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Posts Tagged ‘Elio Petri’

Sì, come è risaputo le idee improvvise della notte, in questo caso la coda di un venerdì sera particolarmente mite in cui avevo parlato di tutt’altro, spesso non passano lo scrutinio della luce. Ma in questo caso non ho neanche dovuto aspettare l’alba per vedere in qualche modo ridimensionata l’intuizione, perché ho deciso di usare Google contro di me. Ad ogni modo, con le spalle strette, lo sguardo improntato a una sospettosa umiltà, mi appresto a sviluppare in questo post l’ideuzza di cui sopra, mettendo ripetutamente le mani avanti nel paragrafo a seguire.

Quindi, se cercate su Google, per esempio, “bands named after real people”  o ancor meglio “bands with the name of real people”, che suona meno elegante ma sorprendentemente garantisce un paio di risultati pertinenti in più, troverete in genere gli stessi esempi riciclati ad libitum, a cominciare dai Pink Floyd, che però sono l’unione del nome di due persone, come pure Marilyn Manson, ai Dead Kennedys, che però esibiscono un aggettivo fortemente connotativo, passando per i Lynyrd Skynyrd, che sono in realtà la deformazione di un nome realmente esistente. E no, io non volevo andare in quella direzione. Jethro Tull era l’unico risultato rilevante, alla fine. Poi però mi sono imbattuto in una spoglia lista su Rate Your Music, neanche una parola ma un’immaginetta a gruppo, il contrario di quello che farò io, insomma, che oltre a menzionare vari degli esempi che mi erano venuti in mente, ne aggiungeva una carrettata che ignoravo bellamente. Certo, poi alcuni di questi suonano dancehall, e in parte mi spiego la lacuna, ma il senso di sconfitta mi ha fatto discretamente compagnia mentre mi trasferivo al giaciglio. Al risveglio però ho deciso che frega un cazzo, e che con le giustificazioni avrei vergato un paragrafo. Questo qui.

Ricapitolando: come detto, non valgono i nomi vagamente deformati, per quanto brillanti, quindi niente Dandy Wharols, i Franz Ferdinand non vanno bene in quanto traduzione inglese di un nome proprio di cognome sprovvisto, i Cocteau Twins per la stessa ragione dei Dead Kennedys. Fuori anche i giochi di parole con scambio di lettere, come Com Truise e Wevie Stonder, che pure è un nome meraviglioso. Sui Crustina Aguilera nemmeno mi pronuncio. Non valgono neanche i cognomi da soli (fuori quindi sia gli Adorno che gli Heisenberg) e nemmeno i personaggi fittizi, pertanto niente Bruce Banner, nome in borghese dell’Incredibile Hulk, che ha fornito ragione sociale a un gruppo grindcore svedese, né Kent Brockmann, personaggio dei Simpson che ha ispirato un gruppo powerviolence tedesco. Ma da quelle parti si transiterà spesso, perché nell’underground violento i nomi discutibili possono essere ragione di vanto e rivestirsi di una minuscola particella di meritata gloria. A fine rassegna aggiungerò una manciata di  altre eccezioni e menate che mi si sono palesate mentre mi facevo le pulci da solo, ma per quanto riguarda il post vero e proprio mi orienterò su nomi e cognomi completi, lasciando spazio giusto ai diminutivi, se in questa forma l’ispiratore del gruppetto di turno era noto non già all’anagrafe ma al grande pubblico o anche solo ai suoi famigliari. Prima di cominciare ringrazio di nuovo Bastonate, che ai tempi, con la sua rubrica “Gruppi con nomi stupidi”, che avevo già omaggiato su queste colonne, mi ha garantito un bel leggere e un bel ridere.

Abe Vigoda: all’anagrafe Abraham Charles, Vigoda, morto a inizio 2016, ha interpretato in vita un buon numero di pellicole, tra cui, nel ruolo di Salvatore Tessio, i primi due capitoli della triologia del Padrino. E qui cominciamo subito malissimo, perché la maggior parte dei nomi a seguire appartiene al mondo del cinema, al quale,  per ragioni  che non vale la pena analizzare in questa sede, ho dedicato in vita mia pochissime energie. Quindi, mentre ammetto con candore di non parlare con cognizione di causa, spendo lacrime per un gruppo che ho amato come pochi, e del quale avevo pure parlato mille anni fa qui sul Divano. Il dibattito su che genere suonassero esattamente fino a un disco dallo scioglimento potrebbe essere tanto faticoso quanto improduttivo: alla fine ci si era più o meno messi d’accordo su tropical punk, che diceva tutto  e niente, ma in qualche modo rendeva conto delle percussioni arrembanti e così poco rock che facevano viaggiare le canzoni, sempre concise, sui binari stortissimi di una frenetica euforia. Non ho ancora capito bene se la voce che accompagnava questo bel dimenarsi abbia mai azzeccato una-nota-una, ma era comunque al posto giusto nel momento giusto. Discorso a parte per l’ultimo “Crush”, che mi piacque anche sinceramente, ma era dark-wave pura, nella quale delle frenesie passate restava poco, delle chitarre stilizzate e imprendibili idem. Pure la voce, pur rimanendo quella di un non-cantante reo confesso, appariva normalizzata. Un singolo bellissimo, ok, ma se domani decidessi di autoesiliarmi su Marte, con me porterei “Skeleton”, il loro penultimo. Wikipedia li dà sciolti nel 2014.

Antònia Font: caso particolare, perché l’ispiratrice del nome di questo gruppo pop maiorchino che scoprii pochi mesi dopo l’arrivo a Barcellona non è persona minimamente famosa ma una compagna d’università dei cinque membri, tutti uomini, che trovavano divertente l’idea di una denominazione fuorviante. Ma ai tempi (2006) non si sapeva  ancora con chiarezza, e avevo letto su internet anche ipotesi abbastanza truci a base di un cameratismo maschile che vi lascio immaginare. Il mistero si è risolto definitivamente solo nel 2013, praticamente alla vigilia dello scioglimento, quando un programma della televisione catalana ha invitato la vera Antònia Font, che vedete nella fotina di questo link, che si è dichiarata molto lusingata. Agli Antònia Font vorrò sempre bene, perché il loro pop allegro e vagamente surreale con testi strabordanti di riferimenti astronomici e fantascientifici, pur non essendo esattamente la mia tazza di té, mi diede l’impulso decisivo per intraprendere lo studio della lingua catalana. Scoprii immediatamente che la variante maiorchina usata nei testi presenta una rigogliosa selva di varianti e eccezioni rispetto al catalano standard, sia a livello di articoli che di pronomi e di forme verbali, per non parlare della pronuncia, ma ormai il dado era tratto e portai a termine il compito, che in catalano si dice tasca, senza esitazioni. Varie canzoni le so ancora a memoria e ogni tanto mi trovo a canticchiarle mentre cucino o rassetto.

Carlos Dunga: da Firenze con la Viola nel cuore (ed ecco spiegato in quattro e quattr’otto il nome), i nostri si dedicano da una decina d’anni a questa parte a un hardcore punk vecchia scuola con generose concessioni al thrash metal dei bei tempi e tanto di assoli di taglio vagamente più classicheggiante. Preferisco le parti più tipicamente hc a rotta di collo, ma il tutto è estremamente genuino e ben fatto. Grande attenzione all’aspetto grafico, dove calcio, punk e Iron Maiden, peraltro omaggiati anche nei testi, si mescolano con risultati esilaranti. Bravi.

Carl Sagan: da Buenos Aires, due demo di hardcore straight edge cantati in spagnolo, che nonostante il mio amore spropositato per il genere (che su queste colonne non ho esposto più di tanto, ma ok), non riesco a definire altrimenti che scrausi. La voce è deficitaria e manca il tiro, quell’impulso primordiale che ti spinge al circle pit nello spazio ristretto della cameretta anche se quei riff li hai sentiti più o meno mille milioni di volte. Mi dispiace anche dirlo, perché è bello che questa scena e questa attitudine non muoiano, ma nei parametri ristretti del genere ho sentito di molto meglio. La scelta del nome resta curiosa ma inspiegata, visto che nei testi mancano totalmente riferimenti all’astronomia o alla fantascienza, anche se l’immagine dello scienziato americano campeggia sulla testata del loro Bandcamp.

Charles Bronson: provenienti dall’Illinois, in attività dal 1994 al 1997, hanno ispirato un casino di brutta gente a fare la stessa cosa loro, contribuendo in modo abbastanza cruciale alla definizione dell’ennesimo stile a base di batterie insensatamente veloci edurata media dei pezzi saldamente ancorata intorno ai 30-40 secondi, il cosiddetto powerviolence. A condire, pletore di campionamenti assurdi in apertura e in chiusura di molte tracce, titoli corrosivi e chilometrici (il mio preferito resta ” Let’s start another war so I can sing about stopping it”), polemiche intra-scena a ogni piè sospinto affidate alla voce esagitata di Mark McCoy, che sbraiterà poi in un lungo elenco di gruppi simili e più o meno parimenti effimeri, che gradisco senza eccezioni. Il Charles Bronson raffigurato sulle copertine è, coerentemente, quello dei vari giustizieri della notte, ma non mi è dato sapere se fosse contento, o anche solo a conoscenza, dell’omaggio. Un paio di gruppi di questa lista riprende in modo quasi calligrafico le rovinose coordinate tracciate da McCoy e i suoi.

Chuck Norris: per esempio, questi brasiliani. Bandcamp li dà attivi discograficamente tra il 2004 e il 2005, ma le informazioni sul loro conto scarseggiano, anche se per un periodo ricordo che nei vari music blog dedicati al genere saltavano fuori abbastanza spesso. Vista la mitologia, internettiana e no, generatasi intorno al nome dell’uomo passato dal farsi prendere a calci da Bruce Lee a scandire i pomeriggi di mia nonna con le repliche di “Walker Texas Ranger” su Rete 4, un gruppo a lui ispirato era semplicemente doveroso.

Elio Petri: arriviamo in Italia col progetto del romano Emiliano Angelelli, stilizzato anche come elio p(e)tri, che con le atmosfere del regista di “La classe operaia va in paradiso” e “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” o con le relative colonne sonore dell’allora onnipresente Morricone, almeno a livello epidermico, sembra avere però veramente poco a che spartire. Dei due dischi all’attivo conosco solo il secondo datato 2013, “Il bello e il cattivo tempo” (ma su Youtube si trova anche il precedente “Non è morto nessuno”), che si muove sulle coordinate di un indie rock cantautoriale ma all’occorrenza anche noiseggiante, assecondato da arrangiamenti ecclettici e intelligenti. Voce non proprio memorabile, ma i testi ermetici contribuiscono sicuramente al fascino del risultato finale. Ai tempi “Ti farò soffrire” l’avevo ascoltata parecchio. Ospiti Theo Teardo e Marco Parente.

George Harrison: moscoviti, su Youtube li trovate anche come GxHx. Attivi, sempre secondo Discogs, tra 2003 e 2005, erano talmente organici alla scena di riferimento da citare addirittura l’artwork di un disco dei Charles Bronson (e la gag fa pure ridere) e coverizzare lo STESSO pezzo dei Negative Approach (“Why be something that you’re not?”) già ripreso a suo tempo da McCoy e compagnia scalciante. Non c’è bisogno che vi dica che digitando su Google il loro nome senza ulteriori aggiunte troverete musica diversa. Ma con “powerviolence” o “thrashcore” sono tutti per voi.

Harvey Milk: li inserisco in lista con un certo senso di colpa, perché, francamente, non li avevo mai ascoltati prima di scrivere questo pippone che state leggendo. Li sapevo, eh? Nel gioco esoterico dei nomi che si accumulano senza requie come le figu dei calciatori nessuno mi avrebbe preso di sorpresa. Ma poi niente, non un disco in mp3 né un ascolto fugace su Youtube. E mi ero perso qualcosa. Noise-rock sfatto e irregolare, vengono in mente i Melvins (anche Wikipedia dice che è inevitabile), ma c’è anche un forte tocco stoner e southern (sono di Athens, Georgia, me la cavo con poco) e la sensazione che l’estro del momento possa portarli ad arrangiamenti bizzarri. Recupererò. E c’è bisogno di dire che il film biografico con Sean Penn l’avevo scaricato ai tempi ma poi, chissà perché, non l’ho mai visto? Ma è comunque molto bello che abbiano scelto di chiamarsi così.

Henry Fonda: ancora ultraviolenza con questi berlinesi che hanno pubblicato un disco nuovo da circa due mesi. Rispetto ai gruppi precedenti, la letale mistura in offerta prevede dosi più massicce di grindcore, e non sarò certo io a lamentarmene, visto che il livello qualitativo è sopraffino, anche se a mio parere il precedente “Deutschland, du Täter” del 2013 resta imbattuto. Le registrazioni presenti su Youtube danno però l’impressione che la vera dimensione del quintetto, o almeno la dimensione più figa, sia il live, come si può apprezzare per esempio in questa mezz’oretta di massacro al Fluff Fest ceco del 2015, quindi speriamo che si decidano a scendere più a sud. Ma sto andando fuori tema: perché il nome del protagonista di Furore? Boh.

Marcel Duchamp: la mia teoria è che in questo caso il nome scelto dai tre cileni calzasse a pennello solo per una fase molto embrionale del loro sviluppo. Sul loro Bandcamp ci sono cinque minuti di musica e rotti di musica, a titolo “Experience”, risalenti al 2000, con tanto di improbabile logo black/death, strutturati in 11 frammenti dai titoli ammiccanti alle teorie e pratiche del dada, il tutto registrato peggio che al cesso. Già dalle uscite immediatamente successive, dove alcuni di quei primordiali bozzetti vengono ripresi, emerge con prepotenza un suono hardcore-punk tiratissimo ma mai monocorde, che si aprirà progressivamente a soluzioni post-hardcore, il tutto suonato col cuore in mano e accompagnato da ragionati testi politici totalmente agli antipodi rispetto a quella fugace ispirazione iniziale. Ma il nome è rimasto. Credo purtroppo che in Europa non siano mai venuti a suonare.

Paul Newman: aspettate tutti, qui sembra esserci uno scambio di persona. Il Paul Newman di cui sopra non sarebbe chi pensiamo tutti, ma semplicemente il bassista del gruppo stesso. E no, non è un progetto solista, quindi ai fini di questo post va benssimo. Nati nel 1995, questi texani, col loro post-rock dalle inclinazioni fortemente matematiche, prevalentemente strumentale anche se non totalmente allergico alle incursioni vocali, sono una specie di bignami vivente di un suono e un’attitudine che in quello stesso periodo stava trovando nell’underground statunitense validi e numerosi interpreti. Aldilà del loro valore esemplare nell’incarnare uno stile non li consiglierei insistentemente al neofita o curioso del caso, ma le partiture flessuose e articolate di un disco come “Machine is not broken” (2000) meritano sicuramente un posticino nell’archivio di tutti gli adepti del genere.

Tristan Tzara: se cercate su Youtube il nome del grande dadaista senza specficare altro, “Omorina nad Evropom”, disco d’esordio di questo gruppo di Dortmund è il secondo risultato in assoluto. E tra i commenti troverete uno che si incazza perché è finito nel posto sbagliato, e un totale di 102 risposte e controrisposte con fuoco pirotecnico di insulti e polemiche. Ma non mi sono soffermato a leggere tutto. Nome di culto della scena screamo europea, i nostri durarono pochissimo (2000-2002) anche per gli standard del genere, lasciando una mezz’oretta scarsa di musica che a quindici anni di distanza ha mantenuto intatta un’aura di malessere quasi insostenibile. Le urla belluine, le sincopi furibonde (e anche un pochino le pose, diciamolo) vengono in linea retta dagli Orchid di “Chaos is me” e “Dance tonight revolution tomorrow” e anche qui, a volte, si ha la sensazione di ascoltare del black metal geneticamente modificato. Io  da parte mia, posso dire che, fossi stato in loro, vista la proposta musicale, avrei scelto piuttosto il nome di un’esistenzialista. Ah, e poi ci sarebbe da spiegare il perché dei titoli in serbocroato (Il mini successivo si intitola “Da ne zaboraviš”), una faccenda curiosa della quale sono riuscito a venire a capo solo in tempi recenti, ma il post è già troppo lungo così.

Altri tre nomi che stavano quasi per entrare in lista:

LOUISxARMSTRONG: Bandcamp mente, sono di Barcellona e fanno powerviolence pure loro. Uno dei vari gruppi (gli altri sono Dissäpte, Addenda, Mandanga) del buon Josep, pilastro della scena locale, col suo cappellino e un amore viscerale per gli Spazz. Dagli torto. Sicuramente un personaggio di cui ho grande stima.

Peter Mangalore: ha già detto tutto qualcun altro. Sempre loro.

Vanessa Van Basten: post-rock da Genova. Ero convinto fino all’ultimo di doverli includere ma poi ho scoperto che le figlie del Cigno di Utrecht si chiamano in realtà Deborah e Rebecca. E sì, forse nei Paesi Bassi esiste comunque qualcuno che si chiama così, ma dentro di me sento che la maratona è terminata.

E… anche se non li usa mai nessuno, qui sotto ci sono i commenti, ok? La lista è tutt’altro che completa e i suggerimenti sono benvenuti. La pianto qua.

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