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Posts Tagged ‘Doom’

I due gruppi della serata hanno appena pubblicato un disco collaborativo, un po’ perché evidentemente si vogliono bene e questo è già il secondo tour che fanno insieme, e un po’ perché questa prassi operativa risulta abbastanza congeniale a entrambi (i Full of Hell hanno licenziato una collaborazione addirittura con Merzbow, The Body, tentacolari, con altri quattro gruppi). E io mi chiedo, pur tormentandomi l’interrogativo solo fino a un certo punto, se suoneranno qualcosa in coabitazione, se almeno ci sara un volemose male in conclusione, perché volendo ci sarebbe materiale da suonare apposta, e poi ci troviamo pur sempre in Spagna, il paese in cui i comunicati stampa devono ossessivamente ripetere che gli artisti stanno presentando su nuevo disco, come se non potesse esistere tour senza supporto da rivendere e presentare pezzo per pezzo. E alla fin fine nulla, il concerto sarà il più normale degli split, prima gli uni e poi gli altri, e non me ne lamento, e l’unico momento di condivisione vedrà i sei membri dei due gruppi cazzeggiare a un tavolino fuori dal locale giusto prima dell’inizio, tra calzini di spugna orgogliosamente esibiti e magliette vintage di gruppi death metal. Bello comunque a vedersi, se non per l’estetica sicuramente per lo spirito.

Il Sidecar (pronuncia spagnola invariabile: Sidecár) rimane il luogo dove nel 2006 ho visto il mio primo concerto in terra catalana, e da allora non è cambiato minimamente: una lunga e stretta galleria sotterranea con l’arcuato soffitto non molto sopra le teste dei più alti e una refrattarietà esemplare ai segnali telefonici. Il palco è montato in fondo, nel culo tappato del tunnel, e per gruppi come questi, rovinosamente caotici, non è l’ideale, per andare di eufemismi. Senza minimamente cercarlo, mi ritrovo in primissima fila a due minuti dall’inizio.

Coi Full of Hell, a dirla tutta, non ero mai andato oltre un paio di ascolti di prova su Youtube, ma ero ben disposto a rivedere il mio scetticismo. Il concerto procede sistematicamente per fasi successive di tensione e rilascio, con compressissimi assalti grind assai metallosi che cedono il passo a rovinose pause noise del triplo della durata. Il cantante Dylan Walker abbandona spesso il microfono e si piazza dietro una microconsolle montata a centro palco dalla quale estrapola strati di feedback mentre gli altri assecondano la deriva maltrattando gli strumenti in modi apparentemente casuali. A mo’ di variazioni sul programma qualche mid-tempo e pure, se le orecchie non mi ingannano, un paio di breakdown. Walker convince (e spaventa) per duttilità vocale e riserva di fiato, anche se il suo stile a volte mi pare troppo vicino a certi vocalist deathcore (UO-UO-UO) per i quali decisamente non stravedo; il batterista David Bland dal canto suo picchia come da programma tantissimo, ma con un tocco leggermente free e sbilanciato che lo rende meno prevedibile e che si apprezza pienamente in un paio di frangenti direi improvvisati durante gli svarioni rumoristici: bravo davvero. Nell’impasto di suoni risulta penalizzato il lavoro di basso e chitarra, anche se affiora di tanto in tanto qualche riff notevole. E tutto è violento e malsano, e tangibile l’intenzione di fare da ponte tra versanti diversi dell’estremismo sonoro, ma qualcosa nell’insieme continua a suonarmi fatalmente asettico e formale, e me ne renderò conto ancora meglio al momento del cambio palco.

Che è il momento di The Body. Lee Buford indossa un’adorabile maglietta stravecchia di Chaos A.D. dei Sepultura con tanto di buco sotto l’ascella sinistra, come noteremo tutti mentre percuote le pelli: Chip King, in maglietta smanicata con l’illeggibile logo death-black di prammatica, si sistema di sghimbescio a un’estremità del palco, con una valigetta piena di distorsori montata su un trespolo a altezza torace che trasmetterà per tutto il concerto la sensazione ingannevole che stia fissando un monitor: è un ciccione ragguardevole.Non ci sono voci femminili campionate, non ci sono gli inattesi beat che infettano piacevolmente l’ultimo, a sua volta, recentissimo “No one deserves happiness”: francamente non riconosco un pezzo che sia uno, sembra che non stiano affatto presentando su nuevo album, ma non me ne frega un cazzo in assoluto, perché il loro suono è lì, tangibile, e noi, atterriti, indifesi, possiamo solo testimoniare. Ho paura di sconfinare nel trionfalismo gratuito, ho sospetti fondati sull’inefficacia delle parole, delle etichette di genere che te lo dico a fare, ma un tentativo di verbalizzazione devo provare a farlo: è stato svuotante. Poi potremmo parlare di doom-sludge, di esasperante lentezza o di feedback soverchiante, ma potremmo farlo anche per decine di altri gruppi e staremmo soltanto appiattendo i termini della questione. Le risorse stilistiche in uso possono essere fino a un certo punto (solo fino a un certo punto, perché loro di arrangiamenti e intuizioni non ortodosse ne sciorinano in abbondanza da sempre) comuni a un fottiliardo di altri gruppi, e così è, ma alla resa dei conti quel senso di annichilente sfacelo, di terrore paralizzante l’ho sentito evocare in modo così credibile solo da questi due. Infatti riuscivo unicamente a restare in piedi immobile mentre dietro di me si sviluppava un poco coeso, ondeggiante, improbabile accenno di pogo. E osservavo Buford, coi suoi pattern ritmici semplicissimi, inesorabili, cercando di decifrare quell’elemento ineffabile che li rende così obliqui; osservavo Chip King tormentare la chitarra e soprattutto urlare in quel modo insostenibilmente acuto e mi chiedevo quando e perché gli fosse venuta per la prima volta l’idea di aprire la bocca per emettere QUEI suoni (l’unico esempio che riesco a avvicinargli è quello di Jeff Smith dei Jeromes Dream, prima o poi dovrò decidermi a parlarne). E mentre tutto questo succedeva continuavo a pensare, cercando un modo di contestualizzare l’iperbole, di attutirne il valore sloganistico, che The Body sono forse l’esperienza più totalizzante accaduta nei vasti confini della musica estrema da vari anni a questa parte, almeno fino a dove sono arrivate le mie orecchie.

Con la necessaria ritrosia ho detto quello che dovevo. Fine. Grazie per l’attenzione.

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La zona grigia che segue immediatamente il risveglio è l’unico momento (ok, a rigor di logica avrei dovuto scrivere luogo, ma la logica in questo post non avrà diritto di cittadinanza e poi siamo tutti a mollo nello spaziotempo, nel caro vecchio continuum, quindi glissiamo) in cui possiamo nutrire la speranza di trattenere i sogni esattamente come giureremmo di averli sognati. Poi però ci addentriamo nel risveglio, che altro non è che un quotidiano ritorno alla prospettiva spaziale dentro la quale facciamo le cose, e finisce che il sogno evapora, che forse ce lo ricordiamo ancora, ma che nelle parole suona inetto e piatto, anche se magari ne conserviamo vagamente il bandolo. Ebbene, da pochissimo ho scoperto empiricamente che questa labile facoltà mnemonica può valere non solo per il sogno fresco di nottata, ma anche per quelli d’archivio perché, in quel territorio cedevole, tra sogno e ricordo non passa troppa differenza.

La scoperta la devo allo smartphone, porco cazzo, perché da quando ne ho preso uno coi punti fedeltà accumulati a forza di fatture mensili, mi capita spesso di controllare la corrispondenza ancora spalmato sul letto, nel buio della stanza spenta, senza gli occhiali, e quindi in completa balia della miopia. E mentre cerco un ragionevole compromesso tra distanza di lettura -ho un’autonomia di 5-10 cm- e luminosità sparaflesciante dello schermo, comincio la giornata senza obbligarmi a uscire dalla zona grigia. Spesso dimentico il contenuto di una mail, o addirittura di averla letta, come se di cose sognate si trattasse. Ma in quei momenti, ripeto, ancora non ho recuperato lo spazio reale. Ed ecco quindi che sabato scorso mi sono trovato nella posta di Facebook questo link e l’ho seguito ancora mezzo dormiente.

(a questo punto dovreste avere cliccato tutti quanti. Su, che devo proseguire)

E mentre guardavo questa cosa meravigliosa vedendo pochissimo, per ineffabili sentieri, ho ritrovato perfettamente un sogno vecchio di mezza vita, che a parole avevo raccontato troppe volte senza mai poterle oltrepassare, le parole. E al cospetto di sì vivida epifania, in hoc signo vinces!, l’arcangelo mi ha ordinato di cavarne fuori un post, immediatamente! L’intensità pittorica di quelle sensazioni era sconvolgente.

Nel frattempo, sono passati tre giorni. L’arcangelo non mi è più apparso, ma probabilmente al prossimo giro lo farà solo per elargirmi un cazziatone superno, ammesso e non concesso che ne sia degno, e nella carovana dei giorni si è persa di nuovo la possibilità di superare le parole. Rieccomi quindi a raccontare il sogno senza poterne restituire il mistero, ma questa volta per iscritto.

In realtà c’entrano solo i Black Sabbath, Romina Power non ricordo di averla mai sognata, anche se il rappato di “Cara terra mia” è fatto sicuramente della stessa sostanza degli incubi. Ma ecco, era paro paro un matrimonio impuro tra i quattro di Birmingham e la galassia del nazionalpopolare nostro, come il video che avete appena visto. E, nella mia testa, è successo realmente. Mi rendo conto mentre scrivo che questa insistenza è parente stretta dell’assillo che tormentava le voci narranti dei racconti di Lovecraft, impegnate nell’elusiva descrizione di orrori ineffabili. Era l’aprile del ’96 e a ridosso dei sedici anni l’amore per la musica si stava facendo feroce. Il mio punto di partenza fu l’hard’n’heavy. Internet non ce l’avevo ancora e mi documentavo in cartaceo, riviste e libri sulla storia del genere, per capire quali dischi fosse urgentissimo reperire. E nel sogno questo spunto del vissuto si ripete. Stavo leggendo un libro di questo tipo, il capitolo sui Black Sabbath, che già conoscevo bene. Il gruppo si forma nel 1968. Un quartetto. Ozzy Osbourne alla voce, Tony Iommi alla chitarra, Geezer Butler al basso, Bill Ward alla batteria. Sì. Questa formazione incide dischi per tutti gli anni ’70, forgiando un nuovo linguaggio sonoro, pesante e oppressivo. Heavy Metal. Doom. Sì. Nel 1980 Ozzy Osbourne lascia il gruppo per inseguire una carriera solista. Ok, sarebbe 1979 e Wikipedia dice che Ozzy fu licenziato da Iommi, ma più o meno ci siamo. Entra Ronnie James Dio, ex Rainbow, e nel 1980 (diamogli tempo di scrivere le canzoni, per Giove) esce “Heaven and Hell”. No. No. Qui il sogno svicola, e nel gruppo entra, e io già ne ero al corrente, perché in quella realtà alternativa la cosa era evidentemente storia,

Lino Banfi.

La proiezione onirica si fa multimediale, forse il libro galeotto aveva una videocassetta allegata, e mi ritrovo a guardare immagini d’archivio, in tutto uguali ai pochi scampoli di video d’epoca sui quali avevo potuto mettere gli occhi allora, ma con

Lino Banfi alla voce,

con lunghi capelli lisci e corvini, inaspettatamente credibilissimi, e uno stile vocale vicinissimo a quello dell’illustre predecessore.  La corporatura era quella tozza dei classici film anni ’80, impietosamente fasciata nell’uniforme d’ordinanza da rocker fattone settantiano, pantalone scampanato, gilettino di pelle su camicia fantasiosamente decorata.Non ricordo che pezzo stessero suonando, vorrei con tutto il cuore che si trattasse di “War pigs , come per il ballo del qua qua. Accetterei in seconda battuta “Electric funeral” o “Iron man”, ma purtroppo non riesco a mettere a fuoco. Percepisco che si tratta di una visione ridicola, ho sulle labbra un sorrisetto sarcastico, ma la performance è cazzutissima e mi ritrovo ad ammettere compiaciuto, a voce alta: “Ah, però, allora Banfi non ha fatto solo quei film del cazzo”. Le mie visioni oniriche non erano ancora giunte all’odierna rivalutazione del filone del pecoreccio all’italiana. Su questa considerazione, per quanto mi è dato di rimembrare, il sogno si interrompe.

Al risveglio scoppiai a ridere. Nel percorso tra la stazione e il liceo,  subito consapevole della prestazione maiusciola del mio inconscio, raccontai il sogno a un’amica. A partire da quel giorno, era pronto per essere snocciolato sotto forma di gustoso aneddoto ogni qual volta si citasse nella conversazione una delle parti in causa. Sono disposto a credere che una buona fetta dei miei interlocutori tenda a credere che di storiella inventata si tratti, e probabilmente succederà anche questa volta che sto, per così dire, dettando testamento. No, no, il sogno è stato. Ma appunto, nelle ripetizioni, nell’affabulazione si è fatto parola, ha smesso di essere un assurdo squarcio del subcosciente ed è diventato una storia. E mi rendo conto che a questo punto, che sia vera, per quanto lo ripeta, è un fatto accessorio. Vedere i Black Sabbath alle prese col ballo de qua qua mentre ancora mi trovavo nella presa del sonno mi ha restituito quel vecchio sogno che ormai era solo una sequenza di vocaboli, ho potuto visualizzare nuovamente quelle immagini nella loro corretta prospettiva spaziale. Perché, e qui mi ricollego all’inizio del post, lo spazio nelle manifestazioni oniriche è diverso, diverse le distanze, obliquo il punto di vista, anche quando il realismo sembra elevatissimo. E adesso, tre giorni dopo, con quella seconda visione ormai irrimediabilmente appannata, sono qui a cercare di aggirare quella barriera mentre vi parlo di una cazzata, o di più di una cazzata. Ho perso il conto.

Prima di sigillare questa peregrinazione nell’intangibile reame di Morfeo mi restano un paio di considerazioni da fare:

1) all’epoca del suo ingresso nei Black Sabbath solo all’interno dei miei sogni, Lino Banfi avrebbe avuto già quarantaquattro anni

(ok, d’accordo: in fila per sei col resto di due),

sei più di Ronnie James Dio e dodici più di Ozzy Osbourne, e aveva pubblicato alcuni 45 giri (per esempio, questo). Sarebbe bellissimo partire dal realismo brutale di questa considerazione per lanciarsi a testa bassa in una narrazione complessa, orgogliosamente fittizia, puntigliosamente dettagliata delle circostanze che avrebbero potuto portare alla situazione del mio miraggio notturno e poi allargare di nuovo le maglie del racconto fino a elaborarne uno scioglimento naturale. Bellissimo, sarebbe. Ma vi dico subito che se negli anni che mi restano (una cinquantina?) dovessi scrivere un solo romanzo e uno solo

NON sarebbe questo.

2) seguendo queste premesse, potremmo anche aprire un infruttuoso dibattito sull’interpretazione dei sogni. No, Freud non l’ho letto, neanche nell’edizione 100 pagine 1000 lire, ma ricordo a questo proposito che in un giorno lontano, mentre lavoravo in una piccola biblioteca comunale della bassa Romagna, venne una ragazzina sui sedici anni a chiedermi con sicurezza “L’interpretazione dei sogni”. Sicuro pure io, andai a scaffale e recuperai Sigmund Freud nella già citata edizione economica, con in copertina quello che doveva essere un De Chirico. L’utente sfogliò il libretto, poi, delusa, mi fece presente che lei voleva qualcosa tipo un dizionario, uno o più significati simbolici per elemento sognato e poche pippe, poca psiche. Tipo, cosa vuol dire se sogno un gatto, questo mi disse. Anni dopo, già in Spagna, recuperai gratuitamente nella biblioteca in cui lavoravo allora un libro come lo avrebbe voluto la mia giovane lettrice di allora, lo cito anche in un vecchio post, e constatai di persona, come già sospettavo,  che un’opera concepita in quei termini non poteva essere altro che una cagata pazzesca. Ora: anche se indubbiamente una parte dei nostro sogni è proiezione limpida e quasi letterale delle nostre aspirazioni, pulsioni e paure, è davvero pensabile impastoiarli a colpi di definizioni? E soprattutto è auspicabile? Sono già oltre le legittime curiosità da sedicenne di quella sedicenne o l’interpretazione dei sogni come da tradizione folklorica che, nelle parole delle due nonne, mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Mi chiedo più in generale se, una volta decifrato ciò che può essere utile a capire noi stessi, abbiamo una reale urgenza di sbarazzarci della forza mitopoietica del nostro mondo onirico, che a volte, in assenza di messaggi in codice, si diverte semplicemente a raccontarci storie che con ogni probabilità, da svegli, guidati dal pensiero associativo, non saremmo mai stati in grado di forgiare e che semplicemente non sono spiegabili perché sprovviste di senso nel senso spicciolo del quotidiano. Questo mi preme: al netto degli incubi, qualcuno di voi rinuncerebbe davvero a questa ineffabile e imponderabile libertà assoluta in cambio di spiegazioni?

Nel corso degli anni, e questa sarebbe l’improvvisa conclusione, il mio gusto musicale ha poi conosciuto evoluzioni bizzarre, che non è qui il caso di riassumere. Parte di tutto ciò si riflette nelle recensioni che di tanto in tanto pubblico su queste colonne. Ma i Black Sabbath sparirono presto dall’orizzonte della musica ascoltata, restando confinati insieme ai Deep Purple, ai Led Zeppelin e agli Uriah Heep, il grande quadrilatero dell’hard rock britannico, al ruolo di onorati protagonisti della mia cosmogonia musicale. Rovistando nel mio archivio di mp3, trovo solo “Paranoid”, riscaricato in tempi recenti per una breve fiammata di nostalgia, e posso constatare come negli ultimi dieci anni abbia ascoltato molto di più (in ordine alfabetico) Black Dice, Black Eyes, Black Flag o Black Pus (per tacere dei Godspeed You! Black Emperor) di quanto non abbia fatto con i poveri Black Sabbath, che pure mi insegnarono alle medie che potevamo emanciparci dagli 883, se solo lo volevamo. “Heaven and Hell”, che ai tempi del sogno non avevo ascoltato, l’ho recuperato distrattamente solo molti anni dopo su Youtube, e neanche per intero. I Black Sabbath me li sono portati nell’età adulta solo come oggetto di una valutazione critica che ne riconosce decisamente l’importanza fondativa nel panorama bla bla bla. Se ripenso ai Black Sabbath a occhi chiusi come da stereotipo, rivedo solo il piccolo mondo antico del caso, verifiche di matematica temutissime, pile di fumetti, mia sorella microscopica e buffissima, la bicicletta come mezzo di trasporto unico, le giornate di primavera, gli ormoni a tamburo battente e sì, sì, quegli splendidi dischi in vinile appartenenti al padre del mio vicino. Ozzy Osbourne e Tony Iommi sono rimasti intrappolati in quella Romagna che ho mandato a memoria come storia della mia vita, e nemmeno lo sospettano.

(se qualcuno volesse suggerirmi dei numeri da giocare al lotto basati su questo sogno, mi piacerebbe tentare la sorte. Sarebbe forse un unicum, ma denso di significati)

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Il rischio principale parlando di un disco nuovo dei Neurosis nel 2012, dopo parecchi annetti spesi a ascoltarli e adorarli, e a cinque dal precedente “Given to the rising”, è scrivere una recensione intrisa di reducismo, di bei tempi andati, di confronti scomodi branditi a mo’ di arma bianca contro un album la cui colpa principale è di essere il decimo di una discografia carica di vera gloria e, pertanto, di non risultare drammaticamente imprescindibile come  molti -almeno tre, volendo essere di manica stretta- dei suoi predecessori. Occorre forse rendersi conto che si parla di un gruppo anziano, con ventisette anni di carriera alle spalle e quel minimo di fisiologica usura, anche se ammetterlo porterebbe a riconoscere amaramente che pure noi fan adoranti,  nel frattempo, si è invecchiati il giusto, o forse di più, e probabilmente male.

Detto questo, i Neurosis sono una band la cui musica si alimenta di una visione fortissima e talmente personale che è francamente difficile immaginarli in caduta libera ai saldi della dignità artistica, almeno finché continuano a muoversi dentro quell’orizzonte sonoro che loro per primi hanno tracciato e che si è poi popolato di legioni di imitatori: e anche a questo giro, i parametri di riferimento sono grossomodo quelli noti.  Il pericolo reale non è quindi trovarsi tra le mani un disco di merda, quanto piuttosto il prodotto tardivo di una maniera consolidata. Ecco, questo forse succede, ma neanche tanto. L’insieme non è precisamente innovativo, a sprazzi anche risaputo, ma la resa emotiva è sempre elevata, e non mancano i momenti di grazia.

E’ un dato di fatto che la musica del gruppo di Oakland, dopo gli inizi interlocutori e la fase “classica” che parte da “Souls at zero” (1992) e arriva sicuramente a “Times of grace” (1999), forse anche al successivo “A sun that never sets” (2001), sia andata gradualmente perdendo la dilaniante forza emotiva, la dolorosa ferocia che ne veicolava il potenziale catartico. I dischi successivi sono stati una specie di fallout, tappe di un progressivo e umanamente ragionevole allontanamento dall’epicentro di una catastrofe che non potevamo supporre eterna. Il resto è rimasto intatto: il passo lungo (stavolta, sette pezzi per un’ora di musica), la vastità, la ritualità e sacralità delle atmosfere, l’afflato epico, ma è stato messo al servizio di una propensione melodica sempre più spiccata, anche in virtù delle numerose esperienze parallele dei membri, spesso assai lontane dal suono della band madre e preponderanti nella produzione discografica. Oggi i Neurosis, e non è già più una novità assoluta, risultano più credibili nei frangenti riflessivi e pacati, con sugli scudi il respiro melodico e gli arrangiamenti evocativi di “My heart to deliver“, “Casting of the ages” e “Raise the dawn“, che nei momenti dove prevale il tradizionale dettato doom-sludge, del quale si riconosce il lignaggio nobile ma che non raggiunge mai, anzi, nemmeno cerca di farlo, la forza distruttiva delle prove degli anni ’90.

I Neurosis attuali sono un gruppo al tramonto: non nel senso che urgerebbe un loro ritiro dalle scene, quanto piuttosto che la loro musica attuale è una sorta di declinazione crepuscolare del suono che li ha elevati a profeti della scena estrema tutta, e bandiera delle sue espressioni più evolute. Non brucia più l’accecante sole nucleare dei tempi di “Through silver in blood“, ma se lo standard qualitativo è questo, l’imbrunire può proseguire a lungo. Nessuno dei prossimi dischi sarà strettamente necessario, né ai fan della prima ora né a loro stessi, come forse non lo è già questo: potrebbe servire tuttalpiù a coinvolgere chi per ragioni anagrafiche non c’era. Ma se accettiamo queste premesse, potremmo arrivare a attribuire il giusto merito e il peso reale di questi titoli di coda nella storia di un gruppo che la storia a contribuito a scriverla.

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C’è una sottile contraddizione interna nel celebrare gli anniversari di dischi come questo, che sono una pars destruens senza il minimo accenno di costruens, e dove quindi la parte diventa tutto, dischi che sono nati per dipingere a forza di scudisciate scenari di pura terra bruciata. Ma tant’è, non sto inaugurando un monumento e nel frattempo la Earache ha già fatto uscire l’inevitabile special anniversary edition, per lucrarci sopra un altro po’. Inoltre, per quanto Wikipedia assicuri che “Scum” è arrivato nei negozi di dischi esattamente nel luglio del 1987, non sono riuscito a determinare la data esatta, quindi trattasi di un anniversario leggermente discrezionale e aleatorio. E poi, benvenuti i cazzi miei, quest’album mi ha manomesso l’adolescenza e gliene sono tuttora grato. Io amo i Napalm Death.

“Scum” è universalmente riconosciuto come primo disco grindcore (o semplicemente grind) della storia. La definizione del genere costituì una sorta di punto d’arrivo nella rincorsa alla brutalità assoluta che per tutti gli anni ottanta avevano mosso da direzioni parzialmente divergenti l’heavy metal e il punk-hardcore. Il grindcore si presentò da subito come espressione limite di efferatezza e parossismo sonori. Brani di una manciata di secondi e struttura conseguentemente ridotta all’osso, chitarre e basso pesantemente distorti e con accordature molto più basse della norma, e soprattutto tempi di batteria spesso così veloci da mandare in frantumi le più elementari convenzioni ritmiche. Furono i Napalm Death a coniare il termine blast beat, per definire una tecnica che era già stata marginalmente sperimentata da altri gruppi, soprattutto di area hardcore punk, e fu Mick Harris, all’epoca batterista della band a codificarne definitivamente le forme e a associarle indissolubilmente al nascente genere. Tra i solchi di “Scum” (soprattutto la seconda facciata come vedremo più avanti) andò definendosi anche il caratteristico stile vocale associato al grind, giocato sull’alternanza tra voce gutturale bassa e fognaria, affine al growl del death metal, e urla altissime e stridenti (i cosiddetti shrieks), combinazione che rendeva pressoché incomprensibili i brevissimi testi, all’insegna di una critica sociale feroce. Il risultato, viscerale e straniante in pari misura, lucidissimo nel suo smantellamento nichilista della grammatica del suono estremo, non mancò di suscitare reazioni interdette. Una vasta schiera di epigoni contribuirà poi alla definitiva codificazione del genere, che fatto salvo un nutrito gruppetto di belle eccezioni, approderà presto a uno stanco manierismo. Ma qui e ora, ciò non interessa.

La storia di “Scum” e dei suoi ventotto brani per trentatre minuti di durata è indissolubilmente legata ai vorticosi cambi di formazione che ne segnarono la genesi. Senza dilungarsi sulle innumerevoli, spesso fugacissime, line-up che precedettero l’approdo discografico ufficiale, vale la pena ricordare che il disco stesso è frutto disarmonico di due sessioni diverse (registrate a distanza di mesi anche se nel medesimo studio, il Rich Bitch di Birmingham, città natale della band) e di due formazioni che in comune, oltre al nome, avevano solo il batterista, il già citato Mick Harris, l’uomo dei blast beat, fatto significativo data l’importanza capitale della batteria nell’economia del suono grind. Il lato A fu registrato nell’agosto 1986, e inizialmente pensato per apparire in uno split, da un trio formato oltre che da Harris da Nick Bullen (AKA Nick Napalm), voce, basso e membro fondatore della band e Justin Broadrick alla chitarra. Il lato B, registrato due mesi prima dell’uscita, vedeva alla voce Lee Dorrian, alla chitarra Bill Steer e al basso Jim Whitley.

Il risultato di questi assestamenti non suona particolarmente disomogeneo, anche se tra una facciata e l’altra è chiaramente percepibile uno scarto compositivo oltre che cronologico, la definizione in tempo reale di un  nuovo linguaggio sonoro. Si passa così dalle durate mediamente più estese e dalle ancora riconoscibili influenze hardcore-punk del lato A (in primo luogo Siege e Discharge) all’estremizzazione e stilizzazione del lato B, dove i blast beat non sono più parentesi all’interno di brani più articolati (“Instinct of survival”, la stessa “Scum” entrambe sopra i due minuti) ma la vera e propria spina dorsale delle composizioni (si veda il micidiale uno-due “Negative approach”“Success?” ) e dove appare per la prima volta il caratteristico dualismo vocale al quale facevo riferimento più sopra.

Le due line-up di “Scum” sono una sorta di piccola enciclopedia della musica estrema, una serie di nomi che ha poi dato contributi fondamentali alla definizione di vari stili “di confine” tra metal, punk, industrial, dub e elettronica, segno che l’intuizione che portò al grindcore era frutto di uno slancio creativo ben superiore a una meccanica accelerazione dei tempi e inasprimento delle voci a partire da un canovaccio genericamente hardcore-punk-metal. Senza entrare in dettaglio, anche se ne sarebbe valsa la pena, i musicisti di “Scum” hanno poi legato il loro nome a band e progetti quali Scorn, Godflesh, Jesu, Cathedral, Carcass e Doom tra gli altri, fatto che testimonia la straordinaria vitalità di una generazione intera di musicisti inglesi legati all’undergound.

Curiosamente, nessuno dei membri dell’odierna line-up dei Napalm Death, che a ogni buon conto è sostanzialmente stabile da circa vent’anni, prese parte alle registrazioni del primo disco, anche se vari pezzi di “Scum” fanno parte dell’abituale live-set della band. I dibattiti sulla legittimità di questo stato di cose che alcuni fan della primissima ora portano avanti sui commenti di Youtube mi lasciano piuttosto indifferente. La longevità dell’attuale formazione, la buona qualità pressoché costante della produzione discografica successiva e non ultima la devastante resa live di quei vecchi classici, per quanto mi riguarda, chiude sul nascere ogni discussione. Il ringhio inconfondibile e la presenza scenica di “Barney” Greenway, sostituto di Dorrian, hanno comunque fatto la storia della band anche se non ne hanno scritto i primissimi, fondamentali capitoli. Il resto sconfina nella menata.

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