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Archive for the ‘riflessioni’ Category

Mentre lavoravo all’ultimo post sulla questione catalana, spulciando tra le fonti, ho deciso di recuperare una notizia apparsa sulla stampa spagnola quasi due mesi orsono e dedicarle un post. I problemi che questa storia solleva, come vedrete, sono quantomeno annosi, e trascendono lo specifico della politica spagnola e catalana. Si tratta, anzi, di una questione praticamente universale, come quasi universale è la diffusione dei social media nelle nostre società, e si presta a un parallelo interessante con la situazione italiana.

Questi i fatti: a inizio settembre, Inés Arrimadas, capo dell’opposizione al parlamento catalano e figura di spicco del partito di destra liberale Ciutadans/Ciudadanos, fortemente schierato contro l’indipendenza della Catalogna, ha annunciato l’intenzione di sporgere denuncia contro una donna di simpatie indipendentiste, che le aveva rivolto pesanti insulti di carattere sessuale in un post su Facebook. Come si può vedere in questo link, l’Arrimadas ha deciso di non occultare il nome dell’autrice. Il testo tradotto suona all’incirca così:

“So che mi pioveranno addosso critiche da tutte le parti, so che quello che sto per dire è maschilista e tutto quello che volete, ma ascoltando l’Arrimadas al dibattito di Telecinco, posso solo augurarle che stasera, all’uscita, la violentino in gruppo, perché non si merita altro, una simile cagna schifosa.”

Credo che abbiate capito a cosa mi riferivo quando parlavo di parallelismi con l’Italia. Ma andiamo con ordine. Poche ore dopo, la responsabile del commento è stata licenziata da Tinsa, la società di tassazioni immobiliari per la quale lavorava a tempo determinato, che ha pubblicato un breve comunicato di solidarietà con la deputata. Prevedibilmente, la rete non si è risparmiata, travolgendo la donna con una valanga di insulti. Il giornalista Juan Soto Ivars, dalle colonne di El Confidencial ha argomentato che l’Arrimadas ha peccato di irresponsabilità, esponendo la sua detrattrice al giudizio sommario dell’opinione pubblica internettiana, pur difendendo pienamente il suo diritto di adire le vie legali e dissociandosi totalmente dal contenuto del post incriminato. Anche Marina Estévez Torreblanca di El Diario ha sollevato perplessità con un articolo intitolato È legale licenziare un lavoratore per avere insultato un personaggio pubblico su Facebook?che riportava tra gli altri le opinioni di alcuni giuslavoristi e sindacalisti. Una testata online che non conoscevo, Es Diario (no, non è un refuso, i due nomi sono quasi uguali), ha risposto col polemico titolo Incolpano Tinsa e l’Arrimadas di aver rovinato la vita di chi le aveva augurato uno stupro. In un precedente articolo, la redazione riferiva di un tentativo di comunicazione con la lavoratrice licenziata, che aveva però rifiutato di rilasciare dichiarazioni. Un’altra testata a me precedentemente ignota, Alerta Digital, nello stesso periodo ha rincarato la dose col seguente titolo: Licenziano questa cosa,  [nome e cognome], l’indipendentista che ha augurato all’Arrimadas di essere stuprata. Sì, la definiscono “cosa”. E i commenti a fine articolo, seguono la stessa linea, lanciandosi in un body shaming sfrenato. Quelli però, non ho voglia di tradurveli. È qui che, secondo me, sta il senso amaro di questa vicenda: il commento originale è ripugnante e ingiustificabile, senza dubbio, ma possiamo definire legittimi gli insulti con i quali una testata giornalistica e i suoi lettori hanno bersagliato una donna che aveva già pagato il suo errore perdendo il lavoro? Superata dalla giurisprudenza delle moderne democrazie, la legge del taglione è tornata a prosperare su Internet. E poi, come si chiede la giornalista di El Diario: è giusto che la donna sia stata licenziata? Gli interpellati, in assenza di informazioni dettagliate sul caso, non si sbilanciano, l’articolo è pieno di condizionali. E bisognerebbe anche sapere se Tinsa possiede un codice etico interno e, in caso affermativo, se la lavoratrice ne fosse a conoscenza. Quel che è sicuro è che la linea editoriale di Es Diario e Alerta Digital è improntata a un unionismo dai toni molto accesi, mentre il post che ha originato tutto, come dicevo più sopra, è opera di un’indipendentista convinta: in altre parole, si tratta di un conflitto ideologico trasceso immediatamente sul piano degli insulti personali. Sì, di questi tempi può succedere, purtroppo.

Ma veniamo finalmente all’Italia: avrete pensato tutti alla presidente della Camera Laura Boldrini, che da anni è oggetto delle asfissianti attenzioni di migliaia di leoni da tastiera (espressione che, pensandoci bene, non ha un vero equivalente nell’ecosistema internettiano spagnolo). Comunque, no, non sono qui ad argomentare che la Spagna è meglio dell’Italia perché stiamo paragonando un caso apparentemente isolato agli insulti reiterati di un gran numero di persone: sarebbe troppo semplicistico, anche perché su internet si possono comunque trovare svariati commenti osceni all’indirizzo dell’Arrimadas. No, questa differenza di scala, pur rivelandoci indirettamente qualcosa sull’opinione pubblica dei due paesi, è interessante soprattutto per le sue conseguenze pratiche: perché se da una parte la mosca bianca può essere facilmente individuata e neutralizzata, dall’altra i singoli che formano questa moltitudine delocalizzata e atomizzata dietro agli schermi dei computer, possono trarre dalla loro preponderanza numerica una distorta impressione di legittimità. Non a caso, anche quando la Boldrini ha annunciato in agosto che avrebbe cominciato a denunciare gli insulti più gravi, la marea di fango non ha accennato a fermarsi: se leggete tra i commenti riportati da questo articolo, potrete scorgere l’insofferenza di chi si sente limitato nell’esercizio di un suo diritto democratico. E su testate come “Il Fatto Quotidiano”, molto frequentata dai detrattori della Boldrini, la musica in questi ultimi mesi non è cambiata minimamente. Ma d’altronde, quando è lo stesso leader di un movimento a aizzare la sua base, come fece Beppe Grillo nel 2014, diventa difficilissimo sovvertire la convinzione che ingiurie strettamente personali siano ascrivibili al diritto di critica. Un diritto che, per esempio, applica questo articolo di Massimo Mantellini del febbraio 2017, che rivolge alla presidente della Camera osservazioni argomentate riguardo al controllo della violenza verbale su internet. Non è importante specificare se mi trovi d’accordo o meno, quanto piuttosto che le categorie di “accordo” e “disaccordo” si possono applicare solo in presenza di ragionamenti, e i vaffanculo, semplicemente, non lo sono.

Concludendo: se in Italia tutte le persone che hanno rivolto alla Boldrini insulti a sfondo sessuale fossero state licenziate dai rispettivi datori di lavoro, avremmo assistito a un calo di alcuni decimi nelle statistiche d’occupazione. Poi potremmo dire che certi colleghi sarebbe meglio perderli che trovarli, ma questo piccolo esempio dimostra per assurdo che l’articolo di Marina Estévez Torreblanca non è affatto privo di fondamento, e che la decisione di licenziare un lavoratore per simili motivi possa definirsi quantomeno controversa. Certo, come penso sia chiaro, non ritengo che la situazione italiana e quella spagnola siano esattamente equiparabili. L’impressione è che la Spagna, che ha cercato di contrastare l’atavica piaga sociale della violenza di genere con una legge in materia già nel 2004, presenti una situazione migliore rispetto al nostro paese. E più nello specifico, benché il caso che ho discusso oggi veda protagonista proprio un’indipentista, esistono legami tra il movimento secessionista catalano e quelli femministi, soprattutto all’estrema sinistra dello schieramento, ma non solo. Ed è importante non trattare per compartimenti stagni queste due tematiche, l‘hatespeech internettiano e la violenza di genere, perché è purtroppo evidente che l’odio degli internauti tenda a sessualizzarsi molto più facilmente quando l’obiettivo è una donna. Perché un maschio che finisce nel mirino dei leoni da tastiera (e anche delle leonesse, suvvia), diventa immediatamente un imbecille, un coglione, uno stronzo, ma quasi mai un cane o un puttano. Questo è il punto.

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La lotta contro l’entropia (nello specifico quella dell’internetto) è nata persa, ma col ritmo di chi non ha lettori abituali da accontentare con contenuti frequenti, anche questo blog poverello ha raggiunto i 100 post. Volevo cogliere l’occasione per straparlare un po’ con lo sguardo tra assorto e drogato di chi elucubra profondamente a voce alta e addirittura per provare a chiedere un paio di cose a chi leggerà questo di-scor-so-di-scor-so non richiesto. Stavo scrivendo “lettori occasionali” poi mi sono reso conto che moltissimi di quei pochi fanno anche il piacere di tornare da queste parti, e che di occasionale qui c’è solo la cadenza di pubblicazione dei post.

Vado per punti, come se si trattasse di estratti di un’intervista più lunga. Esprimermi per stralci presenta due indubbi vantaggi: 1) non devo preoccuparmi eccessivamente della coerenza interna del post 2) evito oculatamente di marzullizzarmi, facendomi le domande e dandomi le risposte. Anche perché Marzullo limitava la dose a un solo quesito, e non vorrei spararmi qualche viaggio brutto inscenando un’autointervista tutta intera.

Il numero cento in sé e per sé: mi sono chiesto per veramente molto tempo cos’avrei fatto in occasione del post numero 100, sospinto dall’obbligo implicito di fare lo sborone, anche quando ne mancavano la metà e quando smettevo per anni interi di postare, e volevo preparare qualcosa di profondamente speciale. Lì per lì avevo pensato a un racconto pieno di allusivi riferimenti al numero in oggetto, ambientato in provincia di Ferrara in tempo di carnevale, o comunque contenente riferimenti a quella landa: non vi dico perché, sennò smette di essere un’allusione. Quest’idea faceva però schifo, mi sembra di capire ora. Avevo in animo di chiedere a Google se avesse curiosità numerologiche da offrirmi. Poi non l’ho mai fatto, e alla fine è giusto così: cosa ci sarebbe stato di speciale nello scrivere un racconto allusivo, visto che quasi tutti i miei microparti narrativi vivono di non detto? E visto anche che alcuni cercano di essere sagacemente metanarrativi? Quindi mi sono baloccato invano con quest’idea, e alla fine niente, come certe occasioni in cui cominciavo a chiedermi con quattro mesi d’anticipo come avrei festeggiato il compleanno trovandomi al dunque così sfibrato dalle congetture da non fare letteralmente nulla. Anche perché tutto il rimuginare non teneva molto in conto fattori oggettivi come l’eventuale carenza di pecunia. Arrivato alcuni giorni fa al post novantanove mi sono consigliato di scrivere sostanzialmente le prime cose che mi venivano in mente abbassando in modo illimitato il livello delle autopretese, a ruota libera come non faccio mai; superare lo scoglio simbolico e poi ripredere con la prassi usuale del cagare parole lentissimamente. Perché alla fine, mi sembra di aver intuito, l’unica cosa che potevo veramente fare con la ricorrenza era levarmela dai coglioni e approfittarne per dire due-tre cose che nei post usuali non hanno cittadinanza.

Colori deludenti: da bambino leggevo tonnellate di fumetti, ai quali devo il merito di un alfabetizzazione di successo, anche e soprattutto funzionale. I libri sono arrivati dopo, forse tardivamente, e insomma, la mia proprietà lessicale, che tra i coetanei bagnacavallesi pareva essere merce rara, veniva in linea retta dal consumo vorace di nuvolette. Gli edicolanti del paese mi conoscevano tutti e nutrivano per me un sentimento di sincera lealtà, per via delle frequentissime iniezioni di microcredito, non sempre oculatissime, che riservavo alle loro attività. Nella fattispecie, poco prima dei dieci anni cominciai a leggere copiosamente bonelliani: penso tuttora che i fumetti Bonelli siano un elemento quintessenziale della cultura popolare italiana, quasi quanto il Festivàl di Sanremo, anche se la loro penetrazione nell’immaginario collettivo è stata indubbiamente più, vediamo…, subliminale, perché nemmeno le grandi tirature del passato potevano nulla in confronto al potere obnubilante dello schermo domestico. E poi, alla fine, moltissimi non collegano i personaggi al nome della casa editrice che li pubblica. Ma sto divagando. Per secoli, la Sergio Bonelli Editore, fiero avamposto del bianco e nero popolare, si concedeva la botta di vita del colore solo per le ricorrenze, numeri 100 e multipli. Attendevo quelle occasioni in modo febbrile, perché un bambino che passa minuti interi a leggere i titoli degli albi arretrati nell’apposito spazio è senz’altro in possesso del giusto entusiasmo per i traguardi di serie nate molto prima di lui. Ma la malinconia intrinseca dei risultati, quei colori piattissimi che sembravano tradire tutta la diffidenza di chi aveva misteriosamente avallato quegli strappi alla regola, mi facevano poi sperare in un rapido ritorno all’ordine che, tempo un mese, mi trovavo puntualmente scodellato in edicola. L’inadeguatezza complessiva di quegli albi mi lasciava stupefatto già a dodici-tredici anni, e lontanissimi erano i tempi in cui da Via Buonarroti sarebbe uscita una serie interamente a colori e per di più visivamente soddisfacenti. Tutta la menata voleva servire, oltre al piacere autoconclusivo dell’amarcord, a spiegare in qualche modo perché sia stato così lungamente ossessionato dal post numero 100 e poi alla fine non abbia combinato un cazzo. Una storia di aspettative fraintese. Poi c’è il fattore compulsività, certamente, ma non ho in programma di analizzarlo qui.

Le pause: ne ho già parlato altre volte, negli occasionali post di servizio, e non ho voglia di andare a cercare i precedenti. Il Divano Marziano è un blog che è morto d’interruzioni più d’una volta, al punto che anche quando sto scrivendo un post, nello stesso esatto momento, mi chiedo seriamente se considerarlo ancora uno spazio attivo. Anche ma non solo per questo, negli ultimi titubanti anni sono improvvisamente spariti gli interventi di attualità e si sono intensificati i raccontini, che per definizione non scadono, che sopportano meglio le mie elefantiache gestazioni (con risultati che, almeno in termini di dimensioni, sono sempre dei topolini). Scrivere per me resta una specie di battaglia di posizione col silenzio, che riesco a vincere solo per brevi e interlocutori momenti. Ma preferisco che sia così invece di lasciare per iscritto un diluvio di cazzate, meglio scrivere così di scavo che non farlo affatto. A ogni post terminato torno a percepire quello svuotamento euforico che accompagnava gli esami all’università. Anche la durata di questo effetto collaterale (sei-otto ore) è simile. I blog propriamente detti hanno ritmi vitali che qui non si sono mai nemmeno lontanamente sfiorati: per un centinaio di post, tecnicamente, sono sufficienti tre-quattro mesi, ma anche in presenza di metabolismi meno accelerati, qualsiasi lasso di tempo fino ai due anni (un post a settimana, via) è un intervallo di senso compiuto: io ci ho impiegato poco più di una legislatura e mezza, col ritmo di un post al mese. 1,041, a voler spaccare il capello. Se per i prossimi cento impiegassi anche solo sei anni ci sarebbero gli estremi per parlare di un travolgente miglioramento. Ma come scrivevo più su, non so se considerare questo spazio veramente in attività. Mi sento come quei gruppi che fanno reunion per concerti estemporanei e frequenti, senza arrivare mai alla strutturazione di un tour propriamente detto. Si finisce per suonare spesso nei paraggi, e i miei paraggi sono i raccontini.

Le microscopiche: ho la sensazione di averlo già detto (e nessuna voglia di controllare, oggi buona la prima), ma voglio ribadire che le Microscopiche apparizioni sono in assoluto la mia categoria preferita di tutto il blog. Non le avevo in programma quando ho aperto baracca, sono arrivate per conto loro circa sei mesi dopo, e mi spiaciucchiano così tanto perché nel tempo hanno assunto una fisionomia riconoscibile, sono il risultato di un insieme di regole mediamente coerenti e libere il giusto che si sono definite per i cazzi loro e che sostanzialmente funzionano anche se (o perché?) non mi sono mai preso il disturbo di formalizzarle in un canone. Semplicemente, si tratta dell’unico modo in cui riesco a far filtrare sul blog certi spunti di riflessione che emergono dall’infruttuoso esercizio quotidiano della vita senza parlare apertamente dei cazzi miei, spesso sprovvisti del necessario interesse. Aderire ai fatti non mi garantirebbe automaticamente risultati decenti, anzi. E alla fine della fiera, degli estemporanei personaggi che popolano i raccontini, continuo a sapere pochissimo anche a fine stesura, e in generale noto che hanno abitudini che non coincidono con le mie. Ammetto però di fare una fatica terrificante a decidere come si chiama questo o quello, perché loro non me lo dicono direttamente, e a volte mi sono trovato a fare ricerche nell’archivio dei post per scoprire se un certo nome di persona era già stato usato. Spero di continuare a scrivere questi testi perché mi diverte il metodo e perché alla fine si tratta dell’elemento più caratterizzante di questo spazio. A volte sogno anche di pubblicarli in separata sede, via.

La parte dell’occhio: sul perché in questo blog non ci siano le figure ho scritto pure un foglio illustrativo. È una scelta perfetta per non essere letti, lo so, e alla fine ne assumo le conseguenze, perché d’altra parte non so neanche quando scriverò effettivamente, quindi mi pare coerente cercare di respingere gli avventori casuali togliendo loro il salvagente del colpo d’occhio. No, non è elitismo, anzi, mi piacerebbe che alcuni testi raggiungessero un’improbabilissima diffusione virale, ma in qualche modo bisogna guadagnarsela. Forse è un modo di riconoscere che anche se sono otto anni che ho aperto un blog non sono mai stato un blogger neanche di striscio, non so. A volte però penso di cambiare le carte in tavola, cestinare la summenzionata spiegazione e cominciare a fare come tutti. per i dischi andrebbe benissimo, con copertine e link di Youtube a portata di clic, ma poi resta il problema che i racconti rifiutano violentemente qualsiasi tipo di àncora visiva, e finiscono per dettare legge sul resto delle categorie. E alla fine mi va bene che il Divano resti questo limbo strano, e chiamo io la gente quando ci succede qualcosa. Lungi dall’essere ideale, mi pare una soluzione onesta.

Saluto tutti quelli che non mi conoscono: il risultato di questa gestione invero pigra e umorale della cosa blog è che, sostanzialmente, lo leggono i miei amici. La pagina Facebook del Divano, che segue specularmente le fasi di morte prolungata della casa madre, ha 146 fan. Secondo Facebook, 134 sono amici miei: “amici”, ovviamente, nel senso che il social network attribuisce al termine: almeno un paio sono miei parenti, altri sono all’atto pratico conoscenti. Grazie a tutti, un giorno potremmo organizzare un ritrovo informale. Ma ecco, io però volevo ringraziare sentitamente quella dozzina di persone, dalla quale credo non mi dividano comunque più di due gradi di separazione, che a volte legge i post senza avermi mai incrociato nella vita reale, perché sono lì nonostante la mia scarsa brillantezza gestionale. Lo stesso discorso vale per 8 dei miei 13 follower su WordPress, uno dei quali si è aggiunto al gruppetto solo ieri. Ricordo che se per caso leggete e visualizzate i post e avete voglia di commentarli, io ne sarò lietissimo. Scrivo soprattutto per me stesso, ma se aborrissi davvero ogni possibile forma di feedback, anche le più sfuocate e remote, non appiccicherei i testi su questo spazio.

Progetti per il futuro, o Parole grosse: per uno che è arrivato a quindici mesi e dieci giorni consecutivi senza l’ombra di un post (10 febbraio 2010-20 maggio 2011), o al ragguardevole risultato di 2 post 2 a interrompere una narcosi che altrimenti sarebbe proseguita ininterrotta tra luglio 2013 e dicembre 2015, per uno così, dicevo, parlare di progetti per il futuro ha i connotati chiarissimi dell’autopresa per il culo, o del wishful thinking più sfrenato. Non ho la minima idea di quanto spesso mi farò rivedere da queste parti, quindi facciamo, come dicevo prima, che come sempre vi chiamo io. Però, oltre alla prosecuzione delle Microscopiche… No, va’, meglio non azzardare nulla di preciso. Direi dischi e concerti col solito criterio aleatorio, ma devo ammettere che mi piacerebbe scrivere alcuni post di carattere musicale dal respiro più generale, che rifugga dalle circostanze anguste dell’evento (pubblicazione o esibizione che sia): qualcosa sulla musica catalana, della quale in italiano si è scritto relativamente poco, qualche pezzo a tema che potrebbe sfruttare a suo vantaggio il principio internettiano dei listoni (dieci pezzi che…), però con un minimo di scrittura potabile intorno. Ho accarezzato per anni il proposito di scrivere una specie di microsaggio sul tema del servizio militare nei testi dei gruppi hardcore italiani degli anni ’80, che pare una boutanade ma non lo è: alla fine però non ho mai buttato giù neanche una lista di massima di pezzi da analizzare, e ce ne sarebbero. Avrei colto l’occasione anche per documentarmi su quel curiosissimo vocabolo, naja, che oltre a essere notevole per la rarissima I lunga intervocalica, porta in sé la carica simbolica sconfinata di una nefasta pratica sociale, quella della leva obbligatoria, ormai totalmente sconosciuta, quasi come il termine stesso, alle nuovissime, hem, leve. Ma poi non so, io sono stato riformato, e più in generale appartengo a una generazione che se l’è cavata a buon mercato con un po’ di servizio civile. Altre cose non me ne vengono in mente, perché ho sempre navigato a vista. Sui post di politica, confesso di stare attraversando una fase in cui l’introspezione va fatalmente a braccetto con la disinformazione, e anche se naturalmente cerco di nutrire idee sullo stato del mondo, mi manca quel piccolo residuo di sicurezza, di fondatezza, che mi portava a farlo qui sul blog.

Via al televoto: quindi, o voi che state leggendo, ripeto a voce alta: se avete idee, suggerimenti, commenti, saluti, sailcazzo assortiti da affidare a queste colonne, fatelo ora. Approfittate della festicciola. se così vi pare. Ma se non lo fate, vi si vorrà bene uguale, ché una community bisogna meritarsela. Comunque, ancora una volta: grazie per aver letto.

 

 

 

 

 

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La zona grigia che segue immediatamente il risveglio è l’unico momento (ok, a rigor di logica avrei dovuto scrivere luogo, ma la logica in questo post non avrà diritto di cittadinanza e poi siamo tutti a mollo nello spaziotempo, nel caro vecchio continuum, quindi glissiamo) in cui possiamo nutrire la speranza di trattenere i sogni esattamente come giureremmo di averli sognati. Poi però ci addentriamo nel risveglio, che altro non è che un quotidiano ritorno alla prospettiva spaziale dentro la quale facciamo le cose, e finisce che il sogno evapora, che forse ce lo ricordiamo ancora, ma che nelle parole suona inetto e piatto, anche se magari ne conserviamo vagamente il bandolo. Ebbene, da pochissimo ho scoperto empiricamente che questa labile facoltà mnemonica può valere non solo per il sogno fresco di nottata, ma anche per quelli d’archivio perché, in quel territorio cedevole, tra sogno e ricordo non passa troppa differenza.

La scoperta la devo allo smartphone, porco cazzo, perché da quando ne ho preso uno coi punti fedeltà accumulati a forza di fatture mensili, mi capita spesso di controllare la corrispondenza ancora spalmato sul letto, nel buio della stanza spenta, senza gli occhiali, e quindi in completa balia della miopia. E mentre cerco un ragionevole compromesso tra distanza di lettura -ho un’autonomia di 5-10 cm- e luminosità sparaflesciante dello schermo, comincio la giornata senza obbligarmi a uscire dalla zona grigia. Spesso dimentico il contenuto di una mail, o addirittura di averla letta, come se di cose sognate si trattasse. Ma in quei momenti, ripeto, ancora non ho recuperato lo spazio reale. Ed ecco quindi che sabato scorso mi sono trovato nella posta di Facebook questo link e l’ho seguito ancora mezzo dormiente.

(a questo punto dovreste avere cliccato tutti quanti. Su, che devo proseguire)

E mentre guardavo questa cosa meravigliosa vedendo pochissimo, per ineffabili sentieri, ho ritrovato perfettamente un sogno vecchio di mezza vita, che a parole avevo raccontato troppe volte senza mai poterle oltrepassare, le parole. E al cospetto di sì vivida epifania, in hoc signo vinces!, l’arcangelo mi ha ordinato di cavarne fuori un post, immediatamente! L’intensità pittorica di quelle sensazioni era sconvolgente.

Nel frattempo, sono passati tre giorni. L’arcangelo non mi è più apparso, ma probabilmente al prossimo giro lo farà solo per elargirmi un cazziatone superno, ammesso e non concesso che ne sia degno, e nella carovana dei giorni si è persa di nuovo la possibilità di superare le parole. Rieccomi quindi a raccontare il sogno senza poterne restituire il mistero, ma questa volta per iscritto.

In realtà c’entrano solo i Black Sabbath, Romina Power non ricordo di averla mai sognata, anche se il rappato di “Cara terra mia” è fatto sicuramente della stessa sostanza degli incubi. Ma ecco, era paro paro un matrimonio impuro tra i quattro di Birmingham e la galassia del nazionalpopolare nostro, come il video che avete appena visto. E, nella mia testa, è successo realmente. Mi rendo conto mentre scrivo che questa insistenza è parente stretta dell’assillo che tormentava le voci narranti dei racconti di Lovecraft, impegnate nell’elusiva descrizione di orrori ineffabili. Era l’aprile del ’96 e a ridosso dei sedici anni l’amore per la musica si stava facendo feroce. Il mio punto di partenza fu l’hard’n’heavy. Internet non ce l’avevo ancora e mi documentavo in cartaceo, riviste e libri sulla storia del genere, per capire quali dischi fosse urgentissimo reperire. E nel sogno questo spunto del vissuto si ripete. Stavo leggendo un libro di questo tipo, il capitolo sui Black Sabbath, che già conoscevo bene. Il gruppo si forma nel 1968. Un quartetto. Ozzy Osbourne alla voce, Tony Iommi alla chitarra, Geezer Butler al basso, Bill Ward alla batteria. Sì. Questa formazione incide dischi per tutti gli anni ’70, forgiando un nuovo linguaggio sonoro, pesante e oppressivo. Heavy Metal. Doom. Sì. Nel 1980 Ozzy Osbourne lascia il gruppo per inseguire una carriera solista. Ok, sarebbe 1979 e Wikipedia dice che Ozzy fu licenziato da Iommi, ma più o meno ci siamo. Entra Ronnie James Dio, ex Rainbow, e nel 1980 (diamogli tempo di scrivere le canzoni, per Giove) esce “Heaven and Hell”. No. No. Qui il sogno svicola, e nel gruppo entra, e io già ne ero al corrente, perché in quella realtà alternativa la cosa era evidentemente storia,

Lino Banfi.

La proiezione onirica si fa multimediale, forse il libro galeotto aveva una videocassetta allegata, e mi ritrovo a guardare immagini d’archivio, in tutto uguali ai pochi scampoli di video d’epoca sui quali avevo potuto mettere gli occhi allora, ma con

Lino Banfi alla voce,

con lunghi capelli lisci e corvini, inaspettatamente credibilissimi, e uno stile vocale vicinissimo a quello dell’illustre predecessore.  La corporatura era quella tozza dei classici film anni ’80, impietosamente fasciata nell’uniforme d’ordinanza da rocker fattone settantiano, pantalone scampanato, gilettino di pelle su camicia fantasiosamente decorata.Non ricordo che pezzo stessero suonando, vorrei con tutto il cuore che si trattasse di “War pigs , come per il ballo del qua qua. Accetterei in seconda battuta “Electric funeral” o “Iron man”, ma purtroppo non riesco a mettere a fuoco. Percepisco che si tratta di una visione ridicola, ho sulle labbra un sorrisetto sarcastico, ma la performance è cazzutissima e mi ritrovo ad ammettere compiaciuto, a voce alta: “Ah, però, allora Banfi non ha fatto solo quei film del cazzo”. Le mie visioni oniriche non erano ancora giunte all’odierna rivalutazione del filone del pecoreccio all’italiana. Su questa considerazione, per quanto mi è dato di rimembrare, il sogno si interrompe.

Al risveglio scoppiai a ridere. Nel percorso tra la stazione e il liceo,  subito consapevole della prestazione maiusciola del mio inconscio, raccontai il sogno a un’amica. A partire da quel giorno, era pronto per essere snocciolato sotto forma di gustoso aneddoto ogni qual volta si citasse nella conversazione una delle parti in causa. Sono disposto a credere che una buona fetta dei miei interlocutori tenda a credere che di storiella inventata si tratti, e probabilmente succederà anche questa volta che sto, per così dire, dettando testamento. No, no, il sogno è stato. Ma appunto, nelle ripetizioni, nell’affabulazione si è fatto parola, ha smesso di essere un assurdo squarcio del subcosciente ed è diventato una storia. E mi rendo conto che a questo punto, che sia vera, per quanto lo ripeta, è un fatto accessorio. Vedere i Black Sabbath alle prese col ballo de qua qua mentre ancora mi trovavo nella presa del sonno mi ha restituito quel vecchio sogno che ormai era solo una sequenza di vocaboli, ho potuto visualizzare nuovamente quelle immagini nella loro corretta prospettiva spaziale. Perché, e qui mi ricollego all’inizio del post, lo spazio nelle manifestazioni oniriche è diverso, diverse le distanze, obliquo il punto di vista, anche quando il realismo sembra elevatissimo. E adesso, tre giorni dopo, con quella seconda visione ormai irrimediabilmente appannata, sono qui a cercare di aggirare quella barriera mentre vi parlo di una cazzata, o di più di una cazzata. Ho perso il conto.

Prima di sigillare questa peregrinazione nell’intangibile reame di Morfeo mi restano un paio di considerazioni da fare:

1) all’epoca del suo ingresso nei Black Sabbath solo all’interno dei miei sogni, Lino Banfi avrebbe avuto già quarantaquattro anni

(ok, d’accordo: in fila per sei col resto di due),

sei più di Ronnie James Dio e dodici più di Ozzy Osbourne, e aveva pubblicato alcuni 45 giri (per esempio, questo). Sarebbe bellissimo partire dal realismo brutale di questa considerazione per lanciarsi a testa bassa in una narrazione complessa, orgogliosamente fittizia, puntigliosamente dettagliata delle circostanze che avrebbero potuto portare alla situazione del mio miraggio notturno e poi allargare di nuovo le maglie del racconto fino a elaborarne uno scioglimento naturale. Bellissimo, sarebbe. Ma vi dico subito che se negli anni che mi restano (una cinquantina?) dovessi scrivere un solo romanzo e uno solo

NON sarebbe questo.

2) seguendo queste premesse, potremmo anche aprire un infruttuoso dibattito sull’interpretazione dei sogni. No, Freud non l’ho letto, neanche nell’edizione 100 pagine 1000 lire, ma ricordo a questo proposito che in un giorno lontano, mentre lavoravo in una piccola biblioteca comunale della bassa Romagna, venne una ragazzina sui sedici anni a chiedermi con sicurezza “L’interpretazione dei sogni”. Sicuro pure io, andai a scaffale e recuperai Sigmund Freud nella già citata edizione economica, con in copertina quello che doveva essere un De Chirico. L’utente sfogliò il libretto, poi, delusa, mi fece presente che lei voleva qualcosa tipo un dizionario, uno o più significati simbolici per elemento sognato e poche pippe, poca psiche. Tipo, cosa vuol dire se sogno un gatto, questo mi disse. Anni dopo, già in Spagna, recuperai gratuitamente nella biblioteca in cui lavoravo allora un libro come lo avrebbe voluto la mia giovane lettrice di allora, lo cito anche in un vecchio post, e constatai di persona, come già sospettavo,  che un’opera concepita in quei termini non poteva essere altro che una cagata pazzesca. Ora: anche se indubbiamente una parte dei nostro sogni è proiezione limpida e quasi letterale delle nostre aspirazioni, pulsioni e paure, è davvero pensabile impastoiarli a colpi di definizioni? E soprattutto è auspicabile? Sono già oltre le legittime curiosità da sedicenne di quella sedicenne o l’interpretazione dei sogni come da tradizione folklorica che, nelle parole delle due nonne, mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Mi chiedo più in generale se, una volta decifrato ciò che può essere utile a capire noi stessi, abbiamo una reale urgenza di sbarazzarci della forza mitopoietica del nostro mondo onirico, che a volte, in assenza di messaggi in codice, si diverte semplicemente a raccontarci storie che con ogni probabilità, da svegli, guidati dal pensiero associativo, non saremmo mai stati in grado di forgiare e che semplicemente non sono spiegabili perché sprovviste di senso nel senso spicciolo del quotidiano. Questo mi preme: al netto degli incubi, qualcuno di voi rinuncerebbe davvero a questa ineffabile e imponderabile libertà assoluta in cambio di spiegazioni?

Nel corso degli anni, e questa sarebbe l’improvvisa conclusione, il mio gusto musicale ha poi conosciuto evoluzioni bizzarre, che non è qui il caso di riassumere. Parte di tutto ciò si riflette nelle recensioni che di tanto in tanto pubblico su queste colonne. Ma i Black Sabbath sparirono presto dall’orizzonte della musica ascoltata, restando confinati insieme ai Deep Purple, ai Led Zeppelin e agli Uriah Heep, il grande quadrilatero dell’hard rock britannico, al ruolo di onorati protagonisti della mia cosmogonia musicale. Rovistando nel mio archivio di mp3, trovo solo “Paranoid”, riscaricato in tempi recenti per una breve fiammata di nostalgia, e posso constatare come negli ultimi dieci anni abbia ascoltato molto di più (in ordine alfabetico) Black Dice, Black Eyes, Black Flag o Black Pus (per tacere dei Godspeed You! Black Emperor) di quanto non abbia fatto con i poveri Black Sabbath, che pure mi insegnarono alle medie che potevamo emanciparci dagli 883, se solo lo volevamo. “Heaven and Hell”, che ai tempi del sogno non avevo ascoltato, l’ho recuperato distrattamente solo molti anni dopo su Youtube, e neanche per intero. I Black Sabbath me li sono portati nell’età adulta solo come oggetto di una valutazione critica che ne riconosce decisamente l’importanza fondativa nel panorama bla bla bla. Se ripenso ai Black Sabbath a occhi chiusi come da stereotipo, rivedo solo il piccolo mondo antico del caso, verifiche di matematica temutissime, pile di fumetti, mia sorella microscopica e buffissima, la bicicletta come mezzo di trasporto unico, le giornate di primavera, gli ormoni a tamburo battente e sì, sì, quegli splendidi dischi in vinile appartenenti al padre del mio vicino. Ozzy Osbourne e Tony Iommi sono rimasti intrappolati in quella Romagna che ho mandato a memoria come storia della mia vita, e nemmeno lo sospettano.

(se qualcuno volesse suggerirmi dei numeri da giocare al lotto basati su questo sogno, mi piacerebbe tentare la sorte. Sarebbe forse un unicum, ma denso di significati)

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Il titolo è lì, bello referenziale, con la cadenza concitata del parlato, anche perché da quando è successa questa cosa, la notte tra il 22 e il 23 gennaio, non faccio altro che raccontarla agli amici e parenti del caso, tutti piacevolmente premurosi nella loro preoccupazione. La mettiamo agli atti anche qui sul blog, e poi la diamo per metabolizzata, che mi urge dedicarmi a cose diverse, soprattutto uscire da questa miseranda condizione di emergenza pratica. Ah, e serve anche, il titolo, a uccidere preventivamente ogni forma di suspense. Ai fini di questa storia, non serve.

La prima cosa che ho percepito confusamente tornando a casa è stata la presenza di un disordine diverso dal mio. Era tardi assai, e avevo sostanzialmente fretta di dormire, condizione nociva al sonno dei giusti come poche altre. E quel casino non mi quadrava, ma avevo fretta di archiviarlo: ero uscito di casa coi minuti contati ma quello che vedevo, quella parata di cassetti e ante aperte era eccessivo. C’erano addirittura trucchi della mia coinquilina buttati sul letto: perché cazzo era venuta a pittarsi in camera mia? E perché ricordavo di aver lasciato il computer in camera e invece non c’era? L’avevo lasciato in giro per casa anche se la memoria mi diceva il contrario? Torno in sala, emerge l’altro coinquilino con la faccia piallata da un sonno abbastanza profondo, e nel giro di due o tre frasi, capiamo finalmente che:

ci son venuti i ladri in casa.

E mi sembrava così assurda l’idea che in quei dieci minuti di esplorazione confusa nemmeno mi aveva sfiorato, nemmeno un solletico, mentre mi ero già incazzato preventivamente col mio sorprendente disordine e con la coinquilina che senza motivo apparente si trucca in stanze altrui oltretutto sprovviste di specchi. E invece, tutto quel casino era doloso e malevolo, e lo avevo visto millantamila volte attraverso la finestra dipinta della televisione e mi annoiava pure, in quanto stereotipo narrativo deprezzato delle storie gialle, nere, o comunque di quei colori lì. Due palle, dear friends. La ricerca dell’oggetto prezioso, del documento scottante, della formula segreta: avanti il prossimo, posso vivere senza tutto questo spionaggio innecessario. E ho scoperto che, fuor di fiction, quel tipo di disordine fa malissimo, ha tutti i crismi della profanazione. La ricerca fraudolenta di valori oggettivi, che in lingua comune si chiama più o meno furto, è una situazione che ignora e insulta contemporaneamente i criteri infinitamente soggettivi secondo i quali ognuno decide di organizzare, o no, il proprio spazio vitale:  i calzini qui, i documenti in questo cassetto, le letture del momento sul comodino, le scarpe a caso sotto il letto o in mezzo alle palle, pronte per inciamparci. Ecco, ai ladri di tutto ciò non frega un cazzo, loro aprono tutto, sbudellano la tua piccola logistica privata nella speranza che, da bravo coglione, tu abbia lasciato in un cassetto, per esempio in quello delle medicine, una banconota da cento in vista. E, cazzo, è puntualmente successo. Ripeterò anche qui che normalmente, contanti in casa non ne tengo mai. Ecco fatto.

Il passo successivo consiste nell’individuare nel disordine le cose mancanti: non trovarle e accettare che sono state trafugate, indi rassegnarsi. Non è facile trovare qualcosa che non c’è più in un insieme di cose fuori posto, e sicuramente non è gradevole. In tutto ciò tende a montare l’angoscia e anche le idee, per purissima osmosi si incasinano. Quando ho finalmente processato che avevo perso tendenzialmente solo cose recuperabili, certo a costo di una spesa che non ci voleva, mi sono improvvisamente tranquillizzato, collocandomi in una nicchia zen che mi pareva tanto comoda quanto insolita. I miei scritti, la musica, avevo una copia di quasi tutto, potevo ragionare con calma. Certo, ho sentito l’esigenza di riportare tutto sotto la mia giurisdizione, e ho richiuso tutti i cassetti, riposizionato gli oggetti. Mi hanno poi detto che non avrei dovuto, ma in quel momento mi serviva per capire che le cose stavano tornando nel seminato.

Arriva la polizia e abbiamo tutti una gran voglia di raccontare i fatti fino a lì faticosamente ricostruiti a partire da osservazioni macroscopiche come la totale assenza di effrazioni e uso della forza e l’assenza di impronte nonostante la pioggia battente della notte. Intuisco limpidamente l’eccezionalità della situazione visto che, a bocce ferme, due dei tre abitanti della casa, uno sono io, non credono minimamente all’adagio che vuole le forze dell’ordine dedite a servire e proteggere il cittadino. Ma nella casa derubata tutto gira vorticosamente e l’eccezione sorge spontanea. Facciamo l’inventario delle perdite, tre computer portatili su tre, soldini sfusi, il portafoglio della coinquilina, il vecchio cellulare del coinquilino (quando ha chiamato il suo numero gli hanno pure risposto), borse e zaini, probabilmente serviti a trasportare la refurtiva. Mi trovo a pensare, sulle orme di David Foster Wallace, che quasi quasi si tratta di una cosa divertente che non farò mai più. Mi autocensuro.

In una mattinata freddissima per gli standard barcellonesi, usciamo tutti e tre per il secondo round di formalità burocratiche. Tocca andare alla comisaría a inoltrare la denuncia vera e propria. La stanchezza mi acuisce l’ipotermia, il vento infuria, e quei dieci minuti di camminata si fanno eterni. Arrivati a destinazione, mi commuovo nel constatare che la sala d’attesa è riscaldata. Già, perché al momento del furto avevamo pure la caldaia rotta. I miei coinquilini sono prevedibilmente frastornati e scuri in volto: dopo tutto loro erano in casa, e il pensiero che i ladri siano entrati nelle loro stanze mentre dormivano non è di facilissima assimilazione. Io invece, dopato dall’assenza di sonno, ridacchio, improvviso monologhetti, sparo cazzate. Torno nei miei cenci giusto in tempo per l’atto solenne della denuncia.

Sulla via del ritorno, stesso freddo, stesso vento dell’andata, ma in direzione contraria, chiamo la padrona di casa per informarla dei fatti. La sicumera, l’arroganza quasi genetica che le derivano dalla comoda condizione di pluripossidente, la portano a affermare che in assenza di segni di scasso, i malandrini hanno fatto trionfale ingresso nella magione tramite copia delle chiavi, e che pertanto doveva trattarsi di un qualche ex inquilino o di un amico suo dedito a lavoretti sporchi. Sceglie dal mazzo degli abitanti passati dell’appartamento uno dei miei amici più cari, lasciando scivolare nel discorso che la sua nazionalità messicana è da sola una mezza prova. Fa sempre freddo, i minuti di insonnia si accumulano, e non sono in vena di disquisizioni eugenetiche e lombrosiane. Senza perdere l’aplomb consigliabile mi incazzo di brutto, la signora recepisce e cerca timidamente di metterci una pezza. Verrà poi nel pomeriggio a osservare coi suoi occhi la scena del crimine e ripresenterà come tesi incrollabile le stesse identiche stronzate, in versione appena mitigata. Mi si palesa improvvisamente la vastissima, inaffondabile sicurezza che il razzismo infonde nelle menti di chi, a vario titolo, finisce per crederci sul serio.

Ma manca ancora all’appello la visita della polizia scientifica, creatura mitologica che pensavo di vedere pure quella solo e soltanto in quella realtà sceneggiata e ristretta come il caffè che è la fiction. Ebbene, nonostante una voluminosa valigetta piena di affascinanti ferri del mestiere, erano dei tizi normalissimi, ma a ben vedere anche la nostra magione altro non è che uno sfigatissimo ma degno appartamento condiviso. Se hanno investigatori più conformi ai criteri di C.S.I., che a dire il vero non ho mai visto manco una puntata, sicuramente non li faranno scomodare per questi reati molto minori. Mentre almanacco tali fondamentali considerazioni, i due, un uomo e una donna come quelli di X-Files, che ero un ragazzino, ci sgridano. Perché, per fare gli Sherlock sulle nostre disgrazie (“Vedi? Questa finestra si apre bene anche da fuori! Sono arrivati qui in terrazzo e…”) avevamo toccato con le nostre manacce ogni possibile superficie impressionabile da impronte, tipo i cassetti di camera mia, rieccoli, e così facendo avevamo rotto tutte le impronte. E io sono rimasto incredibilmente affascinato dalla riconversione in tecnicismo di un termine così quotidiano e triviale. Per sdebitarmi, li ho portati a vedere il terrazzino di camera mia, dove poco prima avevo trovato una signora prova: un biglietto da visita del Divano Marziano che avevo fatto stampare in cinquanta copie così, per sport, tutto calpestato e fradicio di pioggia, sicuramente caduto dalla borsa che mi avevano trafugato: dovevano senz’altro essere scesi da lì! Ma tempo di arrivare, il vento, che è come la lontananza, se l’era portato via con sé. Alla fine della fiera, comunque, la scientifica ci conferma grossomodo le teorie alle quali eravamo pervenuti nella nostra imperdonabile grossolanità metodologica: entrati dalla terrazza, usciti dal balconcino di camera mia, senza cagarsi la porta manco di striscio. Mi piacerebbe convincerne la padrona di casa.

Verso sera scambio due parole col gentilissimo farmacista baffuto che esercita a due o tre civici da casa mia: ci si saluta spessissimo, e di fatto, anche se non vive lì, è praticamente un vicino. Mi conferma che in nottata più di una dimora del quartiere ha ricevuto visite, che tanti clienti gliene hanno parlato. Prende consistenza nella mia mente l’idea che il passaggio dei ladri da casa nostra sia stato sostanzialmente un evento fortuito nell’ambito una perlustrazione più vasta, dove altri dovevano necessariamente essere i pesci grossi. La finestra, così disponibile anche da fuori, deve averli convinti a tentare la sorte. Effettivamente, l’idea che fossero venuti solo e soltanto da noi, mi portava in ultima analisi a compatirli per la ristrettezza dei loro orizzonti. Potevano essere dilettanti, ma dovevano essere necessariamente capaci di puntare più in alto di casa nostra.

Questi i fatti: ora sarebbe forse utile disegnarne lo sfondo. Abito da sette anni, da quando sono arrivato a Barcellona, in questa stessa casa neosvaligiata, fatto più unico che raro tra gli stranieri. L’appartamento si trova nel quartiere di Vallcarca (i els Penitents), a cinque minuti di tesissima salita dal famoso Parc Güell. Le possibilità che nel corso della vostra visita a Barcellona siate passati a un tiro di sputo da casa mia sono altissime. Vallcarca è un quartiere strano, fondamentalmente residenziale, cerniera tra il brulicante barri di Gràcia, al cui distretto formalmente appartiene, e i tranquillissimi e non facilmente accessibili barris de la muntanya, eletto per ragioni che mi sono ignote a terra promessa degli okupas, gli squatter locali, che popolavano vari edifici sfitti. Ora, dopo un’epoca di bonifica portata avanti a forza di sloggi violenti -quante cazzo di camionette di prima mattina quasi sotto casa!- il loro numero si è ridotto, ma la loro presenza rimane in certo modo una costante del quartiere. Mi sono sparato un sacco di bei concertini punk e hardcore mettendo appena il naso fuori dalla porta. Anche se a qualche strada di distanza non mancano casette dal pedigree più spiccatamente altoborghese, non ho mai avuto l’impressione di vivere in una zona bene. Lo scarto con quartieri di veri ricchi, come Sarrià, raggiungibile a piedi in circa venti minuti, è abbastanza abissale.

E per quanto questa piccolissima vicenda criminale dove ho partecipato con un bel ruolo di parte lesa mi sembri destinata a rimanere una spiacevole anomalia nella storia del quartiere, ho osservato intorno a me che le eccezioni possono avere un feroce potere destabilizzante, che lo scarto tra mai e una volta nella vita può facilmente riempirsi di preoccupazioni tendenti al paranoico andante. In contesti con tassi di criminalità reale (e quindi percepita, of course) più alti, il passo verso la militarizzazione dei quartieri residenziali deve essere relativamente breve. E fatterelli come questo sono un’eccellente materia prima grezza per la costruzione di leggende nere e di redditizia propaganda elettorale. La granitica convinzione della padrona di casa che la nazionalità di un ex coinquilino spiegasse da sola la dinamica dei fatti sta lì a dimostrarlo. A Badalona, orrendo paesone dell’hinterland barcellonese, caratterizzato da alte percentuali di immigrazione scomoda, il popolare -nel senso del partito- Xavier García Albiol, ha vinto le municipali del 2011 con un’aggressiva campagna elettorale che avrebbe mandato in brodo di giuggiole quelli del carroccio. E il nefasto partitino Plataforma per Catalunya, che tra i pochi interlocutori internazionali ha proprio la Lega, ha ottenuto i suoi successi più significativi a Vic, città del presidente Josep Anglada e Catalogna profondissima, proprio scagliandosi contro gli immigrati irregolari. Ora, Vallcarca, è evidentemente un altro paio di maniche, anche se l’aggressività esibita contro gli squatter potrebbe facilmente rientrare nella più classica retorica della lotta al degrado. Eppure, soprattutto in personaggi relativamente esterni ai fatti ho percepito con sconforto che indulgere nel leghismo d’emergenza è più facile di quanto ottimisticamente pensassi. Da parte mia ho fatto il possibile per evitare di ragionare attraverso le lenti deformanti della paura, dello scoglionamento e dello sconforto. Mi sono limitato a chiamare il nostro tuttofare di fiducia perché montasse una chiusura nuova alla finestra galeotta. Per la visita del prossimo quinquennio, o settennio, se ci sarà, sono già preparatissimo. La chiudo qui, che mi sono dilungato anche troppo. Il mio fiacco poliziesco personale è giunto ingloriosamente al termine.

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Mercoledì scorso 14 novembre è stato giorno di sciopero generale in tutta l’area dei cosiddetti PIGS. Non mi prenderò ora la responsabilità di parlare dell’italia: in Spagna si è trattato di una replica a stretto giro della serrata del 29 marzo, in risposta a una china discendente che sembra impossibile capovolgere e a un confronto sociale sempre più aspro, aggravato in Catalogna da tensioni separatiste che troveranno probabile sfogo nelle imminenti elezioni regionali del 25 novembre. Questo post non vuole essere una cronaca della giornata barcellonese anche se un paio di scorci dal vero finirò per abbozzarli: vorrei girarci intorno, concentrandomi sull’indotto mediatico che lo sciopero finisce per stilizzarlo invece che descriverlo, perché l’operazione non è esente da una pericolosa ambiguità.

La narrazione a posteriori di uno sciopero inizia di solito dal botta e risposta sull’adesione. Organizzatori vs autorità competenti, ognuno con la sua messe di dati statistici prodigiosamente astratti, numeri complessivi, percentuali, con sfoggio di riduzioni ai minimi termini (“più di tre lavoratori su quattro”, “circa due lavoratori su tre”): nell’entità della forbice tra i dati degli uni e quelli degli altri, una possibile chiave di primissima lettura  sulla gravità del conflitto sociale in atto. A supporto dei numeri, fotografie più o meno aeree di moltitudini, che potrebbero fornire un riscontro vagamente più empirico ai calcoli, ma che forse, in un’epoca in cui le uniche immagini non alterabili con Photoshop sono quelle oniriche, servono soprattutto a rappresentare la protesta. Un classico intramontabile di tutte le manifestazioni, prima della partenza del corteo, durante la marcia, è la domanda oziosa al tipo a fianco Ma quanta gente ci sarà? in risposta alla quale si azzardano cifre che superano abbondantemente l’occhio e affaticano la mente.

Ai numeri assoluti seguono, in ordine variabile, la contabilità dei danni, il numero degli arresti e dei fermi e, proiettando una lunga ombra nera, i feriti. Il numero di vetrine infrante e di cassonetti bruciati sfociano in stime per danni di varie migliaia di euro, le immagini e i filmati sono chiamati a fornire un correlativo oggettivo, immediatamente iconico, all’importo del disastro. La qualità spesso deficitaria del girato e  l’audio cacofonico acuiscono la sensazione di crudezza, di urgenza. L’insieme di statistiche e riprese amatoriali è frequentemente catalogato alla voce “guerriglia”. Le cifre relative agli arresti e ai feriti, quest’ultima integrata da un inciso relativo alle forze dell’ordine, a loro volta accompagnati dalle rispettive immagini, sono assunti a termometro credibile della pericolosità sociale della contestazione in oggetto. Importante anche il dato retrospettivo sul numero complessivo di antisommossa schierati alla vigilia dell’evento come indicatore di pericolosità potenziale. Statistiche e immagini alternative, la cui diffusione è eminentemente virale, sono l’inevitabile contraltare e corollario al rendiconto ufficiale.

Da una parte lo sciopero si trasforma nell’accurata misurazione del suo impatto ambientale, per così dire, come se ne importassero esclusivamente gli aspetti quantitativamente apprezzabili: dall’altra, in un’epoca di deficit d’attenzione collettivo permanente, guardare le figure crea un’impronta emotiva istintiva che può facilitare o indirizzare l’interpretazione delle fredde cifre. Questo modus operandi dell’informazione di massa porta tendenzialmente a ovviare la carica argomentativa dello sciopero, i come e i perché della mobilitazione, col risultato che quello che viene mostrato dalla televisione è spesso, semplicemente, un gran casino decontestualizzato che suscita paura e sdegno.

Il lavoro incrociato su criteri statistici e immediati appigli emozionali vorrebbe garantire un compromesso ragionevole tra oggettività e immediatezza: ma se è vero che non possiamo prescindere da cifre e immagini nella descrizione di un evento così sfuggente e drammatico, bisogna riconoscere che le possibilità di utilizzo opportunistico e approssimativo dei materiali sono potenzialmente infinite. Ed è terribile, perché lo sciopero è un buco nero in cui i legami di causa e effetto tra le varie azioni si fanno inafferrabili o labilissimi e dove a volte l’interpretazione a caldo degli eventi si fa problematica. Mi sono trovato a scappare perché la gente intorno a me scappava, ho visto due camionette della Policía Nacional date alle fiamme sulla centralissima Via Laietana, ho visto con la coda dell’occhio i Mossos d’Esquadra sparare, fortunatamente non nella mia direzione, e ho assistito, senza decifrare la scena fino all’ultimo, all’inseguimento e arresto di un manifestante da parte di un gruppo di agenti in borghese. Avevo paura, e una spiacevole, opprimente, sensazione che potesse succedere e succedermi qualunque cosa.

Ecco, questo buco nero di arbitrarietà è proprio ciò che sfugge al modello informativo vigente, dove la combinazione di dati e filmati, che è in ultima analisi risultato di un processo di montaggio arbitrario, porta a suggerire l’attribuzione di colpe abbastanza nette e definite. Evidentemente esistono responsabilità oggettive, non mi nasconderò dietro al dito, ma io o chiunque altro avremmo potuto pagare conseguenze assolutamente sproporzionate rispetto al nostro ruolo di manifestanti inoffensivi e inermi. E infatti, anche questa volta, è successo, e ci siamo trovati per l’ennesima volta con la morte nel cuore a contemplare l’assoluta casualità nella distribuzione delle botte, delle pallottole, in ultima istanza delle colpe. Mentre l’informazione confezionata avalla surrettiziamente l’idea che i manifestanti in blocco se la vanno a cercare, ci vediamo costretti a denunciare ancora la violenza, l’incoscienza, l’assoluta non ottemperanza delle regole da parte degli agenti antisommossa che dovrebbero garantire il nostro diritto costituzionale a manifestare. Se avete seguito il filo dell’argomentazione finora, non mi chiederete informazioni, esempi ulteriori: andrete a cercarne perché, barriera linguistica permettendo, è relativamente facile trovarne, anche se il telegiornale della televisione pubblica catalana e La Vanguardia, in quota a CiU, il partito di maggioranza relativa che domenica punta a una riconferma schiacciante, hanno passato il tutto sotto silenzio. 

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I giorni del calendario nostro gregoriano sono 365, 366 ogni tanto, gli anni delle vicende umane in questa valle di lacrime tanti di più e quindi ogni singola porzioncina dell’anno porta ben concentrato su di sé il carico di un fottio di eventi, nascite, rivoluzioni, morti, varie, eventuali. E infatti, per ogni benedetta data del calendario, potete trovare su Wikipedia una sfilza di eventi che all’atto pratico è un kit per fabbricarsi in casa un perfetto Almanacco del giorno dopo: mancherebbe solo la rinascimentale sigletta, che però vi ho appena premurosamente linkato.

Ma l’Almanacco, io manco lo guardavo. Ne trovavo però un valido surrogato nelle pagine dei programmi settimanali di TV Sorrisi e Canzoni, più precisamente nel margine superiore, dove giorno per giorno, venivano stipate grossomodo le stesse informazioni ora agilmente reperibili su Wiki, tipo la data della Presa della Bastiglia o il compleanno di Gianni Morandi: tutto congiurava a forgiare nella mia giovane esistenza, non ancora in doppia cifra, una vaga approssimazione della profondità del tempo, della vastità della storia, sebbene intesa nel senso didascalico di successione di date. Poi ovviamente c’era il libro di storia che, nella sua rigida divisione in capitoli, mi faceva arrovellare sul difficile concetto di simultaneità di diversi eventi storici, diacronia e sincronia: ma questa è tutt’altra faccenda.

I giorni, dunque. Si è detto che ne abbiamo solo 365 + 1, e la loro ripetizione modulare crea in ognuno di noi un cocktail di risonanze irripetibile, strettamente personale, spesso violentemente intimo. Ad esempio, il venticinque dicembre è nato Gesù Bambino, ma anche quel vostro zio che poi è cresciuto con l’incubo di celebrare le sue stagioni in una festa comandata bella grossa, la famiglia a tavola a ingozzarsi senza remore, i regali comunque, e il legittimo quarto d’ora di celebrità personale oscurato da un’ora di messa con la chiesa gremita: poi da grande gli sono venuti i tic e le nevrosi che sappiamo. O il 25 aprile. Il 5 maggio. Il 2 giugno. O quello che volete. Ultimamente, soffre di spaventosa densità fattuale l’11 settembre, che oltretutto qui in Catalogna è festa nazionale, e pochi giorni fa ha fornito a un milione e mezzo di persone una motivazione ineguagliabile per scendere in piazza e chiedere a gran voce l’indipendenza dalla Spagna.

Una data piena di strani sottintesi personali, finalmente ci siamo arrivati,  è per me il 29 settembre. Non mi è mai capitato un cazzo di significativo, neppure un licenziamento in tronco, eppure è sempre stata una data piena di risonanze, il cui tintinnio, anno dopo anno,  sentivo avvicinarsi con una decina di giorni di preavviso, come se di occasione speciale si trattasse davvero. Quasi mai lo è stata, ma io l’ho sempre percepita come qualitativamente distinta.

Innanzitutto una nota di folclore: al paesello mio, il 29 settembre è festa del patrono, San Michele. Per tutta la scuola dell’obbligo, un giorno di festa subito dopo la ripresa delle ostilità, ma niente di che, in fondo. Andavo al pomeridiano mercatino dei ragazzi, una volta ci ho tirato su 25.000 lire sonanti vendendo cazzatine, ma per ricordi della sagra paesana vera e propria, curiosamente, devo spostarmi all’adolescenza. Dalla regia mi suggeriscono che negli anni sessanta tiravano i botti, e che l’attuale formula della festa, con tutto un fiorire di estemporanee osterie e ristorantini in ogni spazio pubblico occupabile del nostro grazioso centro storico, è andata definendosi nel corso degli anni. Avvantaggiata dalla capillarità del bere e del mangiare in tutto il ristretto perimetro del centro, la gente che converge da tutta la provincia ravennate si zavorra felice. Ma sono tanti anni che non vado, le mie cartoline sono ingiallite, le mie parole appesantite dalla nostalgia. Forse già inesatte. Sappiate comunque che esiste pure un dolce tipico, ideologicamente avverso ad ogni forma di buon senso dietologico e  che a mia sorella riesce delizioso. Anche in questo caso, i primi ricordi vividi sono inspiegabilmente tardivi, grossomodo in epoca liceale.

Poi, credo lo abbiate sospettato da subito, c’è la famosa canzone omonima (aggettivo svirgolato, ma tant’è). Quando l’ho ascoltata per la prima volta avevo nove anni, era piena estate, e Canale 5 trasmetteva Una rotonda sul mare, per i miei coetanei praticamente un corso accelerato di storia della canzonetta italiana. Il brano era interpretato da Maurizio Vandelli, che mi spiegarono essere il cantante del complesso che l’aveva portato al successo ai tempi. Mio padre me lo cantava modificando sagacemente l’incipit (Seduto in quel caffè/avevo il culo bagnato), variazione tagliata su misura per le esigenze umoristiche di un bimbo di quell’età, e io mi spanciavo dalle risa. Della canzone, comunque, mi affascinava fino alla commozione l’atmosfera malinconica, e la mia mente candida e acerba aveva meccanicamente memorizzato le parole del testo sorvolando sul disegno d’insieme, in soldoni una classica storia di corna, tutta mimetizzata tra svolazzi poetici di schietta scuola Mogol. Col trascorrere degli anni ho recuperato entrambe le versioni incise e, a fasi alterne, ho amato di più ora l’una ora l’altra. Ma, visto l’argomento del testo, trattasi di comportamento perfettamente legittimo. La versione dell’Equipe 84, pubblicata nel ’67, e all’epoca andata via come il pane, è una deliziosa e ingenua istantanea del fermento beat di quegli anni, con gli inamidatissimi inserimenti dell’annunciatore RAI a conferire al pezzo quel feeling di nuovissimo svarione psichedelico che resiste caparbiamente al trascorrere degli anni. Quella battistiana, uscita nel ’69, si fa apprezzare per la sobria classicità dell’arrangiamento, di fatto una normalizzazione, un ritorno all’ordine rispetto alle stravaganze della prima incisione, e per la voce del Lucio nazionale che, insomma, al buon Vandelli gli dà una pista. Ma se davvero dovessi sceglierne una e una sola, morirei d’indecisione come l’asino di Buridano. Alcuni anni dopo il primo ascolto infantile, già sui banchi liceali, ogni 29 settembre presi l’abitudine di commemorare la canzone insieme a un compagno di classe, cantandone il testo o imitando la voce dello speaker. La pittoresca usanza è sopravvissuta all’esame di maturità e alla lontananza geografica, e ogni successivo 29 settembre è stato poi adeguatamente ricordato via nuove tecnologie, sms, mail o chat a seconda delle circostanze. Per quest’anno, spero che il presente post possa servire a salvaguardare la tradizione.

Poi il 29 settembre è pure il compleanno di Silvio Berlusconi. Venni a saperlo tardivamente, ma la nefasta notizia non modificò più di tanto gli equilibri esistenti nel mio cervello. Al paese, durante gli interminabili anni del Berlusconi Bis, la ricorrenza poteva essere, a spalare, il movente di un’ingiuria appositamente architettata, un canchero infiocchettato che si andava a sommare agli innumerevoli che, indefessi, gli dedicavamo in formato standard per tutto l’anno solare. E poi insomma, eravamo già impegnati con la festa del patrono, che non ci si rompesse più di tanto i maroni con quel boia. Quando Berlusconi vinse le elezioni del 2008 stavo già in Spagna, e leggere sulla stampa italiana riferimenti al compleanno del Pres.delCons., sia sotto forma di sapida frecciatina che di leccata di culo dei media di famiglia, mi trasmetteva la penosa sensazione che il mio paese stesse vivendo la recrudescenza di una monarchia non autorizzata. Oggi come oggi, nel 2012 è ancora troppo presto per dire se i nostri 29 settembre futuri si siano definitivamente  deberlusconizzati. Farebbe piacere poterlo gridare a squarciagola, ma non dire gatto…

Il 29 settembre è pure il compleanno di Pierluigi Bersani, me lo ha ricordato poco fa mio padre al telefono. In tutta franchezza, tendo a dimenticarmene, come pure mi succede per il partito di cui Bersani è segretario, e volendo esagerare l’importanza di questa coincidenza, posso spingermi a dire che mi sembra unicamente una prova astrologica dell’inconsistenza del bipolarismo italiano e della sua congenita incapacità di garantire una credibile alternanza e/o alternativa.

Per aggiungere altra legna al fuoco, il 29 settembre di due anni fa, quando questo cumulo autocostruito di suggestioni era già ampiamente consolidato, la Spagna celebrò uno sciopero generale che molti percepirono come la prima pietra sulla tomba del governo Zapatero, riconfermato due anni prima per un secondo mandato. La crisi si stava inasprendo imperterrita e lo sciopero fu una specie di sconfessione ufficiale e definitiva di ZP da parte di una bella fetta del suo elettorato. Io partecipai insieme a una colonna di connazionali, felice di rinunciare a un giorno di stipendio per poter esercitare il mio diritto di sciopero. Quando appena un anno e mezzo dopo, il 29 marzo 2012, fu convocato un altro sciopero generale, era prevedibilmente cambiato il governo e io scesi in strada da disoccupato. Sospiro sconsolato.

Oggi, 29 settembre 2012, un’ondata di maltempo ha mietuto vittime in varie parti della Spagna, decretando crudelmente la fine dell’estate. A Madrid migliaia di persone hanno nuovamente occupato i dintorni del parlamento per chiedere le dimissioni del governo Rajoy e protestare contro la brutale repressione subita dai manifestanti per mano della polizia appena quattro giorni prima. Al paesello, invece  tutto bene, strade affollatissime, a quanto pare, ma i motivi sono ben più futili e gradevoli. Io a Barcellona ho trascorso una giornata insulsa aspettando invano che spiovesse, anestetizzato da una pigrizia esemplare, e ora sto vanamente cercando una manciata di parole azzeccate per chiudere in bellezza quest’incongruente zigzagare nei labili confini della mia geografia personale. E’ da quando esiste il Divano Marziano che volevo scrivere questo post, e ora che finalmente ci sono riuscito, non trovo una conclusione adeguata. Forse non esiste nemmeno. Forse mi conviene fingere di lasciare il post aperto a futuri aggiornamenti e chiudere baracca così, saltando cautamente da un punto di sospensione all’altro…

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Credo che abbiate saputo in giro che la Spagna ha vinto, di nuovo, l’Europeo di calcio. Mentre la tele restituiva immagini di delirio a Madrid, condite dai soliti commenti esuberanti che sono cifra stilistica del giornalismo sportivo iberico, a Barcellona, come sempre poca cosa. Non era neanche stato allestito un maxischermo. Entusiasmo sì, ma molto contenuto. Un’atmosfera sottilmente ambigua che, con i distinguo del caso, aveva accompagnato anche i due precedenti trionfi della nazionale. Di questo vorrei parlare, saltellando tra giuoco del pallone e politica facendo ben attenzione a non inciampare.

La questione nazionale catalana non ha mai avuto la drammatica visibilità di quella basca. La lotta armata, che pure è esistita, ha avuto durata e dimensioni decisamente circoscritte rispetto ai Paesi Baschi e i suoi militanti, dopo la rinuncia al conflitto, sono confluiti senza eccessivi traumi nell’alveo dell’indipendentismo “istituzionale”, per così dire, rappresentato da Esquerra Republicana (“Sinistra Repubblicana”), partito che in anni recenti ha anche preso parte a alcune esperienze di governo “regionale” (in Spagna le cosiddette autonomie comunità autonome hanno margini di governo significativamente più ampi delle nostre regioni). Ma il catalanismo, che molti immigrati italiani con un’associazione di idee tanto spontanea quanto erronea, sovrappongono spesso al leghismo, è un sentire complesso, che con sfumature diverse attraversa tutto lo spettro politico catalano, dalla destra neoliberale alla sinistra marxista.  A livello di opinione pubblica internazionale però, la risonanza del nazionalismo catalano è pressoché nulla e la Spagna tende a essere percepita, fatta salva la già menzionata eccezione basca, come una realtà tendenzialmente unitaria.

La vita quotidiana a Barcellona, anche se la lingua veicolare è tendenzialmente lo spagnolo, è costellata di prove che smentiscono immediatamente questa lettura: l’onnipresenza del catalano nell’amministrazione pubblica, bandiere catalane alle finestre anche senza ricorrenze da celebrare, manifestini indipendentisti su ogni muro, adesivi contro l’uso dello spagnolo nelle pubblicità di grandi aziende multinazionali, scritte sui muri tra l’assertivo e l’apertamente ingiurioso. Quando arrivai a Barcellona, alla fermata metro sotto casa, nel grafico esplicativo delle fermate, qualcuno aveva tirato una riga sopra “Espanya” con un pennarellone nero. Per non saper né leggere né scrivere, colsi immediatamente l’antifona. Insomma, qui c’è una fetta di popolazione consistente, o se non altro molto rumorosa, che ci tiene a far sapere che Catalonia is not Spain, slogan tradotto in inglese per informazione degli ignari turisti che gremiscono il centro città.

Curiosamente ma neanche tanto, il centro, dove in alta stagione gli indigeni sono presenti solo in percentuali volatili, è un confuso guazzabuglio di simboli spagnoli un tanto al chilo, trappole per gonzi, paelle, sangrie e varie altre cosette chiassosamente estranee all’immagine canonica della cultura locale. Questo sì, le magliette del Barcellona, più o meno taroccate sono assolutamente ovunque, indossate indistintamente dal catalano, dal turista, dall’immigrato. Gli unici festeggiamenti veramente moltitudinari sono quelli per le frequentissime vittorie del Barça, che riesce nella non facile impresa di essere simbolo per i locali e marchio per i turisti (con buona pace dei tifosi dell’Espanyol, la cui presenza in città è praticamente impercettibile).

Il calcio, nonostante molte anime belle ricordino a ogni piè sospinto che non bisognerebbe mescolare sport e politica (raccomandazione ampiamente disattesa…), è una delle più efficaci cartine di tornasole delle tensioni e contraddizioni della società catalana. Senza scivolare in pericolose generalizzazioni o strumentalizzazioni, e ricordando appunto che esistono anche tifosi di altre squadre e un sacco di gente che non segue il pallone nel suo incessante rotolare, il Barça riempie le strade perché la gente lo sente suo, rappresentativo dell’identità della città e della regione, cosa che non succede con la nazionale spagnola, nonostante l’abbondanza di giocatori blaugrana tra le file della Roja  e la sostanziale somiglianza del modulo di gioco. In Spagna la nazionale, al contrario che da noi, non è una colla a presa rapida capace di unire il paese a prescindere dalle sue tensioni e problemi reali, proprio perché parte di questi problemi sono di carattere identitario e non è forse scorretto affermare che la retorica trionfalista che circonda la selección è percepita da molti catalani, non soltanto dagli indipendentisti, come una fastidiosa semplificazione e un appiattimento della loro specificità culturale. Due anni fa, alla vigilia della vittoriosa finale mondiale contro l’Olanda, le strade di Barcellona furono occupate da un milione di persone che protestavano contro una sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo che bocciava vari articoli dello Statuto di Autonomia catalano del 2006, tra cui quello che definiva il popolo catalano una nazione dotata di lingua e cultura proprie. Si trattò di una coincidenza, ma estremamente simbolica.

E quindi, quasi assenti i catalani, tra indifferenti, insofferenti e perplessi, a scendere in strada o a fare casino sono soprattutto gli altri: spagnoli residenti a Barcellona che festeggiano la nazionale in modo non molto diverso da come potrebbe fare un italiano qualsiasi, una vergognosa minoranza di fascisti sui quali preferisco sorvolare, e, in meraviglioso contrappasso, gli immigrati africani e asiatici, che sono soliti riservare lo stesso calore anche al Barça e che cercano nel calcio una parziale identificazione con la loro patria adottiva, in assenza di strumenti, anche solo meramente linguistici, per poter cogliere la frammentarietà e la contradditorietà della situazione. Mancano all’appello i turisti, domenica agghindati con orripilanti cappelli da cowboy coi colori della bandiera spagnola, che partecipano all’ambaradan per ragioni non dissimili da quelle degli immigrati solo, prevedibilmente, in modo molto più superficiale e prêt-à-porter.

Per tutti questi motivi, domenica sera la Rambla era un luogo abbastanza mesto, straniante. Mezza vuota nonostante l’afflusso di tifosi più o meno improvvisati, canti e petardi rimbombavano nell’aria sgonfia della notte quasi per contratto. Capitato lì di rimbalzo  -avevo guardato la finale fuori città a casa di amici- osservavo i turisti italiani sconsolati, avvolti nei loro tricolori ammainati e mi chiedevo che effetto gli facessero quelle strade mezze vuote, se dopo un risultato del genere si aspettassero un’esultanza così limitata. Nel 2010, va detto, la festa era stata più animata, ma comunque nulla di paragonabile al caos che investe lo stivale in circostanze analoghe.

A quel punto, improvvisamente memore del pronostico sballatissimo che avevo solennemente emesso nel prepartita, me ne sono tornato a casa, vergognandomi della mia scarsissima lungimiranza, di cui i quattro gol e quei quattro gatti con le bandiere erano la prova più cocente. Forse anche per questo sul Divano non ho mai scritto di calcio giocato. Siamo tutti cittì, maledizione.

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