Feeds:
Articoli
Commenti

Per anni, i lettori di Rat-Man hanno creduto che la serie si sarebbe conclusa col numero 100, a gennaio 2014, e non si trattava certamente di uno dei tanti millenarismi infondati che hanno attraversato la storia dell’umanità: era lo stesso Leo Ortolani, autore unico del personaggio, ad averlo dichiarato innumerevoli volte. Vuoi non fidarti? Poi però così non è andata, e la serie è proseguita per quasi quattro anni, raggiungendo quota 122, con l’ultimo capitolo di una storia in dieci parti che ha chiuso degnamente anni di sottotrame. Il nuovo conto alla rovescia, iniziato col numero 113, questa volta non ha ammesso deroghe. Uno dei più grandi fumetti comici di tutti i tempi, ragionevolmente il migliore dai tempi dell’Alan Ford di Magnus & Bunker, è terminato. Sento di doverne parlare con voi.

Ho seguito la serie dagli esordi, nel 1997. Anzi, già da prima compravo gli albi autoprodotti (li ricordate?) in una piccola fumetteria di un paese vicino. E volendo raccontarla tutta, ci fu anche un breve, inspiegabile periodo di interruzione, eravamo ancora nel millennio scorso, ma giuro di averne rimosso le ragioni: so solo che seguì un rapidissimo ritorno all’ordine. Alla mia partenza per Barcellona, nel gennaio 2006, Rat-Man Collection divenne uno dei pilastri (l’altro è e resta la rivista musicale Blow-Up) di un patto di sangue con uno degli edicolanti di Bagnacavallo, che mi teneva da parte le uscite. Nel corso di oltre undici anni ha lisciato solo tre numeri, il 73, l’87 e il 108, se non ricordo male, poi tutti recuperati per altri canali. Di conseguenza, più di metà serie l’ho letta in differita, a gruppetti di albi, in occasione dei miei ritorni in patria o quando qualche amico o parente passava per la Catalogna. L’ultimo numero, per esempio, l’ho letto quasi in contemporanea con l’Italia solo perché mi sono rotto un polso cadendo dalle scale e mia sorella è venuta apposta a spicciarmi casa (casetta) nuova. Ne approfitto per dichiararle tutto il mio amore fraterno.

Volendo provare a offrire alcune chiavi di lettura senza pretese di completezza, in primo luogo direi che Rat-Man Collection è, inevitabilmente, il resoconto dell’evoluzione umana e artistica del suo autore,  e della concezione metafumettistica che ha animato la sua opera. Leo Ortolani non si è limitato a mandare 122 albi in edicola ogni due mesi con puntualità incrollabile e senza veri e propri cali di forma, ma attraverso le storie stesse e numerosi redazionali ha cercato a più riprese di spiegare i motivi profondi che lo spingevano a fare fumetti (amore per Jack Kirby a parte, quello è quasi un assioma) e come voleva farli, argomentando i cambi di direzione e riflettendo su di essi in corso d’opera. A mio parere è soprattutto per questo che lo standard qualitativo si è mantenuto prodigiosamente uniforme per tutto questo tempo: perché a una professionalità inossidabile corrispondeva una visione limpida di che cosa fare con il personaggio. E, si badi, non mi riferisco meramente ai dettagli della trama principale: anzi, ho spesso avuto la sensazione che Ortolani si muovesse da un blocco narrativo all’altro quasi a braccio, decidendo, riscrivendo e ridisegnando anche all’ultimo minuto, come sembrano confermare varie sue affermazioni nelle pagine della posta (per un esempio recente, andate a ripescare il numero 112). No, qui mi sto riferendo alla sua fiducia nelle possibilità narrative del medium fumetto, all’ansia costante di andare oltre quanto già detto e alla determinazione nell’affrontare gli archetipi narrativi che hanno animato la saga dalla precoce maturità in poi: la figura dell’eroe, la relazione tra padri e figli, la riflessione etica individuale sul bene e il male, la ricerca della redenzione. In questo senso, il contesto supereroistico della serie si è rivelato particolarmente adatto ad accogliere le metafore cristologiche e i frequentissimi riferimenti religiosi degli ultimi anni, e tutto ciò senza andare a discapito della comicità, che alla fine era e restava la ragion d’essere del personaggio. Escatologia e scatologia unite in un abbraccio inestricabile.

Certo, ovviamente, non è mancato un partito degli scontenti, quelli che rimpiangevano “le belle storie semplici e divertenti degli esordi”, mosse principalmente da un intento parodistico. A questo proposito, Ortolani pubblicò già nel 2006, un vero e proprio manifesto programmatico come La storia finita (numero 56), dove, in un evidente parallelismo con l’Hemingway de Il vecchio e il mare, l’autore si raffigurava come un vecchio pescatore, accompagnato da un Rat-Man stupido come al solito, che spinge la sua barchetta in mare aperto alla ricerca di storie da raccontare, giganteschi pesci fatti di pagine disegnate per nulla disposti a lasciarsi catturare. Alcuni la considerano la storia migliore del personaggio: io personalmente, di fronte a una dichiarazione di poetica così esplicita (e così ben riuscita) ebbi una riprova che valeva la pena seguire Ortolani dovunque andasse, anche quando alcune battute o uno snodo della trama mi facevano storcere il naso (ed è successo, buona gente, è successo). È un dato di fatto che, nel corso degli anni, le stesse parodie, che non sono mai scomparse dal menù, abbiano progressivamente risentito dell’ansia di complessità dell’autore, rimanendo sì storie divertentissime, ma perdendo inequivocabilmente per strada l’immediatezza degli esordi, tanto agognata dai nostalgici. Penso alla cosiddetta “trilogia manga” (numeri 72-74), , sarabanda dalle soluzioni grafiche variatissime e molteplici livelli narrativi, con sequenze in stile shojo  un rifacimento gustosissimo del Capitan Harlock di Leiji Matsumoto e addirittura l’apparizione di Dick Fulmine, qui ribattezzato Brick Tempesta, eroe del fumetto autarchico italiano. O ancora alla quadrilogia dei Sacrificabili (numeri 82-85), dove Ortolani unisce con sprezzo del pericolo il massimalismo del cinema d’azione americano (il riferimento di partenza è la saga The expendables), il racconto biblico degli ultimi giorni di Gesù Cristo e paradossi temporali di ogni genere e sorta in un delirio narrativo misteriosamente coerente e assolutamente spassoso.

La volontà di ricerca di Ortolani si è espressa però anche e soprattuto nella creazione di un’intricata continuity, spesso attraverso un processo di riscrittura e ricontestualizzazione degli esordi del personaggio, all’insegna della già menzionata vocazione meta. Ortolani si rappresenta frequentemente come autore di fumetti operante nello stesso universo narrativo del suo personaggio, del quale racconta le gesta in una serie a fumetti, spesso riadattandole molto liberamente. Scopriamo così che molte delle prime storie di Rat-Man non riportano i fatti così come credevamo fossero andati, ma altro non sono che le semplificazioni di un fumettista poco dotato. È così che la storiella d’esordio assoluto del personaggio, Le sconvolgenti origini del Rat-Man, peraltro più volte rimaneggiata, viene inserita all’interno di una complessa quadrilogia (numeri 57-60) che riracconta il vero svolgimento dei fatti. Stesso destino viene riservato a La minaccia verde, storia dei tempi dell’autoproduzione, che nella saga finale appena conclusasi (numeri 113-122, vale la pena ripeterlo) viene ripresentata come libero adattamento di ciò che realmente è stato. Incasinato? Indubbiamente, ma è proprio tramite questo gioco di specchi che Ortolani, come accennavo più sopra è riuscito ad andare oltre la storia dei suoi personaggi, raccontandoci anche la sua evoluzione come autore, e imbastendo una riflessione più generale sulla storia del fumetto tutto, sospeso tra le origini popolari e lo slancio continuo verso nuove soluzioni narrative.

Rat-Man non sparirà. Anzi, la prima uscita fuori collana è già stata annunciata da tempo, e sappiamo tutti che i musi di scimmia di Ortolani si presteranno con estrema versatilità a nuove parodie. Non sarò certo io ad oppormi alle rimpatriate. Ma quella sensazione mista di soddisfazione e perdita che accompagna ogni finale riuscito, così familiare per gli appassionati di manga e totalmente sconosciuta ai lettori di Tex, ci metterà parecchio ad abbandonarmi. Non è un caso che stia scrivendo queste parole quasi due settimane dopo la lettura dell’ultimo numero. Grazie Leo, grazie Ratto. Ci si becca in giro.

Annunci

844 feriti

Il nocciolo della questione, che a mio avviso permette di sospendere anche le obiezioni più sensate, sta soprattutto nella cifra che potete leggere qui sopra: il referendum autoconvocato per l’indipendenza della Catalogna svoltosi ieri si chiude con questi numeri, che per la società civile locale sono tanto rilevanti quanto i voti a favore di un distacco da Madrid (circa due milioni, pari al 90% delle schede scrutinate, al netto di quelle requisite). Le azioni della Guardia Civil e della Policia Nacional, immortalate in numerosi video, hanno suscitato l’indignazione, la rabbia e il dolore di moltissimi cittadini, anche tra coloro che erano critici sui tempi e i modi della consulta, cominciando dal sottoscritto.

L’idea di patria mi lascia irrimediabilmente freddo e le narrazioni nazionaliste mi sono sempre sembrate semplificazioni di comodo, ma il comportamento dei catalani nella giornata di ieri è stato un esempio straordinario di disobbedienza civile e resistenza non violenta. Il referendum era tecnicamente illegale, e la legge che lo scorso otto settembre ha creato la possibilità di una dichiarazione unilaterale d’indipendenza (la cosiddetta llei de transitorietat) è stata approvata dal parlamento regionale catalano a colpi di maggioranza; ma la cecità dello stato centrale, col suo imponente schieramento di forze, non ha fatto altro che aggravare la divaricazione esistente tra la regione e il resto del paese. Senza dimenticare i macroscopici errori degli indipendentisti e anzi, criticandone con durezza le battaglie, personalmente non ho dubbi su che cosa scegliere tra le schede e le urne dei votanti “illegittimi” e i manganelli della legalità costituzionale, che non hanno avuto remore di sorta nel colpire centinaia di persone indifese, vecchiette incluse, e tutto questo per arrivare a chiudere solo una piccola parte dei seggi predisposti dagli organizzatori del referendum. Per tacere del fatto che questa situazione di presidio del territorio si protrae ormai da una decina di giorni, da quando cioè Madrid ha ordinato l’arresto di quattordici persone, tra i quali un deputato e vari funzionari della Generalitat catalana, coinvolte nell’approntamento della consultazione.

Il futuro ora è incerto. La possibilità di una dichiarazione unilaterale di indipendenza pare per il momento rinviata, ma la tensione resta alta. Chi come me spera che questa crisi possa sancire l’avvio di una riforma costituzionale dello stato spagnolo in senso repubblicano e federale, sa di non poter nutrire eccessive speranze, vista la predominanza assoluta dei due nazionalismi nell’opinione pubblica. Anche l’ipotesi di un referendum concordato sulla falsariga della Scozia pare, oggi come oggi, improbabile. Certamente, spero che la solidarietà e la disponibilità al dialogo che ho potuto apprezzare ieri al seggio di Drassanes, dove mi sono trovato ieri, quasi per caso, a chiacchierare con quattro volontari, possa essere di buon auspicio per una popolazione che nel corso degli anni ha dimostrato una predilezione incrollabile per le vie pacifiche.

Chiudo con alcune osservazioni su due paradossi generati dallo stato d’eccezione catalano. 1) È stato confermato che un uomo ieri è stato colpito a un occhio da un proiettile di gomma sparato dalla Policia Nacional spagnola. Il fatto è gravissimo perché l’uso di queste armi è stato proibito in Catalogna nel 2014, al termine di una battaglia politica condotta dalle associazioni Stop Bales de Goma! e Ojo con tu Ojo, che aveva messo fine a una  striscia sanguinante di casi analoghi. In quel caso, a esercitare il monopolio della violenza autorizzata erano i Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana. 2) Gli stessi Mossos che ieri  sono stati criticati da Madrid per la loro sostanziale passività, e che in alcuni casi hanno difeso i votanti. Ecco, ricordando coloro che hanno perso un occhio in modo totalmente arbitrario, e anche i manifestanti sloggiati a mazzate dall’acampada di Plaça Catalunya nel 2011, non sarò certo io ad abbandonarmi a svenevoli elogi per un corpo di polizia il cui curriculum è tutt’altro che immacolato. Anzi, mi sembra un monito eccellente contro i pericoli di tutte le retoriche nazionaliste, senza eccezioni.

Al momento dell’attentato, intorno alle 17:30, ero in ufficio. E in quello spazio protetto e tutto sommato confortevole ho trascorso la successiva ora e mezza, mentre le notizie dal mondo esterno si facevano via via più abnormi e la mia capacità di concentrarazione precipitava, comprensibilmente, ai minimi termini. Al momento di attraversare la soglia e uscire in strada, il numero dei decessi si era già stabilizzato a tredici. Nel frattempo, molte persone mi avevano cercato per sincerarsi del mio stato di salute e io non mi ero mosso dalla scrivania.

L’interruzione forzata del servizio su due linee della metropolitana, la rossa e la verde, quelle che uso abitualmente per tornare a casa e che si incrociano proprio a Plaça Catalunya, mi obbliga a scegliere un percorso alternativo. Benché la linea gialla sia relativamente vicina mi perdo, e quel frustrato vagare  mi restituisce l’immagine di una città, o perlomeno di un quartiere, nel pieno esercizio della sua normalità: capannelli copiosi nei tavolini all’aperto dei bar, le solite birrette, turisti che cenano troppo presto. Non mi aspettavo scenari apocalittici, sapevo che la zona interessata dall’attentato era tutto sommato una minuscola porzione del centro più centro, lontano da dove mi trovo, ma non posso evitare di osservare con incredulità quelle scene risapute. Uno strato di densa ordinarietà pare avvolgere cose e persone, e per quanto i miei occhi cerchino di scrutare oltre, non c’è nessun segreto da carpire. Non immaginavo coreografiche rappresentazioni di lutto, ma nella testa mi si agitava l’idea, sicuramente letteraria, probabilmente estetizzante, che il corpo ferito della città dovesse in qualche modo contrarsi sotto la spinta del dolore. Forse sarebbe bastato percepire negli occhi che incrociavo una parte di quello smarrimento che pensavo si potesse leggere nei miei.

Dopo avere attraversato mezza Barcellona con la linea sbagliata, mi trovo relativamente lontano da casa ma col centro irrevocabilmente alle spalle. Unico segno visibile della situazione d’emergenza, il treno che salta la fermata nella centralissima stazione di Passeig de Gràcia, a cinque minuti a piedi da Plaça Catalunya. Ad attendermi, altre copiose dosi di normalità: un gruppo di turisti che cerca di orientarsi, uno che mangia un panino su una panchina, cose di questo genere. Io stesso mi sono fermato a comprare una lampadina in un bazar cinese, sostituendola a quella bruciata immediatamente dopo il rientro. Nel frattempo, mi arrivano messaggi di gente che dal centro è dovuta passare per forza, per esempio alcuni colleghi. Vengo a sapere così, nel modo più inatteso, dove vive chiunque. Le scene che mi descrivono sono diamentralmente opposte all’ordinaria amministrazione che si è dipanata davanti a me a perdita d’occhio: grappoli di poliziotti, turiste isteriche, gruppi estemporanei costretti a cercare rifugio in ristoranti o altri esercizi pubblici. Davanti al computer, dopo lunga incertezza, decido di guardare alcuni filmati dell’attentato. Le autorità hanno chiesto pubblicamente di non divulgare video, eppure il sito di El País pubblica con noncuranza un paio di brevi frammenti: la Rambla è inconfondibile, ma allo spettacolo quotidiano e poco decoroso del turismo di massa si sostituiscono corpi sparsi in pose scomposte, ripresi in movimento nel contesto di inquadrature poco meno che casuali. Rimpiango immediatamente di aver voluto guardare qualcosa che il caso, o meglio, le probabilità mi avevano risparmiato.

Nel frattempo,  affastello messaggi su messaggi, cercando di rispondere a tutti quelli che mi hanno cercato. Registro note vocali scandite da un respiro affannoso. Mi meraviglia constatare il perdurare della sensazione di emergenza che si staglia sulla mia persona, benché non sia mai stato neanche lontanamente in pericolo. Persiste anche un leggero desiderio di sfogare in pianto la tensione che mi accompagna fin dall’ufficio. Non se ne fa nulla perché contemporaneamente avverto una fastidiosa necessità di ridere, che immagino dettata dai nervi, e rimango in bilico, con l’unica certezza che dormire sarà difficilissimo.

Penso a Parigi, Londra, Berlino, dove per coincidenza mi appresto ad andare (tornare) in vacanza. Bruxelles mi viene in mente solo in un secondo momento. Sento l’abisso che separa le mie reazioni passate, non certo improntate all’indifferenza, dal vivido malessere di questa sera. Come per il riso e il pianto, non riesco a determinare se devo autogiustificarmi o accumulare sensi di colpa. Mentre comunico contemporaneamente con più persone, abbozzo qualche analisi socio-geo-qualcos-politica, giocando la carta, a me cara, del franchising del terrorismo. L’Isis ha lanciato un modello che viene ripreso liberamente da molti cani sciolti etc. etc. Blah blah. Ora, mentre scrivo, mi rendo conto che, senza smettere di essere ammiccante e compiaciuta, forse terrorismo open source è una definizione più accurata. Al tempo stesso, non riesco a risolvere la sensazione di insofferenza che mi viene dal teorizzare a vuoto.

Ho scritto e parlato per varie ore. La plateale inadeguatezza delle parole, quelle parole per le quali sono solito nutrire un amore smisurato, consiglierebbe di mantenere il silenzio. Eppure sono qui a scrivere di nuovo, tendenzialmente di getto. Forse per la prima volta in assoluto mi sento totalmente esente dal desiderio di capire o spiegare un oggetto. Mi sto fermando alla descrizione, nella speranza che la precisione possa smorzare l’urgenza. Ecco, questo è ciò che mi è passato per la testa. Non è un esempio di nulla, ma so che deve uscire da lì. Lascio tutto in questo spazio, aperto a un’ipotesi di condivisione. Grazie per avere ascoltato.

 

 

Sì, come è risaputo le idee improvvise della notte, in questo caso la coda di un venerdì sera particolarmente mite in cui avevo parlato di tutt’altro, spesso non passano lo scrutinio della luce. Ma in questo caso non ho neanche dovuto aspettare l’alba per vedere in qualche modo ridimensionata l’intuizione, perché ho deciso di usare Google contro di me. Ad ogni modo, con le spalle strette, lo sguardo improntato a una sospettosa umiltà, mi appresto a sviluppare in questo post l’ideuzza di cui sopra, mettendo ripetutamente le mani avanti nel paragrafo a seguire.

Quindi, se cercate su Google, per esempio, “bands named after real people”  o ancor meglio “bands with the name of real people”, che suona meno elegante ma sorprendentemente garantisce un paio di risultati pertinenti in più, troverete in genere gli stessi esempi riciclati ad libitum, a cominciare dai Pink Floyd, che però sono l’unione del nome di due persone, come pure Marilyn Manson, ai Dead Kennedys, che però esibiscono un aggettivo fortemente connotativo, passando per i Lynyrd Skynyrd, che sono in realtà la deformazione di un nome realmente esistente. E no, io non volevo andare in quella direzione. Jethro Tull era l’unico risultato rilevante, alla fine. Poi però mi sono imbattuto in una spoglia lista su Rate Your Music, neanche una parola ma un’immaginetta a gruppo, il contrario di quello che farò io, insomma, che oltre a menzionare vari degli esempi che mi erano venuti in mente, ne aggiungeva una carrettata che ignoravo bellamente. Certo, poi alcuni di questi suonano dancehall, e in parte mi spiego la lacuna, ma il senso di sconfitta mi ha fatto discretamente compagnia mentre mi trasferivo al giaciglio. Al risveglio però ho deciso che frega un cazzo, e che con le giustificazioni avrei vergato un paragrafo. Questo qui.

Ricapitolando: come detto, non valgono i nomi vagamente deformati, per quanto brillanti, quindi niente Dandy Wharols, i Franz Ferdinand non vanno bene in quanto traduzione inglese di un nome proprio di cognome sprovvisto, i Cocteau Twins per la stessa ragione dei Dead Kennedys. Fuori anche i giochi di parole con scambio di lettere, come Com Truise e Wevie Stonder, che pure è un nome meraviglioso. Sui Crustina Aguilera nemmeno mi pronuncio. Non valgono neanche i cognomi da soli (fuori quindi sia gli Adorno che gli Heisenberg) e nemmeno i personaggi fittizi, pertanto niente Bruce Banner, nome in borghese dell’Incredibile Hulk, che ha fornito ragione sociale a un gruppo grindcore svedese, né Kent Brockmann, personaggio dei Simpson che ha ispirato un gruppo powerviolence tedesco. Ma da quelle parti si transiterà spesso, perché nell’underground violento i nomi discutibili possono essere ragione di vanto e rivestirsi di una minuscola particella di meritata gloria. A fine rassegna aggiungerò una manciata di  altre eccezioni e menate che mi si sono palesate mentre mi facevo le pulci da solo, ma per quanto riguarda il post vero e proprio mi orienterò su nomi e cognomi completi, lasciando spazio giusto ai diminutivi, se in questa forma l’ispiratore del gruppetto di turno era noto non già all’anagrafe ma al grande pubblico o anche solo ai suoi famigliari. Prima di cominciare ringrazio di nuovo Bastonate, che ai tempi, con la sua rubrica “Gruppi con nomi stupidi”, che avevo già omaggiato su queste colonne, mi ha garantito un bel leggere e un bel ridere.

Abe Vigoda: all’anagrafe Abraham Charles, Vigoda, morto a inizio 2016, ha interpretato in vita un buon numero di pellicole, tra cui, nel ruolo di Salvatore Tessio, i primi due capitoli della triologia del Padrino. E qui cominciamo subito malissimo, perché la maggior parte dei nomi a seguire appartiene al mondo del cinema, al quale,  per ragioni  che non vale la pena analizzare in questa sede, ho dedicato in vita mia pochissime energie. Quindi, mentre ammetto con candore di non parlare con cognizione di causa, spendo lacrime per un gruppo che ho amato come pochi, e del quale avevo pure parlato mille anni fa qui sul Divano. Il dibattito su che genere suonassero esattamente fino a un disco dallo scioglimento potrebbe essere tanto faticoso quanto improduttivo: alla fine ci si era più o meno messi d’accordo su tropical punk, che diceva tutto  e niente, ma in qualche modo rendeva conto delle percussioni arrembanti e così poco rock che facevano viaggiare le canzoni, sempre concise, sui binari stortissimi di una frenetica euforia. Non ho ancora capito bene se la voce che accompagnava questo bel dimenarsi abbia mai azzeccato una-nota-una, ma era comunque al posto giusto nel momento giusto. Discorso a parte per l’ultimo “Crush”, che mi piacque anche sinceramente, ma era dark-wave pura, nella quale delle frenesie passate restava poco, delle chitarre stilizzate e imprendibili idem. Pure la voce, pur rimanendo quella di un non-cantante reo confesso, appariva normalizzata. Un singolo bellissimo, ok, ma se domani decidessi di autoesiliarmi su Marte, con me porterei “Skeleton”, il loro penultimo. Wikipedia li dà sciolti nel 2014.

Antònia Font: caso particolare, perché l’ispiratrice del nome di questo gruppo pop maiorchino che scoprii pochi mesi dopo l’arrivo a Barcellona non è persona minimamente famosa ma una compagna d’università dei cinque membri, tutti uomini, che trovavano divertente l’idea di una denominazione fuorviante. Ma ai tempi (2006) non si sapeva  ancora con chiarezza, e avevo letto su internet anche ipotesi abbastanza truci a base di un cameratismo maschile che vi lascio immaginare. Il mistero si è risolto definitivamente solo nel 2013, praticamente alla vigilia dello scioglimento, quando un programma della televisione catalana ha invitato la vera Antònia Font, che vedete nella fotina di questo link, che si è dichiarata molto lusingata. Agli Antònia Font vorrò sempre bene, perché il loro pop allegro e vagamente surreale con testi strabordanti di riferimenti astronomici e fantascientifici, pur non essendo esattamente la mia tazza di té, mi diede l’impulso decisivo per intraprendere lo studio della lingua catalana. Scoprii immediatamente che la variante maiorchina usata nei testi presenta una rigogliosa selva di varianti e eccezioni rispetto al catalano standard, sia a livello di articoli che di pronomi e di forme verbali, per non parlare della pronuncia, ma ormai il dado era tratto e portai a termine il compito, che in catalano si dice tasca, senza esitazioni. Varie canzoni le so ancora a memoria e ogni tanto mi trovo a canticchiarle mentre cucino o rassetto.

Carlos Dunga: da Firenze con la Viola nel cuore (ed ecco spiegato in quattro e quattr’otto il nome), i nostri si dedicano da una decina d’anni a questa parte a un hardcore punk vecchia scuola con generose concessioni al thrash metal dei bei tempi e tanto di assoli di taglio vagamente più classicheggiante. Preferisco le parti più tipicamente hc a rotta di collo, ma il tutto è estremamente genuino e ben fatto. Grande attenzione all’aspetto grafico, dove calcio, punk e Iron Maiden, peraltro omaggiati anche nei testi, si mescolano con risultati esilaranti. Bravi.

Carl Sagan: da Buenos Aires, due demo di hardcore straight edge cantati in spagnolo, che nonostante il mio amore spropositato per il genere (che su queste colonne non ho esposto più di tanto, ma ok), non riesco a definire altrimenti che scrausi. La voce è deficitaria e manca il tiro, quell’impulso primordiale che ti spinge al circle pit nello spazio ristretto della cameretta anche se quei riff li hai sentiti più o meno mille milioni di volte. Mi dispiace anche dirlo, perché è bello che questa scena e questa attitudine non muoiano, ma nei parametri ristretti del genere ho sentito di molto meglio. La scelta del nome resta curiosa ma inspiegata, visto che nei testi mancano totalmente riferimenti all’astronomia o alla fantascienza, anche se l’immagine dello scienziato americano campeggia sulla testata del loro Bandcamp.

Charles Bronson: provenienti dall’Illinois, in attività dal 1994 al 1997, hanno ispirato un casino di brutta gente a fare la stessa cosa loro, contribuendo in modo abbastanza cruciale alla definizione dell’ennesimo stile a base di batterie insensatamente veloci edurata media dei pezzi saldamente ancorata intorno ai 30-40 secondi, il cosiddetto powerviolence. A condire, pletore di campionamenti assurdi in apertura e in chiusura di molte tracce, titoli corrosivi e chilometrici (il mio preferito resta ” Let’s start another war so I can sing about stopping it”), polemiche intra-scena a ogni piè sospinto affidate alla voce esagitata di Mark McCoy, che sbraiterà poi in un lungo elenco di gruppi simili e più o meno parimenti effimeri, che gradisco senza eccezioni. Il Charles Bronson raffigurato sulle copertine è, coerentemente, quello dei vari giustizieri della notte, ma non mi è dato sapere se fosse contento, o anche solo a conoscenza, dell’omaggio. Un paio di gruppi di questa lista riprende in modo quasi calligrafico le rovinose coordinate tracciate da McCoy e i suoi.

Chuck Norris: per esempio, questi brasiliani. Bandcamp li dà attivi discograficamente tra il 2004 e il 2005, ma le informazioni sul loro conto scarseggiano, anche se per un periodo ricordo che nei vari music blog dedicati al genere saltavano fuori abbastanza spesso. Vista la mitologia, internettiana e no, generatasi intorno al nome dell’uomo passato dal farsi prendere a calci da Bruce Lee a scandire i pomeriggi di mia nonna con le repliche di “Walker Texas Ranger” su Rete 4, un gruppo a lui ispirato era semplicemente doveroso.

Elio Petri: arriviamo in Italia col progetto del romano Emiliano Angelelli, stilizzato anche come elio p(e)tri, che con le atmosfere del regista di “La classe operaia va in paradiso” e “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” o con le relative colonne sonore dell’allora onnipresente Morricone, almeno a livello epidermico, sembra avere però veramente poco a che spartire. Dei due dischi all’attivo conosco solo il secondo datato 2013, “Il bello e il cattivo tempo” (ma su Youtube si trova anche il precedente “Non è morto nessuno”), che si muove sulle coordinate di un indie rock cantautoriale ma all’occorrenza anche noiseggiante, assecondato da arrangiamenti ecclettici e intelligenti. Voce non proprio memorabile, ma i testi ermetici contribuiscono sicuramente al fascino del risultato finale. Ai tempi “Ti farò soffrire” l’avevo ascoltata parecchio. Ospiti Theo Teardo e Marco Parente.

George Harrison: moscoviti, su Youtube li trovate anche come GxHx. Attivi, sempre secondo Discogs, tra 2003 e 2005, erano talmente organici alla scena di riferimento da citare addirittura l’artwork di un disco dei Charles Bronson (e la gag fa pure ridere) e coverizzare lo STESSO pezzo dei Negative Approach (“Why be something that you’re not?”) già ripreso a suo tempo da McCoy e compagnia scalciante. Non c’è bisogno che vi dica che digitando su Google il loro nome senza ulteriori aggiunte troverete musica diversa. Ma con “powerviolence” o “thrashcore” sono tutti per voi.

Harvey Milk: li inserisco in lista con un certo senso di colpa, perché, francamente, non li avevo mai ascoltati prima di scrivere questo pippone che state leggendo. Li sapevo, eh? Nel gioco esoterico dei nomi che si accumulano senza requie come le figu dei calciatori nessuno mi avrebbe preso di sorpresa. Ma poi niente, non un disco in mp3 né un ascolto fugace su Youtube. E mi ero perso qualcosa. Noise-rock sfatto e irregolare, vengono in mente i Melvins (anche Wikipedia dice che è inevitabile), ma c’è anche un forte tocco stoner e southern (sono di Athens, Georgia, me la cavo con poco) e la sensazione che l’estro del momento possa portarli ad arrangiamenti bizzarri. Recupererò. E c’è bisogno di dire che il film biografico con Sean Penn l’avevo scaricato ai tempi ma poi, chissà perché, non l’ho mai visto? Ma è comunque molto bello che abbiano scelto di chiamarsi così.

Henry Fonda: ancora ultraviolenza con questi berlinesi che hanno pubblicato un disco nuovo da circa due mesi. Rispetto ai gruppi precedenti, la letale mistura in offerta prevede dosi più massicce di grindcore, e non sarò certo io a lamentarmene, visto che il livello qualitativo è sopraffino, anche se a mio parere il precedente “Deutschland, du Täter” del 2013 resta imbattuto. Le registrazioni presenti su Youtube danno però l’impressione che la vera dimensione del quintetto, o almeno la dimensione più figa, sia il live, come si può apprezzare per esempio in questa mezz’oretta di massacro al Fluff Fest ceco del 2015, quindi speriamo che si decidano a scendere più a sud. Ma sto andando fuori tema: perché il nome del protagonista di Furore? Boh.

Marcel Duchamp: la mia teoria è che in questo caso il nome scelto dai tre cileni calzasse a pennello solo per una fase molto embrionale del loro sviluppo. Sul loro Bandcamp ci sono cinque minuti di musica e rotti di musica, a titolo “Experience”, risalenti al 2000, con tanto di improbabile logo black/death, strutturati in 11 frammenti dai titoli ammiccanti alle teorie e pratiche del dada, il tutto registrato peggio che al cesso. Già dalle uscite immediatamente successive, dove alcuni di quei primordiali bozzetti vengono ripresi, emerge con prepotenza un suono hardcore-punk tiratissimo ma mai monocorde, che si aprirà progressivamente a soluzioni post-hardcore, il tutto suonato col cuore in mano e accompagnato da ragionati testi politici totalmente agli antipodi rispetto a quella fugace ispirazione iniziale. Ma il nome è rimasto. Credo purtroppo che in Europa non siano mai venuti a suonare.

Paul Newman: aspettate tutti, qui sembra esserci uno scambio di persona. Il Paul Newman di cui sopra non sarebbe chi pensiamo tutti, ma semplicemente il bassista del gruppo stesso. E no, non è un progetto solista, quindi ai fini di questo post va benssimo. Nati nel 1995, questi texani, col loro post-rock dalle inclinazioni fortemente matematiche, prevalentemente strumentale anche se non totalmente allergico alle incursioni vocali, sono una specie di bignami vivente di un suono e un’attitudine che in quello stesso periodo stava trovando nell’underground statunitense validi e numerosi interpreti. Aldilà del loro valore esemplare nell’incarnare uno stile non li consiglierei insistentemente al neofita o curioso del caso, ma le partiture flessuose e articolate di un disco come “Machine is not broken” (2000) meritano sicuramente un posticino nell’archivio di tutti gli adepti del genere.

Tristan Tzara: se cercate su Youtube il nome del grande dadaista senza specficare altro, “Omorina nad Evropom”, disco d’esordio di questo gruppo di Dortmund è il secondo risultato in assoluto. E tra i commenti troverete uno che si incazza perché è finito nel posto sbagliato, e un totale di 102 risposte e controrisposte con fuoco pirotecnico di insulti e polemiche. Ma non mi sono soffermato a leggere tutto. Nome di culto della scena screamo europea, i nostri durarono pochissimo (2000-2002) anche per gli standard del genere, lasciando una mezz’oretta scarsa di musica che a quindici anni di distanza ha mantenuto intatta un’aura di malessere quasi insostenibile. Le urla belluine, le sincopi furibonde (e anche un pochino le pose, diciamolo) vengono in linea retta dagli Orchid di “Chaos is me” e “Dance tonight revolution tomorrow” e anche qui, a volte, si ha la sensazione di ascoltare del black metal geneticamente modificato. Io  da parte mia, posso dire che, fossi stato in loro, vista la proposta musicale, avrei scelto piuttosto il nome di un’esistenzialista. Ah, e poi ci sarebbe da spiegare il perché dei titoli in serbocroato (Il mini successivo si intitola “Da ne zaboraviš”), una faccenda curiosa della quale sono riuscito a venire a capo solo in tempi recenti, ma il post è già troppo lungo così.

Altri tre nomi che stavano quasi per entrare in lista:

LOUISxARMSTRONG: Bandcamp mente, sono di Barcellona e fanno powerviolence pure loro. Uno dei vari gruppi (gli altri sono Dissäpte, Addenda, Mandanga) del buon Josep, pilastro della scena locale, col suo cappellino e un amore viscerale per gli Spazz. Dagli torto. Sicuramente un personaggio di cui ho grande stima.

Peter Mangalore: ha già detto tutto qualcun altro. Sempre loro.

Vanessa Van Basten: post-rock da Genova. Ero convinto fino all’ultimo di doverli includere ma poi ho scoperto che le figlie del Cigno di Utrecht si chiamano in realtà Deborah e Rebecca. E sì, forse nei Paesi Bassi esiste comunque qualcuno che si chiama così, ma dentro di me sento che la maratona è terminata.

E… anche se non li usa mai nessuno, qui sotto ci sono i commenti, ok? La lista è tutt’altro che completa e i suggerimenti sono benvenuti. La pianto qua.

Stavo lì tra il pubblico del Razzmatazz per questa penultima data del tour europeo “Yes we can’t”, in questa città già di per sé piena, ripiena, ricolma di italiani, e a un rapido colpo d’occhio eravamo tutti, sì, esattamente, italiani, tranne una manciata di consorti di gente che conoscevo, che non so quanto avranno colto dell’andazzo. Non che mi aspettassi altro, anzi, a un certo punto, all´ennesimo amico o conoscente rivisto dopo tempo immemore, ce n’era pure uno che credevo in un altro continente, ero talmente organico alla faccenda che ho quasi sperato che l’inizio si facesse attendere ancora un quarto d’ora. Non avrei salutato tante persone nemmeno per le stradine natie in occasione  della festa del patrono, e mi sono reso conto che in fin dei conti le circostanze erano profondamente simili, salvo la mancanza incontestabile di aria aperta e la presenza di un’unica bancarella, cioè, ovviamente, il banchetto del mercandising: l’orchestrina, per l’occasione travestita da complessino, stava per salire sul palco anche se, come detto, avevo improvvisamente voglia di prendermela comodissima. Intendiamoci, per capiente e gremita che fosse la sala, circa 900 unità a quanto mi dicono, i connazionali stabilmente residenti qua sono evidentemente molte migliaia in più, ma avevo la sensazione, che probabilmente non sarebbe stata in grado di superare un’analisi scrupolosa, di trovarmi nel bel mezzo di un campione rappresentativo. L’estrema arbitrarietà delle sensazioni (campione de che? qui si rischia di fare la fine della tremenda rubrica del Fatto Quotidiano) mi vieta di addentrarmi nella descrizione, ma forse valeva comunque la pena dilungarsi un po’ sul contesto, perché i concerti degli EelST  fuori dalla madre patria sono una circostanza poco frequente, mentre è abbastanza risaputo come suonano: l’unica variabile rilevante poteva venire dalla scelta del repertorio.

E qui, saltando a pie pari la frustrante dialettica tra aspettative individuali e scaletta unica per 900 paganti (cosa ci vuoi fare), passo a un tentativo di riassunto in ordine sparso, temendo comunque che la memoria mi faccia cilecca : saltato praticamente a piè pari l’ultimo “Figgatta de blanc”, che dopo due ascolti ho saltato a mia volta, la spigolatura di brani presentata ha  privilegiato “Eat the Phikys”, con ben cinque estratti, e sacrificato senza rimpianti i motivetti sanremesi, regalando comunque classiconi a piene mani (“John Holmes”, “Servi della gleba”, “Supergiovane”,”Mio cuggino”, “Disco Music”, “Parco Sempione”, “Tapparella”, naturalmente in chiusura). Inusuale l’accoppiata d’apertura con “Lo stato A, lo stato B” e “Ocio ocio”, che avrebbe fatto presagire più variazioni sul tema, mentre alla fine le unche altre sorprese relative saranno”Psichedelia” e “T.V.U.M.D.B”, che lascia spazio in abbondanza alla voce dell’ospite fissa Paola Folli. Poi ci sono brani come “Milza”, “Pagàno” e “Ritmo sbilenco”, unico estratto del succitato ultimo disco bruttino,  che permettono ai nostri di dare libero sfogo al loro riccardonismo militante, suonando a dieci o più dita mentre si sparano le pose più funzionali a una migliore esecuzione. Intendiamoci, “Milza” per me è un capolavoro assoluto, ma risale a un periodo in cui il culto della perizia tecnica, malattia leggermente senile dei nostri, non era ancora arrivato al punto di accompagnare i tempi dispari con umorismo sui tempi dispari come nel caso più recente. L’umorismo metamusicale, favorito dal funambolismo manifesto è sempre stato nelle loro corde, ma come vado dicendo da un po’, a un certo punto della storia si è fatto ipertrofico, e io “ne soffro un po’”. È anche per questo che l’assolo di batteria di Meyer a pratiche ormai avanzate piace molto alla platea ma mi lascia un po’ freddino e a braccia conserte. Scusate se mi ripeto, ma la famosa “indole zappiana” che è da tempo luogo comune del discorso critico sulla musica dei nostri, ormai se l’è parzialmente divotata la vena prog-fusion galoppante che stasera, per mia fortuna, alla fine si è vista relativamente poco.

Ma in realtà poco sopra mentivo sapendo di mentire, perché un’altra variabile rilevante c’era eccome: sicuramente non l’architetto Mangoni, imperturbabilmente uguale a se stesso (e ci mancherebbe), che si è anche prodigato in uno stage diving,  ma Vittorio Cosma sul lato sinistro del palco al posto di Rocco Tanica, novità che in Italia stanno assimilando da un annetto scarso. Lo spaesamento è relativo, perché Cosma è uno di famiglia, appare in un modo o nell’altro sui dischi degli EelST da quando esistono i dischi degli EelST e aveva già sostituito il pianolista titolare in alcuni tour passati, ma fa comunque impressione pensare al complessino che suona in giro senza uno dei suoi pilastri, ormai concentrato sui soli album in studio. La paura però passa presto, perché Cosma, qui ribattezzato Carmelo, fa le veci del grande assente in assoluta scioltezza, sia per la musica che per la messa in scena, giocandosi anche tutto il repertorio di gag a base di effetti vocali ai quali ci aveva abituato Tanica. Il personaggio di Carmelo, al quale “piace il cazzo” mi sembra vagamente triviale, ma Cosma passa a pieni voti senza fare la figura del clone o dell’usurpatore.

In totale, a occhio e croce, due ore di musica. Mi ritrovo svociato ed esultante, perché alla fine, sfogato lo spirito critico e attraversati gli inevitabili momenti di disamore, resto un fan del cazzo che si fa prestare 20 euro per la maglietta (quella vintage) perché ha scordato di fare bancomat. I soldi li ho già restituiti a chi di dovere, eh? Forza Panino, per sempre.

Quando nel marzo dell’anno scorso è uscito “Austerità” ho improvvisamente ma forse tardivamente deciso, di fronte all’evidenza inoppugnabile di un disco pubblicato, che gli spettacoli che Max Collini stava tenendo in giro per lo stivale con Jukka Reverberi (quello dei Giardini di Mirò, ok, ma anche quello che strappava i biglietti del cinema in “Piccola Pietroburgo”) erano a tutti gli effetti diventati concerti. Il leggero slittamento semantico era drastico e liberatorio: Spartiti non era più un progetto ed era diventato un nuovo gruppo. Perché poi attribuissi tale importanza alle esibizioni dal vivo, visto che ero e sono tuttora in Spagna, a una distanza spesso insormontabile dai tour italiani, non saprei dirlo: ma tant’è.

Forse, trovandomi di fronte a un gruppo (e un gruppo fa concerti, lo sanno tutti) potevo sperare di ritrovare i racconti di Collini in una dimensione che mantenesse la giusta continuità con quello che gli Offlaga Disco Pax avevano rappresentato per me e proseguire un percorso d’ascolto che la morte di Enrico Fontanelli sembrava avere interrotto in modo inappellabile e traumatico. E ritrovando quella voce e quelle storie (e poi altre, e di altri, e questa era la novità) ho constatato per l’ennesima volta la persistenza del mio cronico migliorismo, e ho ascoltato il disco decine di volte, felice como solo di fronte a un’amicizia ritrovata.

Poi sono passato dall’Italia, una fugace vacanza domestica, e per grata coincidenza, gli Spartiti suonavano a Bologna in quei giorni. Inizio di giugno, domenica sera, la città bella come nemmeno nei miei ricordi più indulgenti. Un caro amico era addirittura sceso apposta da Torino. E il concerto mi è parso fantastico, e io lì a chiedermi con un leggero senso di colpa perché quell’unica, remota esibizione degli Offlaga all’Estragon alla quale avevo assistito in tempi remoti (2005?) mi fosse sembrata un mezzo disastro.

È stato in quell’occasione che ho ascoltato per la prima volta i pezzi di “Servizio d’Ordine”, o almeno la maggior parte. E in effetti questo mini, che a dirla tutta supera agevolmente la mezz’ora, nasce con l’intento di compilare brani che facevano ormai parte in pianta stabile del repertorio live: è la dialettica abituale tra dischi e concerti che è normale per tutti i gruppi.

In effetti la cover di “Qualcosa sulla vita” dei Massimo Volume è registrata proprio dal vivo, e chiude il disco così come abitualmente chiude i concerti, con una dilatazione strumentale che non appartiene all’originale ma che certamente non lo snatura. E forse è bene partire proprio da questa cover, perché qui, a conti fatti, Collini scrive solo due testi su cinque. La title-track è tratta da un romanzo di Marco Philopat , la narrazione partigiana di “Ida e Augusta” è opera di quell’Arturo Bertoldi già dietro a “Sendero Luminoso” sul disco d’esordio, e come detto, la chiusura del programma spetta alle parole di Emidio Clementi. A Collini appartengono la terza (“Elena e i Nirvana”) e la quarta traccia (“Borghesia”) e il cambio di registro si avverte immediatamente, ma non è traumatico perché ormai si intravede chiaramante che l’unità di fondo del… hum… progetto, sta soprattutto nella voce narrante, nel ritmo e nel tono che impartisce alle storie, laddove negli Offlaga era qualcosa di più organicamente collegato all’universo narrativo evocato ricordo dopo ricordo. Per questo le parole di altri finiscono per non stonare (anche se alcune delle sortite esterne di “Austerità” non mi avevano convinto pienamente), mentre si definisce una continuità tra le tracce che può essere di volta in volta “ideologica”, come in “Servizio d’ordine”, geografica, perché il reggiano continua a essere il centro indiscusso di un cosmo che pure in qualche modo si è ampliato, o anche solo dettata da affinità a prima vista meno visibili.

Alle musiche il compito non facile di variare registro assecondando le narrazioni, senza rubare la scena alle parole e senza restarne schiacciata. Già in “Austerità” si apprezzava una varietà di spunti e intuizioni notevole, con una piacevole interazione e/o alternanza tra partiture chitarristiche mai meramente “descrittive” e campionamenti tagliati con perizia.  E se il post-rock ad alto lirismo di “Ida e Augusta” è in linea con la storia musicale di Reverberi e finisce per fare spontaneamente il paio con la rilettura dei Massimo Volume, “Servizio d’ordine” è tesa, plumbea, incalzanteI languidi affondi lounge di “Borghesia” reggono alla perfezione una storia deliziosamente ingannevole, ma il meglio arriva con “Elena e i Nirvana”, che con Kurt Cobain non c’entra un tubo (e neppure coi Diaframma, George Micheal, Lisa Stanfield e Rick Astley, citati nel testo) e che arriva a suggerire di straforo un’imprevista somiglianza tra le strade provinciali percorse da Collini con la sua utilitaria scassata e le luminose Autobahn di un certo famoso quartetto tedesco. E sì, anche a me pare un’iperbole, ma gli ascolti accumulati sembrano confermarla con discrezione.

E qui terminerei questa non-recensione che non avrei saputo scrivere mantenendo concisione e obiettività, ma che non volevo lasciare nell’immateriale cimitero dei post non scritti solo perché il disco in oggetto è già vecchio di tre settimane. Su queste colonne il tempo è un concetto relativo e non è il caso di formalizzarsi.

Le info del caso, qui.

 

 

(Este breve texto es el resultado de una improvisación. Ya había publicado otro por el estilo hace años, y en este caso también la ocasión fue la “Poetry Slam”de Steven Fifty y Peter Fish que, tras abandonar el histórico Bar Pastís sigue en marcha en el Absenta del Raval. Estuve escribiendo durante la primera mitad del espectáculo y luego salí a leer esperando entender mi propia letra. Esta vez no llegamos a grabar nada. Como siempre pasa, lo que podéis leer a continuación es ligeramente distinto de lo que recité en el escenario, ya que no podemos bañarnos dos veces en el mismo río)

Estoy leyendo una lista de la compra.

Una lista de la compra de hace seis meses, o por lo menos eso creo, por el mero hecho de que acaba de salir de donde la olvidé (un bolsillo, obvio). Antes de tirarla a la basura, me apetecía ver qué compré en esa ocasión que ni siquiera sabría ubicar bien.

Pero conforme la voy mirando, entiendo que, pasada la situación que la ocasionó, todo lo que queda por leer está entre líneas, bien cómodo, como si estuviera en su casa, y yo no recuerdo la dirección. Allí se queda, vagamente deslumbrado por la tinta de un boli que la palmaría no mucho más tarde. Era un boli rojo.

El mensaje, finalmente, no resulta tan claro, y me entra como una suerte de mareo, porque al parecer es un talento que tengo, o bien porque esos intervalos blancos definidos por palabras intrascendentes me atraen violentamente a si, como una invitación que no se puede rechazar, una oferta telefónica que te pilla desprevenido al salir de la ducha, esa operadora era una auténtica jodienda pero no conseguí decirle que no.

Muevo los ojos entre el ajo y el chocolate y la presencia (¿o presencias?) entre las líneas sigue moviéndose, ahora con la energía furiosa de alguien  que vea alejarse el último autobús al otro lado de la plaza, y lo único que consigo recordar completamente es cuánto me costó todo lo que compré, y yo, en ese todo tan frustrante sólo me quiero cagar.

No hay manera. Al parecer lo que está allí entre líneas es un límite temporalmente infranqueable, y no tengo herramientas para que se me manifieste en los próximos veinte minutos al menos. Me tocará esperar fingiendo que me importa lo que haga mientras tanto, para tener por fin el poder de matar este discurso que estoy entreteniendo conmigo mismo, y con él todo otro discurso, y poder anunciarme, aliviado:

“Ya, claro, justo eso te quería decir”.