soliti exit poll farlocchi. E ancora una volta, differenza di uno sputo al fotofinish. Vi chiedo pietà.

E in tutto ciò, intatto, il potere disgregante del Porcellum di Calderoli, che ridendo e scherzando è arrivato a essere legge elettorale di tre-consultazioni-tre senza che nemmeno si provasse a disinnescarlo. E il vecchio gioco di prestigio del senato con premio di maggioranza regionale che durante lo spoglio stava consegnando al centrodestra la maggioranza relativa nonostante un numero assoluto di voti più basso rispetto al centrosinistra. Film già visto, agli Oscar non si sarebbe potuto ricandidare. Che la Lega abbia perso quasi la metà dei voti, che parte del PdL abbia intrapreso una curiosa migrazione statica, prima fuoriuscendone e poi rialleandosi con la casa madre, importa in fin dei conti veramente poco. Silvio vive.

Quello che invece ci aspettavamo tutti era l’affermazione del Movimento 5 Stelle, che però a bocce ferme assume i contorni di un autentico trionfo (primo partito alla camera). I numeri parlano molto eloquentemente da soli, eppure soprattutto da parte del centrosinistra si continua a minimizzare il risultato, tirando in ballo la tiritera del voto di protesta, che banalizza le ragioni di un quarto dell’elettorato totale, quando invece sarebbe più onesto parlare di voto di rottura, visto che probabilmente con questo tornata elettorale si è definitivamente infranto il bipolarismo indotto che ha caratterizzato tutta la seconda repubblica, con le sue alleanze stipulate a calcolatrice, le rendite di posizione, i ministeri a Mastella. Il progetto di transizione verso un sistema all’americana mi è sempre sembrato un tentativo di ingegneria politica poco aderente alla realtà italiana, e non lo rimpiangerò nemmeno un po’. Fatto sta che attualmente, in parlamento non sembra che si  possa coagulare una maggioranza di nessun tipo. Grillo ha già dichiarato anatema contro l’ipotesi di governissimo e dettato le sue condizioni, nessuno spiraglio d’alleanza con chicchessia, con l’inflessibilità e lo sprezzo dell’avversario che gli sono tipiche. E potrei capire, anche se non lo condivido, il rifiuto categorico a collaborare con la presente classe politica sulla base dell’inconfutabile considerazione che si tratta perlopiù di un branco di mezzeseghe. Ma sospetto che la postura di Grillo sia figlia di una refrattarietà al dialogo e al confronto che ha radici ben più profonde della volontà di evitare le imboscate della vecchia politica. L’unica opzione che sembra concedere agli elettori è seguire la sua linea, non negoziabile in quanto già strutturata in forma di programma e di regolamento, o andarsene (essere mandati) affanculo. E anche se i confronti con Mussolini, che in questi giorni si sono sprecati a sinistra, mi sembrano forzati (e poi non avevamo già passato tutto un decennio a paragonare la mascella del duce al ghigno del pifferaio di Arcore?) ma mi sembra evidente che Grillo muove a partire da un substrato autoritario la cui intransigenza rischia di sabotare un programma che ha varie frecce al suo arco (e che in teoria è il risultato delle riunioni di base dei vecchi meetup), e che può trovare fertile terreno di dialogo con altre forze politiche e la simpatia dei loro elettori: un esempio su tutti, il reddito di cittadinanza. Si spera che almeno si possa arrivare a un dialogo nel merito delle proposte.

Deludente invece il risultato di Mario Monti, caso curioso di tecnocrate designato che per ultimare l’applicazione della sua agenda scende al compromesso del confronto elettorale con le altre forze politiche a capo di una lista tirata su alla bell’e meglio (che detta così sembra il riassunto di un film su Tv Sorrisi e Canzoni, ma ci siamo capiti). Scelta Civica doveva essere ago della bilancia in caso di alleanza col centrosinistra e ispiratore non troppo occulto della linea economica di un PD disposto a offrire gentilmente la sua ingente massa critica di parlamentari per soddisfare le direttive europee. Non sapremo mai quanto di vero ci fosse nella machiavellica ipotesi perché i risultati sotto le aspettative e la travolgente affermazione di Grillo hanno privato Monti del peso specifico che gli si attribuiva alla vigilia. Dal canto suo il PD si conferma partito intrinsecamente sfigato, in perenne emorragia di voti dall’inizio della sua breve storia, forse perché progettato come macchina da governo a prescindere dai contenuti, sempre tenuemente delineati, in ossequio alla chimera di raggiungere quel mitologico elettorato moderato la cui volontà di votarli non è, credo io, mai stata scientificamente dimostrabile.

Molte lacrime per la malinconica sorte della sinistra, che anche questa volta è riuscita nella pregiata impresa di non contare un cazzo. SEL, che neanche due anni fa, diciamo all’altezza della vittoria di Pisapia a Milano, sembrava destinata a un futuro scintillante si è progressivamente affievolita nella sua coscienziosa adesione all’alleanza di centrosinistra. Il “profumo di sinistra” auspicato da Vendola all’indomani delle primarie, così meravigliosamente parodiabile, era un’autoammissione di marginalità in piena regola. Certo, in virtù dell’alleanza col PD, che è criticabile ma almeno non è frutto di una convergenza estemporanea, SEL spedirà in parlamento un buon numero di parlamentari, che quel benedetto profumo potrebbero/dovrebbero contribuire a diffonderlo in prima persona. Rivoluzione Civile, nata come movimento di base su presupposti lodevoli, è stata costruita giocoforza frettolosamente e subito brutalizzata da una lottizzazione selvaggia e a porte chiuse con una serie di mezze figure in cerca di rilancio personale. E il risultato è stato un eloquente nulla di fatto. L’adesione o meno a un governo destinato a una probabile macelleria sociale per tranquillizzare l’Europa e i mercati non era tema di poco conto e tuttavia la campagna elettorale ha assunto i toni sconsolanti di una faida tra chi agitava il talismano del voto utile e chi lo esorcizzava. Il separato naufragio è stato quasi totale perché alla fine l’elettorato dei due movimenti era grossomodo lo stesso. È in quest’area martoriata, questo quasi 6% spezzato, che si è mossa la mia intenzione di voto, non importa specificare se alla fine sia caduta di qua e di là, conta poco in ogni caso.

In questo momento non ho le energie per riflettere sulle complesse alchimie, gli appoggi esterni, i rimbalzi, le convergenze parallele che potrebbero dotare il paese di un esecutivo. Il rischio di ritorno al voto immediato, col Porcellum per la quarta volta ai nastri di partenza, pare per il momento scongiurato. Il PD esclude il governissimo ipotizzato da un ammiccante Berlusconi. Queste elezioni curiose, come nessun’altra consultazione in passato, hanno visto convivere le novità più dirompenti e le conferme più insospettabili, mi riferisco evidentemente alla resurrezione in extremis del Cavaliere. Il risultato parlamentare che ne è derivato è prevedibilmente indecifrabile. E nonostante il successo del 5 Stelle, che in teoria avrebbe dovuto riportare alle urne legioni di elettori disaffezionati, l’affluenza complessiva è calata di circa cinque punti rispetto al 2008. Grande è la confusione sotto il cielo e nell’aula.

P.S. Se avessi dovuto votare un candidato solo e soltanto per la faccia, Oscar Giannino tutta la vita.

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Mercoledì scorso 14 novembre è stato giorno di sciopero generale in tutta l’area dei cosiddetti PIGS. Non mi prenderò ora la responsabilità di parlare dell’italia: in Spagna si è trattato di una replica a stretto giro della serrata del 29 marzo, in risposta a una china discendente che sembra impossibile capovolgere e a un confronto sociale sempre più aspro, aggravato in Catalogna da tensioni separatiste che troveranno probabile sfogo nelle imminenti elezioni regionali del 25 novembre. Questo post non vuole essere una cronaca della giornata barcellonese anche se un paio di scorci dal vero finirò per abbozzarli: vorrei girarci intorno, concentrandomi sull’indotto mediatico che lo sciopero finisce per stilizzarlo invece che descriverlo, perché l’operazione non è esente da una pericolosa ambiguità.

La narrazione a posteriori di uno sciopero inizia di solito dal botta e risposta sull’adesione. Organizzatori vs autorità competenti, ognuno con la sua messe di dati statistici prodigiosamente astratti, numeri complessivi, percentuali, con sfoggio di riduzioni ai minimi termini (“più di tre lavoratori su quattro”, “circa due lavoratori su tre”): nell’entità della forbice tra i dati degli uni e quelli degli altri, una possibile chiave di primissima lettura  sulla gravità del conflitto sociale in atto. A supporto dei numeri, fotografie più o meno aeree di moltitudini, che potrebbero fornire un riscontro vagamente più empirico ai calcoli, ma che forse, in un’epoca in cui le uniche immagini non alterabili con Photoshop sono quelle oniriche, servono soprattutto a rappresentare la protesta. Un classico intramontabile di tutte le manifestazioni, prima della partenza del corteo, durante la marcia, è la domanda oziosa al tipo a fianco Ma quanta gente ci sarà? in risposta alla quale si azzardano cifre che superano abbondantemente l’occhio e affaticano la mente.

Ai numeri assoluti seguono, in ordine variabile, la contabilità dei danni, il numero degli arresti e dei fermi e, proiettando una lunga ombra nera, i feriti. Il numero di vetrine infrante e di cassonetti bruciati sfociano in stime per danni di varie migliaia di euro, le immagini e i filmati sono chiamati a fornire un correlativo oggettivo, immediatamente iconico, all’importo del disastro. La qualità spesso deficitaria del girato e  l’audio cacofonico acuiscono la sensazione di crudezza, di urgenza. L’insieme di statistiche e riprese amatoriali è frequentemente catalogato alla voce “guerriglia”. Le cifre relative agli arresti e ai feriti, quest’ultima integrata da un inciso relativo alle forze dell’ordine, a loro volta accompagnati dalle rispettive immagini, sono assunti a termometro credibile della pericolosità sociale della contestazione in oggetto. Importante anche il dato retrospettivo sul numero complessivo di antisommossa schierati alla vigilia dell’evento come indicatore di pericolosità potenziale. Statistiche e immagini alternative, la cui diffusione è eminentemente virale, sono l’inevitabile contraltare e corollario al rendiconto ufficiale.

Da una parte lo sciopero si trasforma nell’accurata misurazione del suo impatto ambientale, per così dire, come se ne importassero esclusivamente gli aspetti quantitativamente apprezzabili: dall’altra, in un’epoca di deficit d’attenzione collettivo permanente, guardare le figure crea un’impronta emotiva istintiva che può facilitare o indirizzare l’interpretazione delle fredde cifre. Questo modus operandi dell’informazione di massa porta tendenzialmente a ovviare la carica argomentativa dello sciopero, i come e i perché della mobilitazione, col risultato che quello che viene mostrato dalla televisione è spesso, semplicemente, un gran casino decontestualizzato che suscita paura e sdegno.

Il lavoro incrociato su criteri statistici e immediati appigli emozionali vorrebbe garantire un compromesso ragionevole tra oggettività e immediatezza: ma se è vero che non possiamo prescindere da cifre e immagini nella descrizione di un evento così sfuggente e drammatico, bisogna riconoscere che le possibilità di utilizzo opportunistico e approssimativo dei materiali sono potenzialmente infinite. Ed è terribile, perché lo sciopero è un buco nero in cui i legami di causa e effetto tra le varie azioni si fanno inafferrabili o labilissimi e dove a volte l’interpretazione a caldo degli eventi si fa problematica. Mi sono trovato a scappare perché la gente intorno a me scappava, ho visto due camionette della Policía Nacional date alle fiamme sulla centralissima Via Laietana, ho visto con la coda dell’occhio i Mossos d’Esquadra sparare, fortunatamente non nella mia direzione, e ho assistito, senza decifrare la scena fino all’ultimo, all’inseguimento e arresto di un manifestante da parte di un gruppo di agenti in borghese. Avevo paura, e una spiacevole, opprimente, sensazione che potesse succedere e succedermi qualunque cosa.

Ecco, questo buco nero di arbitrarietà è proprio ciò che sfugge al modello informativo vigente, dove la combinazione di dati e filmati, che è in ultima analisi risultato di un processo di montaggio arbitrario, porta a suggerire l’attribuzione di colpe abbastanza nette e definite. Evidentemente esistono responsabilità oggettive, non mi nasconderò dietro al dito, ma io o chiunque altro avremmo potuto pagare conseguenze assolutamente sproporzionate rispetto al nostro ruolo di manifestanti inoffensivi e inermi. E infatti, anche questa volta, è successo, e ci siamo trovati per l’ennesima volta con la morte nel cuore a contemplare l’assoluta casualità nella distribuzione delle botte, delle pallottole, in ultima istanza delle colpe. Mentre l’informazione confezionata avalla surrettiziamente l’idea che i manifestanti in blocco se la vanno a cercare, ci vediamo costretti a denunciare ancora la violenza, l’incoscienza, l’assoluta non ottemperanza delle regole da parte degli agenti antisommossa che dovrebbero garantire il nostro diritto costituzionale a manifestare. Se avete seguito il filo dell’argomentazione finora, non mi chiederete informazioni, esempi ulteriori: andrete a cercarne perché, barriera linguistica permettendo, è relativamente facile trovarne, anche se il telegiornale della televisione pubblica catalana e La Vanguardia, in quota a CiU, il partito di maggioranza relativa che domenica punta a una riconferma schiacciante, hanno passato il tutto sotto silenzio. 

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I giorni del calendario nostro gregoriano sono 365, 366 ogni tanto, gli anni delle vicende umane in questa valle di lacrime tanti di più e quindi ogni singola porzioncina dell’anno porta ben concentrato su di sé il carico di un fottio di eventi, nascite, rivoluzioni, morti, varie, eventuali. E infatti, per ogni benedetta data del calendario, potete trovare su Wikipedia una sfilza di eventi che all’atto pratico è un kit per fabbricarsi in casa un perfetto Almanacco del giorno dopo: mancherebbe solo la rinascimentale sigletta, che però vi ho appena premurosamente linkato.

Ma l’Almanacco, io manco lo guardavo. Ne trovavo però un valido surrogato nelle pagine dei programmi settimanali di TV Sorrisi e Canzoni, più precisamente nel margine superiore, dove giorno per giorno, venivano stipate grossomodo le stesse informazioni ora agilmente reperibili su Wiki, tipo la data della Presa della Bastiglia o il compleanno di Gianni Morandi: tutto congiurava a forgiare nella mia giovane esistenza, non ancora in doppia cifra, una vaga approssimazione della profondità del tempo, della vastità della storia, sebbene intesa nel senso didascalico di successione di date. Poi ovviamente c’era il libro di storia che, nella sua rigida divisione in capitoli, mi faceva arrovellare sul difficile concetto di simultaneità di diversi eventi storici, diacronia e sincronia: ma questa è tutt’altra faccenda.

I giorni, dunque. Si è detto che ne abbiamo solo 365 + 1, e la loro ripetizione modulare crea in ognuno di noi un cocktail di risonanze irripetibile, strettamente personale, spesso violentemente intimo. Ad esempio, il venticinque dicembre è nato Gesù Bambino, ma anche quel vostro zio che poi è cresciuto con l’incubo di celebrare le sue stagioni in una festa comandata bella grossa, la famiglia a tavola a ingozzarsi senza remore, i regali comunque, e il legittimo quarto d’ora di celebrità personale oscurato da un’ora di messa con la chiesa gremita: poi da grande gli sono venuti i tic e le nevrosi che sappiamo. O il 25 aprile. Il 5 maggio. Il 2 giugno. O quello che volete. Ultimamente, soffre di spaventosa densità fattuale l’11 settembre, che oltretutto qui in Catalogna è festa nazionale, e pochi giorni fa ha fornito a un milione e mezzo di persone una motivazione ineguagliabile per scendere in piazza e chiedere a gran voce l’indipendenza dalla Spagna.

Una data piena di strani sottintesi personali, finalmente ci siamo arrivati,  è per me il 29 settembre. Non mi è mai capitato un cazzo di significativo, neppure un licenziamento in tronco, eppure è sempre stata una data piena di risonanze, il cui tintinnio, anno dopo anno,  sentivo avvicinarsi con una decina di giorni di preavviso, come se di occasione speciale si trattasse davvero. Quasi mai lo è stata, ma io l’ho sempre percepita come qualitativamente distinta.

Innanzitutto una nota di folclore: al paesello mio, il 29 settembre è festa del patrono, San Michele. Per tutta la scuola dell’obbligo, un giorno di festa subito dopo la ripresa delle ostilità, ma niente di che, in fondo. Andavo al pomeridiano mercatino dei ragazzi, una volta ci ho tirato su 25.000 lire sonanti vendendo cazzatine, ma per ricordi della sagra paesana vera e propria, curiosamente, devo spostarmi all’adolescenza. Dalla regia mi suggeriscono che negli anni sessanta tiravano i botti, e che l’attuale formula della festa, con tutto un fiorire di estemporanee osterie e ristorantini in ogni spazio pubblico occupabile del nostro grazioso centro storico, è andata definendosi nel corso degli anni. Avvantaggiata dalla capillarità del bere e del mangiare in tutto il ristretto perimetro del centro, la gente che converge da tutta la provincia ravennate si zavorra felice. Ma sono tanti anni che non vado, le mie cartoline sono ingiallite, le mie parole appesantite dalla nostalgia. Forse già inesatte. Sappiate comunque che esiste pure un dolce tipico, ideologicamente avverso ad ogni forma di buon senso dietologico e  che a mia sorella riesce delizioso. Anche in questo caso, i primi ricordi vividi sono inspiegabilmente tardivi, grossomodo in epoca liceale.

Poi, credo lo abbiate sospettato da subito, c’è la famosa canzone omonima (aggettivo svirgolato, ma tant’è). Quando l’ho ascoltata per la prima volta avevo nove anni, era piena estate, e Canale 5 trasmetteva Una rotonda sul mare, per i miei coetanei praticamente un corso accelerato di storia della canzonetta italiana. Il brano era interpretato da Maurizio Vandelli, che mi spiegarono essere il cantante del complesso che l’aveva portato al successo ai tempi. Mio padre me lo cantava modificando sagacemente l’incipit (Seduto in quel caffè/avevo il culo bagnato), variazione tagliata su misura per le esigenze umoristiche di un bimbo di quell’età, e io mi spanciavo dalle risa. Della canzone, comunque, mi affascinava fino alla commozione l’atmosfera malinconica, e la mia mente candida e acerba aveva meccanicamente memorizzato le parole del testo sorvolando sul disegno d’insieme, in soldoni una classica storia di corna, tutta mimetizzata tra svolazzi poetici di schietta scuola Mogol. Col trascorrere degli anni ho recuperato entrambe le versioni incise e, a fasi alterne, ho amato di più ora l’una ora l’altra. Ma, visto l’argomento del testo, trattasi di comportamento perfettamente legittimo. La versione dell’Equipe 84, pubblicata nel ’67, e all’epoca andata via come il pane, è una deliziosa e ingenua istantanea del fermento beat di quegli anni, con gli inamidatissimi inserimenti dell’annunciatore RAI a conferire al pezzo quel feeling di nuovissimo svarione psichedelico che resiste caparbiamente al trascorrere degli anni. Quella battistiana, uscita nel ’69, si fa apprezzare per la sobria classicità dell’arrangiamento, di fatto una normalizzazione, un ritorno all’ordine rispetto alle stravaganze della prima incisione, e per la voce del Lucio nazionale che, insomma, al buon Vandelli gli dà una pista. Ma se davvero dovessi sceglierne una e una sola, morirei d’indecisione come l’asino di Buridano. Alcuni anni dopo il primo ascolto infantile, già sui banchi liceali, ogni 29 settembre presi l’abitudine di commemorare la canzone insieme a un compagno di classe, cantandone il testo o imitando la voce dello speaker. La pittoresca usanza è sopravvissuta all’esame di maturità e alla lontananza geografica, e ogni successivo 29 settembre è stato poi adeguatamente ricordato via nuove tecnologie, sms, mail o chat a seconda delle circostanze. Per quest’anno, spero che il presente post possa servire a salvaguardare la tradizione.

Poi il 29 settembre è pure il compleanno di Silvio Berlusconi. Venni a saperlo tardivamente, ma la nefasta notizia non modificò più di tanto gli equilibri esistenti nel mio cervello. Al paese, durante gli interminabili anni del Berlusconi Bis, la ricorrenza poteva essere, a spalare, il movente di un’ingiuria appositamente architettata, un canchero infiocchettato che si andava a sommare agli innumerevoli che, indefessi, gli dedicavamo in formato standard per tutto l’anno solare. E poi insomma, eravamo già impegnati con la festa del patrono, che non ci si rompesse più di tanto i maroni con quel boia. Quando Berlusconi vinse le elezioni del 2008 stavo già in Spagna, e leggere sulla stampa italiana riferimenti al compleanno del Pres.delCons., sia sotto forma di sapida frecciatina che di leccata di culo dei media di famiglia, mi trasmetteva la penosa sensazione che il mio paese stesse vivendo la recrudescenza di una monarchia non autorizzata. Oggi come oggi, nel 2012 è ancora troppo presto per dire se i nostri 29 settembre futuri si siano definitivamente  deberlusconizzati. Farebbe piacere poterlo gridare a squarciagola, ma non dire gatto…

Il 29 settembre è pure il compleanno di Pierluigi Bersani, me lo ha ricordato poco fa mio padre al telefono. In tutta franchezza, tendo a dimenticarmene, come pure mi succede per il partito di cui Bersani è segretario, e volendo esagerare l’importanza di questa coincidenza, posso spingermi a dire che mi sembra unicamente una prova astrologica dell’inconsistenza del bipolarismo italiano e della sua congenita incapacità di garantire una credibile alternanza e/o alternativa.

Per aggiungere altra legna al fuoco, il 29 settembre di due anni fa, quando questo cumulo autocostruito di suggestioni era già ampiamente consolidato, la Spagna celebrò uno sciopero generale che molti percepirono come la prima pietra sulla tomba del governo Zapatero, riconfermato due anni prima per un secondo mandato. La crisi si stava inasprendo imperterrita e lo sciopero fu una specie di sconfessione ufficiale e definitiva di ZP da parte di una bella fetta del suo elettorato. Io partecipai insieme a una colonna di connazionali, felice di rinunciare a un giorno di stipendio per poter esercitare il mio diritto di sciopero. Quando appena un anno e mezzo dopo, il 29 marzo 2012, fu convocato un altro sciopero generale, era prevedibilmente cambiato il governo e io scesi in strada da disoccupato. Sospiro sconsolato.

Oggi, 29 settembre 2012, un’ondata di maltempo ha mietuto vittime in varie parti della Spagna, decretando crudelmente la fine dell’estate. A Madrid migliaia di persone hanno nuovamente occupato i dintorni del parlamento per chiedere le dimissioni del governo Rajoy e protestare contro la brutale repressione subita dai manifestanti per mano della polizia appena quattro giorni prima. Al paesello, invece  tutto bene, strade affollatissime, a quanto pare, ma i motivi sono ben più futili e gradevoli. Io a Barcellona ho trascorso una giornata insulsa aspettando invano che spiovesse, anestetizzato da una pigrizia esemplare, e ora sto vanamente cercando una manciata di parole azzeccate per chiudere in bellezza quest’incongruente zigzagare nei labili confini della mia geografia personale. E’ da quando esiste il Divano Marziano che volevo scrivere questo post, e ora che finalmente ci sono riuscito, non trovo una conclusione adeguata. Forse non esiste nemmeno. Forse mi conviene fingere di lasciare il post aperto a futuri aggiornamenti e chiudere baracca così, saltando cautamente da un punto di sospensione all’altro…

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Credo che abbiate saputo in giro che la Spagna ha vinto, di nuovo, l’Europeo di calcio. Mentre la tele restituiva immagini di delirio a Madrid, condite dai soliti commenti esuberanti che sono cifra stilistica del giornalismo sportivo iberico, a Barcellona, come sempre poca cosa. Non era neanche stato allestito un maxischermo. Entusiasmo sì, ma molto contenuto. Un’atmosfera sottilmente ambigua che, con i distinguo del caso, aveva accompagnato anche i due precedenti trionfi della nazionale. Di questo vorrei parlare, saltellando tra giuoco del pallone e politica facendo ben attenzione a non inciampare.

La questione nazionale catalana non ha mai avuto la drammatica visibilità di quella basca. La lotta armata, che pure è esistita, ha avuto durata e dimensioni decisamente circoscritte rispetto ai Paesi Baschi e i suoi militanti, dopo la rinuncia al conflitto, sono confluiti senza eccessivi traumi nell’alveo dell’indipendentismo “istituzionale”, per così dire, rappresentato da Esquerra Republicana (“Sinistra Repubblicana”), partito che in anni recenti ha anche preso parte a alcune esperienze di governo “regionale” (in Spagna le cosiddette autonomie comunità autonome hanno margini di governo significativamente più ampi delle nostre regioni). Ma il catalanismo, che molti immigrati italiani con un’associazione di idee tanto spontanea quanto erronea, sovrappongono spesso al leghismo, è un sentire complesso, che con sfumature diverse attraversa tutto lo spettro politico catalano, dalla destra neoliberale alla sinistra marxista.  A livello di opinione pubblica internazionale però, la risonanza del nazionalismo catalano è pressoché nulla e la Spagna tende a essere percepita, fatta salva la già menzionata eccezione basca, come una realtà tendenzialmente unitaria.

La vita quotidiana a Barcellona, anche se la lingua veicolare è tendenzialmente lo spagnolo, è costellata di prove che smentiscono immediatamente questa lettura: l’onnipresenza del catalano nell’amministrazione pubblica, bandiere catalane alle finestre anche senza ricorrenze da celebrare, manifestini indipendentisti su ogni muro, adesivi contro l’uso dello spagnolo nelle pubblicità di grandi aziende multinazionali, scritte sui muri tra l’assertivo e l’apertamente ingiurioso. Quando arrivai a Barcellona, alla fermata metro sotto casa, nel grafico esplicativo delle fermate, qualcuno aveva tirato una riga sopra “Espanya” con un pennarellone nero. Per non saper né leggere né scrivere, colsi immediatamente l’antifona. Insomma, qui c’è una fetta di popolazione consistente, o se non altro molto rumorosa, che ci tiene a far sapere che Catalonia is not Spain, slogan tradotto in inglese per informazione degli ignari turisti che gremiscono il centro città.

Curiosamente ma neanche tanto, il centro, dove in alta stagione gli indigeni sono presenti solo in percentuali volatili, è un confuso guazzabuglio di simboli spagnoli un tanto al chilo, trappole per gonzi, paelle, sangrie e varie altre cosette chiassosamente estranee all’immagine canonica della cultura locale. Questo sì, le magliette del Barcellona, più o meno taroccate sono assolutamente ovunque, indossate indistintamente dal catalano, dal turista, dall’immigrato. Gli unici festeggiamenti veramente moltitudinari sono quelli per le frequentissime vittorie del Barça, che riesce nella non facile impresa di essere simbolo per i locali e marchio per i turisti (con buona pace dei tifosi dell’Espanyol, la cui presenza in città è praticamente impercettibile).

Il calcio, nonostante molte anime belle ricordino a ogni piè sospinto che non bisognerebbe mescolare sport e politica (raccomandazione ampiamente disattesa…), è una delle più efficaci cartine di tornasole delle tensioni e contraddizioni della società catalana. Senza scivolare in pericolose generalizzazioni o strumentalizzazioni, e ricordando appunto che esistono anche tifosi di altre squadre e un sacco di gente che non segue il pallone nel suo incessante rotolare, il Barça riempie le strade perché la gente lo sente suo, rappresentativo dell’identità della città e della regione, cosa che non succede con la nazionale spagnola, nonostante l’abbondanza di giocatori blaugrana tra le file della Roja  e la sostanziale somiglianza del modulo di gioco. In Spagna la nazionale, al contrario che da noi, non è una colla a presa rapida capace di unire il paese a prescindere dalle sue tensioni e problemi reali, proprio perché parte di questi problemi sono di carattere identitario e non è forse scorretto affermare che la retorica trionfalista che circonda la selección è percepita da molti catalani, non soltanto dagli indipendentisti, come una fastidiosa semplificazione e un appiattimento della loro specificità culturale. Due anni fa, alla vigilia della vittoriosa finale mondiale contro l’Olanda, le strade di Barcellona furono occupate da un milione di persone che protestavano contro una sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo che bocciava vari articoli dello Statuto di Autonomia catalano del 2006, tra cui quello che definiva il popolo catalano una nazione dotata di lingua e cultura proprie. Si trattò di una coincidenza, ma estremamente simbolica.

E quindi, quasi assenti i catalani, tra indifferenti, insofferenti e perplessi, a scendere in strada o a fare casino sono soprattutto gli altri: spagnoli residenti a Barcellona che festeggiano la nazionale in modo non molto diverso da come potrebbe fare un italiano qualsiasi, una vergognosa minoranza di fascisti sui quali preferisco sorvolare, e, in meraviglioso contrappasso, gli immigrati africani e asiatici, che sono soliti riservare lo stesso calore anche al Barça e che cercano nel calcio una parziale identificazione con la loro patria adottiva, in assenza di strumenti, anche solo meramente linguistici, per poter cogliere la frammentarietà e la contradditorietà della situazione. Mancano all’appello i turisti, domenica agghindati con orripilanti cappelli da cowboy coi colori della bandiera spagnola, che partecipano all’ambaradan per ragioni non dissimili da quelle degli immigrati solo, prevedibilmente, in modo molto più superficiale e prêt-à-porter.

Per tutti questi motivi, domenica sera la Rambla era un luogo abbastanza mesto, straniante. Mezza vuota nonostante l’afflusso di tifosi più o meno improvvisati, canti e petardi rimbombavano nell’aria sgonfia della notte quasi per contratto. Capitato lì di rimbalzo  -avevo guardato la finale fuori città a casa di amici- osservavo i turisti italiani sconsolati, avvolti nei loro tricolori ammainati e mi chiedevo che effetto gli facessero quelle strade mezze vuote, se dopo un risultato del genere si aspettassero un’esultanza così limitata. Nel 2010, va detto, la festa era stata più animata, ma comunque nulla di paragonabile al caos che investe lo stivale in circostanze analoghe.

A quel punto, improvvisamente memore del pronostico sballatissimo che avevo solennemente emesso nel prepartita, me ne sono tornato a casa, vergognandomi della mia scarsissima lungimiranza, di cui i quattro gol e quei quattro gatti con le bandiere erano la prova più cocente. Forse anche per questo sul Divano non ho mai scritto di calcio giocato. Siamo tutti cittì, maledizione.

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Ora che il Movimento 5 Stelle è riuscito a imporre i primi sindaci della sua breve storia, dopo i consiglieri regionali dello scorso anno, il dibattito sempre più esacerbato sulle forme e i contenuti della sua proposta politica può finalmente entrare in una fase nuova. Sarebbe consigliabile evitare i pregiudizi e cercare di valutare serenamente l’operato dei nuovissimi amministratori e le contraddizioni e ambiguità che il movimento si porta dietro dalla nascita. Nessuno spulcerà gli archivi di questo blog per cogliermi in castagna, ma l’unico fugace riferimento a Grillo su queste colonne, risalente a circa un anno fa, non aveva un tono esattamente conciliante. Peraltro, da allora non ho cambiato opinione. I suoi proclami, documentatissimi e finanche preveggenti nelle accuse ma ormai sempre più improntati a un millenarismo che prevedibilmente non contempla diritto di replica, continuano a suscitarmi insofferenza. Al Movimento, nonostante tutto, guardo con curiosità e mi sono trovato più di una volta a chiedermi come potrebbe evolvere la dialettica imperfetta e sbilanciata tra gli attivisti, che sono poi quelli che agiscono nello specifico dei vari territori, e l’ingombrante, a volte imbarazzante, figura del loro ispiratore. Alcuni dei caposaldi del partito –perché di partito si tratta, nonostante tutto-, come il rifiuto categorico dei rimborsi elettorali o l’idea di “politico di leva” mi sembrano risposte interessanti alle presenti degenerazioni della cosiddetta casta – termine che non mi ha mai entusiasmato- e potrebbero avere un peso reale nella definizione di un approccio alla cosa pubblica finalmente liberato dalle forme più cancrenose di partitocrazia e professionalizzazione della politica. Il programma poi, insiste in maniera salutare su temi chiave come l’ecosostenibilità, che nell’arco istituzionale italiano, SEL a parte, sono pietosamente assenti, come se la parola “ecologia” fosse tuttora un neologismo di futuro incerto coniato per designare un’effimera moda culturale. Riconosciuti i meriti, resta però il problema ineliminabile del linguaggio di Grillo, della sua aggressività viscerale, dell’insulto come moneta corrente, della sua irriducibilità al dialogo, che finisce per oscurare contenuti spesso condivisibili. Michele Serra, che di Grillo fu autore dei testi per anni, in una recentissima Amaca mette a fuoco i termini della questione con la consueta economia espressiva, auspicando un progressivo distanziamento del movimento dal suo leader carismatico, se non altro in termini di scelte retoriche. In un’altra Amaca, in perfetta continuità col pezzo più recente, parlando della retorica leghista, Serra afferma che un linguaggio nefasto finisce per intorbidare anche le idee più limpide. Il velenoso messianismo di Grillo, ora percepito da molti come salutare espressione di una troppo a lungo repressa ira dei giusti, e prevedibile bersaglio degli strali dei “partiti tradizionali” che, tanto per usare un tecnicismo, si cagano addosso, è stata una delle forze agglutinanti del movimento fin dai tempi dei primi meet-up. Non potrebbe diventare gradualmente una zavorra, ora che la pratica iperrealista dell’amministrazione locale metterà il movimento di fronte a sfide nuove, come finalmente una relazione abituale con altri soggetti politici? Il mio timore è che il manicheismo che ispira la visione del genovese possa pregiudicare sul nascere un’esperienza politica potenzialmente molto feconda. Ma è ipotizzabile un M5S svincolato da Grillo? Questa intervista pubblicata dal Fatto Quotidiano a Carlo Von LinX del Piratenpartei tedesco, riassume in una sola risposta tutti i limiti di trasparenza e democrazia interna del movimento grillino, il cui nome e logo sono esclusiva proprietà di colui che a più riprese ha sdegnosamente declinato il titolo di leader.  Interessante in questo senso anche quest’altro articolo, ancora a firma di Federico Mello, anteriore all’intervista, declinato sull’asse affinità-divergenze tra il M5S e il Piratenpartei.

Sono dunque parzialmente scettico sulle prospettive future del movimento, ma d’altra parte non vorrei assecondare il gioco di chi, per proprio tornaconto, aspetta al varco gli homines novi grillini, prontissimo a crocifiggerli alla loro inevitabile inesperienza nell’amministrazione della cosa pubblica. Da quanti anni, per esempio, troppi elettori di sinistra concedono ultimi appelli alle errabonde spoglie dell’ex PCI senza neppure ricevere il proverbiale contentino di sentirsi dire qualcosa di sinistra? Lasciamo quindi che sia il tempo a giudicare, tenendo presente che, quali che siano i risultati, saranno quasi sicuramente preferibili all’ennesima rifrittura di un Rutelli o al lobbysmo spinto del quasi defunto PdL. Chissà che non ne esca qualcosa di nuovo nonostante il detentore unico del marchio.

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