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Posts Tagged ‘cercare lavoro’

Non si faceva sentire da alcuni giorni. Parlandone con gli altri ho poi avuto la conferma che nessuno ne sapeva nulla. Ho cominciato a sospettare qualcosa quando ho visto che si connetteva a Whatsapp molto più sporadicamente del solito, come se dovesse elemosinare la connessione in giro, e a orari inconsueti. Quel paio di messaggi che gli avevo scritto nel frattempo, estemporanei, cose di birra e pallone, erano caduti nel vuoto. Non dico che stessi cominciando a preoccuparmi, ma percepivo nella situazione un’anomalia che non avrei saputo dire, che non sarei riuscito a immaginare.

Poi però, dopo circa una settimana, mi ha fatto sapere lui, via mail. Era andato a cercare lavoro in Cina.

Ma tu non sai il cinese, stronzo!, ho pensato, immediatamente colto da un sentimento oppressivo che lì per lì mi ha sorpreso, ma che a un’analisi più attenta si è rivelato essere una poco sofisticata, schiettissima invidia. Poi ho pensato che poteva rivolgersi alle molte multinazionali che immaginavo presenti in loco e la supposizione, per qualche motivo, ha contribuito a tranquillizzarmi, tenendo a bada lo sgomento.

“Mi basta una connessione”. Proseguiva lui. E quasi immaginando la mia successiva obiezione, aggiungeva che “avendo poco tempo a disposizione, cercava comunque di connettersi a Whatsapp il meno possibile”. Ok, quindi per il momento è soltanto un sopralluogo. Torna a salutarci, almeno. Il messaggio terminava poco oltre, dopo alcune frasi di circostanza e scambi di saluti.

Non avevo nulla da obiettare: la decisione sembrava drastica e il primo contatto con quell’universo indecifrabile doveva assorbirlo completamente. Il suo comportamento, da un certo momento in poi, era perfettamente spiegabile. Ma mi inquietava non riuscire a riscontrare nel passato recente segni di quella svolta, premonizioni, tracce, sintomi, neanche lasciando spazio a tutte le forzature della più comoda analisi a posteriori. Per quanto ne sapevo, nei due mesi che erano trascorsi da quando aveva perso l’ultimo lavoro, evento che aveva accolto con disappunto, non certo con disperazione, non aveva mai lasciato capire di volersene andare; e se si era visto un po’ meno in giro per il paese, era facile pensare che fosse più per la necessità di risparmiare che per una qualsiasi forma di depressione, neppure delle più leggere e passeggere. Era laureato in ingegneria informatica, nessuno pensava che davanti a lui stessero per spalancarsi le fauci crudeli della disoccupazione a vita. Male che gli fosse andata, avrebbe trovato qualcosa di sottoqualificato. Almeno così pensavamo noi tre-quattro del gruppetto di amici abituali con una laurea umanistica, per i quali la sottoqualificazione era una certezza terminale.

Gli ho risposto immediatamente, forse con troppa enfasi, con troppe domande, ma contenere la curiosità mi risultava difficile e non necessariamente meno decoroso che fingere un contegno distaccato. Probabilmente proprio grazie a questo interesse, la risposta ha impiegato solo un paio di giorni ad arrivare, senza però perdere il tono di messaggio di servizio scritto nei ritagli di tempo, plausibile nella sua condizione.

“Ho spedito anche un paio di curriculum a Milano, uno a Firenze, ma in generale, sto cercando soprattutto in zona, dalle nostre parti”, mi spiegava.

E allora che cazzo ci fai in Cina, scusa? La resistenza dell’ambiente, argomentava, lo stimolava a non poltrire: nessun divano reperibile all’interno dei vasti confini della Repubblica Popolare poteva aderire alle pieghe del suo corpo con la precisione millimetrica che quello di casa aveva progressivamente acquisito nel corso degli anni. Il fatto di non capire assolutamente nulla dell’ambiente circostante lo incentivava a fare in fretta, mentre le strade del paese, al contrario, gli trasmettevano la pericolosa sensazione che avrebbero continuato a fagocitarlo con indifferenza, per anni, con o senza un impiego decente. “È complicato restare a lungo in un posto dove non puoi scambiare nemmeno due parole coi negozianti”, puntualizzava. “Mi basta un’ora per essere stanco morto, è troppo complicato capire cosa mi sta succedendo intorno, e allora torno dentro e riesco a concentrarmi su quello che devo fare. A casa non ci riuscirei.”

Non mi raccontava dove stesse alloggiando, se si trattasse di un ostello della gioventù o di un appartamento turistico (esistono anche in Cina, no?) e a dirla tutta, neppure in quale città si trovasse esattamente. Ad ogni modo, le nostre conoscenze non andavano oltre Pechino e Shangai: toccavamo finalmente con mano l’ignoranza che ci impediva di razionalizzare la situazione.

Parlandone tra di noi era poi emerso, con mia grande sorpresa, che ero l’unico intermediario accreditato di tutto il gruppo. Quelle due mail erano state l’unico contatto con la truppa dal momento della partenza. Mi sembrava implicito dover agire da messaggero: il tono delle sue risposte non aveva le modalità circospette del segreto da divulgare in un secondo tempo, e probabilmente, i ritmi della ricerca e la distanza gli impedivano di scrivere individualmente a ognuno di noi. Prima o poi sarebbe tornato, ci avrebbe radunato nella stessa stanza e avrebbe spiegato tutto a tutti, senza fretta e con abbondanza di dettagli. Non vedevamo l’ora, ma così come non sapevamo nulla della partenza, brancolavamo nel buio sui tempi e i modi del ritorno. C’era solo quel fugace accenno nel primo messaggio a farci sperare di non dover attendere stagioni intere. Ci guardavamo intensamente, come volendo corroborare la speranza di averci azzeccato. Una sera, mentre ne discutevamo, Alex aveva insinuato che per lui poteva anche essere tutto uno scherzo, che potesse semplicemente trovarsi dai parenti in Sicilia e che si fosse inventato tutta la storia per annoiarsi un po’ meno. Ma nessuno si era preso la briga di rispondergli.

Qualche giorno dopo mi ha riscritto, dandomi per la prima volta l’impressione di essersi seduto con calma davanti al computer, come se avesse spedito tutti i curriculum di giornata e potesse concedersi la lentezza del racconto. Parlava della Cina in modo circostanziato, le sue parole riecheggiavano improvvisamente di dettagli minuziosi, impressioni e colori. Troppa precisione per lo scetticismo di Alex.

Cercava di raccontarmi i contorni confusi di quello che vedeva, a cominciare dal cibo: tornava a casa con quantità errate di frutta, spesso molta più di quella che avrebbe realmente voluto; andava frequentemente in ristoranti economici e non riusciva quasi mai a capire fino in fondo cos’aveva mangiato, escludendo forme familiari come ravioli e tagliolini. Mi aveva mandato anche un paio di foto: scritte che aveva visto per strada, insegne di negozi, che lo avevano colpito più per la loro natura di “disegni mancati” che per il loro imperscrutabile, anche se probabilmente banale, significato. Sarebbe stato bello sottoporre queste immagini al vaglio dei cinesi del negozio di pelletteria appena fuori dal paese e comprare qualcosa come scusa per chiedere una traduzione, ma il timore irrazionale che potesse trattarsi di parole offensive era troppo grande. Una volta di più mi rendevo conto che è difficilissimo parlare quando non si sa di cosa si sta parlando.

Al pub ho poi mostrato ai ragazzi le prove che avevo ricevuto via posta elettronica: tutti tendevano a trattarle come preziose reliquie, soltanto Alex sgranava gli occhi senza dire nulla. In qualcuno si era fatta strada l’esigenza di fornire argomenti a suffragio di ciò che solo ora appariva evidente, e non riuscivo a capire se si trattasse di futili dietrologie o di prove che curiosamente ci erano capitate per le mani al momento giusto. Carlo riferiva di un ipotetico dialogo avvenuto proprio qui, alla presenza di suo fratello e giusto all’indomani del licenziamento. Dal coro degli stronzi al bancone, massa informe unita da un istintivo amore per le opinioni approssimative, si sarebbero levate queste parole:

“Adesso hai tutto il tempo che vuoi, potresti anche andare in Cina, però devi cercare lavoro”, che il nostro amico si era limitato ad accogliere con un’alzata di spalle.

Mentre Alex continuava a non dire nulla, forse mortificato più del dovuto dal suo precedente eccesso di diffidenza, gli altri si erano lanciati con entusiasmo sulla rivelazione, elaborando opinioni che a me parevano troppo istintive: andare in Cina sarebbe quindi stata una reazione a una battuta del cazzo, una specie di dimostrazione indirizzata a persone delle quali aveva un’opinione bassissima. Ma questa tesi si scontrava apertamente  con la segretezza che aveva contraddistinto il viaggio fin dal primo momento. “E se invece fosse stato allo scherzo?” No, scusa, in che senso? “Voglio dire: potrebbe anche essere che quella frase gli sia rimasta in testa e abbia poi deciso di provare a metterla in pratica perché gli sembrava divertente”.

Eppure qualcosa, per me, continuava a non tornare: mi risultava difficile credere che una semplice battuta potesse avere realmente scatenato conseguenze così mastodontiche come un viaggio di varie settimane in un altro continente. D’altra parte, se non avessimo preso per buona quest’ipotesi, ci saremmo ritrovati ancora al punto di partenza. Non potevo biasimare gli altri per la loro necessità di certezze.

Anche nel messaggio successivo continuavano a mancare indizi utili a orientarci. In un paio di frasi traspariva una fiducia granitica nel futuro, o meglio nel corretto dispiegarsi degli eventi. Sembrava non preoccuparlo l’evenienza di ricevere una chiamata mentre si trovava ancora in Cina, e  neppure la possibilità di tornare a casa in anticipo sul ritmo di maturazione delle cose, con altri mesi sacrificati a una frustrante attesa. Appariva sicuro. Sembrava quasi aver cercato e valutato coscientemente la distanza necessaria per prendere meglio la mira, una distanza che a me pareva semplicemente abissale, e sembrava sapere quando tornare seguendo la traiettoria degli strali che aveva lanciato sotto forma di curriculum. Ma la mia domanda su quel presunto dialogo avvenuto al pub è rimasta senza risposta, come se per lui non avesse avuto senso parlare di cosa succedeva da queste parti senza trovarsi fisicamente sul posto.

Col passare dei giorni, però, la storiella che sembrava avere convinto definitivamente gli altri, mi sembrava progressivamente sempre più improbabile, perché profondamente in contrasto con i comportamenti che aveva mantenuto in un paio di decenni di frequentazione e reciproca sopportazione: in vita sua, o almeno in quella larga porzione che si era dipanata anche sotto i miei occhi, non aveva mai lasciato la prima scelta all’istinto, e i due mesi che erano intercorsi tra il licenziamento e la partenza sarebbero stati, secondo le sue tempistiche abituali, una breve pausa di riflessione e nulla più, del tutto insufficiente a prendere decisioni del tipo che preferiva: attentamente ponderate ma nette, definite, in linea di principio non reversibili. Covava a lungo e poi tirava dritto, insomma. Avrei voluto sapere quali imperscrutabili criteri lo avevano animato a spostarsi senza essere trattenuto almeno all’ultimo momento dal sospetto di essersi consegnato mani e piedi a un errore madornale: ma anche se fossimo voluti andare a prenderlo, non sapevamo dove si trovava, e quell’unica indicazione geografica di quattro lettere, C-I-N-A, non ci garantiva grosse possibilità di successo, eufemisticamente parlando. Potevamo solamente aspettarlo, farci trovare al solito posto.

In quell’ultima mail comunque assicurava che tra non molto sarebbe tornato, che la Cina stava poco a poco esaurendo la sua funzione nei tempi che aveva pronosticato e che spendere altri soldi per cercare lavoro sarebbe stato quasi controproducente, anche se in quella situazione sembravano consumarsi a una velocità diversa, meno minacciosa del solito.  Ancora una volta quel senso di sicurezza mi lasciava spaesato, ancora una volta mi sembrava perfettamente ragionevole, e dovevo limitarmi a constatare che forse non conoscevo il mio amico così bene come sarei stato pronto a giurare.

Nel frattempo sono passati altri tre giorni, e più di venti dalla sua partenza. È di nuovo sabato e siamo tutti qui, tranne lui. Come sempre negli ultimi incontri, vorremmo parlare esclusivamente della suo imponderabile viaggio, ma questa volta, dopo avere analizzato per circa quaranta minuti le possibili date del ritorno, ci siamo arenati. In assenza di spunti validi nella direzione che ci interessava, la conversazione ha ripreso le rotte abituali per riempire le ore che ci restano prima di andare a casa.

Fuori dal pub fa freschino, perché come ogni anno l’estate finisce per arrendersi, e come spesso succede, restiamo lì a parlare appoggiati alle macchine anche se da un po’ avremmo deciso che per questa sera basta così. Alex fuma appoggiato alla portiera chiusa, e guarda dritto nel buio davanti a sé, dove si intuiscono appena le fronde di alberi che sono lì anche di giorno. Si direbbe che stia cercando di evitare che il paesaggio approfitti della notte per modificare suoi contorni. Ci troviamo tutti con gli occhi puntati nella stessa direzione, senza interrompere il discorso che ci trattiene lì come una scusa qualsiasi. Da quell’avamposto improvvisato fatto di macchine parcheggiate scrutiamo a fondo l’orizzonte per meglio immaginare le cose che non sappiamo. Poi finiscono tutte le sigarette accese, perché l’esempio di Alex lo avevano seguito anche altri, e l’aria non cessa di farsi più pungente. Ci salutiamo. Attraverso il parcheggio, e tiro fuori le chiavi. Accendo la macchina e me ne vado.

 

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