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Archive for the ‘racconti’ Category

(Questo breve scritto è nato inizialmente come testo su un’improvvisazione musicale dell’Amico Marcificatore e Riccardino. Suppongo che un giorno caricheranno l’incisione su Youtube. Ho poi rimaneggiato il tutto fino a conferirgli la forma presente. E’ superfluo dire che non ho nessuna pretesa di correttezza botanica. In fase di stesura, attraverso l’onnipresente Wikipedia ho scoperto l’esistenza di questo albero, prova che almeno la metafora che sorregge il testo esiste in natura già da vari secoli)

L’aria si ferma più fredda, poi si rianima, scossa dal brivido del vento: il resto dorme o crepa. E’ allora che l’albero del fuoco conosce il suo fugace, frenetico, splendore, prima di intonarsi al generale dissipamento delle cose. Antitetico alla paziente sopportazione delle sempreverdi, attraversa primavera e estate secco e disadorno, in una condizione a stento distinguibile dalla morte: non un nido tra i suoi rami, non un uomo nei suoi paraggi, all’ombra assente delle sue fronde inesistenti. Assorbe i raggi benevoli del sole e ne cova il calore sotto la scorza fino all’autunno. Mentre boschi interi possono ardere nel breve volgere di ore per le fiamme propiziate dalla canicola, ne rifiuta il contagio, come consapevole della capitale differenza tra accidente e destino. Scintille come germogli annunciano l’incombere della maturazione, e con quella, la rovina. Violente, sbocciano e i rami bruciano perché le fiamme sono il loro frutto. Intensamente rosso nei brevi, agonizzanti, momenti della fioritura, l’albero del fuoco non sopravvive al culmine del suo ciclo, e un tronco carbonizzato è ciò che ne resta, svettante a indicare il cielo in attesa delle piogge che ne infradiceranno le povere carni consumate. L’albero del fuoco, maturo, è un rogo che accende con le sue fiamme rigogliose il grigio cavo dell’aria autunnale. E cenere è il suo raccolto, inerte.

Le forme stesse della sua parabola vitale, irrintracciabile negli stadi di crescita, anodina nell’anticamera della fioritura, effimera nel suo compimento, non permettono il crearsi di una memoria durevole presso uomini e animali. Neppure è dato sapere quali semi ne garantiscano la continuità. E’ lecito quindi dubitare della sua stessa esistenza. Pochi giorni orsono, misurando con passi assorti una sala di grandi specchi mentre dibattevo con qualcuno la questione, mi è stata insinuata l’idea che in realtà si tratti di uno dei più comuni e atavici incubi ricorrenti del legno, suggerito a un poeta, un alienato o un aspirante suicida, da una scintilla nell’aria di una stanza riscaldata dal sacrificio dei rami. Mi ha quindi consigliato di redigere immediatamente questa breve memoria prima che l’oblio tornasse a fare il suo corso.

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(un lipogramma relativamente facile e ammiccante)

La tua birra. No, non ti preoccupare, stasera offro io: devo prendermi sul serio, da domani comincio il programma antifumo. Sul serio. Se ti offro una birra e brindiamo all’imminente fine del mio tabagismo severo, creo un precedente, ci sono i testimoni e mi sento obbligato a continuare. No, tranquillo, nel caso abbandoni i miei piani, una fine ingloriosa, non ho in programma di far fuori i testimoni. Non sia mai che scopro che l’omicidio è come le sigarette e le ciliegie, perché poi è pure penalmente rilevante. Beh, sì, ho quella brutta tosse che tutte le mattine mi garantisce un bel risveglio di cacca, tempo di aprire gli occhi e partono già le prime scariche, ma alla fine, fosse per me, probabilmente non muoverei un dito fino agli ultimi sei mesi di vita diagnosticati da un medico ottimista. Oh, tu lo sai come sono fatto, non ho una volontà di ferro, sono pigro, e alla fine anche le cattive abitudini ti danno un senso di piacevole familiarità. E poi sono coreografiche: quando mi accendo una sigaretta nei momenti di indecisione, sento che sto interpretando la mia vita con un certo fascino… Alla fine è tutta colpa di Laura, mi ha veramente rotto l’anima, e considerando che sono ateo è un grande risultato e pure una specie di gioco di prestigio. E non puoi continuare così, e sei ancora giovane per avere una tosse cronica così, e tutte le mattine mi svegli prima del tempo, manco fosse per darmi un bacio. Tu che hai studiato psicologia, non sarà mica che tendiamo a trasferire nella nostra dolce metà una gran parte del superego? Sì… cacchio, come l’impresa grossa che smobilita dai paesi ricchi e sposta tutto in Romania, in Cina… Hum, vabbé, dai, un paragone che non sta in piedi. Ho detto una vaccata. Lasciamo perdere. Allora, finisco di spiegarti, poi mi racconti com’è andato il colloquio, che son curioso, è come se adesso avessi l’allenatore, lei mi stila un programma, ed io, docile, eseguo. Ok, eseguirò, non ho ancora fatto un tubo. Anche se mi girano già le palle, mi sei testimone anche in questo. Ma è un po’ come scaldare i motori, no?

Lei dice, e mentre lo fa, credo io, semplifica alla grande, che se non ci pensi, le abitudini perdono il loro peso, tu quasi non ci fai più caso, e loro volano via, come evaporate: e insiste, e secondo me questa è un po’ una menata, che il punto è proprio non pensare a priori, perché smettere di pensare è già un grossolano errore di metodo, visto e considerato, che così facendo, creiamo con le nostre mani un prima e un dopo, un pieno e un vuoto, e questo vuoto si riempie con un dolore o un rimpianto, vuoto non resta quasi mai. Sì, sì, grossomodo sono parole sue, non sto abbellendo più di tanto. Che poi, mi chiedo io, uno per avere voglia di fumare non è che deve pensarci, non so te, ma io non ho mai avuto bisogno di pianificare. Ok, quando dici “adesso mi faccio una bella sigaretta”, ma non è mica un progetto Allora, dice lei, e nello sguardo le noti un sincero intento didattico, se vuoi ridurre il numero di sigarette quotidiane, cancella semplicemente l’idea che per quindici anni filati hai viaggiato alla media di quasi un pacchetto al giorno, stabilisci una soglia massima accettabile, per esempio dieci sigarette e non guardare oltre. L’undicesima, quella che normalmente ti sparavi appena fuori dal lavoro, boh? chissà dov’è? oltre i tuoi pensieri, anche se il pacchetto a metà ti suggerisce, maledetto lui, che potresti fumare ancora. I tuoi pensieri finiscono a dieci, e insieme a loro i tuoi bisogni. Lo so, magari poi scopro che ha copiato tutto di peso da uno di quei libracci ignobili, tipo The secret dei fumatori. E’ come comprare una macchina più piccola: il serbatoio è più piccolo, e ci sta meno carburante, capisci? E il tuo obiettivo è andare a piedi, uscire a fare una passeggiata con le tue gambette. E’ il contrario di uno sprint finale, insomma: quando uno ricomincia a correre e l’ultima volta è stata alla fine delle medie, conviene partire piano, dosare le energie, aggiungere poco a poco. Ecco fai così, comincia togliendo il minimo. L’ideale sarebbe che tu facessi le due cose contemporaneamente, sottrarre sigarette e aggiungere chilometri, ma forse, lo capisce da sola, ti sto chiedendo troppo. Magari per il tuo compleanno ti regalo una tuta. Mi stai seguendo? Sono un po’ confuso, lo so, troppe parentesi aperte.

Ovviamente, le piace un casino fissare obiettivi, tabelle di marcia, quando le dieci sigarette saranno un traguardo acquisito e sarai pronto a diminuire ancora, i tuoi pensieri si fermeranno più indietro: cinque? Cinque. Non oltre, ti fermerai sulle dita di una mano, e con l’altra, dietro la schiena, potrai grattarti o massaggiarti a tuo piacimento. Questa cosa della mano libera per grattarmi mi fa un po’ ridere: grattarmi come un premio perché fumo meno. Quando me lo ha detto mi sono pure chiesto se se l’era studiata o se le era venuta così. Se ti metti in questo ordine di cose, dice lei, sicuro che smetti di fumare. Io finora non ho fatto troppa pubblicità in giro, perché poi se non ce la faccio? Parlarne con te è proprio come andare dal notaio. A me, a dir la verità, il metodo, non è che convinca granché: sarà quella patina di cinismo che mi è venuta immedesimandomi per troppo tempo in Clint Eastwood, saranno tutte pose, le mie, però, accidenti, mi sembra tutto così terribilmente buonista… Dai, come quella proposta che girava anni fa, sarà stata una leggenda urbana? di mettere le pubblicità antifumo nei film vecchi, classico del cinema in bianco e nero, Humphrey Bogart con l’enfasi a puntino che se ne accende una e, in sovrimpressione, nuoce gravemente alla salute. Insostenibile. Buonista, cacchio. Ma forse, se smetto di fumare mi libero anche del cinismo, cosa dici? Laura, quando ho cominciato a fumare, non mi conosceva, ma lei è sicurissima che io faccio parte della specie, che a me sembra ormai estinta, dei fumatori adolescenti aspiranti duri. Io la guardo con occhi dubbiosi ma poi non ho il cuore di contraddirla, mi dispiace frustrarle le teorie, ci sta mettendo del bello e del buono, che le dico, ho cominciato a fumare perché mi annoiavo? Il pomeriggio non studiavo, le parole dei libri non riuscivo a spostarle dalle pagine alla memoria e allora, col cervello in bianco, restavo a guardare le volute di fumo delle mie prime sigarette che riempivano sottilmente tutta la camera, fino a sparire completamente. Prima di accendermene un’altra rimanevo un bel po’ a occhi stretti a scrutare il fumo per assicurarmi che si fosse davvero dileguato, poi ricominciavo il gioco. Siccome sono sempre stato un incostante, a volte mi distraevo dai ghirigori della sigaretta e buttavo un occhio a quella palla di Montale: qualcosa ho imparato, alla fine. Forse il tabagismo è stata la contropartita da pagare per quel terrificante trentotto sessantesimi. Prima che tornasse mia madre, col favore della primavera, aprivo tutte le finestre. Oh, sono riuscito a tenerglielo nascosto fino alla fine del contratto con l’Infotech, sì, sì ci ho lavorato due anni esatti. A proposito, ‘sto benedetto colloquio? Sei andato bene?

Dai, son contento. Adesso vuol cambiare lavoro anche Laura. Vediamo come butta, son tempi di vacche magre. Ma sai poi cos’è che mi fa paura di smettere di fumare? E se ingrasso come un maiale? Mio cugino, che sembrava Iggy Pop, non si è mai più ripreso, ogni tanto lo guardo di straforo, lo ricordo venticinque chili fa e stento a capacitarmene. Lui però la prende con filosofia, dice che per lavorare alle poste bisogna averci il fisico e quando era asciutto e nervoso stonava con l’ambiente, adesso ci si confonde perfettamente. Non è una prospettiva invitante, un problema via l’altro, così. Ma sai cosa? Se arrivo a ingrassare, appunto, vorrà dire che avrò smesso di fumare e quindi, che il metodo antifumo di Laura è efficace. Potremmo ripeterlo col cibo, una bella dieta passettino dopo passettino, poi magari ricomincio anche a correre. Abbiamo fatto trenta… Ridurre le calorie, ridurre le calorie… Se tutto va come deve, però, quando sarò lì a soffrire perché niente bis di ragù di lepre, ricorderò all’improvviso che dopo il pasto mi sarei acceso una paglia e che non ne ho più bisogno. Laura dice così, che dipendere da qualcosa è tutto un fatto mentale, se lo superi poi non te ne accorgi nemmeno, appunto, un giorno ti guardi attorno e vedi che manca un dettaglio nel paesaggio. Come il giochino della Settimana Enigmistica, solo che lì i dettagli erano sette, o anche di più: io ero bravissimo. Ho sempre avuto del colpo d’occhio. Tipo, ti eri accorto che dall’ultima volta hanno cambiato il divanetto là in fondo, quello dell’ultimo tavolino? Quando siamo venuti il mese scorso non c’era ancora, c’era quello marrone brutto ma comodo. La prossima volta, dobbiamo testare il divanetto nuovo. O pure stasera… se quella coppietta là fa tanto di andarsene… Che ora è? Ok, adesso andiamo, lasciami finire con calma la birra, anch’io ho la sveglia domattina. Come non detto, mi sa che lo proviamo solo al prossimo giro, peccato, ero curioso. Quando arriverò a metterci le chiappe sopra, finalmente, sarò ormai a buon punto col programma, sarò quasi disintossicato. Pensa che bello. E dall’esterno, nessuno noterà il cambiamento, ma quando uscirai tu, io non ti accompagnerò più. Spero. Te fuori e io qui tranquillo a guardare i poster sui muri. Un lusso, visto che li conosco a memoria. Oh, non ti incacchiare, era per dire, lo so che non sono ancora passato dall’altra parte della barricata, mi stavo lasciando trasportare. Dai facciamo pace, adesso usciamo e ci facciamo l’ultima insieme. Sono le undici e tre quarti, facciamo in tempo a fare tutto. Ho detto che comincio domani e non penso di venire meno alla mia parola. Ma occhio che non mi scappi l’orologio, controlla anche tu, sennò cominciamo malissimo.

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(il titolo viene da qui. Se vogliamo, si può considerare un omaggio. Il testo non è in nessun modo autobiografico, se si eccettua la mia notevole propensione a perdere ombrelli)  

Oggi finalmente ha spiovuto. Quattro giorni filati, dannazione. Monitoravo la situazione dalle finestre dell’ufficio e fra le nubi non più di pece, filtravano raggi di sole. Sono uscito che già era buio, ma nell’oscurità continuava a non piovere. Arrivato a casa, ho capito che in quel momento, alla finestra, avevo cominciato a dimenticare l’ombrello. Per l’ennesima volta. Perché l’ombrello, per me, non può sopravvivere alla fine della pioggia. Diventa oggetto inane. E’ così da sempre.

L’ombrello di nonna era scuro e nobile. Ingombrante anche da chiuso. Destinatario di uno speciale riguardo le cui ragioni, in assenza di spiegazioni dell’interessata, potevo solo congetturare. Ma trattandosi forse di una prescindibile nota a margine della nostra storia familiare, o forse invece di un ricordo di preziosa intimità, nonna non aveva ritenuto necessarie delucidazioni. Ad ogni modo, fin da piccolo, sapevo che quello era il suo ombrello, speciale enfasi sul possessivo. Uscito da un’altra epoca, una di autentiche mezze stagioni, dava ai miei occhi di bimbo una prima approssimativa misura della regolare corsa delle generazioni. Come anche la sua bicicletta, che pure leggermente ossidata, aveva imparato a memoria senza tentennamenti la strada della messa, del mercato, della casa della sorella. La bicicletta, reperto glorioso, la usa ancora mamma, e davvero va riconosciuto al mezzo un certo decoro, una consolidata esperienza nell’assecondare le esigenze di mobilità di rispettabili signore. L’ombrello l’ho perso io in terza media. Investito postumo della dignità di capostipite, inaugurò una serie di entità imprecisata, e comunque approssimativamente intorno alle due decine che, se domani non dovessi ritrovare quello che ho lasciato in ufficio, si arricchirebbe di un nuovo esemplare. Le misteriose sparizioni sono all’ordine del giorno, e nel paio di uffici che ho passato, ci sono sicuramente rispettabili colleghi con una marcata vocazione alla cleptomania, gli stronzi. O donne delle pulizie, vai a sapere. Ma latitano le prove, quindi taccio. Dopo quella prima sparizione, traumatica, qualità e vita media degli ombrelli miei peggiorarono e si accorciarono senza riparo, di fronte alla logica considerazione che in fondo per me gli ombrelli tutti erano oggetti a perdere. E le dimensioni, anche. Ormai sono approdato da qualche anno agli ombrelli pieghevoli dei cinesi, euro 3.50, molti dei quali affrontano la prima pioggia già mezzi rotti. Soprattutto, non volevo più farmi carico della responsabilità di avercelo, un ombrello.

Ormai avevo abbandonato da qualche anno gli ombrelli colorati e bambineschi, uno della Ferrari, degno del maggior rispetto, non ce l’avevo a mano, e a sancire ufficialmente il mio status di non più marmocchio, che rivendicavo con energia e una punta da acrimonia davanti a tutti i plurimaggiorenni scettici, mamma mi aveva affidato l’ombrello di nonna, con la promessa di non perderlo, di prendermene cura, che la nonna era contenta e l’idea era sua, ma che dovevo comportarmi da persona responsabile. Una investitura, all’atto pratico, che io liquidai frettolosamente, deciso a rimbalzare con fermezza il tono didattico di mia madre, che pensava forse di stare parlando coi miei fratelli minori. L’ombrello passò bene l’inverno, piovoso il giusto, e io imparai ad addomesticarlo, perché in effetti era voluminoso, e per un ragazzino guidare la bicicletta con quel coso e una mano sola non era facile. Ma a quell’epoca non l’avrei ammesso neanche in cambio di un pacco di fumetti nuovi e i miei, una volta assicuratisi che non mi sarei ammazzato piantandomi l’ombrello tra le razze, decisero di reggere quel gioco delle parti. Aprile era entrato a pieno regime, il sole era parecchio bello, il tepore dell’aria, l’ubriacante pressione ormonale, la promessa delle giostre nel giro di poche settimane, per il patrono, un paio di dischi dei Led Zeppelin che mi aveva copiato un compagno da vinili del padre: neanche l’esame prossimo venturo poteva scalfire quella fioritura. Ero pericolosamente vicino alla soglia massima di onnipotenza consentita a un quattordicenne. Poi, una serie di voti poco brillanti e una ricaduta piovosa. Un pomeriggio, di ritorno dal judo, spiove e nella beatifica riapertura dei cieli azzurri a noi mortali, dimentico l’ombrello degli avi. Fu mia madre a crocifiggermi alla mia responsabilità. Io stavo leggendo un manga fighissimo e lei interruppe brutalmente la lettura con la sua domanda: mi ricordo ancora i dialoghi, quelli del manga, e il mio con mia madre, da quel momento fusi in un’entità diseguale carente di senso compiuto. Il giorno dopo, anche se non avevo judo, tornammo io e mamma in palestra e l’ombrello si era volatilizzato. Pensavo che, cazzo, come suonavano fresche le parolacce allora, ok, mi ero sbagliato, ma era solo un ombrello … cioè, Giacomo si era indebitamente appropriato di mezzo supermercato e questa cosa lo rendeva agli occhi suoi e di vari compagni, bello come un dio. Il mio miserabile senso di colpa, coglionaggine da bravo bambino, doveva rimanere occulta, pena il mio sputtanamento sociale nella cerchia dei più rispettabili quattordicenni di ascendenze teppistiche. Giorni più tardi, tentammo l’ufficio oggetti smarriti. Era mia madre a guidare la prassi, insopportabilmente immedesimata, così la vedevo, nel ruolo di adulto della situazione. Mi giravano i coglioni, ma l’errore di partenza era mio, e non potevo ribattere. All’ufficio di ombrelli ce n’erano due, ma non quello di nonna, erano ombrelli simili a quelli che ormai rifiutavo come infantili. Poi varie chiavi di casa, un paio di occhiali da vista leggeri che per la montatura potevano appartenere solo a un vecchietto sbadato, e qualche oggetto di dubbia utilità e natura. Non potevo fare a meno, mentre contemplavo vanamente quella piccola e insignificante parata di effetti personali, cercando di scorgere il mio ombrello oltre il muro dell’evidenza, se ognuno di quegli smarrimenti fosse accompagnato dallo stesso carico amaro che mi stava assillando, dallo stesso carattere di circoscritta questione familiare. Uscimmo dall’ufficio ritrovandoci ovviamente nella piazza centrale del paese, popolata come sempre di capannelli di vecchi intenti a diluire la giornata nelle chiacchiere: mamma sentenziò, guardandomi negli occhi, che l’errore sussisteva, e con esso la mia responsabilità, ma che per non dare un dispiacere alla nonna, l’argomento sarebbe stato passato sotto silenzio. E anche se abitava in casa con noi, era relativamente facile far sparire la sparizione tra le pieghe della galoppante demenza senile che, malevola, improvvisa, aveva cominciato a manifestarsi coi rigori dell’inverno, quando l’ombrello era ancora da poco mia responsabilità. In quella fase, si intuiva appena la profondità del baratro nel quale la malattia avrebbe scagliato, impietosa, la personalità della nonna, le prerogative che me l’avevano fatta amare come la buona nonna che era, le sue doti culinarie e quant’altro, lasciando in cambio uno scomposto simulacro di confusione, sporcizia e inconsapevolezza che suscitava nella mamma una pena lancinante e in me, solamente, un cocente imbarazzo che si manifestava in occasione delle visite dei coetanei. A posteriori ripenso con un imbarazzo aggiuntivo a quella reazione, che poi si spiega quasi tutta con la mia età anagrafica, con la fisiologica inadeguatezza di un non ancora quattordicenne, spettatore forzato dello spettacolare decorso di una infermità degenerativa della terza età, a una prova così impegnativa. In quello scenario di grandi e rovinosi cambiamenti, degenerazioni, appunto, lo smarrimento dell’ombrello era effettivamente un’inezia, però, per quanto me la raccontassi, la consapevolezza confusa del mio piccolo errore era come un dito, un ombrello, nella piaga del mio imbarazzo per le poco decorose condizioni di nonna. Ma questo ovviamente, l’ho capito anni dopo, a puntate, per piccole illuminazione e brevi constatazioni, quasi a strappi, quando una conversazione o un oggetto della sua vita terrena me la riportavano alla memoria, o quando il due di novembre, nella quiete puntualmente interrotta del cimitero, ci allontanavamo dal suo tumulo dopo avere depositato i nostri fiori. Sul momento, appunto, solo la sensazione, tanto ingarbugliata quanto ineludibile, che farla franca in quel modo non valesse, che alla fine una sgridata sarebbe stata un giusto prezzo per la mia sbadataggine. Anche se a dire il vero, in quattordici anni, nonna non mi aveva sgridato neanche una volta, e neppure i miei fratelli. Le è mancata forse, o forse no, la possibilità di arricchire con un pezzo unico il suo limpidissimo rapporto coi nipoti.

Da quel momento gli ombrelli smisero per sempre di importarmi, in parte per consapevole ripicca e in parte per l’oggettiva constatazione che essendo la pioggia dalle nostre parti un accidente tutto sommato episodico, ugualmente provvisori e casuali potevano essere gli strumenti per ripararsene. Anche se di qualità infima, come da mia decisione programmatica, pochissimi sono gli ombrelli della serie usciti di scena per sopraggiunta inservibilità. L’ombrello di nonna aveva segnato una strada maestra, quella dell’oblio, che tutti i suoi successori avrebbero poi seguito nella più plateale indifferenza del loro proprietario. Avevo infatti chiaro che gli oggetti ai quali volevo appiccicare una particella di responsabilità erano altri: la collezione di dischi, ad esempio, alfabeticamente ordinata, ricca di preziosi reperti ben conservati. Quando ripasso da casa, mamma ancora mi rimprovera di essere sbadato ed io, davanti a una così plateale incomprensione di una condotta deliberata, taglio corto dicendo che la macchina ormai è ora che la cambi e non l’ho ancora persa. La risposta ovviamente funziona, nella sua esagerazione, perché non le ho mai raccontato, con una lungimiranza di cui ancora mi compiaccio, di quella volta in cui ho ribaltato l’appartamento per trovare le chiavi, riemerse solo dopo sei ore di estenuanti ricerche e una giornata di lavoro raggiunta in autobus.

Se domani l’ombrello non sarà in corridoio, abbandonato in un angolo, come la cosa infima che è, me ne farò una ragione in una frazione di secondo, intento più che altro a compatire chi sente il bisogno di rubare un oggetto malmesso dal valore commerciale di partenza di tre euro e mezzo. Un occhio alle previsioni però stasera lo voglio dare, non sia mai che domani mattina, maledizione, voglia piovere di nuovo.

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Si attribuisce l’inusuale brevità del mese di febbraio, come è risaputo, ad una fatale disattenzione dell’artigiano che per primo concepì e fabbricò il calendario come ora lo conosciamo. Personaggio di multiforme ingegno e sorprendente inventiva, passato alla storia, come da sue precise disposizioni testamentarie senza nessun nome in particolare, fatto che lui stesso alcuni anni dopo la morte ebbe a definire “la più straordinaria delle imprese, la più mirabolante delle fatiche”, ispirò letterati e poeti, fornendo un insuperabile modello per personaggi ormai comodamente insediati nell’immaginario collettivo, come Mastro Geppetto. Alcuni studiosi, che potremmo qui tranquillamente smascherare come cialtroni specialisti in aria fritta, servendosi di una documentazione parimenti lacunosa a quella che contribuì a costruirne il mito, hanno recentemente contestato all’inclito inventore la paternità del calendario, insinuando tra le righe che egli si sia limitato ad agire su commissione, senza però ottenere significativi riscontri, a riprova della loro pochezza e della tesi, qui sostenuta tra le righe, che le leggende si possono estinguere ma non sostituire. Secondo la versione che egli dettò al figlio primogenito sul letto di morte, che aveva costruito con le sue mani due giorni prima del trapasso definendolo “il punto di partenza per nuove peregrinazioni”, febbraio era stato l’ultimo dei dodici mesi attualmente in vigore ad essere ultimato, nel tentativo di migliorare una prima versione del calendario che contemplava soltanto dieci mesi e che pertanto era stata scartata dopo anni di ripensamenti e successivamente bollata, con metafora tolta dall’arte della sartoria che pure praticava con eccellenti esiti, come un “miserabile vestito corto”. L’idea originaria prevedeva che ciascuno dei mesi durasse trentuno giorni, salvo poi accorciare qua e là secondo necessità. Data però la scarsa duttilità delle materie prime e la somma facilità con cui il tempo sfugge anche dalle dita più sapienti, le dieci porzioni che aveva eseguito in gioventù erano riuscite diseguali, la maggioranza secondo le previsioni, altre appena più corte di una rivoluzione solare. All’atto di mettere mano alla sua realizzazione giovanile, decise comunque di attenersi a quel primo progetto, fabbricando con insolita rapidità, come se nel frattempo non fossero trascorsi “troppi anni zoppi” due fiammanti mesi nuovi, dei quali si poteva riconoscere l’esatta durata di trentuno giorni completi persino ad occhio nudo. Per una di quelle futili distrazioni che fin dalla notte dei tempi caratterizzano l’autunno della vita, appena terminato il lavoro, l’inventore si alzò con l’intenzione di concedersi un bicchiere di vino rosso, invenzione che più di ogni altra si rammaricava di non potersi attribuire ma che tuttavia era in grado di realizzare con assoluta maestria, lasciando incautamente l’opera conclusa a nessuna distanza dal camino acceso, che lo riscaldava in quella giornata d’inverno non ancora adeguatamente databile. Ritornato dalla cucina vide che gli ultimi tre giorni del mese appena inventato giacevano carbonizzati sul pavimento, già abbondantemente trasposti in cenere, mentre il resto, ormai più che lambito dalle fiamme, cercava di non seguirne lo sconfortante destino. Spento rapidamente l’incendio e pulito il pavimento con la scopa di saggina che aveva regalato per le nozze alla sua defunta moglie, creazione fra le sue più utili, si lasciò cadere sulla sedia, esausto, e prese a maledire la sua sventatezza. A quella prima disgrazia, come da infallibile adagio, ne seguì un’altra. Citato in giudizio da un comitato di notabili locali, al quale in realtà nulla importava dell’efficienza di un’invenzione di cui a stento comprendevano l’utilità e che mirava invece ad affossarne la carismatica figura, giudicata troppo ingombrante, l’artigiano si trovò suo malgrado coinvolto in un’aspra battaglia legale, in cui la sedicente parte lesa si attribuiva a sproposito le prerogative del mese di febbraio, “ingiustamente decurtato ancor prima di entrare in effetto”. Un tribunale di anziani, composto perlopiù da paesani leggermente più giovani dell’imputato stesso, stabilì che alla vittima, nell’impossibilità di riattaccare l’estremità carbonizzata, venisse corrisposto come indennizzo un giorno ogni quattro anni. La mitezza (o per meglio dire: l’insensatezza) della pena è da interpretarsi come sonora sconfitta delle istanze dell’accusa, che nonostante i molteplici tentativi in tal senso, non era riuscita ad orientare a suo favore la composizione del consiglio di saggi: così facendo si dava simbolicamente ragione ai risentiti notabili, attingendo un giorno striminzito da un serbatoio di tempo che allora pareva smisurato, mentre all’atto pratico nessuno ci rimetteva di tasca propria. Molteplici secoli dopo i fatti qui narrati, una volta appurato che questa versione del calendario, rimaneggiata dagli accidenti della sorte e dai decreti di una legge incerta, corrispondeva precisamente alla durata dell’anno solare furono in molti a scorgere nella vicenda i segni di una sapiente regia divina, attribuendo perciò all’inventore l’ingombrante ruolo di strumento privilegiato della provvidenza. Venuto a conoscenza dello stupore e dell’ammirazione che riempivano in buona parte il mondo degli uomini, l’artigiano, quando interpellato, prendeva a commentare schivo e quasi rassegnato, che la mirabolante coincidenza aveva a che fare, secondo il suo personale sentire, più col semplicismo di un cattivo scrittore che con la semplicità del Creatore e che, fatalmente, gli snodi cruciali della sua esistenza sembravano intessuti, o meglio intrisi, di banalità compiacenti, cosa che non lo rendeva né felice né tanto meno orgoglioso. Troppo spesso, aggiungeva, alcuni eventi per il solo fatto di essersi avverati senza che nessuno li avesse predetti, di essere stati i primi petali a sfiorire nell’infinitamente rigogliosa rosa del possibile, venivano fraintesi per la Verità e conseguentemente venerati, come se in essi giacesse davvero un senso superiore, quasi si trattasse di un proverbio fattosi Verbo per semplice forza d’inerzia: tutt’al più, chiosava, potevano fregiarsi del titolo assai più limitato di realtà, con erre prevedibilmente minuscola.

Applicava queste sue convinzioni con rigore inscalfibile: nel luogo dove si trovava dal giorno della sua dipartita, e che per puro amor di brevità designava con la lacunosa definizione di “aldilà”, ricevevano eterna ospitalità tutti coloro che come lui avevano ultimato la loro carriera terrena, uomini e animali, e soprattutto venivano immagazzinati tutti gli eventi passati, possibili e impossibili, ivi compresi quelli che avrebbero potuto verificarsi nel corso dei millenni, proprio in quegli ultimi giorni di febbraio che erano bruciati per sempre mentre lui si versava un bicchiere di rosso. Ebbene, messo di fronte alla possibilità di contemplare la versione definitiva ed aggiornata della commedia umana, che di giorno in giorno si arricchiva di nuovi capitoli, aveva però deciso di dedicare la sua attenzione esclusivamente alle infinite prove tecniche di realtà che, per motivi insondabili, non erano giunte a concretizzarsi, scorgendovi qualcosa di quel fascino febbrile che in vita aveva potuto rintracciare solo nell’attività di inventore, nella faticosa sistemazione di idee sconfinate nell’angusto orizzonte della pratica. Amava dunque passare così le sue giornate, gli occhi persi nell’abissale crepaccio dove senza requie ribolliva ciò che non aveva potuto essere, tutti i fatti e i fatterelli di tutti i trenta e trentuno febbraio futuri, per tacere dei vari ventinove, quelli che tre volte su quattro non accadono, quelli che non vengono risarciti al mese monco. Affascinato, ripeteva a coloro che passavano di lì e che a volte si fermavano a condividere con lui l’incessante spettacolo del sovrapporsi degli accadimenti, che l’impossibile era semplicemente un luogo di nuove congetture e nuove coincidenze, e che la sua osservazione poteva insegnare almeno quanto quella della realtà canonicamente intesa. Una buona parte di ciò che riusciva a scorgere gli risultava difficilmente comprensibile perché recava su di sé i segni indelebili di ritrovati della tecnica e giravolte della storia che quando si era ritirato dal mondo erano ancora ben lungi dall’apparire in scena, e tuttavia lo stimolava la possibilità di indovinare forma e colore della “realtà a me postuma”, così la chiamava senza trattenere un sorriso beffardo, a partire da una teoria infinita di dimostrazioni per assurdo. E se per tutte le persone che vedeva morire alle ultime battute di febbraio era facile immaginare un decesso differente in un altro punto dell’anno solare, poiché presumibilmente nessuno di loro custodiva il segreto dell’immortalità, sicuramente più complesso era individuare cause e conseguenze di episodi più sfaccettati come la seconda guerra mondiale, la terza, la guerra lampo che la Svizzera aveva – o avrebbe – dichiarato al Lichtenstein o la scomparsa dell’Olanda sotto le acque che per secoli – questo intuiva – l’avevano guardata dall’alto in basso; innanzitutto doveva capire cosa intendessero gli uomini che abitavano l’impossibile con termini come “Svizzera”, “Olanda” o più semplicemente “mondiale”, perché in questo aggettivo vedeva comprese terre che si trovavano laddove egli pensava che si estendesse incontrastato soltanto il Mare Oceano. Una volta articolate le dovute congetture, esaminava accuratamente tutti gli aspetti di un evento, suddividendoli poi tra improbabili, plausibili e quasi certi. Visto e considerato che ognuna di queste circostanze impossibili disponeva per il suo sviluppo di appena due o tre giorni consecutivi e che nessuna di queste poteva permettersi il lusso di sfociare nel mese successivo, arrivò presto alla conclusione che processi stratificati quali la formazione di un regno, come appunto quello di Svizzera, dovevano avere avuto effettivamente luogo e che si dovevano scartare come poco credibili solo alcuni fugaci corollari della sua esistenza, come forse la guerra al paese di Lichtenstein, che si era invece consumata nel giro di appena otto ore. E se d’altro canto era pienamente credibile che gli scienziati del Dopo fossero arrivati a realizzare una terrificante arma conosciuta col nome di bomba atomica, gli sembrava al contrario assai inverosimile che la suddetta fosse stata usata senza remora alcuna contro i regni di Giappone, Cuba, Vietnam e in generale in gran parte del territorio che veniva denominato Medio Oriente. Fu portato quindi a scartare dalla sua versione definitiva dei fatti, se non altro per la loro scarsa auspicabilità, ciascuno di questi sciagurati utilizzi pratici. In nessun caso tuttavia, fu sfiorato dalla tentazione di mettere ordine nel diluvio indiscriminato di eventi consultando la “versione definitiva”, a sua disposizione in ogni momento ad appena un quarto d’ora di cammino, in un edificio dai colori spenti che uomini arrivati molto dopo di lui denominavano “la biblioteca”. La sua era una decisione pacata ma categorica. Quello che cercava non era una chiave di lettura uniforme, un punto di fuga verso il quale potessero convergere come gregge mansueto le incoerenze dello spettacolo delle ipotesi che ogni giorno si dipanava davanti ai suoi occhi. Non era neppure sicuro che esistesse, qualcosa di simile. Per questo, ancor più che ricostruire il corso principale degli eventi, lo entusiasmava perdere il filo e soffermarsi sulla miriade di dettagli materiali che restavano quieti sullo sfondo, a significare che la loro penetrazione nella vita dei suoi simili doveva essere stata, almeno da un certo punto in avanti, massiccia: patate, cambiali, parrucche, automobili, pitali, ascensori, portali di telestrasporto, cipria, biciclette, penicelina, macchine fotografiche, miniaturizzatori, pallottolieri, palloni per il calcio fiorentino e per la pallacanestro, ammazzamosche, schiaccianoci, scacciapensieri, citofoni. La frammentarietà delle informazioni che lo bombardavano faceva sì che egli potesse verificare soltanto per rapidi e parziali scorci quali soluzioni gli uomini avessero escogitato per problemi che in ogni caso restavano fuori dalla sua visuale, in che modo fossero riusciti a turbare irrimediabilmente equilibri consolidati e quali mode passeggere avessero increspato per un breve volgere di stagioni le loro esistenze per poi lasciarle sostanzialmente immutate; ma proprio qui, in questo svelarsi eternamente parziale, risiedeva il fascino di tanto inesausto almanaccare. C’erano poi eventi di altro tipo, che in un primo momento aveva creduto inspiegabili eccezioni alla logica non ferrea ma comunque piuttosto definita che sembrava soggiacere al groviglio di avvenimenti e che però, ad uno sguardo più attento avevano poi recuperato la loro posizione in seno al contesto: si trattava dei sogni e di quelle che aveva imparato a conoscere come proiezioni cinematografiche, paragonabili ai sogni stessi, ma molto più estese, logicamente coerenti e che al pari dei poemi raccontavano una vicenda fino al suo scioglimento ultimo. Mentre dei sogni aveva riconosciuto quasi immediatamente l’atmosfera opaca, sfuocata e ottundente della quale aveva avuto innumerevoli esperienze in vita, o se si preferisce nel sonno, con le proiezioni non poteva fare affidamento su nessun tipo di conoscenza pregressa. Perciò gli era capitato molte volte di vedere guizzare nel magma una storia e di averla creduta plausibile, salvo poi rendersi conto che non si armonizzava minimamente con i dati che era fin lì riuscito a raccogliere sullo stato delle cose. Finiva così per cancellare dalla sua ricostruzione, con l’imbarazzo di un bimbo che si accorge di essere stato menato per il naso, le varie invasioni di creature mostruose provenienti dalle stelle che tanto credibili e spaventose gli erano parse, come pure le molte raccapriccianti storie in cui i morti tornavano sulla terra per cibarsi delle carni dei vivi. Il carattere bizzarro di questa tipologia di accadimenti, la loro natura di finzione conclamata e consciamente riconosciuta, faceva paradossalmente sì che al pari dei sogni, potessero avere cittadinanza anche nella realtà che lui stesso aveva abitato alcuni millenni prima. Ad ogni buon conto, una volta imparato a riconoscerle, aveva finito col trovare molte di tali rappresentazioni davvero scadenti, artificiali, prive della complessità della vita e tese unicamente verso la loro spettacolare risoluzione. Poco a poco, ripensando alle coincidenze perfette che avevano governato la sua esistenza terrena e alla faciloneria di chi lo vedeva come un inviato celeste, prese ad assalirlo lo sconfortante sospetto di essere egli stesso parte di una siffatta messinscena e che il cattivo scrittore che si era improvvisamente trovato a paventare come deus ex machina di tutta la sua biografia fosse tanto ingenuo o svogliato da renderlo protagonista di una vicenda che lui stesso, dal suo ruolo subalterno di personaggio, avrebbe potuto giudicare banale e bislacca. Allora restava col cuore in gola ad auscultare i suoi pensieri nel timore che, una volta arrivato ad intuire il ridicolo meccanismo che sovrintendeva la sua vicenda e che doveva occultarne le innumerevoli falle, questi potessero improvvisamente e definitivamente interrompersi.

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Il signor Gianni M. aveva da poco affrontato il cambiamento più drastico della sua esistenza, ed ora era, a tutti gli effetti, un decapitato. Il suo più grande cruccio era di non poter portare il cappello, complemento estetico che riteneva fondamentale. Ad ogni buon conto si possono scorgere in questa apparentemente innocua pretesa i sintomi del capriccio, perchè prima che gli occorresse l’infausto incidente che, come da norma, separa in due corpo ed esistenza di ogni decapitato, prima di questa data, si diceva, non aveva mai portato il cappello. Si era trasferito frettolosamente nella nuova dimora, tanto frettolosamente che non gli era stato possibile portarvi, perlomeno a titolo di trofeo, la parte mancante, o meglio, la parte la cui mancanza aveva originato il decesso. Era probabilmente quella, si ritrovava ad argomentare fra mille stenti, la ragione dello stato di grave deterioramento dei suoi ricordi e delle sue percezioni, non c’è da stupirsi se lasciando fuori dalla porta il centro nevralgico della riflessione, ragionare risulti poi penoso, faticoso, viscoso. Ma questi sono i corsi e ricorsi della decapitazione, argomentava lentissimamente e scivolando leggermente fuori tema: c’è stata un’epoca in cui tale pratica era considerata sommo strumento di giustizia sociale e pertanto era accompagnata da un sorvegliato cerimoniale, da una liturgia codificata che vedeva le teste coreograficamente accolte in capienti ceste di vimini appositamente predisposte, ceste che mi piace immaginare in tutto e per tutto uguali a quelle che usavamo noialtri per certi regali di natale, uno zampone, un salame, un torrone e un panettone, le usuali leccornie, anche questi in fondo sono elementi imprescindibili di una liturgia, meno dirompente, appena meno macabra ma ben più duratura. Ai tempi miei si muore di decapitazione soltanto per, così le pagine di nera del quotidiano locale dopo il mio decesso, atroce fatalità, sinistra combinazione di mille concause, così il prete al funerale, roboando per l’enfasi, oppure per mostruosa sfiga, così mio fratello a corto di ragionamenti navigando a vista, giocoforza appannata, fra le lacrime. Fatto sta che la testa del signor M. non fu mai ritrovata, apparentemente fagocitata dal campo di grano antistante il teatro dell’incidente, lì spedita e da lì all’oblio, da una traiettoria che il medico legale non esitò a definire scarsamente ottemperante le leggi della balistica: ma poco si può argomentare, in simili situazioni: ciò che succede è per sua stessa evidenza possibile, considerazioni a posteriori sull’improbabilità di questo o quell’evento hanno tutto l’aspetto di sciocche rampogne ad una realtà colpevole soltanto di non corrispondere ai nostri desiderata. Fatto sta che la clamorosa e perfino inspiegabile coincidenza, la testa del signor Gianni non fu ritrovata neppure di lì a qualche mese, in seguito alla mietitura del campo di grano di cui sopra, possiede tutti i crismi di una verità inoppugnabile e conviene perciò scenderci a patti, cosa che i congiunti del nostro decapitato non hanno mancato di fare, con cuore infranto, dignità intatta ma fiducia nella logica irreparabilmente intaccata. Certo, si potrebbe argomentare che i nuovi vicini del signor Gianni nulla sanno nè potranno sapere della sua sconveniente condizione e che sicuramente anche se qualcuno di loro ne fosse venuto chissa come a conoscenza, non potrebbe precipitarsi fuori della loro dimora per diramare il gustoso pettegolezzo e malignare conseguentemente. E’ anche vero, d’altro canto, che nel caso del signor Gianni, altro appuntitissimo cruccio dei suoi cari, non si era potuto provvedere se non in modo sommario e drammaticamente frustrante alla cosiddetta ricomposizione della salma e che quindi il gesto assolutamente ovvio di apporre al loculo una bella fotografia sorridente, ricordo di tempi sereni ancora dolorosamente recenti, rappresentava l’ultima opportunità di restituirgli agli occhi del mondo quel capo che ogni cosa fatta ha. Il signor Gianni, imbottigliato nel lentissimo flusso del suo ragionamento non aveva certamente modo di preoccuparsi di tali minuzie, ma interpellato a proposito avrebbe certamente condiviso l’intenzione, argomentando che la scelta di un’immagine che solleticasse o appagasse la vanità del defunto si abbinava felicemente a criteri di minimo decoro, chè vedere a suggello di altrettanti poveri resti una parata di cenci come la vita incurante li riduce, è spettacolo oltremodo sconfortante: e d’altro canto di anziani che si sono scelti uno scatto stinto in bianco e nero antico sono pieni i cimiteri, ed è certo un peccato, prendiamo ad unico esempio la foto della signora Maria Fasani mancata ad anni novantasette, tre tombe più in là, non poter apprezzare per invalicabili limiti tecnici la deliziosa sfumatura celeste del vestito della domenica che fa capolino sotto il volto allegro, sfumatura che la sua memoria ha invece vividamente conservato fino all’ultimo: le immagini di cadaveri in stato di scempio le lasciamo di buon grado ai manuali di medicina legale, che altro uso ne devono fare.

Protetto dunque ai perturbabili occhi del mondo da quella dignitosa fotografia dei tempi belli, il signor Gianni poteva dedicarsi indisturbato al letargico dipanarsi del suo pensiero, quasi sotto vuoto spinto, nella più completa assenza di percezioni visive, uditive ed olfattive, per non parlare ovviamente del gusto, chè tutto ciò era andato perduto insieme al pezzo mancante: unico riferimento e significativo limite del suo spazio vitale, il contatto col fondo del feretro attraverso l’ottundente filtro dell’abito, quale ultima sbiaditissima testimonianza di un universo sensoriale un tempo infinitamente più vasto: all’atto pratico e mutatis mutandis, una riuscita riconversione in ameba, ne sia riprova la constatazione che l’avvilente immagine non ha nemmeno sfiorato la mente del diretto interessato, le cui capacità di autorappresentazione ed autocoscienza sono in questo momento appena superiori a quelle di un qualsiasi organismo unicellulare. Appoggiata a quella realtà minima e menomata, quest’ameba sovrabbondante ed elegantemente vestita, secondo i canoni della più consolidata tradizione di moda funebre, buona per tutte le stagioni, torna monotamente là dove la memoria le consente, ai primi attimi cioè, immediatamente successivi all’impatto, la cui dinamica resta oscura, come sappiamo, anche ai vivi. Al signor Gianni non interessava però risalire alle cause della sua dipartita, visto e considerato che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia: era piuttosto suo obiettivo conservare le poche particelle di ricordo che ancora non erano svaporate dal suo orizzonte mentale tramite il metodo, spiccio e volgare quanto si vuole ma non privo di una sua certa rozza efficacia, dell’ossessiva ripetizione. Ricordo benissimo, almanacca per l’ennesima volta, il momento in cui ho dimenticato la voce di mia moglie: la testa si era appena allontanata da me e mi è venuto spontaneo ripensare alle sue raccomandazioni, le stesse di sempre, guida piano, sii prudente, e a tutte le volte che le avevo giudicate superflue, proprio allora ho realizzato, proprio allora che quella voce non sapevo più come fosse e mi è dispiaciuto, ho capito di non avere perso soltanto la testa, in quell’istante. In ogni caso non c’è niente che possa fare, pensa lui e gli assicuriamo noi: le sfilacciatissime ore che gli sono servite per riformulare il concetto suesposto, che noi abbiamo riassunto all’essenziale diradando la fitta nebbia delle amnesie e rompendo i circoli viziosi delle ripetizioni, sono destinate a digradare ulteriormente senza che la qualità dell’informazione migliori; senza cioè che riappaia, o meglio che si lasci ascoltare nuovamente la sfumatura d’ansia che congenitamente appesantiva la voce della sua consorte, che ora nella dimenticanza rimpiange, ma che nei quindici anni di matrimonio condivisi aveva agilmente imparato a sminuire, riducendola ad un automatismo disinnescato, un’emissione irriflessa di suono priva di contenuti oggettivi, un’inevitabile sottoprodotto di un carattere ostinatamente improntato all’ansia preventiva. Ciò che più preme sottolineare in questa sede è però che analogo destino non era stato riservato ad altre frasi, una schiacciante maggioranza, che per rispetto dell’altrui intimità non saranno qui riportate, ma che costituirebbero, anche ad un orecchio distratto, una prova provata del perdurare dell’antico affetto, in altre parole della solidità e vitatlità della loro unione matrimoniale. Il lucido desiderio di condividere la propria esistenza con la signora Maria Pia, questo il suo nome, soprattutto in virtù di ciò che pudicamente abbiamo deciso di tacere, spingeva il signor Gianni a considerare un trascurabile inconveniente la di lei sistematica propensione a dedurre catastrofi dalle più inoffensive premesse e ad abbandonarsi di tanto in tanto all’arbitraria proiezione dell’irreparabile: una caratteristica che più di una persona avrebbe al suo posto giudicato, forse anche con una punta di rammarico, assolutamente insostenibile. Ma tant’è, tornava a ripetersi nel rallentato suo riflettere, armato di un’opaca saggezza, ognuno ha le sue gatte da pelare, i propri sgradevoli riflessi condizionati, quindi, ad immediata dimostrazione di quanto detto, quasi a voler ribadire un postumo perdono dei difetti della sua signora, tornava a pensare immediatamente, si prenda il termine con le dovute cautele, ai meravigliosi cappelli per sempre persi al suo guardaroba. Rimpiangere l’impossibile in quanto tale, senza soppesare la natura della perdita, era un patema per lui consueto, forse in qualche bizzarro modo complementare alla ferrea fissazione della moglie, della quale si è già detto. Persino la forfora, presenza peraltro sporadica nella sua vita passata, riusciva ora ad esercitare su di lui una sinistra attrazione, solo e soltanto perchè si trattava di una seccatura indubitabilmente archiviata per l’eternità, un problema chiuso: il giorno del giudizio universale, o forse la vigilia, non avrebbe certo dovuto provvedere a lavarsi il capo, così credeva, forse erroneamente, con uno shampoo specifico e tale considerazione originava in lui un rammarico che impercettibile trascolorava nel compiacimento, nella subdola soddisfazione originata dalla possibilità di lamentarsi di un limite nuovo di zecca.

Ed evidentemente tale sgradevole riflesso condizionato, per servirsi delle sue stesse parole, era talmente connaturato alla sua persona da non avergli fatto considerare che l’assenza della testa, bontà sua avrebbe perlomeno dovuto impedirgli di pensare. Lembi di collo spuntavano dalla camicia a conforto di questa tesi, finora frustrata, mentre il signor Gianni si dileguava per sempre lungo la china di ragionamenti che, come ombre della sera si allungavano progressivamente ad anticipare il buio imminente. Forse la morte, pensava finalmente consapevole di non poterlo più, non è uno smantellamento immediato, qualcosa di noi ci sopravvive quanto basta per permetterci di sprecare un’ultima possibilità, pensare ad esempio a, non so, non mi viene in mente nient’altro.

Il lettore potrebbe banalmente suggerire che la soluzione era decisamente a portata di mano, e si chiamava Maria Pia, ma è ben noto come in circostanze anomale, le più palesi ovvietà restino rintanate nessuno sa dove, salvo poi riemergere appena consentito: ma non è questo il caso. Non è purtroppo dato sapere cos’abbia invece pensato la signora Fasani Maria tre tombe più in là al momento di scivolare via, ma ci piacerebbe credere, per chiudere questa breve divagazione con una nota di serenità, per quanto posticcia, che si sia concentrata sulla sfumatura celeste che le aveva addolcito la vita. Facciamo dunque finta che sia stato così.

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Un aspirante scrittore sognava di realizzare un meraviglioso romanzo incompleto. Immaginava le ultime cinquanta, o trecentodiciotto, pagine inesistenti, intuibili solo da appunti frammentari; assaporava il brusco interrompersi di una trama intricata sullo strapiombo di una ultima pagina che ultima non era. Cominciò a scrivere, ma non sapendo bene dove smarrirsi arrivava sempre a destinazione. In questo modo, mentre una frustrazione sorda montava a poco a poco dentro di lui, completò varie opere di significativa importanza: cessò così di essere aspirante. Dopo anni di riflessione ed altri libri ultimati approdò all’elaborazione di un sottilissimo metodo che avrebbe conferito alla sua Opera la naturale sospensione che solo una morte improvvisa può dare. Il metodo era però talmente perfetto che non si lasciava descrivere: ogni tentativo di razionalizzarlo su carta cadeva miseramente nel vuoto.

Morì quasi centenario, ancora immerso nei meandri del suo labirinto, mentre gli altri, incuranti di tutto, godevano inspiegabilmente degli scarti completi del suo ingegno.

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Pochi sanno che ciò che Giacomo Leopardi immortalò nel celeberrimo Dialogo della Natura e di un islandese costituisce soltanto il prologo di un secondo confronto che ha visto, in tempi a noi prossimi, la Somma Fattrice idealmente opposta al popolo islandese tutto. Allo scopo di ottenere maggiori lumi sulla dinamica della morte dell’uomo (Leopardi stesso avanzò due distinte ipotesi), una delegazione islandese salpò nel 1974 per Capo di Buona Speranza, teatro del luttuoso evento. Di fronte alla reticenza della Natura, che negava ogni coinvolgimento nell’accaduto adducendo come alibi la partecipazione ad un summit sullo sviluppo sostenibile in Antartide, gli islandesi si sono però dileguati, individuando nella sconnessa argomentazione i sintomi di un esaurimento nervoso, probabile portato delle deprimenti condizioni del pianeta. Sono quindi tornati in patria pervasi da una soverchiante malinconia.

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